Wehr Gerhard

Novecento occulto

Autore: 
Wehr Gerhard

I Grandi maestri dell’esoterismo contemporaneo

Questa rassegna di “maestri” possiede tutti i limiti ascrivibili al suo genere. Si tratta di un’antologia, e dunque rispetto ad approfondimento e speculazione prevalgono veduta d’insieme e quantità. Ma ciò che mi ha spinto alla lettura e ancor prima all’acquisto di questo volume è l’argomento, il campo di indagine così particolare e, in fin dei conti, così raro, che definisce un percorso “scomodo” di selezione degli autori. Non è un manuale di filosofi né di scienziati, non raccoglie personaggi storici o santi, raggruppa invece personalità enigmatiche (spesso hanno poco o niente in comune) sotto la traccia dell’esoterismo contemporaneo. La nostra civiltà aristotelica e scientista non lascia spazio al mistero, etichetta come “mondezza” tutto ciò che non sia verificabile, ripetibile e catalogabile, sotto l’egida dell’empirismo illuminista. Nel popolo di Vanna Marchi questa operazione di assemblaggio di cialtroni ha gioco ancora più facile, le cronache dei quotidiani raccontano il pullulare di millantatori e venditori di illusioni, Copperfield da marciapiede e santoni mercenari. Abbiamo il dovere di difenderci e la scienza assicura armi ed anticorpi necessari, non c’è un valido motivo per abbandonare questa strada. Ma, se ci pensate, non c’è neanche un valido motivo per seguirla fino in fondo. Conserviamo della scienza la diffidenza e la capacità di giudizio, ma non ne facciamo una fede. Non è mia intenzione trasformare queste righe in un manifesto anti-illuminista, il mio invito, semmai, è al dubbio, alla cultura del dubbio; un dubbio che non deve investire la scienza ma la deve semplicemente riportare alla sua dimensione, che è una dimensione relativa, non assoluta. La scienza non ha tutte le risposte; forse esistono campi d’indagine che non vi faranno passare il raffreddore ma che tracciano, attraverso percorsi individuali, la possibilità di uno sviluppo più pieno delle nostre potenzialità. Esistono forse conoscenze, paradossalmente poco conosciute, che non negano la validità della scienza ma la inseriscono in un sistema olistico: più complesso e completo. Conoscenze capaci di riunire religione, scienza, filosofia, psicologia, geologia e chissà quanti “ia” e di riportare tutto ad un’unità. Ci sono uomini che hanno dedicato la loro vita a questa ricerca. Novecento occulto ci presenta questi uomini.

Si individua presto in queste pagine del compendio di Gerhard Wehr un malcelato “debole” per la figura e l’insegnamento di Steiner. Ciò non stupisca: è nella natura delle cose che un appassionato di esoterismo si leghi a questa o quella corrente, sarebbe come pretendere che un cattolico non scriva mai un testo di storia delle religioni. È anzi a mio parere degno di apprezzamento lo slancio di questo “discepolo” verso personalità in qualche modo concorrenti, frutto di una passione sincera ma inesorabilmente condizionata. Basta una rapida occhiata alle note e alla bibliografia di ogni autore per constatare un indubbio orientamento dell’ago della bilancia.

 

Una donna di cultura non universitaria che scrisse libri importanti e complicati come fosse stata posseduta o agisse sotto dettatura. I suoi testi contengono una quantità inspiegabile di citazioni e riferimenti. In Iside svelata c’è un attacco a scienza e religione con particolare accanimento verso la chiesa. Più che un’autrice i contemporanei la considerarono un’esecutrice. “Sapeva a malapena l’inglese” racconta il suo allievo Olcott, eppure i suoi libri erano di un incredibile livello intellettuale ed erano scritti con differenti grafie. Madame Blavatsky si proclamò portatrice di segreti di matrice orientale, molti credevano che attraverso i suoi indubbi poteri medianici fosse in contatto continuo con dei “maestri orientali”. Fu fondatrice della Società Teosofica destinata ad ottenere un largo seguito e ad ispirare lo stesso Steiner. Malgrado ciò la vita della Blavatsky fu assai travagliata: diffamazioni e calunnie nei suoi confronti vennero provate soltanto molti anni dopo la sua morte. La società teosofica, sostenuta persino da Gandhi, si prefigge la ricerca di un’unica verità che trova espressione in tutte le religioni.

 

Di formazione teosofica, l’austro-ungherese si allontanò, in seguito ad uno scontro dottrinale, dalla Società fondata dalla Blavasky, dando vita ad un movimento, proclamato autonomo, che otterrà ancor maggior fortuna: L’antroposofia. I riferimenti ed il bagaglio culturale e spirituale degli antroposofi getta le sue radici nei Rosacroce, un ordine spirituale cristiano caro anche ad Umberto Eco. Steiner (autore fertilissimo) insiste su di una distinzione fondamentale tra mistica ed alchimia. Il mistico, spiega, penetra l’essenza spirituale dell’uomo, l’alchimista risale alla dimensione spirituale della “natura” esterna all’uomo, per poi all’uomo fare ritorno. L’antroposofia è in questo senso di “orientamento alchemico” prefiggendosi una conoscenza del mondo e, successivamente, dell’uomo. Il mistico si concentra sul sentimento, il rosacrociano sulla conoscenza. Questa ricerca è individuale, Steiner rifiuta totalmente il culto della personalità. Catalizzatore dell’antroposofia è infatti l’evento di Cristo cioè la valorizzazione non dogmatica della sua figura. Questa priorità ritenuta da Steiner insindacabile causerà, come vedremo meglio tra breve, il suo abbandono della società teosofica nel 1912. Nel 1922 nacque, sotto la sua supervisione “la comunità dei cristiani”.

 

Precettato, insieme a suo fratello, all’età di 14 anni e “costretto” ad assolvere un incarico di portata epocale, Jiddu Krishnamurti fu il prodotto meraviglioso di un’operazione stolta. Ottavo figlio di una famiglia di bramini fu individuato e prelevato dai due leader della società teosofica: Leadbeater, discepolo della Blavatsky e Annie Besant che fu per lui come una seconda madre (alla prima lo avevano sottratto per scopi superiori) vedevano in lui il futuro “Maestro del Mondo”, l’incarnazione del Buddha Maitreya. Ciò causò una vera e propria spaccatura in seno al movimento dal quale Steiner si chiamò fuori dichiarando: “Nessuna confessione religiosa può porsi al di sopra della verità. Noi crediamo nell’unicità della venuta del Cristo”. Wehr ci racconta poi di una profonda trasformazione del ragazzo, intorno ai venti anni, quasi nauseato dalla farsa ora chiara ai suoi occhi. Inizierà un percorso di ribellione che lo porterà ad una ricerca della Verità lontano dalle organizzazioni spirituali preconfezionate: “La verità è una regione impervia. Non c’è alcun sentiero che vi conduca, nessuna religione, nessuna setta. È questo il mio saldo principio, che sostengo in maniera assoluta e incondizionata”. Aveva appena 23 anni. Ruppe ogni rapporto, anche di amicizia, con i teosofi. Rifiutò categoricamente la nomina di redentore ma insegnò fino all’ultimo dei suoi giorni a cercare dentro se stessi. Le sue parole e il suo atteggiamento ricordano spesso Socrate, non a caso negò con fermezza anche uno dei presupposti della trasmissione di conoscenza orientale: il rapporto maestro-allievo: “Noi stessi dobbiamo essere i nostri maestri ed i nostri discepoli”.

 

Nata nel 1880 e fino a trentanove anni donna comune, educata in modo rigido e conservatore, l’inglese Alice Bailey “riprende”, se mi si passa il termine, la dinastia delle mistiche telepatiche inaugurata dalla Blavtsky: nel 1919 ha il secondo (il primo fu durante l’adolescenza ma neanche lei vi prestò caso) colloquio mentale con il maestro tibetano Khul che la investì di un’importante missione di trascrizione e pubblicazione. Il testo di apertura, a cui ne seguirono 23, fu Iniziazione umana e solare: se, rispetto alla Blavatsky, la terminologia appropriata è spiegabile con i contatti che la donna aveva avuto con la società teosofica, è difficile anche in questo caso screditare la teoria del “contatto telepatico” perché i suoi testi contengono un numero elevato di informazioni su magia bianca, guarigioni esoteriche, psicologia ed astrologia esoterica; un “contributo spirituale” che durò trent’anni e, secondo quanto ci racconta la donna, divenne con il tempo vera e propria cooperazione: “…posso ormai mettermi in contatto con lui senza la minima difficoltà, ogni volta che lo desidero; mantengo sempre la mia integrità mentale e discuto con lui quando mi sembra, da occidentale, di conoscere meglio certi aspetti formali”. Di massimo interesse, a mio parere, la reazione della Bailey all’opinione di Jung: “Mi hanno riferito che secondo Jung il tibetano sarebbe il mio superiore personificato, mentre Alice Bailey sarebbe il inferiore. Mi piacerebbe chiedergli come fa il mio superiore a spedirmi pacchi dall’India, dato che il tibetano lo ha fatto”.

 

Qui è chi vi scrive a trovarsi in difficoltà, la mia particolare dedizione alle opere e all’insegnamento di questo enigmatico personaggio non mi rende, probabilmente, critico obiettivo. Quel che constato, infatti, è un difetto grave di completezza nel testo di Wehr. Insufficiente, a mio parere, la bibliografia relativa al misterioso caucasico, a cui attinge l’autore. Un difetto che si riversa nella sua sintesi, attenta oltremodo a discreditare un uomo innegabilmente unico, sulla scia di un testo quantomeno discutibile (è il parere di altri autori non presi in considerazione) quale è Monsieur Gurdjieff di Pauwels.

Quel che è certo è che la vita di Gurdjieff fu per lungo periodo avvolta nel mistero. Nato, forse, nel 1877, forse undici anni prima, nella Russia meridionale al confine con la Persia, quest’uomo intraprese un ventennio di viaggi in giro per il mondo alla ricerca della Verità nascosta nei monasteri delle più diverse religioni: un periodo controverso di cui si sa davvero poco. Ricomparso nel 1912 in Russia, incontrò lo scienziato e fisico P. Ouspensky, che divenne il primo dei suoi allievi e a cui si deve la trasmissione più accessibile al pensiero del maestro (Frammenti di un insegnamento sconosciuto). Non convincente e in qualche modo maligno l’epiteto riservato da Wehr a Gurdjieff: “il mago”. Per quanto furono indubbie le doti così dette “paranormali” di quest’uomo, associare il suo nome a questo titolo è operazione errata nel migliore dei casi, arbitraria nel peggiore. Malgrado, infatti, l’attività di scrittore occupò soltanto gli ultimi due decenni della vita del russo, il suo insegnamento noto con il nome di “quarta via” fu importante ed originale in quanto comprensivo delle tradizioni (dal Buddismo al Sufi) più disparate e relativo ad ogni aspetto della vita dell’Uomo. “Quarta via” quasi come sintesi e superamento delle prime tre: quella del fachiro, del monaco e dello yogi, ovvero uno sviluppo armonico dell’uomo, in grado di coltivare contemporaneamente la crescita di corpo, emozione e mente. Dobbiamo a lui, se non altro, la diffusione in Occidente del simbolo dell’enneagramma (strumento di analisi personale e cosmica) probabilmente originario dell’Afghanistan. Celebri le sue danze sacre che riproponevano complessi movimenti cosmici, il contributo di Gurdjieff in questo campo fu accostato, nei primi decenni del Novecento, a quello di Jacques Dalcroze (euritmia). La sua attività si localizzò negli anni venti in Francia, a Fontebleau, dove aprì il “centro per lo sviluppo armonico dell’Uomo” poi, in seguito a un incidente d’auto quasi mortale, si spostò in America fino alla data della sua morte, il 1949.     

 

Nacque nel 1886 a Blois, nella valle della Loira. La sua vita fu incentrata sul recupero della tradizione. “A volte - spiega Wehr, in uno dei passi più significativi del libro – si ha l’impressione che negli ambienti impregnati della religiosità più semplice si sia conservata una relazione con l’eredità dei padri molto più forte di quella che sarebbe lecito attendersi invece dalle persone colte, formate a livello scientifico, accademico e teologico. (…) Si è aperto un vuoto spirituale di vaste proporzioni”. La conoscenza della tradizione non è tradizionalismo retrogrado! Questo appello dell’autore trova proprio nella vita e le opere di Guénon la sua ispirazione. Insieme a Evola e Ziegler, egli rappresenta la porta aperta all’oriente e, soprattutto, all’origine della Conoscenza. Il fine della vita è infatti, per il francese, la realizzazione metafisica ovvero la ricerca della “parola perduta”. Nel 1912 entrò in un ordine Sufi, poi, trasferitosi al Cairo, sposò la figlia di uno sceicco e condusse una vita di ritiro. Dobbiamo a quest’uomo, secondo molti, il recupero delle fonti della tradizione musulmana induista e, in parte, cinese. Guénon si sobbarcò di fatto l’onere di presentare e riproporre in Occidente il nucleo di queste dottrine. Il suo tentativo, finché ne ebbe forza, fu quello di “superare” la prospettiva scientifica non sprezzandola, bensì sollecitando una lettura comparata della tradizione occidentale ed orientale.

 

Definito ermetico, Evola ha molto in comune con Guénon che per altro conosceva ed apprezzava (curò la diffusione in Italia dei suoi testi). Alla base della sua formazione sta il concetto dell’iniziazione, inteso come ricerca del sé per mezzo di una trasformazione integrale. Non aveva, come Guénon, alcun rapporto con la società teosofica ed antroposofica poiché diffidava delle associazioni spirituali pubbliche. Fu tuttavia lui stesso a capo di un gruppo, l’Ur, che sperimentava l’esoterismo attraverso veri e propri riti iniziatici. La differenza tra il suo gruppo e le altre organizzazioni era, Per Evola, soprattutto di natura metodologica: l’Ur procedeva non teoricamente ma per sperimentazione, per realizzazione operativa. In questa prospettiva la conoscenza coincide con l’esperienza. Il percorso di Evola è in questo senso affine a quello di Steiner, tanto che un suo seguace, il romano Scaligero, prese parte al movimento antroposofico.

I riti iniziatici evoliani vengono considerati atti magici, riabilitando la magia come scienza dell’io. Alla base delle ricerche di questo personaggio è il mistero del Graal. Esso è l’idea medievale dell’esistenza di un centro superiore del mondo. L’intera lettura del Graal ha così un valore iniziatico, non è cioè opera di fantasia. “Evola scorge nell’ordine dei templari, come comunità legata ad un vincolo iniziatico, l’autentica cavalleria spirituale del Graal”.

La tradizione ermetica fu uno dei testi più importanti di Julius Evola, egli la associava all’alchimia (conoscenza antica che non convinceva, invece, Guénon) considerata non la progenitrice della chimica moderna bensì come un sapere esoterico. Sua intenzione era trasmettere gli strumenti per un’adeguata comprensione dei testi di Ermete Trismegisto. 

Le implicazioni politiche di natura nazional-fascista insieme ad un ostentato anti-cristianesimo avvicinavano la figura di Evola a quella di Machiavelli e, soprattutto, Nietzsche, rendendo la memoria di questo importante pensatore in qualche modo macchiata o screditabile. Così come la storia ha restituito lustro al filosofo tedesco relativizzando e rivisitando le sue concezioni più estreme credo con Wehr sarebbe giusto fare altrettanto con lo studioso romano.

 

Wehr considera Ziegler un perseguitato, gravemente ed ingiustamente dimenticato dalla storia e ripudiato dalla filosofia accademica. Nato a Kalrlsruhe nel 1881, Leopold condusse una vita travagliata all’insegna di malattia e lutto. Ciò non gli impedì di dedicarsi anima e corpo alla ricerca della verità ed il suo pensiero, insiste Wehr, è di tale portata da renderne necessaria una riscoperta. Come i due autori precedenti si legò indissolubilmente alla “tradizione integrale” manifestando nell’essenza delle sue opere la necessità di «rianimare lo spirito perduto della tradizione dell’umanità…e di imparare di nuovo a leggere l’alfabeto dello spirito del mondo, con i suoi svariati segni, le immagini, le rune, in una maniera corrispondente alle attuali potenzialità e capacità». Profondo conoscitore di Fichte, Hegel e Schelling e soprattutto Plotino e Nietzsche, Ziegler stimava profondamente Guénon e, per quanto non gli venga riconosciuto, conosceva e apprezzava la scienza canonica alla quale si apriva per un dialogo costruttivo. Rispetto ad Evola, con il “maestro” tedesco assistiamo ad un recupero della centralità del Cristianesimo, identificato con la figura di Cristo e sintetizzato dal complesso concetto di Uomo universale. Lo storico della chiesa Ernst Benz ne parlò come un anello della catena della tradizione della gnosi cristiana, della cabala giudaica e della mistica cristiana orientale. Della vastissima bibliografia ricordiamo in particolar modo Tradizione, L’ultima epifania di Apollo e Dialogo didascalico dell’uomo universale in sette serate.

 

È la figura più contorta della lista esoterica di Wehr. Non per la difficoltà del suo pensiero, che anzi fu espresso in modo lucido e “scientificamente” condivisibile, ma per la scelta audace e confutabile, di associarlo ad una “corrente” (quella esoterica appunto) dalla quale lui stesso prese le distanze. Eppure, aggiunge Wehr, soltanto un vero esoterico avrebbe parlato in questo modo: «I veri segreti non li conosciamo, e non li conoscono neanche i cosiddetti esoterici; i quali non dovevano, almeno un tempo, rivelarsi (…) L’uomo ha bisogno di segreti e dato che quelli veri non li conosce, se ne fabbrica di finti. Ma quelli veri lo aggrediscono dalle profondità dell’inconscio, così che gli può accadere di rilevare allora cose che avrebbe veramente dovuto tenere segrete». Per una più dettagliata trattazione del pensiero dello svizzero rimando alla recensione del testo di Bennet (che bello autocitarsi!), quello che qui è interessante rilevare sono le implicazioni spirituali del contributo di Jung. Proteso, infatti, alla ricongiunzione del sé (inteso come unione di io ed inconscio), ovvero ad una più profonda conoscenza di se stessi, è essenziale sottolineare la dimensione religiosa implicitamente propria al concetto di archetipo ed inconscio collettivo. «L’autorealizzazione è, nel linguaggio metafisico-religioso, l’incarnazione di Dio (…) Il sé non è un puro concetto ma una realtà psichica». In questo senso Wehr suggerisce l’analogia tra psicoterapia ed esercizio spirituale (tesi che, come vedremo, sarà sviluppata da  Dürckheim).

Davvero interessante la parte dedicata al rapporto tra Jung e l’oriente, un aspetto ritenuto generalmente secondario nell’analisi del pensiero dello svizzero. Jung, ci spiega Wehr, aveva profondo rispetto dell’oriente, ma, in seguito ad un sogno avuto negli anni trenta durante il suo soggiorno in India, capì che non era quello il suo percorso. La comparsa onirica del Santo Graal fu per Jung come un esplicito invito del suo inconscio al recupero della propria tradizione occidentale, in qualche modo più essenziale alla sua crescita individuale.

 

Dobbiamo a questo maestro la così detta “terapia iniziatica” ovvero l’innesto di una pratica spirituale sulla base dottrinale di matrice psicanalitica junghiana. Discendente da un’antica famiglia nobile della Baviera palatina, l’intento principe del conte Dürckheim era quello di “aprire ad oriente” la mentalità e lo spirito occidentale. Questo non si traduceva nell’insegnamento delle dottrine orientali originarie (sarebbe infatti stata un’operazione forzata e sbagliata), bensì nella volontà di integrazione dei due mondi costituendo una sorta di “Zen occidentale”. Il suo è un ammirevole tentativo di recupero della spiritualità e delle pratiche meditative di ricerca interiore, non un azzeramento dei meriti conseguiti dal progresso occidentale. Tutto ciò si rendeva possibile soltanto con un’apertura al mistero che avrebbe permesso un viaggio introspettivo per un “contatto con l’essere”. Pratica iniziatica, meditazione e sviluppo dell’attenzione erano le pratiche più familiari all’insegnamento del conte. Non si votò mai alla religione, intesa come insieme di riti e pratiche obbligate di devozione, fu piuttosto promulgatore sentito di una religiosità della vita interiore. 

 

L’ultimo esponente della lista di “maestri” presentata da Wehr. Nato nel 1900 a San Pietroburgo, Valentin Tomberg lega, forse più di ogni altro autore, la sua memoria ad un’opera precisa: Gli Arcani Maggiori dei Tarocchi – uscita, paradossalmente, anonima. Un testo che si riallaccia alla tradizione Ermetica, quella, per intenderci, di Ermete Trismegisto. I suoi “Arcani” toccarono tutto, dalla gnosi alla mistica, dalla filosofia alla trascendenza, dall’iniziazione all’amore. Se ne deduce che anche questo autore crea un ponte tra tradizione (specificatamente ermetica) ed annuncio cristiano. (Una costante che, se vogliamo, possiamo “imputare” a Wehr che nella scrematura degli esoterici ha tradito la sua impronta steineriana e la sua formazione cristiana). Forte, infatti, nei moniti di Tomberg, la testimonianza quasi evangelica dell’esperienza divina come esortazione a semplicità e dedizione: «l’autentica esperienza del divino rende umili; chi non è umile non ha avuto alcun esperienza diretta del divino».

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gehrard Wehr (1931), è uno studioso di storia delle religioni e delle idee, in particolare di esoterismo cristiano. È autore di biografie su Jung, Steiner e Dürckheim. Oltre alla pubblicazione di molti altri volumi, ha curato una raccolta di testi rosacrociani.

Gerhard Wehr, Novecento occulto, a cura di Franco Volpi, Neri Pozza, Vicenza, 2002. In copertina Astrazione, olio su tela di Julius Evola.

Franco Volpi insegna filosofia contemporanea all’università di Padova. Tra le sue pubblicazioni, la collana edita da Adelphi su Schopenhauer, il nichilismo e il Dizionario delle opere filosofiche. Collabora alle pagine culturali di Repubblica.

Giovanbattista Arlechino, “Giambo”, dicembre 2004.

ISBN/EAN: 
9788873056980

Commenti

I Grandi maestri dell?esoterismo contemporaneo.
Manco solo io.

- ah ah ah ah. no, Pio, vedrai, ci metteranno anche te, prima o poi.

Conosco il testo, ovviamente, pur non avendolo letto. Non sapevo che Giambo ci si fosse cimentato. Più tardi leggo volentieri.

Ricordavo bene questa scheda. E' stata, e tornerà utile, come schedario-viatico ;).