Welsh Irvine

Trainspotting

Autore: 
Welsh Irvine



and in the darkened underpass / I thought oh God  my chances has come last / but then a strange fear gripped meand I just couldn’t ask *
(da una canzone degli Smiths, cfr. nota 1)
 
In apertura del libro, una nota a piè di pagina spiega il significato di trainspotting. Con questo termine si allude a un hobby che consiste nel registrare il numero di identificazione e la destinazione dei treni al loro passaggio.
Il titolo è quanto mai azzeccato poiché il romanzo(?) è un viaggio reale e metaforico, viaggio nel senso di sballo e non solo, di un gruppo di giovani tossici della periferia di Edimburgo. Identificazione e destinazione. L’identificazione è nella relazione che lega questi giovani l’un l’altro. Questa relazione è fondata sull’eroina. Il viaggio è un viaggio di dannati. La destinazione è quasi per tutti un’implacabile, brutale, autodistruzione.
Pochi sapranno tirarsi fuori dal piacere del buco, ma nel momento in cui troveranno la forza per farlo, in chiusura del libro, perderanno per sempre innocenza e gioventù.
A mio avviso, Trainspotting è letteratura. Di più, è alta letteratura.
 
La voce che narra, ma sarebbe più corretto dire, la voce che parla, è quella dei protagonisti, in prima persona. Voce che raramente è dialogo. Il dialogo presuppone una relazione con l’altro, un’attenzione all’altro, a ciò che è fuori da sé. Dunque, Il più delle volte si tratta di monologhi camuffati da dialoghi, monologhi che nella morsa brutale della tossicità, mutano a volte in deliri. Deliri come baratri, esperienze insondabili della psiche, abissi nei quali  chi vi è immerso ha il terrore di non poterne riemergere mai più. Il linguaggio è quello che ci si può attendere  da un gruppo di tossici: sboccato quanto si vuole, violento, tragico. Irvine Welsh  sa stare dietro i suoi protagonisti senza mai apparire, senza mai giudicare. E tuttavia, da questa scrittura che è inferno e dannazione, traspare  una compassione straziante e sommessa. Trainspotting è un libro luttuoso. Un violento, accorato De profundis per una giovane generazione senza futuro.
 
La storia si svolge nella periferia di Edimburgo: Leith. Un luogo disseminato di rioni popolari dove i protagonisti del romanzo si conoscono fin dall’infanzia. Sono tutti giovani proletari. In maggioranza giovani evoluti. Welsh non sottovaluta il momento storico nel quale vivono, al contrario lo considera una delle cause se non la principale dell’assenza di prospettive che li caratterizza. Siamo ai primi anni ’90, il periodo più “fulgido” del neoliberismo della signora Thatcher. In altre parole, un ciclone che spazza via in un lampo, una civiltà fondata sui diritti sociali dei lavoratori. C’è stata una guerra più che una lotta tra classi; una guerra durissima nella quale non è stata risparmiata neppure l’ultima cannonata. La distruzione di quella civiltà è stata sistematica e forse irrimediabile. Il modello sociale di un passato che è appena dietro l’angolo è divenuto, nel volgere di in un decennio, nient’altro che un relitto.
 
Su questo relitto il gruppo dei ragazzi di Leith getta uno sguardo distaccato.  Nessun rimpianto per ideologie consunte. Rimane una rabbia furiosa che però non si traduce in una solidarietà costruttiva. A nessuno di loro viene in mente di raccogliere da terra il testimone dei padri e di lottare per la civiltà che questi ultimi hanno rappresentato. Quel tempo è scaduto. Il thatcherismo ne è il sintomo, velenoso quanto si vuole, ma solo il sintomo. La malattia sociale è profonda e irreversibile. Verranno nuove prospettive. In un altro tempo. Forse.
Al momento, nell’universo di Trainspotting, e fuori, ognuno fa per sé. E questo è tanto più vero all’interno di un gruppo di tossici. Dice Johnny Swan che di mestiere fa lo spacciatore e si fa chiamare “Madre Superiora” o “Il cigno bianco”: Di amici non ce ne sono in questo campo. Solo contatti.(ib. pag. 12).
I protagonisti si fanno chiamare I ragazzi del buco: Johnny, Rents, Sick boy, Spud, Secondo Premio, Tommy, Stevie, Matty  e altri. Welsh non li presenta. Lascia che si presentino da soli.  L’autore non dà un aiutino neppure per capire chi diavolo stia parlando: si tratta di Mark Rents? O Sick boy? Spud? Che il lettore lo scopra da sé.
 
Credo che  questa scelta dell’autore non sia un vezzo di stile: occorre infatti mantenere un rigoroso ritmo letterario. In questo romanzo dal linguaggio veloce, compulsivo, spasmodico, la presentazione di uno qualsiasi dei protagonisti suonerebbe come una stecca nel ritmo. Un linguaggio che non ammette pause, non può farne.
Poiché non ci sono mediazioni tra lettore e personaggio, questi sono immediatamente scaraventati l’uno di fronte all’altro. Senza filtri. Senza difese. L’approccio deve essere frontale o non è niente.
E questo approccio è formidabile nel suo effetto. L’assenza di voci in terza persona, di voci narranti e compagnia bella, impediscono al lettore qualsiasi via di fuga.
 
Questo aspetto, a mio avviso,  è importante. Per la prima volta riesco a leggere un libro sulla droga che non sia un piagnisteo. Un libro dove chi legge non è assolto a priori. Welsh non concede alcuna indulgenza ai giovani drogati. Allo stesso modo quell’indulgenza non è concessa neppure al lettore. E tanto meno all’universo sociale e familiare che gira intorno ai  ragazzi del buco.
Il degrado tocca tutti. Tutta una classe sociale con le sue bassezze, ottusità, diffusa disperazione. Gli uni sono lo specchio degli altri. A tratti, dentro questa società schizoide e dolente, brillano come luci nella notte oscura, atti di umana pietà che solo una voce lucida come quella di Welsh riesce a porgere senza che si avverta alcuna finzione.
Dice Rents, uno dei più acuti protagonisti del romanzo: L’eroina è una droga onesta perché  toglie di mezzo tutte le illusioni.
A ben guardare, Trainspotting mostra un dato di fatto che mi alletta parecchio: gli ottusi, quelli che non sanno guardare al di là del proprio naso, sono il più delle volte i non drogati. Al contrario molti dei tossici sono capaci di analisi spassionate e realistiche sul mondo che li circonda.
 
Voce di Tommy: Io non li sopporto, i coglioni come quelli. Coglioni come Begbie. Coglioni che si lanciano con una mazza da baseball contro tutti i poveri stronzi che sono diversi da loro, pakistani, froci e tutto il resto. Falliti del cazzo nel paese dei falliti. A che cazzo serve pigliarsela con gli Inglesi solo perché ci hanno colonizzato? Non ho un cazzo io, contro gli Inglesi. Sono dei segaioli e basta. …E allora, che cazzo siamo noi? Cazzo, il peggio del peggio, la feccia della terra. La scacataggine più assoluta, schifosa, patetica, leccaculo mai cacata in tutto il creato…Non ho un cazzo io contro gli Inglesi. Sono gli Scozzesi che mi stanno sul cazzo. (ib. pag.86). 
 
Il treno sul quale sono saliti i ragazzi del buco sta per giungere a destinazione. Molti si sono persi per strada, falciati via dall’HIV che negli anni ’90 furoreggia come la peste nera tra i drogati e non drogati.
C’è L’uscita di scena, l’ultimo capitoletto del romanzo. Uscita di scena e anche chiusura dei giochi.
La posta è alta: una partita di eroina purissima che il gruppo è riuscito a sgraffignare e che ora vuole smerciare. C’è un vero e proprio viaggio in treno per giungere a destinazione, all’indirizzo di uno spacciatore professionista che si è detto pronto ad acquistarla.
 
Eccoli i ragazzi del buco fuori dalla loro tana: fuori da Leith e da Edimburgo. Allo spacciatore professionista basta uno sguardo per capire che si tratta di pivelli, di tamarri che possono essere raggirati come niente. Ad ogni modo, poiché l’eroina è di prima scelta, il professionista si guarda bene dal farsela sfuggire.
I ragazzi trattano il prezzo, o credono di saper trattare.
Ottengono diciottomila sterline che per loro sono una cifra altissima. La merce ne vale almeno dieci volte di più. Ma loro, i pivelli della periferia di Edimburgo, che cavolo ne sanno, di affari?
I ragazzi ora hanno i soldi. Per una ragione poco chiara li affidano a Mark Renton.
E lui, nella stanza d’albergo dove sta riposando, si accorge che è arrivato il momento di fare il salto. Prende la borsa con tutti i quattrini e scappa.
Nel viaggio che lo porta in Danimarca analizza la situazione. Si sente in colpa. Ha tradito i suoi compagni. Non potrà mai più tornare indietro. Per un momento il malessere che lo prende è così forte  che quasi vorrebbe fare macchina indietro. Ma non può. L’intuizione iniziale è stata quella giusta. Nessuno di quelli del suo gruppo trarrebbe vantaggio dai quattrini. Lui, al contrario, il vantaggio lo vede. E’ colto, laureato, non ha rinunciato agli studi come gli altri. Ha saputo controllare la droga e uscirne. Non ha rimpianti. O quasi. Sick boy se la caverà in ogni modo. E’ un magnaccia nato. Gli altri, bé, gli altri sono ormai storia del passato.
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Irvine Welsh, scozzese, risiede a Dublino, dopo aver vissuto e lavorato a Edimburgo, Londra e Amsterdam. I suoi libri, “Ecstasy”, “Acid House”, “Il lercio”, “Tolleranza zero”, “Colla” e altri, sono tutti pubblicati in Italia da Guanda.
 
Da “Trainspotting e da un racconto di “Acid house” sono stati tratti i film omonimi. Il primo di Danny Boyle e il secondo di Paul McGuigan.
 
Irvine Welsh, “Trainspotting”, Guanda, 2004. Traduzione di G. Zeuli.
 
Renata Adamo, settembre 2007
 
 


 
* “E nel sottopassaggio buio/pensai, oh Dio è arrivato il mio momento/ma poi mi prese una strana paura/e non fui più capace di chiedere.” (N.d.T)

ISBN/EAN: 
9788882467647

Commenti

"... è un viaggio reale e metaforico, viaggio nel senso di sballo e non solo, di un gruppo di giovani tossici della periferia di Edimburgo. Identificazione e destinazione. L’identificazione è nella relazione che lega questi giovani l’un l’altro. Questa relazione è fondata sull’eroina. Il viaggio è un viaggio di dannati. La destinazione è quasi per tutti un’implacabile, brutale, autodistruzione" (Renata Adamo).

On line il nuovo articolo della nostra Renata su "Trainspotting" di Welsh. Buona lettura, amices!

"Siamo ai primi anni ?90, il periodo più ?fulgido? del neoliberismo della signora Thatcher. In altre parole, un ciclone che spazza via in un lampo, una civiltà fondata sui diritti sociali dei lavoratori. C?è stata una guerra più che una lotta tra classi; una guerra durissima nella quale non è stata risparmiata neppure l?ultima cannonata. La distruzione di quella civiltà è stata sistematica e forse irrimediabile. Il modello sociale di un passato che è appena dietro l?angolo è divenuto, nel volgere di in un decennio, nient?altro che un relitto."

> Questo è un passo fondamentale. Lucida e chiara.
Ottima osservazione.

"Un libro dove chi legge non è assolto a priori. Welsh non concede alcuna indulgenza ai giovani drogati. Allo stesso modo quell?indulgenza non è concessa neppure al lettore."

> Bisogna approfondire l'opera di Trocchi.
Ho scritto solo del "Young Adam".
Guarda se ti interessa:
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/09/21/trocchi-giovane-adamo/

La canzone degli Smiths è "There's a light that never goes out". E' notevole l'uso della colonna sonora scritta, come anche quella del film.

:)

Libro davvero notevole. Ha rallegrato tratte di lunghi viaggio in treno, tra firenze e cormòns, nonché qualche giornatina in caserma, nel '99. Libro splendido.

Take me out tonight
Where there's music and there's people
And they're young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
Anymore

Take me out tonight
Because I want to see people and I
Want to see life
Driving in your car
Oh, please don't drop me home
Because it's not my home, it's their
Home, and I'm welcome no more

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine

Take me out tonight
Take me anywhere, I don't care
I don't care, I don't care
And in the darkened underpass
I thought: Oh God, my chance has come at last
(But then a strange fear gripped me and I
Just couldn't ask)

Take me out tonight
Oh, take me anywhere, I don't care
I don't care, I don't care
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one, da ...
Oh, I haven't got one

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine

Oh, There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out
There is a light and it never goes out