Zandel Diego

Il fratello greco

Autore: 
Zandel Diego

“Alla fine, dalla valigia, aveva tirato fuori un libro. Era un vecchio romanzo, 'La maschera di Dimitrios' di Eric Ambler, un autore che a lui era sempre piaciuto. Il romanzo cominciava con una frase alla quale sarebbe tornato più avanti nel tempo, quando Soula, da sconosciuta con la quale aveva scambiato solo poche battute all'aeroporto di Atene, sarebbe diventata la sua donna, lì in Grecia. La frase è: 'Un francese di nome Chamfort disse una volta che il 'caso' si identifica con la provvidenza'” (Zandel, “Il fratello greco”, p. 39)

… e la provvidenza restituisce al protagonista dell'ultimo romanzo di Diego Zandel, “Il fratello greco”, senso, equilibrio e un gioioso segreto del passato: questo potrebbe essere il sentiero di lettura principe di un quaderno narrativo che va assemblando i due binari fondamentali della scrittura di DZ, vale a dire quello, ispirato e trascinante, d'argomento e d'ambientazione giuliano-dalmata e quello, più sottile, stratificato e complesso, d'argomento e d'ambientazione greca. La sensazione, leggendo il romanzo, è stata abbastanza chiara: quel passo lì, con il richiamo al cittadino francese di nome Chamfort e alle sue convinzioni sulla predestinazione, sembrava proprio nucleare, e questo a dispetto del suo posizionamento tutt'altro che rilevante, nell'economia del testo. È una mia suggestione. Una volta detta la abbandono, e propongo subito la seconda.
 
La disoccupazione ingiusta dei dirigenti di cinquant'anni o poco più è uno degli assi portanti del nuovo libro dello scrittore fiumano-romano Diego Zandel, classe 1948. “Il fratello greco” muove da questo presupposto: Errico (proprio così, doppia erre: paterno omaggio a Malatesta) è un ragazzone di 54 anni che da un anno ha lasciato il lavoro. Meglio: un anno prima, è stato costretto dalla sua azienda a lasciare il lavoro. E...
“Dopo le prime settimane di smarrimento, aveva provato a mandare il suo curriculum in giro, alle aziende in cui aveva delle conoscenze. Il silenzio dei suoi interlocutori prevaleva sulle risposte negative. Al massimo, come gesto di cortesia, riceveva una presa in considerazione per un indefinito futuro. A un certo momento, non aveva più voluto sottomettersi a quelle che ormai viveva come umiliazioni” (p. 17).
Man mano, Errico ha perso lucidità e serenità. Sta soffrendo troppo per la costrizione alla stasi: è troppo giovane per spegnersi, e viene da un passato pieno di responsabilità nel (misterioso e fumoso) mondo della pubblicità e della comunicazione per accettare il “non è” della pensione e dell'otium. È uno dei molti cinquantenni pieni di voglia di fare, “interamente dediti all'azienda per la quale avevano lavorato tanti anni e che, incentivi o meno, avrebbero voluto continuare a farlo” (p. 37), che si sono ritrovati costretti ad accettare un mondo diverso, più semplice e precocemente pantofolaro. È uno di quelli che “per tanti anni si era sentito diverso, superiore, a quella gente che non aspettava altro momento che quello di andare in pensione. Per fare poi cosa? Per vivere senza far nulla e, alla fine, morire di una malattia qualsiasi che era la proiezione di quella inedia? Era stato il destino di molti. Ed Errico non poteva sopportarlo per se stesso” (p. 50).
Errico però ha la fortuna d'avere al suo fianco una moglie che capisce. Capisce la sua crisi di mezza età e di pensione acerba. E allora riesce a spingerlo a partire, partire proprio per quell'isola, Kos, dove suo padre Achille aveva combattuto in guerra. E riesce a convincerlo pensando che il viaggio potrebbe guarirlo dal torpore. Nel corso dell'esperienza a Kos, Errico si riallinea e si ritrova: complice un'altra donna e una clamorosa scoperta sul suo passato. E tutto a un tratto scompaiono i riferimenti alla sua angoscia di pensionato/disoccupato ante litteram. E ci si ritrova in un terzo romanzo. E allora provo a raccontarvi anche questo.
 
L'esperienza dei soldati italiani impegnati in Grecia negli anni Quaranta, quando Kos faceva parte dei Possedimenti Italiani del Dodecanneso, Rodi capoluogo, è uno degli assi portanti del romanzo “Il fratello greco” di Diego Zandel. Ci ritroviamo (dimenticate Ugo Pirro e “Le soldatesse”, per un attimo: focalizzate più una situazione da Cefalonia) a leggere le vicende di quelle truppe che, post otto settembre, in Grecia caddero vittima del fuoco degli ex alleati tedeschi, costrette alla fucilazione o alla deportazione o alla fuga via mare, magari con la complicità dei cittadini greci. Errico ritrova un diario del padre, e può leggere di quando i crucchi rastrellavano le campagne in cerca di nostri connazionali, perché in parecchi s'erano dati alla macchia. E può immaginare con più facilità quanto sia stato preferibile ritrovarsi prigionieri, magari in un campo inglese di Alessandria d'Egitto, piuttosto che mezzi banditi armati contro gli ex alleti.
Il padre di Errico, però, non è soltanto un soldato italiano capace di salvare la ghirba. È anche uno che sa scegliere una bella donna da amare e sa rischiare pur di averla, nell'isola. E suo figlio, per uno strano destino, si ritrova a vivere in affitto, tanti anni dopo, proprio nello stesso villaggio in cui si era nascosto lui. Predestinazione. E in quel contesto scopre che suo padre ha dato alla Grecia molto più di quanto poteva immaginare. Molta più vita.
 
Ma nemmeno questo basta a essere fedeli allo spirito del libro. Perché c'è una quarta strada per raccontarlo. È labirintico, e non mosaicale, “Il fratello greco”. Si sarà inteso. E questo a dispetto della sua apparente linearità.
Il padre soldato nell'isola di Kos si ritrova, alla fine della guerra, nel campo di Servigliano. Là dove affluivano i profughi, nostri fratelli, “provenienti dai territori della Venezia-Giulia, dell'Istria, di Fiume, della Dalmazia, passati alla Jugoslavia. Venivano raccolti nel campo di concentramento costruito, durante la Prima Guerra Mondiale, per i prigionieri austraci” (p. 31). E in quel campo il padre Achille incontra Melita, da Fiume. E a sentirla parlare di foibe e di esuli maledice ancor più la guerra, e s'innamora ancor di più di lei. È una degli italiani profughi per forza, “se ne sono andati proprio perché cacciati dagli jugoslavi” (p.46): una che si lamenterà tutta la vita che la sua storia, e la storia della sua gente, “l'unica ad aver pagato per una guerra persa da tutti gli italiani, era così poco conosciuta”. E mistificata, tanto che certi comunisti (tutti) e certi democristiani (sciattoni) avevano voluto lasciar intendere che eravamo jugoslavi, chissà perché, o regnicoli italioti emigrati per colonizzare le terre slovene e croate. Ma quando mai. Noi là c'eravamo sempre stati.
E così Achille e Melita danno vita ad Errico nel campo profughi di Servigliano, nelle Marche. E poi partono per Roma.
“Qui, sulla via Laurentina, oltre la periferia della Capitale, in pieno agro pontino, c'era un insediamento di profughi che aveva preso il nome di Villaggio Giuliano-Dalmata. Avevano occupato le baracche in muratura che fino a poco tempo prima erano state i dormitori degli operai che costruivano i palazzi dell'E42, l'Esposizione Universale Romana. I suoi genitori e i nonni ci erano arrivati nel luglio del 1948. Errico aveva tre mesi” (p. 32). E crescendo da quelle parti, avrebbe imparato tanto della tragedia del suo popolo e tanto del vecchio mestiere del padre, quello della comunicazione. Ex tipografo diventato giornalaio, Achille accompagna Errico nel mondo della scrittura. E da questa scrittura nasce buona memoria generazionale. Buona e fin troppo ricca.
 
No, neanche questo basta. Neanche il quarto sentiero di lettura. Come raccontiamo allora “Il fratello greco”? Come una sintesi di questi quattro microcosmi, di buona letterarietà e di grande sentimento, scritta da uno dei nostri autori più facili ad abbracciare e coniugare culture e lingue diverse: non a caso, si tratta d'un artista figlio della frontiera grande e cosmopolita che fu Fiume. Zandel è figlio di Fiume per sangue, e per cultura. Ed è perfettamente italiano, nella sua orgogliosa capacità di sintetizzarne tante, di culture – e con così tanta naturalezza.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Diego Zandel (Servigliano, 1948), giornalista e scrittore italiano, di sangue istriano, nato in un campo profughi da genitori fiumani.
 
Diego Zandel, “Il fratello greco”, Hacca, Matelica 2010. Bandella di Pietro Cheli. Copertina di Maurizio Ceccato.
 
Approfondimento in rete: WIKI it / Rassegna Stampa IT / Sito ufficiale di DZ
In Lankelot: articoli su Diego ZANDEL.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2010.
ISBN/EAN: 
9788889920534

Commenti

[il fratello greco] ecco

[il fratello greco] ecco l'ultimo zandel. buona lettura!

[zandel] per approfondire,

[zandel] per approfondire, articoli su Diego ZANDEL. Per la collana di narrativa HACCAhttp://www.lankelot.eu/Hacca

[zandel, radio capodistria]

[zandel, radio capodistria] domenica 12 dicembre ore 14!

Amices! Come ogni 2a e 4a domenica del mese, all’interno dell’AGENDA IN ORBITA su RADIO CAPODISTRIA, ON AIR DALLE H 14 ALLE 14.30 ( www.radiocapodistria.net/ ) sarò ospite di Ricky Russo, living legend, ex calciatore del Chiarbola, speaker e spirito rock triestino, per parlare di libri. Questa volta, ho scelto IDLING e ZANDEL

BUON ASCOLTO! A DOMENICA!
E per recuperare la registrazione... http://official.fm/users/inorbita

[zandel, fratello greco]

[zandel, fratello greco] MONDO GRECO su "IL FRATELLO GRECO"


Il fratello Greco": l'amore e la guerra nell'ultimo romanzo di Diego Zandel

di RUDY CAPARRINI
 
Quali sono i punti di continuità tra Il fratello greco, e tuoi ultimi lavori (Il figlio perduto, I confini dell'odio e L'uomo di Kos)? In cosa, invece, se ne distacca?
 
L'amore per due luoghi, l'Istria, terra dei miei genitori e nonni, molto legata alla mia infanzia e adolescenza, e l'isola di Kos, in Grecia, terra della famiglia materna di mia moglie e che frequento con continuità ormai da più di 40 anni. Le storie poi sono ispirate dai luoghi stessi, luoghi di frontiera per antonomasia: sia l'Istria che Kos nell'ultimo secolo hanno conosciuto diverse dominazioni. La prima quella austroungarica, poi quella italiana, poi jugoslava, infine croata e slovena, la seconda quella ottomana, poi quella italiana, quindi tedesca, inglese e, infine, dopo quasi 500 anni di nuovo greca.
 
 
Che rapporto hai con i luoghi in cui il romanzo è ambientato?
 
La frontiera è sempre ispiratrice di storie che hanno a che fare con l'identità, l'avventura, la storia. Tanto più quanto il legame nasce da motivi di sangue, sentimentali, nutriti dall'incontro della tua storia personale con quella generale, di tutti.
 
 
Per il tuo personaggio, Errico, l'imprevisto gioca un ruolo fondamentale: è in seguito all'improvviso prepensionamento e alla scoperta di un segreto rimasto nascosto per decenni che rimette in discussione la sua vita. Che ruolo ha avuto il caso nella tua vita?
 
Il caso ha voluto che nascessi in un campo profughi fiumani, figlio di gente in fuga dalla sua terra occupata da gente straniera, e che crescessi in mezzo a una comunità di esuli, isolata nella campagna romana, e il caso ha voluto che nella prima palazzina sorta al di là della strada del campo abitasse la ragazza, di madre greca, che avrei sposato. E' nata una sorta di incrocio balcanico che ha dato i suoi frutti letterari, oltre a quelli genetici, con tre figli legati da stretta parentela a italiani, greci e croati.
 
 
È vero che sei stato a un passo dal far parte dei servizi segreti di alcuni paesi dell'est?
 
E' vero che sono stato avvicinato in occasioni diverse da due diversi paesi dell'est per essere reclutato come informatore, ma credo si tratti di una circostanza non così rara tra chi lavora, come è stato per me in tanti anni, nel mondo della comunicazione. Ne hanno ricavato un buco nell'acqua, perché amo vivere alla luce del sole, mentre i, diciamo, reclutatori pensavano di mettere a frutto quella che io, ingenuamente, interpretavo come personale amicizia. Quell'esperienza, comunque, mi ha ispirato un racconto "Il console romeno", apparso nell'antologia "Omissis", curata da Daniele Brolli e pubblicata da Stile libero Einaudi.
 
 
Il tuo libro tocca tanti temi. Si parla di Seconda guerra mondiale, di famiglia, di ricerca interiore e riscoperta dei sentimenti. Se dovessi però descriverlo con una sola parola, potresti dire che Il fratello greco è soprattutto una storia incentrata su?
 
L'amore e la guerra.
 
 
Il romanzo d'avventura non è un genere molto in voga tra i narratori attuali: di avventura se ne respira tanta invece nei tuoi lavori e, nello specifico, ne Il fratello greco. Hai a questo proposito dei riferimenti letterari ben precisi?
 
Dopo le fiabe, il primo romanzo vero che ho letto da ragazzo e che mi ha incantato è stato "Capitani coraggiosi" di Kipling. Avevo poi solo 14 anni quando mi sono imbattuto in un altro straordinario romanzo d'avventura "Per chi suona la campana" di Hemingway. C'è una storia legata a questo libro e alla specifica copia che ancora conservo nella mia libreria: apparteneva a un mio cugino triestino, figlio unico di una mia zia particolarmente invadente nella sua vita, tanto che il figlio, appena diplomato, scomparve da casa senza più dare tracce di se per 12 lunghissimi anni. Nel corso di essi mia zia, presso la quale, ragazzo, mi trovavo a soggiornare tutte le estati, attese il suo ritorno non toccando nulla della cameretta di lui, compresa la libreria. Io in quella libreria, ancora quattordicenne, pescai il romanzo di Hemingway. Mi piacque immensamente, tanto che la zia se ne accorse e, con una generosità superiore alla disperazione per quel figlio scomparso - di cui attendeva giorno dopo giorno il ritorno, sempre che fosse vivo - me lo regalò. E' stato uno dei doni che, date le circostanze, più ho apprezzato nella vita. L'amore per i romanzi di avventura cominciò così, ma noto - ed è questa l'avventura che più mi piace - che sia il romanzo di Kipling che quello di Hemingway, sono romanzi in cui l'avventura non è fine a se stessa, ma segna il percorso esistenziale e la relativa trasformazione del protagonista che lo attraversa.
 

[zandel, fratello greco]

[zandel, fratello greco] nuove date per il TOUR DI PRESENTAZIONI!


I TESTIMONI MUTI  (MURSIA, 2011)
IL FRATELLO GRECO (HACCA , 2010)
 
Mercoledì 9 febbraio, alle ore 18,30, presso la Libreria Rinascita di via Prospero Alpino, Roma, presentazione de Il fratello greco  con Mario Lunetta e Luciano Alberghini Maltoni
 
Venerdi  11 febbraio, alle ore 9,30, a Cento (Ferrara) presentazione de I testimoni muti in un incontro con gli alunni delle scuole superiori della città, in collaborazione con il Comune di Cento.
 
Martedì 15 febbraio, alle ore 21.00, presso la Casa della Conoscenza - Piazza delle Culture di Casalecchio sul Reno (Bologna), presentazione de I testimoni muti , in una conversazione con il Presidente di ISREBO Andrea Marchi.
 
Mercoledì 16 febbraio, alle ore 18, presso la Libreria Rinascita di Monfalcone, presentazione de Il fratello greco e de I testimoni muti, con Tiziano Pizzamiglio, in collaborazione con il Circolo Istria.
 
Giovedì 17 febbraio, alle ore 18,30, presso la Libreria Minerva di Trieste, via San Nicolò, presentazione de Il fratello greco con Elvio Guagnini e Roberto De Denaro
 
Venerdi  18 febbraio, alle ore 18,30, presso la Libreria UBIK di Gorizia, presentazione de Il fratello greco e I testimoni muti con Antonia Blasina e Fabio Scropetta, in collaborazione con la Società Dante Alighieri e il Circolo Istria. Letture dell'attore Tullio Svettini
 
Giovedì  10 marzo, alle ore 21, presso la sala della Biblioteca Comunale di Bareggio (Milano), in collaborazione con l'ANPI di Bareggio e Sedriano, presentazione de  I testimoni muti  con Antonio Oldani
 
Venerdi  11 marzo, a Padova, (ora e luogo da stabilirsi) presentazione de Il fratello greco  con Tiziana Cavasino e Neira Mercep in collaborazione con l'Associazione culturale NUBE

[zandel, fratello greco]

[zandel, fratello greco] L'autore annuncia: "Un nuovo appuntamento con il mio romanzo "Il fratello greco" pubblicato da Hacca: vi aspetto domani, venerdì 1 Aprile, alle ore 21, a Castelplanio, in provincia di Ancona, presso la Vineria. Al termine buffet per i partecipanti offerto dalla Pro Loco."

[zandel, fratello greco]

[zandel, fratello greco] presentato a Bari!

L'INTERVENTO DI NELLY POLIZIO CHE CON UGO SBISA' HA PRESENTATO IL LIBRO
 
Seguivo da tempo le sempre interessanti recensioni di Diego Zandel, che mi incuriosivano anche per gli argomenti e le ambientazioni in Medio Oriente. Quando poi seppi che la moglie Anna era originaria dell'isola di Kos, nel Dedecaneso, a me particolarmente cara, ne fui piacevolmente sorpresa. Fu così che decidemmo di incontrarci proprio a Kos, ed ebbi modo di conoscere quel personaggio straordinario qual è Diego.
 
Asfendiù, il piccolo centro nel quale i coniugi Zandel hanno casa, è un villaggio incastonato fra le montagne dell'isola, e precisamente ai piedi del monte Dikeo, (alto circa 850 m.) lungo il versante settentrionale, con una incantevole vista sul mare. L'abitato è diviso in due parti: Evangelistria (chiamata anche Pera Ghitonia) e Assomatos; nelle vicinanze sorgono altri centri abitati: Zia (molto frequentata per il suo belvedere dal quale si ammira il tramonto del sole), Aghios Dimitrios, Zipari, Tigaki, Linopotis e Laguodi.
 
Le case erano state costruite in pietra, fra le colline, e dotate dei caratteristici "tavlados". Il bosco con notevoli pendii era formato da cipressi, olivi selvatici e profumatissimi alberi di pere.
 
Fin dai tempi antichi, gli abitanti di Asfendiù - tutti dotati di intelligenza ed ingegno particolari - provvidero a spianare molte zone del terreno montuoso, sradicando alberi selvatici, innestandone altri e soprattutto impiantando vigneti dai quali ottennero col tempo prodotti enologici di grande qualità.
 
Fiore all'occhiello della produzione enologica dell'isola è appunto il vino di Asfendiù. Le uve sia nere sia bianche all'inizio del '900 venivano anche esportate in Egitto ed ottennero - in notevole anticipo sui tempi - anche un "riconoscimento di origine". I vigneti venivano circondati da muretti spruzzati di calce per allontanare le lepri che infestavano le campagne. Si racconta anche di un rito propiziatorio: il proprietario del terreno veniva trascinato dagli amici lungo il vigneto, perché il raccolto fosse buono.
 
Ma gli abitanti del luogo non si limitarono a questo, molti divennero abili artigiani, e si specializzarono nella costruzione dei camini. In più avviarono lo sfruttamento - sia pure in maniera un po' rudimentale - di una miniera di carbone, che poi durante la presenza italiana nell'isola fu affidata a tecnici del settore, costituendo una notevole fonte di lavoro.
 
Nei primi dell'800, alcuni cacciatori che giungevano a Kos dalle isole vicine, colpiti dalla bellezza selvaggia del paesaggio decisero di stabilirvisi per avvantaggiarsi della fertilità dei terreni, favorita dall'abbondanza di fonti idriche naturali. Attualmente Asfendiu conta circa un centinaio di residenti permanenti, siamo ben lontani dai tempi di maggiore fioritura del centro che ebbe il suo maggiore sviluppo dal 1850 al 1940.
 
Si stabilirono ad Asfendiu anche gruppi di gente giunti dall'Anatolia ed in particolare dall'isola di Kaso che all'epoca era stata occupata dai turchi ed aveva dovuto sopportare, fra l'altro, un lungo periodo di siccità (altri profughi da Kaso si stabilirono a Creta, che dista da Kaso 22 miglia). Ad Asfendiu dove si fermarono i profughi di Kaso si determinò così un incontro fra due culture che finì con aprire ulteriori positive prospettive per la zona. I nuovi arrivati infatti impiantarono coltivazioni di tabacco e realizzarono allevamenti dei bachi da seta. Filavano anche la seta che costituì da allora la materia prima dei corredi delle spose. Gli uomini continuavano a vestire i costumi tradizionali dei territori d'origine, fra l'altro i cosiddetti  "vrakadhes".
 
Furono costruite cinque chiese nei dintorni, e movimentarono la vita della zona organizzando incontri detti "panegiria", caratterizzati da banchetti e esibizioni di danze folkloristiche (erano fra l'altro abili suonatori di lira e violino, nonché sinceri poeti e abili danzatori), i pastori da parte loro, mentre erano in montagna con le greggi suonavano il "pinavli", un flauto di legno intagliato, dal suono dolcissimo e che portavano con sé infilato negli stivali).
Racconta  Pandelli Svoureno, in un  suo libro, che giunsero da Kaso due caicchi a bordo dei quali erano intere famiglie con il loro bestiame. L'autore gli abitanti di Asfendiu "levendes" e  "meraklidhes" cioè gagliardi e generosi.  La ragione delle cinque chiese distanti fra loro era determinata dal desiderio di far ammirare i costumi delle donne che compivano un lungo tragitto a piedi per recarvisi!  Fra le chiese, tuttora meta di turisti, particolarmente interessante sono que lle di Assomati Taxiarhes (undicesimo secolo), quella dell'Assunzione della Madonna; di grande interesse anche le basiliche di San Giovanni e Kapama e le  rovine della basilica paleocristiana di Aghios Pavlos.
 
Le famiglie all'epoca avevano una prole numerosa, non meno di otto o dieci figli. Per i maschi l'impegno dei genitori era che almeno il più grande potesse abbracciare un lavoro meno legato alla terra, una professione cioè e preferibilmente quella di medico o di avvocato, o tutt'al più prete (papas).
 
In questo contesto naturale ed umano, storicamente definito, e che nella seconda guerra mondiale fu teatro di duri scontri fra italiani e tedeschi, molti dei nostri soldati trovarono rifugio aiutati con generosità dagli abitanti del villaggio. Sono queste la zona e la gente che costituiscono il "teatro" della vicenda del protagonista del romanzo di Zandel.
 
Oggi il villaggio non è più abitato come un tempo. Nei pressi sono sorti due importanti stabilimenti vinicoli e fra la fitta vegetazione arborea delle colline circostanti sono sorte numerose splendide ville.  La miniera di carbone non è più attiva, ma il nome è ancora quello datole dagli italiani.
 
Non mancano comunque iniziative per promuovere i prodotti locali. Un'originale forma di propaganda per la produzione di arance è stata attuata inserendo i frutti fra i raggi delle biciclette di un gruppo di persone che ha poi percorso le strade dei centri vicini! L'amministrazione comunale nel periodo estivo, quando più consistente è la presenza di turisti provenienti da ogni parte del mondo, organizza periodicamente manifestazioni culturali, spettacoli musicali e di danza folkloristica, invitando anche complessi stranieri (va ricordato un buon rapporto stabilito proprio con la Puglia: c'è stato uno "scambio" di esibizioni di complessi bandistici). E ovviamente non poteva  mancare anche l'aspetto enogastronomico: in collaborazione con i produttori vinicoli vengono anche allestiti deliziosi banchetti durante i quali ottimo vino accompagna souvlakia e formaggio krassato.

[dz, fratello greco]