Yehoshua Abraham

Tre giorni e un bambino

Autore: 
Yehoshua Abraham

Un racconto. Tra i più interessanti di Yehoshua. "Tre giorni e un bambino" è stato scritto nel 1965. Tre giorni sono quelli in cui un giovane laureando in matematica, Ze'ev, si impegna a tenere con sé un bambino, il figlio di Haya, la donna di cui, nonostante il tempo e gli eventi, rimane innamorato. Ze'ev lavora come insegnante a Gerusalemme, vive in un appartamento con Yael, compagna perennemente impegnata nei suoi studi di botanica, e che non ama: tra noi non c'è amore, ci comprendiamo a meraviglia. […] I nostri sguardi si incontrano e passiamo subito oltre. Tanta è la pietà che abbiamo l'uno per l'altra.
E' estate. Ci sono le vacanze ma Haya e suo marito Dov lasciano il kibbutz per raggiungere Gerusalemme. Devono studiare senza sosta e sostenere gli esami di ammissione all'Università. Chiedono a Ze'ev di tenere con sé il loro bambino. Solo tre giorni. Ze'ev accetta.
Yali ha poco più di tre anni. Somiglia moltissimo a sua madre. Ha gli stessi occhi verdini, la stessa bocca screpolata, la stessa esilità. Dettagli che smuovono i sentimenti di Ze'ev: riconosce porzioni e segni della donna che ama nelle fattezze di Yali e torna ad amarli. Ma il suo atteggiamento verso il bambino è offuscato da una sorta di ostilità che lo spinge ad immaginarne addirittura la morte o ad avere l'impulso di abbandonarlo sul confine della città, tra gli olivi e i cespugli. Prova un insano piacere nello scorgere il bimbo in difficoltà o malato. Ze'ev non fa di certo del suo meglio. E' negligente, pigro, indifferente. Yali si ammala, ha la febbre alta, ma a Ze'ev non sembra importare granché: Trantanove e quattro. Non morirà. Yali farà come hanno sempre fatto i bambini, da centinaia d'anni. Lotterà da solo. Io non sono un dottore.
Yali avrebbe potuto essere suo figlio. In realtà è figlio della donna che Ze'ev non ha mai smesso di amare e di un altro uomo. Da qui, probabilmente, il sentimento di "vendetta" che ricade sui figli per una colpa commessa dai padri.
I tre giorni trascorrono e il racconto procede tra flashback e riprese. Ze'ev ricorda (e ci ricorda) il periodo in cui aveva conosciuto Haya e se ne era innamorato, il momento in cui aveva rinunciato a quell'amore e abbandonato il kibbutz, il lavoro a scuola tra ragazzini svogliati, il suo incontro con Yael e la nascita del loro sterile rapporto. Le pagine scorrono rapide tra sequenze provenienti dal passato e quelle legate all'insolita presenza del bambino.
Le due donne, Haya e Yael, popolano l'intero racconto, ma sono entrambe fisicamente assenti. La loro esistenza attraversa il libro tramite le parole e le immagini evocate dal protagonista, ma loro vivono realmente altrove e le conosciamo solo per via di pochissime parole pronunciate da Haya al telefono o, infine, e per poche frasi dette da Yael in una stanza da letto grigia e a soqquadro.
Particolare e significativo il ritratto di Gerusalemme: una città vuota, arida, bruciata dal sole e da un incessante vento di scirocco. Qui Ze'ev e Yali giocano a nascondino tra le lapidi del cimitero o cercano, senza riuscirci, di divertirsi in uno zoo semi deserto.
La scrittura di Yehoshua è perfetta impeccabile. A partire dall'incipit che, fin da subito, incatena il lettore alla storia. Le frasi sono brevi, incisive e di una misura che incanta. A tratti punteggiate da un'insolita poeticità. Diverte un certo cinismo di fondo che qualcuno, forse, potrebbe trovare fastidioso.
Ho pensato ai "romanzi di formazione". "Tre giorni e un bambino" non appartiene appieno a tale filone, ma la convivenza di Ze'ev con un bambino molto piccolo rappresenta un momento di crescita per un giovane uomo che si mette alla prova e si trova a far parte, solo per tre giorni e forse in maniera un po' goffa, del mondo degli adulti.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE   

Abraham Boolie Yehoshua è nato nel 1936 a Gerusalemme. Si laurea presso la Facoltà di Filosofia e Letteratura Ebraica alla Hebrew University di Gerusalemme. Dal 1963 al 1967 Yehoshua vive e lavora a Parigi come Segretario Generale dell'Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. Rientra nel suo paese natale nel ‘67 e pochi anni più tardi inizia ad insegnare Letteratura Ebraica e Comparata all'Università di Haifa. Insieme ad Amos Oz, Abraham Yehoshua è considerato uno dei rappresentanti più importanti della letteratura israeliana moderna.

Abraham B. Yehoshua, "Tre giorni e un bambino", Einaudi, Torino, 2003.

Traduzione di Alessandro Guetta.

Yehoshua Abraham - Il responsabile delle risorse umane di monnalisa
Yehoshua Abraham - Tre giorni e un bambino di monnalisa

ISBN/EAN: 
8806165771

Commenti

Amices!
Neo Monna!

Integrato l'archivio Yehoshua, tutto a cura ML

"La scrittura di Yehoshua è perfetta. A partire dall?incipit che, fin da subito, incatena il lettore alla storia. Le frasi sono brevi, incisive e di una misura che incanta. A tratti punteggiate da un?insolita poeticità. Diverte un certo cinismo di fondo che qualcuno, forse, potrebbe trovare fastidioso."

> Monna, "Perfetta" è un aggettivo che mi dà tanti di quei brividi che non ti dico. Per esempio: le frasi brevi, per quanto mi riguarda, sono sintetiche, non perfette. E la misura è una suggestione letteraria. Oltretutto: Yehoshua è tradotto...

Poi: la "poeticità", il lirismo in generale, è tutt'altro che insolito in narrativa. E si tratta di un termine generico, a ciascuno piace trovare poetico qualcosa di diverso.
E infine il cinismo di fondo (poetico anche quello, chissà...).

Insomma. Mi hai incuriosito. Ma la parola "perfetto" lasciamola alla pubblicità, o al marketing, o alle storie d'amore.

Per me la sintesi è la misura della perfezione. Spero mi lascerai la libertà di pensare ciò che mi va di pensare e di scrivere ciò che mi va di scrivere. Le frasi breve ed incisive sono più "perfette" di lunghissime (e spesso indigeste) catene di parole. E' la mia opinione e vale quanto la tua.

La poeticità non è insolita, lo so anche io, ma forse in questo libro sorprende un po'. Dovresti leggerlo, magari.

Sulla pubblicità non mi pronuncio, ma temo che le storie d'amore non sono mai perfette.

"Spero mi lascerai la libertà di pensare ciò che mi va di pensare e di scrivere ciò che mi va di scrivere".

> Pensavi fossi come Montanelli?

Invidioso?

dio mio.

Rido...
(Sembra di essere in chat!)

Scusa eh.
Tu dici che un libro è "PERFETTO".
Siccome da queste parti si tende a calibrare gli aggettivi - con cautela, e intelligenza - ti si fa presente che una parola del genere è meglio spenderla altrove.

Ora, non so che lavoro fai. Ma permettimi di dirti, in tutta onestà, che quel poco di esperienza accumulata in 11 anni tra editoria, giornali e via dicendo, mi consiglia di invitarti alla cautela nella scelta di un aggettivo come "perfetto".
Sei scioccata?

ridemo, ridemo.

Vuoi che cancelli l'aggettivo perfetto da questa e da tutte le recensioni?

No, volevo solo parlarne:).
Come è già successo con chi aveva questa abitudine.
Voglio capire.

Nella vita, ti sembrerà strano, scrivo. E' anche il mio lavoro.
Sono abituata a calibrare le parole.

Hai un aggettivo da suggerirmi?

Fatto. Sostituzione avvenuta. Spero sia di tuo gradimento.

"impeccabile", cioè senza difetto... è un gran complimento al traduttore, non allo scrittore.

Dimmi, dove scrivi - o per chi scrivi?

Beh allora: i miei complimenti ad Alessandro Guetta. Anche se devo immaginare abbia avuto a che fare con un testo originale che, bene o male, debba somigliare alla sua traduzione.

Sai per me sarebbe un po' difficile leggere l'ebraico. Abbi pazienza!

Preferisco non dire dove o per chi scrivo. Non credo sia necessario. O hai bisogno di referenze?

Il fatto di leggere molti libri in traduzione, in effetti, porta a considerare la scrittura in italiano, scrittura dell'autore, mentre è del traduttore (che, quando è bravo, ci fa dimenticare di leggere una traduzione, e diviene in questo modo, forse, autore egli stesso).
Fatto sta che qualunque opinione sulla scrittura in traduzione è, da un certo punto di vista, molto più "opinabile" che non sulla scrittura e lettura in lingua.
Si potrebbe anzi continuare con tale ragionamento fino ad affermare che, in effetti, tutte le recensioni di cose tradotte dovrebbero tenere conto del fatto che non recensiscono l'opera così com'è stata fatta dall'autore, ma una, appunto, traduzione.
Da cui, risulterebbe poco utile stroncare decisamente o esaltare un'opera tradotta dando importanza all'autore scritto in copertina. Come possiamo infatti sapere quanto e come il traduttore è intervenuto, magari per rendere certe frasi, certe sfumature?
Se stronchiamo un libro, o lo esaltiamo, quanto è dovuto alla bravura di chi ha operato la traduzione? (e questo vale anche per film, doppiaggio, etc)

Non esiste poi, secondo me, una scrittura "perfetta": nel senso di una scrittura che non muta la sua forma, la sua struttura; ma esiste una scrittura "perfetta" per ogni racconto: nel senso che si adatta perfettamente, di volta in volta, a ciò che racconta. Più che perfetta, la chiamerei "necessaria alla storia".
Mi sembra di capire che Monnalisa intendesse questo, anche per come poi la spiega nelle frasi immediatamente successive.
Scrittura che aderisce perfettamente a ciò che racconta, ecco.
Poi, boh.

16. Eh già. E tra ebraico e italiano c'è un abisso. Lessicale e semantico.
Quanto a "per chi scrivi", non è questione di referenze. Sei tu che dici di lavorare scrivendo: allora, siccome conosco gente che scrive su freepress, giornalini di quartiere, agenzie pubblicitarie microscopiche e via dicendo, mi domando sempre quale sia la testata o l'agenzia di riferimento. Di solito si capiscono molte cose...
Ma non è in discussione il tuo talento. E' in discussione che hai argomentato dicendo "ma io scrivo per professione".

Ecco, siccome io scrivo per professione e da qualche anno, a Roma e non a Belfast, credo di sapere qualcosa dell'ambiente. Testate, editori e agenzie incluse. Tutto qua. Non mi vanto di niente perché non vedo niente di cui vantarsi, anzi (economicamente andiamo abbastanza di merda rispetto agli ingegneri o agli economisti o ai giuristi, per dire). Però mi incuriosisce quando qualcuno rivendica questo lavoro. Mi viene da pensare: ma per chi lo fai?
Donde tanto entusiasmo? Io mi sento un mercenario, pensando a certe cose che ho scritto magari per aziendone o aziendine, certo non su Lankelot... senza tirare fuori il portfolio, dovresti aver capito.

E poi, ma a latere, mi chiedo per chi lo fai considerando quell'aggettivo sulla scrittura d'uno straniero, "perfetto", per cui normalmente in accademia (università) saresti stata ghigliottinata, e in un quotidiano premiata in caso di marchetta dell'azienda a poche pagine di distanza; altrimenti, defenestrata. Io ho avuto maestri e insegnanti molto severi. Mi hanno sempre insegnato che se spendo certi aggettivi poi devo saper argomentare. E sul lessico d'uno straniero tradotto, beh. Non serve dire ciò che dovrei, no? Tutto qua.

17. Branco, esemplare.

Dimenticavo.
Sugli aggettivi esorbitanti ("perfetto", "irripetibile", "maestoso", "geniale", "straordinario") abbiamo dibattuto almeno altre 5 volte, negli ultimi 3 anni. Ne parlavo oggi pomeriggio con Federico: con lui, con Salerno, con Redgabriel (forse sbaglio), il problema era proprio questo; addestrarci a calibrare l'aggettivazione.
E meditare sugli aggettivi totali, definitivi, magari senza argomentazione. Alla fine qui stiamo imparando e allenandoci tutti: a qualcosa serviranno pure, 'sti commenti, oltre a dire "ah sì conosco", e "molto bello". Se no aprivamo un bel quotidiano e ci divertivamo a evangelizzare le masse. Senza replica.

Quando si legge un'opera tradotta immagino sia scontato che il ruolo del traduttore sia stato determinante. Probabilmente molti autori hanno avuto successo e lettori proprio perché ben tradotti.
"Tradurre" è "tradire" (anche a me i miei docenti hanno insegnato qualcosa...).
E una recensione va presa per quello che è: un punto di vista. Non è la verità assoluta e tutto (ma proprio tutto) è opinabile.

Posso capire le perplessità per l'uso dell'aggettivo "perfetto" et similia, ma leggendo alcuni libri ho la sensazione di avvicinarmi a tale completezza. A differenza di te, Franchi, credo che l'unico ambito a cui si possa legare la perfezione sia l'arte (scrittura, musica, pittura, ecc.). Nient'altro.

Come detto prima: ritengo non sia necessario spiegare per chi e dove scrivo. Si tratta di editoria online, non cartacea. Spero basti.

Questo allenamento mi piace e sono felice di scrivere qui. E ancora più orgogliosa di confrontarmi con voi. Siete in gamba e vi stimo.

:)