Il ministero della cultura ceca non ha ritenuto di partecipare alla pubblicazione italiana del libro di Jan Zabrana. Stravaganza curiosa. Si tratta di un estratto – un decimo dell'edizione originale: 1100 pagine – del diario di un cittadino, scrittore, traduttore e operaio, testimone della condotta del vigliacco regime comunista allora padrone di Praga: i frammenti riguardano “il periodo della normalizzazione politica imposta nel 1969, dopo l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia”, spiega Ourednik, curatore dell'opera.
Com'è “Tutta una vita”? È un libro della madonna, per quanto nato – si vede, si sente, si capisce – non per essere pubblicato ma per costituire, come nota la Spilar nella postfazione, una sorta di terapia per la frustrazione e per la sofferenza di un intellettuale ceco che malediva ogni giorno l'arroganza, la violenza, l'omicidio dell'innocenza commesso da mano comunista.
È un libro che idealmente non deve finire sulla mia scrivania, perché io sono tra quanti non hanno nessun bisogno di avere nuove ragioni di dissenso e di malanimo nei confronti del comunismo, dei comunisti, delle loro menzogne e delle loro violenze. Questo libro deve entrare nelle case di quelli che, in questi giorni, ancora adesso, difendono Lenin preferendolo a Stalin; questo libro deve planare sulle scrivanie dei deputati dei tanti partiti, partitelli e movimenti comunisti italiani contemporanei. Questo libro va consegnato casa per casa, elenco degli attivisti e degli iscritti all'ex PCI alla mano, per scuotere le coscienze di quei cittadini italiani che si sono armati di falce e martello per seppellire verità, giustizia, uguaglianza, democrazia, rispetto, umanità. Io voglio che questo libro educhi al comunismo e a cosa abbia significato la sua applicazione tutti quei cristiani che almeno una volta in vita loro hanno ammesso: “E' un'idea bellissima”, oppure hanno sbottato “Meglio comunismo che nazismo”. Poveri angeli, che non avete vissuto coi comunisti dentro casa o coi comunisti che spostavano intere etnie o massacravano per censo. Poveri angeli, che avete pensato davvero che chi fucilava i suoi compatrioti nel nome di Mosca fosse libertario, fosse democratico, fosse una speranza. Poveri angeli, che siete caduti nell'equivoco messianico e millenarista di un avvenire impossibile da fondare versando il sangue di chi non era d'accordo con voi. A voi e a voi per primi, che stringete il pugno chiuso, questo libro va consegnato.
“Diagnosi”, scrive Zabrana, non “Diario” (p. 118): questi frammenti costituiscono la diagnosi di malattia – la malattia è il comunismo – di un cittadino socialdemocratico, figlio di genitori condannati per le loro idee politiche rispettivamente a 18 e 10 anni di galera, amico di intellettuali “suicidati”, ex amico di intellettuali venduti: mercenari per l'ideologia rossa e assassina. Zabrana sfoga dolore e disperazione per quanto accaduto negli anni Cinquanta: ribadisce che senza libertà di parola e di espressione la Nazione è morta. E picchia duro, e dice la verità:
“Anche loro hanno imparato qualcosa. Nel loro interesse, ovviamente. Nel 1950 impiccavano la gente, ed è una cosa che non si può dimenticare, che si porteranno sempre dietro, che chiunque avrebbe potuto sbattergli in faccia, nel 1968 – qualcosa che non potevano liquidare con un gesto stizzito rispedendolo al reparto degli errori trascurabili, insignificanti, ridicoli. Oggi liquidano la gente amministrativamente – precipitandoti in un bisogno materiale cronico o licenziandoti dal lavoro ogni volta che ne trovi uno. Così basta qualche anno per consumare un uomo, schiacciarlo, abbatterlo definitivamente. Eppure, non gli è successo niente” (pp. 14-15).
E intanto i comunisti censuravano, censuravano, costringevano alla dissimulazione, al camuffamento dei propri ideali e dei propri principi, alla reinvenzione quotidiana di una verità accettabile per sopravvivere in mezzo al loro disastro. “E quando hanno capito che la loro bestialità e i loro crimini insabbiati dalla censura potevano venir fuori, hanno chiamato i carri armati. Ma cosa vi aspettavate, davvero, da questa gente? L'errore consisteva proprio nell'aspettarsi qualcos'altro. Sono proprio quei vecchi assassini, figli di assassini, i loro eredi zelanti. Il socialismo dal volto umano mi è sempre parso ridicolo” (p. 15).
Programma dei marxisti sovietici? “La trasformazione della gente in bruti non-pensanti o in campioni della duplicità, abietti e corrotti in fondo all'anima” (p. 27). E infine, dopo vent'anni di potere, tutti complici: perfino le vittime (p. 31). Come in ogni regime poliziesco. Come in ogni regime totalitario. Come da scuola comunista.
Zabrana sale proprio in cattedra. Leggo, applaudo, mi emoziono.
“C'è una cosa che so da sempre, la so dal 1948: contro il comunismo sono e sarò sempre pronto ad allearmi con chiunque – tranne i comunisti. Ne consegue, nel 1968, l'imbarazzo di fronte al mio letargo e alla mia mancanza di entusiasmo da parte di alcuni miei amici che non capivano il mio atteggiamento. Un solo secondo di alleanza con 'loro', anche se breve e temporanea, mi riusciva impossibile, impensabile, inaccettabile”.
Prendiamoci una pausa. Non è meraviglioso?
“Avrei rinnegato me stesso, in quel caso. Avrei rinnegato tutto. La mia lotta di tutta una vita contro di loro era una questione di purezza, disgustato com'ero dalla loro sporcizia, dalla loro infamia, dalle loro menzogne... Bisogna forse riconciliarsi con chi vi ha soffocato, strozzato per vent'anni, con chi vi ha privato della parola e ucciso, con chi vi ha sottratto la vostra giovinezza e derubato di ogni forma di esistenza umana? (…) Neppure per un secondo ho sentito che potesse legarci la benché minima lealtà” (p. 22).
Sacrosanto, condivisibile, comprensibile: espresso magnificamente, formidabile. Churchill, nel 1946, disse: “Il comunismo è incompatibile con la civiltà” (p. 79). Zabrana dice che sapeva bene di cosa parlava: il mondo, invece, ascoltò con stupida educazione – quella di chi ascolta le parole di un accademico. Come fossero irreali. Erano reali, e molto sangue le avrebbe bagnate. Ora, visto che come Zabrana insegna la Letteratura è “la memoria dell'umanità” (p. 43) – e non sbaglia: perché sempre la storia è scritta e riscritta dai vincitori – queste sono pagine mortificanti per tutti i marxisti, per tutti i servitori della disumanizzante ideologia che ha distrutto vite, intelligenze, popoli. Ma nessuna mortificazione ci può bastare, nessuna che non sia totale, autentica e correttrice. Correttrice di decenni di male sparso per il mondo e sparso nei libri di storia e di letteratura allineati al soviet.
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Zabrana sognava di diventare esecrabile allo sguardo di quella gente (p. 68). Quelli commettevano “errori”. “Errori” - spiega l'artista - “stava per esecuzioni, omicidi, terrore, abbrutimento di un intero paese, liquidazione e corruzione di intere generazioni...” (p. 33). Errori, allora, “i pensionati espulsi da Praga che si suicidavano a centinaia, la discriminazione dei bambini interdetti agli studi, un sacco di gente proscritta, perseguitata, liquidata grazie a delatori anonimi, alla schedatura del personale, ai registri delle locazioni, ai protocolli dello stato civile (...)” (p. 33).
Mai e poi mai, scrive Jan, perdono né conciliazione con chi ha fatto finta di non vedere, di non sapere (p. 28): era chiaro, a Praga, che i non-comunisti erano “subumani” destinati a essere liquidati. Ecco perché Zabrana sognava di segnare sempre e solo per la squadra dei vinti. Perché tra i vinti voleva restare. E perché poteva scrivere questo...
“Tutti quelli che il comunismo ha distrutto, mutilato, liquidato fisicamente o mentalmente, sono tutti miei fratelli” (p. 75). Tra di loro, quegli scrittori russi fatti fucilare, lasciati a marcire nei campi di concentramento, deportati, demoliti con campagne diffamatorie, lasciati crepare di tubercolosi, ridotti in una miseria atroce (p. 70). Tutto questo mentre qualche genio parlava di “comunismo e libertà”, di “rivoluzione”, di “liberazione”, di “giustizia”. Quale giustizia?
Andate a Praga, andate a Budapest, andate a Varsavia, andate tra gli ex tedeschi dell'Est. Andate a parlare delle vostre nostalgie per Lenin, andate. Fatevi raccontare la storia. Imparate la lezione, per bene.
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Qualche curiosità prima di concludere. C'è un ricco elenco di autori censurati dai comunisti (include Shakespeare e Goethe: p. 149), qualche boutade letteraria (Puskin:p. 75), qualche terribile retroscena sulla DDR (caso Singer: p. 123), una certa tendenza agli aforismi e – purtroppo – alla malinconia. Una malinconia cronica, invincibile. Disperato, Zabrana malediva il comunismo.
Noi letterati abbiamo studiato Kundera, qualche anno fa, e non abbiamo dubbi su quanto accaduto a un passo da casa, nella Mitteleuropa Ceca. Noi ben sappiamo chi siano i comunisti. Sono certi italiani che forse non hanno voluto capire fino in fondo la lezione. Sono quelli a cui piace credere nei compagni che sbagliano.
Zabrana vi racconta cosa siano certi errori. Cosa possano implicare. Cosa pretendano. E chi sia a pagare.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Jan Zabrana (Humpolec, 1931 – Praga, 1984), scrittore, traduttore e operaio ceco, estraneo al regime comunista. Respinto per “inettitudine politica allo studio” dall'Università di Praga,
Jan Zabrana, “Tutta una vita”, Duepunti, Palermo 2009. A cura di Patrik Ourednik. Postfazione di Olga Spilar. Traduzione di Elena Paul. Collana Terrain Vague, 18.
Prima edizione: “Cely zivot”, 1992.
Approfondimento in rete: Paolo Nori /
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Giugno 2009.
Commenti
Com?è ?Tutta una vita?? È un libro della madonna, per quanto nato ? si vede, si sente, si capisce ? non per essere pubblicato ma per costituire, come nota la Spilar nella postfazione, una sorta di terapia per la frustrazione e per la sofferenza di un intellettuale ceco che malediva ogni giorno l?arroganza, la violenza, l?ignoranza, l?omicidio dell?innocenza commesso da mano comunista.
?E quando hanno capito che la loro bestialità e i loro crimini insabbiati dalla censura potevano venir fuori, hanno chiamato i carri armati. Ma cosa vi aspettavate, davvero, da questa gente? L?errore consisteva proprio nell?aspettarsi qualcos?altro. Sono proprio quei vecchi assassini, figli di assassini, i loro eredi zelanti. Il socialismo dal volto umano mi è sempre parso ridicolo? (p. 15).
L'ho iniziato ieri e non leggo una virgola di questa tua...altrimenti m'influenzi!!!soprattutto perché ho letto inavvertitamente la prima riga del tuo commento n.1
:P
(mamma mia, m'ha fatto andare il sangue al cervello. Non mi capitava da un po'. Povero Zabrana. Grande e disperato. Furioso, pulito. Bello)
Difatti mi ha colpito l'accenno al "socialismo dal volto umano".
Non so a cosa si riferisse Zabrana ma questa espressione fu usata al tempo della cosidetta rivoluzione ungherese del '56 (come sai in questo periodo mi sto sbattendo su testi che riguardano l'argomento).
I rivoluzionari furono tacciati dai comunisti ortodossi di essere dei reazionari, mentre furono considerati liberali da parte dei nostri democratici occidentali.
I. Montanelli, che allora era inviato in Ungheria e visse quei fatti come un travaglio personale e ideologico, invece li descrisse come dei comunisti e socialisti che cercavano una via nazionale alla loro ideologia, conciliando con essa forse un'impossibile libertà e democrazia. E per questo il giornalista fu rinnegato sia a sinistra - ovviamente - che a destra. Il tempo pare proprio abbia dato ragione a lui, salvo una recente lettura più critica di Bettiza.
Probabile che Zabrana, nella sua invettiva, non abbia fatto eccessivi distinguo.
Vabbè poi dovrei leggere il libro. (!)
Invece ci sei sul serio. Non dà credito a Dubcek e compagnia, e spiega che si trattava sempre di comunisti - proprio come scriveva Montanelli. E pensa che siamo nel 1969...
Non che i miei studi siano incentrati sulla rivoluzione in quanto tale, ma comunque capisco una lettura possa essermi utile. Non si sa mai che ci trovi altri spunti.
'sta tesi - in età matura !! - mi stressa.
;). Mi dirai...
"Io voglio che questo libro educhi al comunismo e a cosa abbia significato la sua applicazione tutti quei cristiani che almeno una volta in vita loro hanno ammesso: ?E? un?idea bellissima?, oppure hanno sbottato ?Meglio comunismo che nazismo?. Poveri angeli, che non avete vissuto coi comunisti dentro casa o coi comunisti che spostavano intere etnie o massacravano per censo."
Hai proprio colto nel segno. In Italia si difende il comunismo proprio per questa mancata esperienza sul campo, anzi sulla pelle.
"E intanto i comunisti censuravano, censuravano, costringevano alla dissimulazione, al camuffamento dei propri ideali e dei propri principi, alla reinvenzione quotidiana di una verità accettabile per sopravvivere in mezzo alla loro merda. ?E quando hanno capito che la loro bestialità e i loro crimini insabbiati dalla censura potevano venir fuori, hanno chiamato i carri armati. Ma cosa vi aspettavate, davvero, da questa gente? L?errore consisteva proprio nell?aspettarsi qualcos?altro. Sono proprio quei vecchi assassini, figli di assassini, i loro eredi zelanti. Il socialismo dal volto umano mi è sempre parso ridicolo? (p. 15)."
Potente.
"Noi letterati abbiamo studiato Kundera, qualche anno fa, e non abbiamo dubbi su quanto accaduto a un passo da casa, nella Mitteleuropa Ceca. Noi giuliani e istriani ben sappiamo chi siano i comunisti, e quanto sia sano disprezzarli e temerli. Sono certi italiani che forse non hanno voluto capire fino in fondo la lezione. Sono quelli a cui piace credere nei compagni che sbagliano."
Come lui Hrabal e tanti, troppi altri...
9. Sospetto di sì. Purtroppo.
10. Decisamente. Da sangue al cervello...
11. Esatto. Esatto... (il catalogo è sterminato, e qui dentro abbiamo testimoniato tante voci e tante opere. Mai abbastanza, direi)
ti abbraccio Paul!
www.editoriaindipendente.it/2009/06/14/lankelot-»-archivio-del-blog-»-zabrana-jan-tutta-una-vita/
Caro franchi, io certo condivido la sostanza e la grana della tua lettura, ma utilizzerei gli stessi argomenti, uno per uno, contro chi in varie epoche e in varie regioni del mondo, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, ha potuto pensare che gli angloamericani e gli amici loro fossero dei disinteressati liberatori. Churchill anticomunista non è forse il mandante dei colpi di stato contro Mossadeq, colpevole di aver turbato gli interessi petroliferi del Regno Unito? E Montanelli osannato come integerrimo giornalista e gran difensore della libertà non è forse lo stesso uomo che caldeggiò presso l?ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce l'opportunità di un colpo di stato in Italia?
Sfondi una porta aperta, compare. Soprattutto considerando strategia e senso di certi bombardamenti alleati in terre allora assolutamente italiane - spendo il nome di Zara, ma potrei spenderne altri - e valutando qualità e natura della loro "liberazione" italiana (cfr. basi militari & recente loro ampliamento).
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Quanto a Montanelli, qui abbiamo uno specialista e immagino sarà lui a volerti rispondere.
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Lasciami rallegrare ancora, intanto, per questa pubblicazione micidiale. Complimenti.
15. O come il bombardamento di Palermo, 9 maggio 1943, oltre un migliaio di morti, che io sappia nessun obiettivo militare colpito.
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A me pare che in Zabrana ci sia un rifiuto radicale, a ogni costo, di qualunque compromesso quando in gioco ci sono la libertà e i dirittti civili. Un rifiuto che si paga caro.
C'è una citazione chiave, che per il momento qui su Lankelot ho omesso, considerando che magari si andava troppo nello specifico. E' quella riferita al Buon Soldato S'vejk. Due righe, ma ben chiare. I cechi venivano da secoli di sudditanza - mal digerita, e sfiancante - austriaca, e probabilmente non avevano idea di quanto grande era stata quell'amministrazione sin quando non hanno patito quella russa. E' un paradosso, ma probabilmente non siamo lontanissimi dal vero. Certo è che la cultura asburgica non era la cultura sovietica. Passare dalla grandezza dell'impero d'AU - tollerante, civile, difficilmente repressivo - alla mediocrità, alla violenza e alla burocrazia assoluta del regime rosso deve essere stato terribile. Cosa avrebbe detto il Buon Soldato dei comunisti?
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Ciò detto, Zabrana sceglie una posizione molto chiara, sì, a difesa della libertà, dei diritti civili, dello spirito dei cechi e via dicendo. In primis, a difesa di quel che i suoi genitori avevano già pagato per mano sovietica (e per mano dei suoi concittadini collaborazionisti, evidentemente).
Leggo che qui su lankelot c'è uno "specialista" di Montanelli.
Non so chi sia ma sicuramente pure io ne so qualcosa visto che sto scrivendo di fatti che lo riguardano e lo leggevo fin dai tempi del Giornale.
Nel complesso, e senza mitizzazioni postume, ne condivido - a differenza di altri collaboratori del sito - il giudizio positivo, malgrado le sue debolezze e incorenze.
Giornalista ovviamente odiato a sinistra e riabilitato strumentalmente negli ultimi anni dai compagni; e odiato anche a destra visto che, come scrisse più volte, il suo vano tentativo fu quello di dare voce a una destra "storica", liberale, con chiari limiti verso i nostalgici e chi non aveva in simpatia il sistema liberaldemocratico (non a caso non fu in sintonia con l?attuale premier quando, sceso in politica, confuse le istituzioni repubblicane col suo consiglio d?amministrazione).
Insomma un liberale conservatore che a volte non disdegnava essere tacciato di fascista (non lo era ma essere dipinto come reazionario lo faceva sentire "in trincea").
Questo è comunque un discorso lungo che non posso affrontare in velocità come sono ora, ma potrei ribattere punto per punto.
E' verissimo che il suo anticomunismo post bellico, in grande sintonia col suo collega e maestro Longanesi, era particolarmente virulento, nutrito da comprensibili paure.
Ed è altrettanto vero che uno dei momenti (alcuni direbbero "uno dei tanti") più oscuri e discutibili della biografia montanelliana fu il carteggio con la Luce.
Sul - possibile - golpe auspicato nel caso di presa del potere comunista, come in una sorta di pre-gladio necessitata, ovviamente ci sarebbe da discutere carte in mano (anche io ho letto recentemente l'ottimo "Lo stregone" dove però si contestualizzano - e si criticano - le frasi dette e scritte in rapporto al momento storico).
Certo è che, a differenza di un Zabrana, uomo che immagino i casi della vita non abbiano spinto a particolari distinguo, proprio l'esperienza ungherese fece riflettere Montanelli in merito al comunismo e ai comunisti.
Rimase un radicale anticomunista, motivo non troppo recondito per l'astio che ancora gli viene regalato, ma attenuò toni e seppe fare appunto certi "distinguo", quanto meno tra sinistra e sinistra.
Perciò ritengo sia sicuramente giusto rinvangare i momenti meno nobili di I.M., ma se poi vogliamo farne un ritratto, con tutte le sue incoerenze e quelle millanterie che ne hanno fatto più reazionario di quanto sia stato, allora bisogna raccontare la sua storia per intero.
Altrimenti, dovessimo raccontare i personaggi noti soltanto per le loro frasi o iniziative discutibili o invereconde, non si salverebbe proprio nessuno; sia a destra che a sinistra.
(ecce specialista)
questa non è una recensione, xe una delle tue famose invettive, ormai notorie :)
Sai quando Cicerone si scagliava contro Catilina? ecco Franchi contro il comunismo
:)))
18. Grazie per la sintesi che mi pare molto equilibrata. Sono pienamente d'accordo sul fatto che il ritratto di un personaggio di una certa levatura riveli necessariamente luci e ombre. Il segno del bilancio dipende dall'angolatura dello sguardo. Ma visto che il tema in questione era la libertà e il suo "colore" il carteggio Montanelli-Luce mi sembrava (e mi sembra) piuttosto rilevante. Sia detto senza alcuna acrimonia, ma a colpi di "distinguo" si può sostenere qualunque tesi, da destra e da sinistra. Il radicalismo assoluto di Zabrana invece vuole recidere le sottigliezze barbariche. Sta tutto nel primo frammento: «Ho infine maturato la certezza che è possibile correre tutti i rischi della libertà, ma che quello della sua assenza non è sopportabile».
Letto solo ora. Stile franchiano, totale invettiva: necessaria, come necessario mi sembra questo testo. Su Montanelli, nella sostanza, concordo clamorosamente con Homo Lupus. E anche sul fatto che "dovessimo raccontare i personaggi noti soltanto per le loro frasi o iniziative discutibili o invereconde, non si salverebbe proprio nessuno; sia a destra che a sinistra".
Invettiva, sì - ma fedele al testo:).
Leggerete Zabrana (vi prego, se non l'avete già fatto: assieme a "Europeana" di Ourednik, sempre DUEPUNTI. Mi dimentico sempre, alle fiere, di comprarne 10-20 copie da regalare agli amici. E' il regalo perfetto) e capirete quanto, piuttosto, sono stato equilibrato.:)
*
"L'oscurità non mi ha zittito ma la notte mi copre il viso" pag.95
"Segnare per la squadra dei vinti...Chealtro è la mia vita da quando avevo diciassette anni se non l'eterna volontà di segnare per la squadra dei vinti?" (pag.26)
"Vorrei andare altrove, dove non ringhia una stanca menzogna, dove non ricordare a me stesso chi sono" (pag.45)
"moriremo come camini.
Neri da un capo all'altro. Ma innocenti" (pag.60).
Non c'è una sola riga o pagina che non sia degna di riflessione, rabbia o tormento.
24. Invettiva sì, fedele al testo.
27, 24. Assolutamente (e grazie, cara:) ).
Divertitevi adesso con tovarish paolo nori
http://www.paolonori.it/argomenti/jan-zabrana/
miracolosamente, sembra che il libro sia una raccolta di aforismi.
(il che, diciamolo, ha abbastanza del grottesco. Poi sceglierò un aggettivo meno divertente, ma se ci sforziamo ci arriviamo tutti:) )
E pensa cosa sarebbero quei 9/10 mancanti del diario...
E delle ultime 6 righe della quarta di copertina ne vogliamo parlare?
Sì, in effetti il pensiero dominante è stato: ma l'opera intera che respiro e che rabbia ha? Non oso immaginare. Un diario, oltretutto. Dev'essere veramente al limite dell'implosione. Bello e triste assieme.
http://www.youtube.com/watch?v=IBcOoW9QgH4