Faulkner William

The Sound and The Fury

Autore: 
Faulkner William

IL TORMENTO DI QUENTIN

Si è parlato dell’Urlo e il Furore su Lankelot e abbiamo brevemente discusso su Quentin. Vorrei, quindi, ampliare la mia opinione a proposito della sezione che lo riguarda più specificamente, quella del DUE GIUGNO 1910.

QUENTIN

Quentin, il primogenito dei Compson, è uno studente iscritto all'università di Harvard, possibilità conseguita, grazie al ricavato della vendita del pascolo di Benjy. Quentin è legato a Caddy da una forma d’amore quasi incestuoso. Egli, infatti, non riesce ad accettare che la sorella abbia avuto delle relazioni amorose e che si sposi. È intorno a questa amara incredulità che ruota il suo monologo a cui, la sera stessa, seguirà il suicidio per annegamento. È soprattutto alla sua vicenda, al tono tragico e crepuscolare del suo monologo, che potrebbe adattarsi il titolo iniziale del romanzo, ‘Twilight’: la sua morte segna infatti uno dei culmini drammatici nell’inesorabile tramonto della famiglia, a metà tra la caduta della sorella (avvenuta un anno prima) e la morte del padre alcolizzato (che avverrà un anno dopo).

IL SUO MONOLOGO

Il tempo della narrazione del monologo di Quentin (ossia il presente del narratore), si situa alla fine del due giugno 1910, poco prima del suo suicidio, a mo' di riepilogo della giornata e della vita che si sta concludendo. Sartre ha sottolineato questo «curioso paradosso», il fatto cioè che il personaggio, nell’imminenza della morte, ripercorra la sua ultima giornata al passato, come qualcuno che ricorda. Il fatto è che Faulkner, qui, «ha scelto come presente l’istante infinitesimale della morte [...]. Così, quando la memoria di Quentin comincia a passare in rassegna i suoi ricordi [...], lui è già morto» [nota n.1]. Durante questo suo ultimo giorno, Quentin girovaga per Boston (nei dintorni di Harvard) indossando un vestito elegante, ed apparendo agli occhi del suo compagno Shreve "come il prologo a un'immolazione" [n.2]. Ripensandovi, descrive nel contempo le azioni preparatorie al suicidio (ha provveduto a sistemare in un baule tutte le sue cose, a consegnare le lettere, a comprare due ferri da stiro che gli serviranno da zavorra…), ciò che vede (lo scenario della sua passeggiata, tre ragazzi a pesca di una trota, ecc.), e ciò che accade (l'accusa di aver rapito una bambina, la rissa con Gerald, le conversazioni con i suoi compagni, ecc.); il tutto, con il sottofondo persistente e ossessivo del ricordo di Caddy. Il suo monologo, estremamente complesso, non privo di profondità e di slancio lirico, illumina l'animo di un personaggio di grande rilievo. Se Benjy ci colpisce per la sua prospettiva limitata, particolare, il monologo di Quentin si estende fino ad arrivare a dimensioni universali. In una sorta di dramma esistenziale, verte su tematiche come la perdita del candore adolescenziale di Caddy e dell'onore familiare, l'inafferrabilità del passato, il mistero del tempo, la perentorietà del destino e la debolezza dell'animo umano.

L’OSSESSIONE DEL TEMPO

Secondo Sartre, il vero soggetto dell’intero romanzo si compendia in questa frase: “…l'uomo è la somma delle sue sventure. Un giorno ti vien da pensare che la sventura prima o poi si stancherà, ma allora la tua sventura è il tempo, diceva il babbo.” [n. 3]

Il monologo inizia all'insegna della misurazione temporale (con l’allusione all’"ombra del telaio") e del pessimismo paterno: "le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno." [n. 4]. Sono queste le due tonalità grigie, che imprimono una tonalità cupa allo scenario di tutto il monologo. L’ossessione temporale di Quentin è contraddistinta non solo da simboli che esplicitamente si riferiscono al tempo e alla sua quantificazione (gli orologi, i rintocchi delle campane, la sirena della fabbrica, le ombre che si spostano), ma anche da elementi che vi si riferiscono indirettamente: persino l’atto di mangiare viene ricondotto a una misurazione temporale, a un’esigenza fisiologica che si avverte quotidianamente a mezzogiorno. Quentin ripensa alle affermazioni nichiliste del padre, e specialmente a quelle riguardanti il tempo: "solo quando l'orologio si ferma, il tempo ritorna in vita" [n. 5]. Cercando di mettere in pratica questa teoria, Quentin rompe il "mausoleo di ogni speranza e desiderio", ovvero l'orologio regalatogli dal padre. Cerca vanamente di distruggere il tempo, di ignorarlo, "voltando le spalle" al telaio della sua stanza (perché vedendone l'ombra, avrebbe capito che ora fosse), e di confutarne l'esattezza (nemmeno uno degli orologi esposti nella vetrina di un orologiaio segna l'ora giusta). Sente anche una particolare necessità di "affogare" la sua ombra, di "metter[la] nel sacco" [n. 6]. Sulla scia della disillusione paterna, guardando un treno che passa, Quentin pensa alla fugacità e al non senso del tutto: "…come se si avventasse chissà dove attraverso un altro mese o un'altra estate, correndo via sotto l'immobile gabbiano" [n. 7]. Inoltre, "passeggero" era, secondo suo padre, "la parola più triste di tutte al mondo non c'è altro non è disperazione finché il tempo non è nemmeno il tempo finché è stato" [n. 8]. In base a questa percezione del tempo, diviene più comprensibile l'affermazione che all'inizio del monologo definiva l'ozio come una delle poche abitudini da rimpiangere. Il solo momento della giornata in cui Quentin avverte questo tipo di sospensione temporale è il crepuscolo. Il tempo in senso assoluto è qualcosa di indescrivibile, di infinito. Così, Quentin pensa: "l'eco dei passi di tante generazioni d'infelici come una polvere sottile sulle ombre, e come polvere i miei piedi l'alzavano, per lasciarla mollemente ricadere" [n. 9]. In questo tipo di visione, fuori dal tempo, rientra un'altra descrizione: "il suono pareva spegnersi in quell'aria, come se l'aria si fosse stancata di portar suoni per tanto tempo" [n. 10]. La pressione esercitata dal tempo si avverte nella struttura stessa del monologo. Il passato soffoca il presente (del suo ultimo giorno), mentre i ricordi del passato sono interrotti continuamente dagli eventi di quel due giugno. Sembra che questi ultimi siano le vere interferenze: il passato ha una forza ben più suggestiva e profonda delle storie sulla presuntuosa madre di Gerald, delle conversazioni con gli amici o col Diacono. Sembra che Quentin non abbia nemmeno il tempo e la calma di ricordare. Non ha il tempo ozioso di Benjy, che veniva interrotto solo di rado da Luster. Era forse questo l'unico diritto che avesse Benjy: avere tutto il tempo per sé. Per quanto riguarda il rapporto tra tempo e dolore, Quentin è incredulo di fronte alla sicurezza con cui suo padre sostiene che il suo dolore per Caddy è uno stato d'animo "passeggero". Quentin ripete incredulo questa parola, tentando disperatamente di confutarne la veridicità, convinto che non abbia valore, almeno per lui. La transitorietà lo spaventa e lo angoscia. Non accetta che l'infanzia edenica con sua sorella sia finita, ma soprattutto NON ACCETTA CHE ANCHE IL SUO AMORE E IL SUO DOLORE PER LEI, UN GIORNO, POSSANO FINIRE, PERCHÉ IN TAL CASO NON AVREBBERO SIGNIFICATO NIENTE. Il suo suicidio è la risultante di questi motivi, oltre che della sua debolezza e della sua gelosa impotenza nei confronti degli amanti di Caddy.

IL PASSATO: CADDY

Se la memoria intermittente e rapsodica di Benjy, come abbiamo visto, tende a immergersi nel passato più remoto, quella di Quentin si focalizza soprattutto sui ricordi recenti, legati a quegli eventi profondamente traumatici che sono i rapporti amorosi di Caddy. Le associazioni relative a Caddy appaiono e riappaiono insistentemente; passato e presente costituiscono un unico binomio inseparabile. Vi sono continui riferimenti al matrimonio di Caddy e alla perdita della sua verginità, un fatto sconvolgente per Quentin, che in quell’integrità vedeva il caposaldo dell'intero onore dei Compson. L'importanza di questo valore agli occhi Quentin emerge anche attraverso i dialoghi col padre, che al contrario cerca di persuaderlo dell'inutilità del tutto. La domanda che ritorna più frequentemente, nell'arco di tutto il monologo, è "hai mai avuto una sorella?". Quentin la pone, a mo' di domanda retorica, ai suoi interlocutori (suo padre, Shreve, Dalton Ames, Gerald), quasi per giustificare l'incomprensibilità e l'unicità del suo dolore agli occhi altrui (nota perfino che San Francesco e Cristo non avevano sorelle). Solo chi, invece, ha una sorella, come Julio, può attestare la veridicità del significato che ciò ha per Quentin: un diritto e un dovere fraterno imprescindibile. Consapevole di aver perduto lo stato paradisiaco di quell'adolescenza riempita da Caddy, in balia della disperazione, pur di averla ancora con sé, Quentin immagina qualcosa di esasperatamente romantico e utopico: l'aver commesso un incesto e ritrovarsi con Caddy in un'unica fiamma di un inferno esclusivo, abbandonato dagli altri dannati. Questo è uno dei pensieri che ritorna più volte nel monologo: a volte riemerge anche solo in una frase, in contesti totalmente differenti. Ad esempio, l'espressione "Tu e io soltanto allora tra l'esecrazione e l'orrore in un cerchio di pura fiamma" [n. 11], si situa nel bel mezzo della descrizione di una trota e dei ragazzi che sperano di pescarla. QUENTIN SI TORMENTA COSÌ, ANCHE CON L'IMMAGINAZIONE. Un altro esempio è l'utopica fantasia di uccidere Dalton Ames ancor prima che fosse nato, essere sua madre e impedire quell'atto amoroso fonte di ogni disgrazia.

CARATTERISTICHE DELLA NARRAZIONE

Come abbiamo visto, nel monologo di Quentin emergono frequentemente alcune allusioni interposte tra vicende chiaramente estranee ad esse. Ciò rimanda a una caratteristica fondamentale del monologo interiore, che per definizione è spontaneo, incurante di nessi e di legami logici. Tra le espressioni più ricorrenti, una in particolare manifesta l'incredulità di Quentin e il suo disperato tentativo di convincere Caddy che Dalton Ames non la meriti: varie volte, in diversi contesti, viene detto: "non quell'imbroglione Caddy" [n. 12]. Un altro esempio è la frase della madre rivolta a Herbert Head: "Quentin e Caddy sono più che amici" [n. 13]. Quentin vi collega alcune frasi del dialogo con i genitori, che verrà narrato solo in un secondo momento, in cui egli, rivolgendosi al padre, afferma di aver commesso un incesto. Sembra incomprensibile, a una prima lettura, preannunciare in questo modo, solamente con una frase, un discorso che verrà narrato in una fase successiva. Tuttavia, a discapito dell'immediata comprensibilità degli eventi, questa tecnica ben si addice al monologo interiore, visto che sarebbe innaturale narrare gli eventi da un punto di vista cronologico. Quentin ricorda l'intera lite con Dalton Ames (avvenuta in passato), a cui collega direttamente solo l'esito della recente rissa con Gerald. Questa coincidenza narrativa corrisponde, in effetti, a una coincidenza psicologica: la rissa con Gerald (ricostruita dai compagni Shreve e Spoade) è la continuazione di quella non conclusa con Dalton Ames (perché Quentin svenne). Gerald, alla solita domanda, risponde semplicemente di non avere sorelle, mentre Dalton Ames aveva risposto in termini provocatori. Quentin attacca Gerald senza una vera ragione, e sfoga contro di lui la rabbia repressa da tanto tempo. Quando i ricordi dei dialoghi con Caddy sono inframmezzati con la descrizione del presente, il lettore può percepire nel contempo due sensazioni. La prima è, appunto, l'impressione che il passato soffochi il presente, come se Quentin venisse distratto dai ricordi, senza avere il tempo di riflettere su ciò che avviene. La seconda è la passionalità accesa di Quentin, trasmessa in un certo senso anche al lettore. La frammentazione dei dialoghi con Caddy provoca nel lettore la voglia di "accelerare il passo", cioè di leggere più velocemente gli avvenimenti recenti per riallacciarsi al dialogo, interrotto bruscamente da ciò che sembrerebbe una mera interferenza. Questa discontinuità, che potrebbe recare una sorta di fastidio alla lettura, è, invece, un'abile tecnica narrativa di Faulkner, che crea suspense ed aspettative nel lettore. Inoltre, anche i dialoghi tra Quentin ed il padre rivestono un ruolo importante. Benché riportati in modo frammentario, hanno comunque una loro valenza narrativa. Offrono un'ulteriore conferma all’immagine di sé che Quentin fa emergere dal suo monologo; sottolineano il modo in cui Quentin si rapporta a grandi problemi, accentuando la sua inquietudine, la sua profondità e il clima tragico del monologo.

QUENTIN E BENJY

La persecuzione del passato, che per Benjy viene evidenziata dai giocatori di golf che chiamano il "caddy", è rappresentata per Quentin da una bimba (chiamata da egli stesso "sorellina”) che, letteralmente, lo persegue. I primi due monologanti non si limitano soltanto a “rammemorare” Caddy e il passato, ma ne sono profondamente assillati. Lo stato di Benjy, che grida e piange con la bottiglia riempita di fiori, del suo simbolico "cimitero" [n. 14] per Caddy, è simile al tormento di Quentin che, tuttavia, procede sotto forma di ragionamenti e sfocia in conclusioni più tragiche. SI TRATTA DI UN PASSATO CHE NON SOLO RITORNA INCESSANTEMENTE, NONOSTANTE I TENTATIVI DI QUENTIN DI DISTRUGGERE IL TEMPO, MA RITORNA PER MANTENERE APERTA UNA FERITA: la perdita di una sorella. Il passato di cui Quentin e Benjy hanno fin troppa coscienza li rende, in quanto personaggi, ancor più complessi e profondi. Nel monologo di Benjy, ogni scansione temporale costituisce una sorta di episodio di una certa lunghezza (sebbene non costante). Invece, nel monologo di Quentin, i ricordi sono amalgamati insieme, e in una stessa frase possono coesistere ricordi remoti e recenti. Il riferimento alla "Sorella Morte" di San Francesco, all'inizio del monologo, ne anticipa la conclusione. Secondo Materassi, questa figura potrebbe essere identificata nella misteriosa bambina che segue Quentin, mentre il campanello del negozio significherebbe l’arrivo del momento fatale [n. 15]. Tuttavia, Faulkner ha generalmente respinto l’interpretazione simbolica delle sue opere, nella convinzione che lo scrittore è troppo impegnato "a creare persone di carne e ossa che stiano in piedi e producano un'ombra per rendersi conto del simbolismo" [n. 16] che può attribuirvi.


(1) J.-P. Sartre, La Temporalité chez Faulkner, in Situations I, Gallimard, Paris 1968, p. 72.
(2) William Faulkner, L'urlo e il furore, Einaudi, Torino 1997, p. 90.
(3) Ivi, p. 92.
(4) Ivi, p. 67.
(5) Ivi, p. 75.
(6) Ivi, p. 82.
(7) Ivi, p. 107.
(8) Ivi, p. 159.
(9) Ivi, p. 152.
(10) Ivi, p. 101.
(11) Ivi, p. 104.
(12) Ivi, p. 98.
(13) Ivi, p. 84.
(14) Ivi, p. 48.
(15) Mario Materassi, I romanzi di Faulkner, Biblioteca di studi americani, Roma 1968, p. 117.
(16) Faulkner cit. in A. Lombardo, Il diavolo del manoscritto, Rizzoli, Milano 1974, p. 236.

Tratto dalla mia tesi di laurea: IL FLUSSO DI COSCIENZA IN: THE SOUND AND THE FURY. Relatore: prof. Federico Bertoni. Facoltà di Lingue. Università di Bologna. (Anno accademico 2003 - 2004)

Approfondimenti:

Webhttp://it.wikipedia.org/wiki/William_Faulkner
Lankelot.eu :

 

ISBN/EAN: 
9788806179557

Commenti

Ciao Stefania!
Ho inserito i tags e il codice ean del libro, per agevolare ibs. Vengo subito a leggerti...

Trovo conferma della profondità delle tue analisi e del fascino d'un autore che devo ancora incontrare lungo i miei sentieri. Ti ringrazio per il contributo, gli stimoli e le suggestioni. Hai parecchio da comunicare e condividere da queste parti, ti leggeremo avidamente.

OT > festeggiamo l'articolo 1500 di Lankelot.eu. A te l'onore:)

Sei gentilissimo. ?
L?articolo 1500? Non capisco? Ti riferisci a Maria Lai ?

No no... proprio l'articolo numero 1500 apparso su Lankelot.eu:)

Che casualità! L'ho scoperto sola ora, prima avevo inserito 1500 al posto di 1734, sopra, nell'indirizzo URL, preciò credevo fosse quello di Archerusa, ed invece.. :)

Ciao Stefania, piacere di conoscerti e di leggerti. Ho visto anche il precedente, ma mi sento di lasciare un commento qui.

Prima di tutto il pezzo: beh, che sia estratto da una tesi si sente... nel bene e nel male. Mi spiego: qui siamo oltre una recensione, siamo alla critica. A mio parere (posso sbagliare, naturalmente!) per comprendere un pezzo di critica è necessario aver letto l'opera. Altrimenti ci si perde un pochino, come è capitato a me ad un certo punto delle tue (molte) righe.
Brano analitico al massimo, elegante e di ottima struttura.
Ma poco "mediato" (com'è giusto che sia in una tesi di laurea) e quindi in certo senso "distante" dal lettore (a meno che non si tratti di un appassionato o di un esperto di Faulkner).
Questo appunto non toglie nulla a una pagina comunque bella e importante, sia chiaro!

Dove scrivi: "Faulkner ha generalmente respinto l?interpretazione simbolica delle sue opere, nella convinzione che lo scrittore è troppo impegnato "a creare persone di carne e ossa che stiano in piedi e producano un?ombra per rendersi conto del simbolismo"
direi che c'è una grande verità, benché naturalmente a ognuno il proprio mestiere: lo scrittore crea, il critico interpreta la creazione (o quanto meno, restituisce i significati che lo scrittore inconsciamente ha infuso nell'opera).

Mi unisco all'attesa di Gf di leggerti ancora!

Ciao Ildelaura, ti ringrazio per il commento.
Sì, infatti (come già preannunciato), la mia era una sorta di risposta critica alla recensione del romanzo, di cui già Baol70 ci ha fatto dono.
I miei articoli a venire, ti prometto, saranno delle recensioni:)

(fantastico!) ;)

Prima di tutto bentornata :-). Qui contributi precisi e preziosi sono un tesoro.
Poi: onorato di essere chiamato in causa, peraltro da chi, evidentemente, ne sa molto più di me. Io esercitavo il diritto di lettura critica sulla base dello statuto di questo sito. Ne ho i mezzi, per leggere e scrivere, credo. Consentimi questa premessa, anche se.
Ovvio che ciascuno è responsabile di ciò che dice. Indi per cui. Poiché mi sono laureato su ben altra "materia", devo argomentare perlomeno la mia idea, senza per questo contrastare o differire la tua. Se Quentin abbia solo immaginato certe azioni ed io abbia letto frettolosamente, può anche essere, ma non mi pare. Dammi la possibilità di ritornare sui passi e farne tesoro, eventualmente citandone altri. Che, come dicevi nei visibili messaggi di commento, la mia forse "azzardata" ipotesi, nulla toglie che "Sound and the fury", in Italia tradotto come "L'urlo e il furore", sia un romanzo di sconfitta, scritto magistralmente con tecniche narrative desuete per allora e, mi consentirai, non certo di facile interpretazione o vendita.
Se Faulkner dice quello che dici, sono lieto. La creazione non si sottopone o genuflette ad interpretazioni univoche. La letteratura, quella "vera", non é un trattato di diritto, dove si emettono sentenze. Tantomeno io sentenzio. Io semmai comunico. La mia argomentazione.

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Mi dicevi allora: ?Ci sono diverse letture per un romanzo così polimorfo.? su questo sono d?accordo con te." in tuo messaggio. Esatto. Questo è un romanzo atipico, geniale, costruito su discrasie temporali e narrazione non lineare, consentimi. Il problema per me non è se Quentin abbia consumato o meno un incesto, il "problema" è la dannazione, la vertigine dell'abisso, un senso di disintegrazione che pervade il romanzo. Questo mi ha colpito, di questo sono innamorato. La "fuga" non mi pare atteggiamento per cui vivere, incesto o non incesto. My opinion.

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Detto ciò visto che mi hai chiamato in causa, il mio indirizzo e.mail è Baolo70@yahoo.it. Per il resto, parliamone. Chi mi conosce, qui, sa che posso anche fare giusta ammenda e correggermi. Sono un "semplice" webwriter ed amo la bellezza e la critica e soprattutto la letteratura. Quando, dove e se é vero sbaglio, mi correggo. Vedi ultimamente la Nothomb su osservazione di Franchi. To the next.

Ciao e grazie per il commento.
Mi spiace capire che credi voglia farti cambiar parere. Assolutamente no! Non ne ho e non ne avevo alcuna intenzione. Anzi, se ho confrontato il mio punto di vista col tuo, era perché mi incuriosiva la tua interpretazione. Se difendevo la mia tesi, era perché tu difendessi la tua, rendendomela più interessante. Tu hai avuto modo di spiegarti col tuo artico ed io ho voluto ricambiare con il mio. Ecco tutto.

veramente ero qui per ringraziarti. Avemmo un forte scambio, e ciò fa bene a me, al sito e spero anche a te :-). Nessuna polemica, io adoro costruire, non distruggere :-)