“Personalmente, trovo che le cose nuove siano noiose. Non hanno storia, non vibrano. Mi sento più a mio agio con le cianfrusaglie, la roba di seconda mano. La parola stessa è rivelatrice: altre mani hanno toccato quell’oggetto. Pensate a tutte le cose che tocchiamo ogni giorno, ai milioni di piccoli legami che tengono insieme le nostre vite; pensate alle tazze, ai fermacravatta, alle sveglie, agli occhiali da sole, alle catene portachiavi, ai posacenere imbottiti. E se davvero tutte quelle cose assorbissero una minuscola scintilla in voi, come se il grasso sulle vostre dita contenesse l’essenza della vostra anima?"(p.9).
Eh si. Bella questione ci pone Richard, il protagonista e voce narrante di Second Hand, opera prima – e rimasta tale, a quanto sembra – di un narratore americano dal cognome enigmatico: Zadoorian. Che sia un anagramma? A conti fatti, salvo morbose curiosità in merito, non è questione cosi rilevante. Rilevante è invece il tema portante di questo inusuale e a tratti decisamente incantevole romanzo, la dimensione metafisica degli oggetti. O meglio, l’esperienza metafisica dell’uomo nel suo rapporto con gli oggetti. Non c’è da spaventarsi, Second Hand non è un trattato di filosofia, al contrario non pare esserci nessun messaggio tra le righe che voglia filtrare una morale assoluta, ma solo amore, tanto amore per la vita e l’esperienza animica e corporea che l’uomo compie nel suo viaggio terreno. Proprio attraverso l’uso degli oggetti: le tracce del nostro passato e del presente, proiettate nel futuro. Detto ciò, demistifichiamo un pochino, ad uso di chi preferisce – legittimamente – andare al sodo, ciò che ho appena scritto, perché Second Hand offre una gamma differenziata di stati d’animo, d’emozioni, ma lo fa sempre con sorprendente leggerezza e catturante semplicità. Questa è la sua principale forza espressiva.
Richard è uno junker trentenne, un esperto “cacciatore” di cianfrusaglie che ha un negozio – il Satori Junk - che vende oggetti usati nei sobborghi di Detroit. Le sue giornate scorrono pressoché identiche: la mattina, nemmeno troppo presto, va a caccia di cianfrusaglie nelle svendite all’asta all’interno di case o garage, poi apre il negozio e lo chiude all’ora del thé, o giù di li. Vive solo, non ha mai avuto grandi relazioni né dimestichezza con le donne, ha una sorella sposata, “borghese” e dunque lontanissima dalle sue passioni di seconda mano, una madre malata terminale. La sua smisurata passione per gli oggetti usati, per la vita da junker, gli riempie comunque la giornata, ma è una sorta di gabbia protettiva che non gli consente di aprirsi veramente all’alterità, soprattutto con le donne, che in qualche modo lo esonera dal mettersi finalmente in gioco vincendo le sue ataviche insicurezze. L’elemento destabilizzante è come sempre in agguato, una ragazza che già aveva notato nel suo negozio e che alla sua terza apparizione lo coglie in preda alle lacrime. La mamma di Richard è morta, lasciando in eredità la casa di famiglia con tutti i suoi oggetti. Oggetti noti ed altri che non lo sono affatto, scoprirà con sorpresa lo junker rovistando nella cantina: aveva un babbo dalle passioni artistiche, un fotografo niente male, viste le numerose foto ritrovate da Richard. Tra le quali i sorprendenti nudi artistici di una madre conosciuta invece come più che castigata. Ma torniamo all’elemento destabilizzante, Theresa, che si insinua prepotentemente nella vita di Richard ma che è prigioniera dei suoi demoni e dei suoi sensi di colpa: animali morti e lamenti strazianti popolano i suoi incubi notturni. Theresa lavora in un rifugio che raccoglie animali abbandonati, ma solo una di minima parte di essi vengono adottati, costringendo ogni giorno la ragazza a sopprimere con un’iniezione gli “ospiti” in esubero. È un lavoro straziante – Theresa ama smisuratamente gli animali: vive con 10 gatti in casa, 10 gatti salvati dall’iniezione letale -, che le toglie energie vitali e che la manda sull’orlo della depressione. Richard se ne innamora all’istante – è bellissima, ai suoi occhi – e dopo l’impacciatissima prima serata a casa di lei, una volta "conosciuto" il suo intimo cerca di far breccia anche nell'anima, trovando un muro inespugnabile. Di qui una pesante rottura, Theresa lo allontana e lui ci sta malissimo. Non ha mai amato cosi, non ha mai abbassato le difese fino a questo punto. È distrutto ma si rialza, riceve una cospicua eredità dalla vendita della casa di famiglia, ristruttura il negozio e si rimette a caccia di cianfrusaglie. Ma il destino vuole che Theresa torni ancora, stavolta tragicamente, sulla sua via. C’è solo una cosa da fare per amarla davvero, esorcizzare i suoi demoni: in una cornice dall’apparenza lugubre, dove al contrario la vita pulsa come in nessun altro luogo, gli spiriti degli animali morti troveranno la loro pace, Theresa sconfiggerà i suoi demoni e potrà amare Richard. Il momento è idilliaco, ma come tutti i momenti, non è detto che sia sempre: “Quello che so, tutto ciò che so, è che questo è uno dei miei momenti, e che le nostre vite sono scandite da momenti come questo, qualche secondo qua e là, istantanee che solo noi vediamo e ricordiamo, nel modo in cui solo noi le possiamo ricordare (…). È ciò che portiamo con noi fino alla morte, sono i veri oggetti della nostra vita, i nostri resti, le nostre cianfrusaglie”(p.318).
In poche e semplici parole il senso profondo dell’opera, passando dal fisico al metafisico, è chiaro e limpido: gli “oggetti” più preziosi che portiamo con noi lungo il tragitto terreno sono i ricordi, le istantanee impresse nella memoria, quelle che solo noi – perché la percezione degli eventi è solo singolare e non esistono verità assolute, in questo senso - vediamo e ricordiamo, nel modo in cui solo noi le possiamo ricordare. E Zadoorian, dissimulando in modo adorabile grazie a una scrittura fresca, diretta e piena di humour intelligente, che ricorda da vicino quella dell’inglese Nick Hornby, mimetizza la malinconia e l’impianto agrodolce di un’opera che corre sempre sul filo della nostalgia e sull’elegia del passato e del ricordo. Ciò lo si intuisce soprattutto dai particolari, perché nulla nella struttura dell’opera è lasciato al caso, come ad esempio le continue ma non grossolane stilettate alla società globalizzata, stigmatizzata anche nelle sue forme di linguaggio. Richard è uno junker, è per ciò stesso uno che vive “fuori dal mondo”, un non integrato che alla fine quasi si integra (anch’egli accetta, come conseguenza del suo essersi messo in gioco, i riti borghesi del mondo globale), pur mantenendo quel qualcosa – l’essere junker, appunto: una filosofia di vita – che gli permette di fuggire nel suo “mondo a parte”, di non omologarsi totalmente.
Zadoorian descrive mirabilmente, nelle prime ottanta-novanta pagine, la vita misantropica dello junker, innamorato degli oggetti quasi più delle persone. Il prosieguo dell’opera, pur non volendo generalizzare prendendo come esempio le vicende del protagonista, ci dice invece che questa misantropia è pura apparenza: l’importanza degli oggetti, in effetti, è tale per il contatto, per i risvolti sulla natura umana. Non solo con l’uomo, a ben guardare, ma con tutti gli esseri viventi. Ecco perché Second Hand, come recita il sottotitolo italiano, è una storia d’amore declinata al plurale. L’intenso ed agrodolce finale, ma anche le vive pagine di denuncia del comportamento degli uomini nei confronti degli animali domestici, filtrate attraverso la dolorosa esperienza di Theresa, stanno a dimostrarci come Zadoorian trasferisca l’esperienza viva del ricordo, del rimpianto e della rigenerazione su un piano più ampio dell’alterità tra esseri umani. Ed è certamente un plusvalore, quest’ultimo, dal mio personale punto di vista, nel constatare la complessità di un’opera che tocca le corde del sentimento e dell’emozione con garbo e punte di sincero divertimento ma con la necessaria durezza laddove è giusto che la fantasia non contamini troppo ciò che la realtà ci restituisce impietosamente. Le parole con cui Theresa si congeda dai fantasmi degli animali che è stata costretta ad uccidere sono di viva intensità. Lasciano forti vibrazioni nell’emozione del lettore, proprio nei pressi dell’epilogo: “ ‘Sono venuti, sai?’ ‘Chi?’ cerco di voltarmi per guardarla in faccia, ma mi stringe e non ci riesco. ‘Gli animali’ mi sussurra. ‘Tutti gli animali che ho ucciso. Mi sono passati davanti e mi hanno guardata. È stato come se io fossi morta e loro fossero venuti a vedere il mio corpo. Non li riconoscevo neanche. Ho sempre pensato che non li avrei dimenticati, e invece l’ho fatto. No, non è vero. Riconoscevo i loro occhi. Quell’ultimo lampo di vita prima che il pentobarbital faccia effetto, prima che si svuotino’. Theresa mi stringe da dietro, le mani incrociate sul mio petto, dove credo si trovi il mio cuore” (p.310).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Michael Zadoorian (Detroit, Michigan, 19**), scrittore americano.
Michael Zadoorian, “Second Hand”, Marcos Y Marcos, Milano 2008.
Traduzione di Michele Foschini. Copertina di Lorenzo Lanzi.
Collana Gli Alianti, 158.
Prima edizione: “Second Hand”, NY, 2000.
Approfondimento in rete: Sito ufficiale Zadoorian / Recensione in Mostly Fiction
www.lankelot.eu/index.php/2008/06/20/zadoorian-michael-second-hand/ a cura di GF
Léon, luglio 2008.
Commenti
Adorabile, si, come ha scritto anche Franco. Davvero un bel libro.
Ovviamente linkami il tuo pezzo a margine, che io faccio caciara;)
done;)
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"E Zadoorian, dissimulando in modo adorabile grazie a una scrittura fresca, diretta e piena di humour intelligente, che ricorda da vicino quella dell?inglese Nick Hornby, mimetizza la malinconia e l?impianto agrodolce di un?opera che corre sempre sul filo della nostalgia e sull?elegia del passato e del ricordo."
> Bellissimo passo.
Grazie Franco. Siamo una bella squadra, si;)
Eh si. Bella questione ci pone Richard, il protagonista e voce narrante di Second Hand, opera prima ? e rimasta tale, a quanto sembra ?
in Usa è uscito il secondo libro. Complete and un-abridged
http://www.michaelzadoorian.com/
Speriamo venga presto tradotto. Il primo è stato davvero un'esperienza gratificante e promettente.