Zandel Diego

Verso Est

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Zandel Diego

Diego Zandel, fiumano-romano, innamorato della Grecia come di sua moglie, è una delle più belle voci della cultura giuliano-dalmata del secondo Novecento. Racconta le terre perdute negli anni atroci della Seconda Guerra Mondiale con la nostalgia di chi sa d'essere stato sradicato forse per sempre dal mare e dalle case degli antenati, ma non dalla loro cultura e dalla loro identità. Sa farlo senza mai cedere all'odio etnico – cosa impossibile per tutti noi che di lì veniamo, composti come siamo di tante etnie diverse – e all'odio politico – cosa meno facile, soprattutto una volta; è un artista, piuttosto, votato alla pacificazione, alla conciliazione delle memorie e delle storie, nel rispetto della verità storica e dell'armoniosa dialettica tra i popoli. È un nemico dei totalitarismi, un letterato puro. È un Tomizza romanizzato; della nostra Eterna ha il cuore generoso e la capacità di pizzicare le voci di tutti, restando sé stesso. È uno a cui essere riconoscente, perché ha saputo essere umano e gentile nei confronti dei nemici invasori delle nostre terre, limitandosi, con la mansuetudine classica degli istriani, a ricordare loro – con le sue storie – come erano e come andavano realmente le cose prima della disgrazia dello scontro tra fascismo e comunismo titino.

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“Verso Est” [2006] è una raccolta di otto racconti, quattro ambientati a Fiume e in Istria e quattro in Grecia. Terre solo apparentemente distanti: spiega Zandel, nell'introduzione, che c'è qualcosa che le unisce. “A cominciare dalla conformazione fisica, quell'essere fatte di mare e di pietre, di ulivi e di muretti a secco, che le fa assomigliare, e alle capre e agli asini che le pascolano, per finire con la natura contadina, povera e orgogliosa, delle genti, delle donne in particolare” (p. 15). In appendice, i ricordi di Zandel del Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma, dove dal 1947 si stabilì una comunità di oltre duemila profughi. Preziosi, soprattutto per chi, giuliano-dalmata di seconda o terza generazione, qui a Roma ha avuto un'altra storia, come il sottoscritto; complice un quarto di vecchia romanità, e un po' di fortuna.
 
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Cominciamo dalla prima sezione, fiumana e istriana. Si parte dalla “Casa in riva al fiume” [1984]. È la storia di un minatore di diciotto anni, un lavoratore scosso e incupito dai due anni passati nelle viscere della terra. Vive, con padre e madre, in una casa di pietra che hanno tirato su con le loro mani; è ancora incompleta. Ci si lavorava quando c'erano abbastanza soldi e abbastanza tempo da parte. Con amore e con tanti sacrifici. Adesso questa casa rischia d'essere distrutta dal fiume, che s'ingrossa e s'ingrossa; la famiglia combatte e vince la sua battaglia, con tenacia e dignità tutta istriana.
 
Ecco “Villa Speranza” [1985]. Marco Adamich sbarca a Ronchi dei Legionari, un autista lo attende; si va a Fiume. Per comprare Villa Kardoss, ossia Villa Speranza, come la chiamavano lui e il suo primo perduto amore, Lilli, quando – adolescenti – spiavano la casa appena edificata dai sassi della Baia del Re. E mentre viaggia, torna con la memoria alla sua giovinezza. E torna ad ammirare questo panorama stupendo, unico al mondo:
“Tra la alta e verde costa di Abbazia e Moschiena, sormontata dal Monte Maggiore, e il basso profilo azzurrino delle isole di Cherso e di Veglia, proiettate verso la Dalmazia, il mare, ricco di riflessi, sembrava assorbire lo splendore che lo circondava, confermando così l'imperturbabilità della natura di fronte alla cieca violenza degli uomini” (p. 30).
 
E mentre viaggia, riconoscendo gli amati campanili delle chiese venete, perduti da un popolo maledetto dal destino con la “crudele assegnazione di quella terra alla Jugoslavia”, ritrova tutte le emozioni dell'adolescenza, di quel grande amore. E si consola pensando che la sua Lilli almeno non ha conosciuto lo strazio dell'addio alla terra degli antenati, “a bordo di camion o di navi”, stracariche di quegli oggetti che non si voleva abbandonare nelle mani degli stranieri. E si conforta pensando che lei non ha saputo niente dell'umiliazione dei campi profughi, degli “ordini di trasferimento in sconosciute città italiane, nuovi ambienti, altra gente dai diversi dialetti e consumi”.
 
All'arrivo, la villa non è quella che ricordava. È intatta, ma lui è cresciuto. È piccola, un po' fatiscente. Fa niente. La compra soltanto in onore alle illusioni, a tutto il suo passato, all'amore perduto, al suo grande popolo sconfitto ma non vinto.
 
Passiamo a “Quell'amore che aveva fermato il tempo” [1988]. Si racconta di Tony, a un passo dalla pensione dopo trentacinque anni di navigazione. Il destino vuole che l'ultimo viaggio lo porti fino a Fiume, la sua città. Lasciata quarant'anni prima, durante la guerra, mentre era ufficiale delle SS italiane. Lui, fascista, era innamorato di Vera, amica dei partigiani. Il loro amore era stato spezzato dal disastro della guerra. Tony sbarca a Fiume e va a cercarla, nella sua vecchia casa. Sulle prime sembra che sia proprio lei. Il destino è beffardo; è la figlia, sua sosia. Vera non c'è più. Come il passato, è diventata un sogno.
 
Ecco “Un giorno con la zia” [1987]: Marco è andato in Istria a trovare i parenti di Albona, dopo tanto tempo, troppo. La casa è la stessa della sua infanzia: “Intatta, piccola e bassa in mezzo alla campagna sassosa, con il cortile delimitato dal suo vecchio muretto di pietre, dal quale spuntavano i rami spogli degli alberi da frutta”. El mulo xè diventà vecio, disi la zia. Da quelle parti, in campagna e nel retroterra, si capiscono parlando anche nel dialetto slavo dell'Istria, il ciakavo [cfr. “Il figlio perduto”]. Suona veneto, vagamente. Marco ritrova tanti bei ricordi e tutta la dolcezza di chi, nel frattempo, è diventato padre. Allora, quando la zia crolla addromentata, d'istinto fa quel che ha fatto con le sue figlie: “la sollevò con le braccia e, raccolta contro il proprio petto, fragile mucchietto di ossa, la portò di là, nel suo grande letto, dove l'adagiò teneramente e la coprì. La bora fuori tentava invano di entrare in casa”.
 
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Nell'appendice, dedicata ai ricordi del Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma, Zandel racconta come vivevano i nostri compatrioti esuli a Roma, a partire dal 1948. Zandel – tre mesi – arrivò a Roma assieme ai genitori e alla nonna paterna, in quello che sarebbe stato ribattezzato Villaggio Giuliano-Dalmata (ex case dormitorio per gli operai addetti alla costruzione dell'EUR). Il Villaggio – via Laurentina, 639 – consisteva in due file parallele di edifici; in ognuno di questi padiglioni, c'erano dei miniappartamenti. In altri padiglioni c'era la scuola elementare (piena di maestri giuliani), che restò agibile fino al 1955-56. I ragazzi quindi erano passati nella scuola intitolata a Giuseppe Tosi, educatore massacrato dai partigiani titini: si trovava dietro la chiesa. Quindi, nella nuova sede in via dei Corazzieri.
 
La chiesa era il fulcro della vita del Villaggio: “Raccoglieva gli umori della sua gente, i momenti belli, di allegria, durante i matrimoni, quando noi bambini aspettavamo la fine della cerimonia, impazienti del lancio dei confetti […] e poi c'era il periodo festoso, nell'esplosione dei colori della primavera, delle comunioni e delle cresime […] e i momenti tristi, dei funerali. Una ritualità voleva che, caricata la bara sul furgone, la gente la seguisse mesta, i famigliari in testa, per tutto il viale fino all'uscita del Villaggio” (p. 130).
 
Il Villaggio si estese nel 1955, quando ci furono i primi traslochi nelle case nuove, costruite alle spalle dei vecchi padiglioni. Nel 1957 vennero consegnate le quattro case popolari in via Smareglia. A fine anni Cinquanta i nostri fratelli erano circa 2mila. Primo e unico vero leader della comunità, ricorda Zandel, era e rimane Alfonso Maietta, ex monarchico, ex democristiano, presidente del Circolo Giuliano.
 
Zandel condivide i suoi ricordi; le gite di gruppo, la prima televisione, i bar e le osterie, le processioni e le feste, la grande unione popolare, il forte senso identitario. Andato, nel tempo, perduto; almeno a livello territoriale. Ma mi piace pensare che adesso viva con altra intensità e potenza, su un piano ideale, condiviso a distanza con tutti quelli che vengono dall'Istria, da Fiume, da Zara e dalla Dalmazia, e abitano dappertutto nel mondo, mai dimentichi delle loro origini e della loro identità culturale. La nostra identità è il nostro destino.
 
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Infine, qualche cenno sulla sezione seconda del libro, quella greca. Il primo pezzo è “La figlia del pope” [1986], romantica e triste storia d'amore; “La vendetta” [1985] è la trasfigurazione delle sofferenze della popolazione ellenica nel corso dei dolorosi anni della dittatura dei colonnelli, intelligentemente e onestamente politica; “Nascita in un villaggio greco” [1986], dolcissima rappresentazione di quel che accade in una cultura nostra gemella, nel momento incantato del parto; infine “L'estate è finita” [1988], altra riuscita parentesi sentimentale. Ma il libro, perdonatemi, per me è tutto nostro: istriano, fiumano, dalmata. Romano. Altro non riesco a vedere che tutto ciò che siamo.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Diego Zandel (Servigliano, 1948), giornalista e scrittore italiano, di sangue istriano, nato in un campo profughi da genitori fiumani.
 
Diego Zandel, “Verso Est”, Campanotto, Udine 2006.
 
Approfondimento in rete: WIKI it / Sito ufficiale di DZ
In Lankelot: articoli su Diego Zandel.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2010.
ISBN/EAN: 
9788845607677

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Diego Zandel, fiumano-romano,

Diego Zandel, fiumano-romano, innamorato della Grecia come di sua moglie, è una delle più belle voci della cultura giuliano-dalmata del secondo Novecento.

Ogni volta che leggo autori

Ogni volta che leggo autori Giuliano-Dalmati come Diego Zandel (ma anche Nelida Milani), mi sento coinvolto. Credo che dipenda dalla loro bravura e onestà, dalla loro fatica di "condivisione" di una terra appartenente a più popoli, dalla dolorosa elaborazione di un lutto tremendo, di una perdita, di un mancamento insanabile non risarcibile e penso che molti italiani non si rendano conto che questi trecentomila e più connazionali sono i più bastonati, le vittime sacrificali di una guerra folle che nessuno voleva, che nessuno ha impedito. Probabilmente dipende dal fatto che vivo nella Venezia Euganea, così prossima a quella Giulia. 


De Gasperi si è sobbarcato le umiliazioni di trattare col mondo dei vincitori. Per quanto riguarda il confine metropolitano di nordest, forse si poteva scegliere di cedere la Venezia Tridentina (o Trentino-Alto Adige). Si decise per l'Istria, sassosa e povera (ma anche felice di città costiere, veneziane alcune per più di mille anni (dopo la caduta dell'Impero d'occidente). Non vorrei rinfocolare polemiche, ma mi pare che i cittadini di queste gentili città fossero italiani al 95 per cento. Mentre le campagne dell'interno erano popolate in maggioranza da contadini sloveni e croati. Eppure le lapidi dei cimiteri, anche quelle dei secoli scorsi e dell'interno, sono in massima parte italiane.


Una cosa che non mi spiego quando visito quelle terre è perché interi paesetti collinari e dell'interno sembrano abbandonati e cadenti. Chi li ha abbadonati, e perché? Perché i serbi, i bosniaci, gli slavoni mandati da Tito non hanno occupato quelle terre?


Ricordo una conversazione con Fulvio Tomizza che venne a trovarci a Lubiana (i suoi vecchi amici arrivando urlavano cordialmente saluti, staccando fior di bestemmie in istroveneto). Si finì per parlare della sua casa avita in Materada vicino a Parenzo, che lui aveva trovato occupata da slavi e che non ebbe più. E di come ne costruì un'altra (naturalmente ne scrisse). Mi colpì molto la sua serenità, la sua disponibilità a parlare con equilibrio e distacco di una sofferenza che deve essere stata molto difficile da digerire.


Così penso dei bei racconti di Diego Zandel, di una generazione più giovane, che ci trasporta in quello stesso mondo così vicino e così disposto ad essere riconosciuto come paesaggio e come sua dolce modifica, come luogo mitico "sistemato" dall'opera degli abitanti, assolutamente affini a noi.


Il suo background mi appartiene, appartiene a tutti noi.


E' il mondo di uno scrittore acuto, colto, equilibrato, tenero ma di buona volontà, affascinante al punto giusto, ingiustamente trascurato dall'omologazione.


Gianfranco Franchi al solito lo ha riconosciuto subito.

[verso est] professor, grazie

[verso est] professor, grazie per questo tuo bellissimo commento.

[diego zandel: "I testimoni

[diego zandel: "I testimoni muti", fresco di stampa per MURSIA, recensito oggi sul PICCOLO] IL PICCOLO su "I TESTIMONI MUTI"


Pagina 28 - Cultura e spettacoli (e "strillo2 in prima pagina)

I "testimoni muti" dell'esodo sospesi tra due mondi
Diego Zandel racconta la sua giovinezza dai campi profughi ai primi ritorni a Fiume
 
di PIETRO SPIRITO
 
È una storia dell'esodo, certo, ma è soprattutto la storia di una crescita e di una personale presa di coscienza l'ultimo libro di Diego Zandel, "I testimoni muti" (Mursia, pagg. 213, euro 15,00), che ha come fuorviante sottotilo "Le foibe, l'esodo, i pregiudizi". Non si parla di foibe, nel libro di Zandel, e nemmeno di pregiudizi, intesi come narrazione di giudizi imposti a priori e subìti, veleno per tanta trattatistica memoriale. C'è invece l'esodo, tutto quanto, in questo "memoir" che ha il passo di un romanzo e i contenuti di un saggio storiografico, dove si racconta di un percorso, non privo di ostacoli e di dolore, verso il superamento delle contrapposizioni imposte dalla Storia a favore della più ricca a articolata complessità di chi affonda la proprie radici in una terra di frontiera.
 
Romanziere, poeta e saggista Diego Zandel è nato il 5 aprile del 1948 all'ospedale di Fermo, nelle Marche, il nosocomio più vicino al campo profughi di Servigliano dove vivevano i suoi genitori, e dove lui avrebbe vissuto per tre mesi prima di trasferirsi a un altro e più grande campo, il Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma. Italiano di nascita, dunque, ma figlio dell'esodo, essendo i genitori, entrambi ventunenni, fuggiti da Fiume all'indomani del Trattato di Parigi. E la sua, rievocata appunto ne "I testimoni muti", è la storia della seconda generazione dell'esodo, quella dei figli della diaspora, che hanno conosciuto i campi profughi ma sono nati e cresciuti in Italia, troppo presto per tagliare le radici con la terra d'origine, troppo tardi per sentirsi estranei nella nuova patria.
 
Il racconto di Zandel parte dall'arrivo della famiglia in Italia: sua madre, incinta, che spinta dalla disperazione va a Fermo a mendicare, ma poi non sopporta l'umiliazione e piuttosto patisce la fame. Lui, neonato in una culla ricavata da «una cassetta d'arance rivestita da una copertina». Il padre, che durante una protesta per la scarsità di cibo viene spintonato da un carabiniere e pagherà caro l'avergli dato del "vigliacco". La nonna, che alleverà il piccolo Zandel quando la madre dovrà stare due anni assente per curare la tubercolosi, parlandogli il dialetto della sua terra. E il campo profughi, il Villaggio, che è come un'isola «dove fuori dal suo perimetro esisteva un linguaggio diverso». È il mondo dei profughi sparsi per l'Italia, lontani dalle turbolenze del nuovo confine, ignorati se non addirittura osteggiati dai residenti delle regioni dove sono stati confinati, uniti dal sogno impossibile del ritorno, strumentalizzati dai politici, sospesi su un futu ro più incerto e sicuramente diverso da quello che accomuna il resto degli italiani: «Tutta la vita si svolgeva nei padiglioni, compresa la scuola, materna ed elementare, che si avvaleva di molti insegnanti essi stessi profughi». È una comunità costretta a vivere ripiegata su se stessa, che organizza circoli e luoghi di riunione dove guardare tutti insieme l'unica tv che, e siamo nel '56, annuncia la rivolta di Budapest alimentando la sempre più labile fiammella di un ritorno, se mai il comunismo dovesse cadere. Ma se anche il comunismo non cade, la nostalgia per la terra e gli affetti perduti vince su tutto. Cominciano così i primi, timorosi, momentanei ritorni.
 
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta Diego Zandel ragazzino trascorre le vacanze a Fiume, ad Albona, dove ci sono gli zii, la casa dei nonni, Villa Jolanda, «quattro stanze, un soggiorno, un cucinino e una terrazza che si affacciavano sul mare e che sarebbero diventate, per sempre, la 'mia' casa di Fiume, il luogo del mio ritorno». Così, in questo pendolarsimo stagionale - l'inverno a Roma, l'estate a Fiume - Zandel cresce con il piede in due mondi, con l'anima, i turbamenti le aspettative di qualsiasi adolescente e il crescente bisogno di capire, di orientarsi in quella sua «italianità spuria», con gli affetti divisi tra socialismo e neo-irredentismo, e la coscienza strattonata da due nazionalismi di segno opposto: «Fu un travaglio lungo raggiungere un'indipendenza e un equilibrio di giudizio, dopo un'intera adolescenza condizionata da una visione storica e culturale ispirata a un sentimento nazionalista di carattere irredentista, presente, se non addirittura pervasivo, in ogni aspetto della vita quotidiana».
 
Zandel racconta gli anni della sua giovinezza senza mai perdere di vista il contesto storico, aggiungendo storie a storie. La mitologia dei druzi, i partigiani, l'onnipresenza di Tito, figure come quella di Oscar Piskulic, seminatore di morte, o personaggi di tutt'altro tenore come Osvaldo Ramous, allora «il più importante scrittore della minoranza», costellano il racconto di Zandel che passando attraverso una maturazione culturale coltivata in queste terre (la "Trieste bohémien" degli anni '50-'60 per dirla con Claudio Martelli) arriva fino ai nostri giorni, in cui ancora i nazionalismi croato e sloveno compattati dalle recenti guerre balcaniche «continuano a minimizzare, quando non a negare, altre verità storiche: a cominciare dalla ragioni dell'esodo e dalle dimensioni del vuoto demografico che esso ha provocato nella regione, al punto da sconvolgere gli assetti etnici e culturali secolari».
 
Così, la vicenda di questo «testimone muto» diventa emblematica di quanti - e sono tanti - vorrebbero essere uniti sotto una stessa bandiera: «quella che, in una terra senza più confini, rappresenti i cuori e le vite di persone che si sono conosciute, stimate o persino amate, e che poi da altre bandiere sono state divise».
 
[Pietro Spirito]