Burroughs William

Strade morte

Autore: 
Burroughs William

La rilettura di Strade Morte (il cui titolo iniziale doveva essere La famiglia Johnson), tornato in libreria grazie alla casa editrice Elliot a 25 anni di distanza dalla prima uscita in Italia nel 1983, provoca due sensazioni sovrapposte che bisognano entrambe d’ansiolitici. Allo smarrimento iniziale sussegue una foga di lettura che pompa sangue veloce. Un’emorragia di sensazioni e di occasioni (generazionali) mancate. William Seward Burroughs che definiva se stesso come un drogato omosessuale pecora nera di buona famiglia, ti colpisce, ti stupisce, ti sbatte, ti sfotte, ti fa ridere e talvolta ti soffoca. Altro non puoi aspettarti di uno che afferma che la cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili. L’artefice della beat generation insieme a Kerouac, Ginsberg e Cassady richiede allenamento. O ti immedesimi o ti perdi il bello. E non è facile immedesimarsi nella logica caotica del personaggio principale, il tiratore, il padrone della pistola, Kim Carsons, fratello cattivo e più figo di Jesse James, omosessuale, poeta che legge Rimbaud e medico, dalla lucidità surreale. Quién es Kim Carsons (ovvero William Seward Hall)? L’alter ego di Borroughs è’ un giovane spregevole, morboso, dalle tendenze malsane e dall’appetito insaziabile per gli stremi e il sensazionale è tutto ciò che s’insegna a detestare a un normale ragazzo americano (…) dedito alla pratica sovversiva di pensare. Un figlio di puttana talvolta adorabile talvolta detestabile, insomma.

Ma partiamo dall’inizio. Da una sparatoria, nel più classico stile western, s’impenna una storia circolare in tre parti in cui Kim Carsons e i suoi tirapiedi (la famiglia Johnson, modo di dire del sud per riferirsi ai dannati) tentano di salvare la galassia dagli alieni che vogliono sottometterla. Nel vagabondaggio che va dai satelliti della Stella del Cane a Parigi, Londra, New York, New Mexico, Tangeri e Venere, si attraversano le porte di una psichedelica (e psicotropa) percezione del tempo e dello spazio che ci trascina senza via di scampo nella lotta per il controllo. Copulazioni omosex, divinità, riti, droghe, pistole e personaggi dai nomi bizzarri sfilano nella mente come frammenti di una visione. Un mondo maschile, spietato. Un amplesso cosmico di pistoleri da calendario con addosso solo la fondina e gli stivali. Sicuramente né western né fantascienza. Ma tutto insieme. E tutto buono. La tecnica è quella del cut-up, sviluppato assieme a Brion Gysin che con precedenti dadaisti articola collages narrativi e de-struttura (e spesso distrugge) le norme sintattiche e semantiche. Burroughs lottava contro il linguaggio come contro qualsiasi forma di omologazione o repressione del pensiero da parte dei manipolatori della parola e considerava l’essere umano la sua vittima poiché questo, con le sue norme grammaticali e sintattiche, agisce come un organismo parasita, un virus che trova il proprio habitat nelle nostri menti. La mia teoria di base, affermava, è che la parola scritta è effettivamente scaturita da un virus. Non è riconosciuta come virus perché è stata assimilata stabilmente e in maniera simbiotica dal suo ospite. La quasi illeggibilità delle prime opere, si addomestica progressivamente e con la trilogia formata da Città della notte rossa, Strade Morte e Terre d’occidente riesce ad articolare una sottile destrutturazione che trova l’equilibrio tra sperimentazione, rivoluzione e leggibilità. Appunto grazie al cut-up, sull’orlo dell’allucinazione, si rendono possibili passaggi una lucidità lancinante e rabbiosa che fecero di Burroughs il guru di ben tre generazioni. Basta leggere la meravigliosa “lista degli obiettivi e caratteristiche degli alieni”, esilarante quanto reale ritratto del pensiero reazionario più duro. Non di meno cose come queste: Ciò che contraddistingue uno fondamentalmente stronzo è che lui deve essere sempre nel giusto. / La gente non viene indotta a tacere su ciò che sa. Viene spinta a non capire. /La vita è un groviglio di menzogne che tendono a nascondere i suoi meccanismi di base./ L’unica cosa che spinge l’Homo Sapiens a muovere il suo culo di piombo è l’obiettivo di salire di mezzo metro. Oppure: La felicità è un prodotto collaterale della funzione. Coloro che cercano la felicità per se stessa cercano la vittoria senza guerra. Questa è l’incrinatura di tutte le utopie. Una società, come gli individui che la compongono, è un congegno progettato per uno scopo. Non saprei se effettivamente la beat generation fu un’utopia incrinata dall’inseguimento della vittoria senza guerra, dalla felicità senza funzione. Strade Morte, scritto in pieno rozzissimo reganismo, è sicuramente una visione sulla decadenza dei cosiddetti valori alla base del mito americano. Rammaricante che la visionaria generazione non si fece problemi a liquidare tutto lo spirito beat snobbando il mondo dall’alto di una aristocrazia intellettuale da club esclusivo che ora ci appare altrettanto omologata anche se non da un punto di vista del linguaggio. In ogni caso non frenare sembra faccia bene alla salute visto che Burroughs, dopo aver esplorato ogni sorta di abisso lisergico, è morto a 83 anni.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

William Seward Burroughs (St. Louis, 5 febbraio 1914 – Lawrence, 2 agosto 1997), romanziere e saggista americano.

William Seward Burroughs, “Strade morte”, Elliot, Roma, 2008.
Traduzione di Giulio Saponaro.

Prima edizione italiana: “The Place of Dead Roads ”, Sugarco, Milano, 1983.

Bibliografia consigliata: William Seward Burroughs, “Il pasto nudo”, Adelphi, Milano, 2006.
William Seward Burroughs, “La scimmia sulla schiena”, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano,1998.


Approfondimento in rete:

In Lankelot: Burroughs WS

ana ciurans. 12/01/2010.

(articolo pubblicato con modifiche in:
http://www.calidoscopio.net, in lingua spagnola e in debaser, 2008)
ISBN/EAN: 
9788861920385

Commenti

Nuovo articolo di ANA!

Nuovo articolo di ANA!

gran bel pezzo. E' proprio un

gran bel pezzo. E' proprio un piacere leggerti.

grazie gianfrà, è un libro

grazie gianfrà, è un libro che mi lascia sempre la sensazione di essermi persa qualcosa...terza volta questa

Mannaggia! Adesso esco ma so

Mannaggia! Adesso esco ma so già che stasera godrò a leggere questo pezzo... Grazie Ana: a stasera!

paolo a te per prenderti la

paolo a te per prenderti la briga...non sono molto ordossa ma in fondo bisogna fregarsene e divertirsi sempre no? vado a vedere le tue cose prima di rimettermi a tradurre

"Appunto grazie al cut-up,

"Appunto grazie al cut-up, sull’orlo dell’allucinazione, si rendono possibili passaggi una lucidità lancinante e rabbiosa che fecero di Burroughs il guru di ben tre generazioni."


Ho sempre notato in Burroughs una esasperazione del cut-up da "Il pasto nudo" in poi. E ho sempre considerato il collage difficilmente controllabile. Per questo ammiro lo scrittore ma ancora di più il metodo... Vado avanti.

"Rammaricante che la

"Rammaricante che la visionaria generazione non si fece problemi a liquidare tutto lo spirito beat snobbando il mondo dall’alto di una aristocrazia intellettuale da club esclusivo che ora ci appare altrettanto omologata anche se non da un punto di vista del linguaggio."


E' un classico: ancora oggi in certi ambienti Burroughs viene accostato troppo spesso al tag "pornografia", mentre al contrario penso che la vera rivoluzione sia stata linguistica, nella destrutturalizzazione del testo e dei miti più che negli episodi gay.

Ana, ti consiglio vivamente

Ana, ti consiglio vivamente di leggere - in caso tu non l'abbia già fatto - una splendida intervista a Burroughs edita da Minimum Fax. Costa giusto 3-4 euro ed è una ricchissima miniera di aneddoti.


Grande articolo davvero. Ti rinnovo il benvenuto su Lankelot. :)

allora. 1) per accostare

allora. 1) per accostare burroughs alla pornografia bisogna essere davvero baciapile ovvero ignoranti (dici bene tu più elegantemente "in certi ambienti"); non ci sarebbe nulla di male poi. la pornografia è la parte integrante e "oscura" della società e quindi di tutti noi (anche se la vera pornografia è tutt'altro). sono d'accordo con te, la rivoluzione fu linguistica e anche di taglio netto con ciò che era considerato "fattibile". e ben venga sempre il nuovo. è inutile fotocopiare all'infinito. 2) con il contorsionista invece non sono d'accordo, lui fa a modo suo. ne parleremo. 3) comprerò l'intervista, sicuro, grazie. 4) ancora grazie. troppa grazia. bonnenuit a tutti

beh ora ti dico una cosa

beh ora ti dico una cosa molto ingenua, me ne rendo conto. ma anche pragmatica e semplice, come dire, un filo logico femminile. il cut up secondo me era precisamente il pensiero frammentato a causa delle droghe (specie quelle sintetiche, lsd e cia) trasposto sulla carta. e ne faceva l'abuso di pari passo a quello che faceva in vita. non dimentichiamo che la beat in generale viveva e poi scriveva e non il contrario. ok ora fucilatemi.

Io non ti fucilo per niente

Io non ti fucilo per niente :))) dato che penso anch'io sia stata una "tecnica" giustificata solo in un secondo tempo di relativa sobrietà ma sperimentata nei turbolenti anni di iperattività lisergica. Penso sia stata proprio questo: la giustificazione letteraria di un periodo di vitalità estrema.


Per quanto riguarda la vita prima della letteratura, posso essere più o meno d'accordo con i beat. Solo, che le due cose non combacino mai. Spesso ne risente la letteratura...

a sentire gli scrittori ne

a sentire gli scrittori ne risente anche la vita...molti si lamentano di non averla vissuta, anzi, di non viverla...