La Cina degli anni Trenta, attraverso gli occhi di Xingrong. Il romanzo s'apre col vagito del protagonista che è poi anche voce narrante. Con quel pianto che sarà costretto a trattenere, perché la povertà non concede diritti, neppure quello naturalissimo di venire al mondo tra lacrime e strilli.
Lulu Wang sceglie l'ingenua prospettiva infantile per ritrarre la madrepatria nel periodo buio dell'occupazione nipponica. La Storia presta cornice ad una narrazione minimalista eppure di grande impatto, capace com'è di riprodurre l'immediatezza del pensiero bambino per cui tutto è scoperta, anche riuscire a non chiudere le palpebre di fronte alla fatica di vivere. Cresciamo assieme al piccolo Rong, nella miseria di una casa che arriviamo a conoscere man mano che il suo sguardo si sposta dal seno materno, verso l'esterno. Sul letto di pietra da cui impara a salire e scendere; sul viso “ruffiano” del fratello; sulla divisa brillante del padre, autista della “Quarta Signora” del presidente della Repubblica Cinese. L'oscurità del tugurio che abita, gli insegna la sua condizione di ultimo. Le carezze melliflue della donna ingioiellata, sottolineano, per contrasto, l'indigenza di sua madre e le cinque monete elargite ad ogni visita, sono il prezzo dell'umiliazione di quelle mani che lo frugano dappertutto per puro capriccio. Lulu Wang descrive la disperata lotta per la sopravvivenza di una famiglia ridotta in miseria, a seguito della dipendenza dall'oppio di quella che avrebbe dovuto essere la sua guida e che, invece, se ne dimostra rovina. Dopo la perdita del lavoro, infatti, il padre di Rong prende a frequentare sempre più assiduamente le fumerie gestite dai coreani, e la fame diventa il nemico peggiore contro cui combattere ogni giorno. Peggiore degli invasori, tanto che prima il fratello maggiore e poi lo stesso Rong si presteranno come messaggeri per uno studente innamorato di una giovane giapponese. La narrazione scandisce l'abitudine al dolore di un adulto di soli tre anni, così preso dal pensiero di dover mettere qualcosa sotto i denti, da non potersi concedere il lusso di fermarsi a decifrare i propri pensieri e le proprie sensazioni. Gli interrogativi nati dall'incapacità di interpretare e comprendere la realtà che lo circonda, restano nel silenzio della sua bocca troppo spesso vuota. Il tempo, quindi, si dilata fino alla monotonia di una trama priva di particolari accadimenti, che invece scandisce i ritmi di una quotidianità improntata sulla ciclicità di nascita e morte e sulle tradizioni secolari di un popolo quantomai legato alle proprie radici storico-culturali. E commuove l'eroismo di una donna che subisce i soprusi del marito, ma non si lascia piegare dalla sua violenza, pur di preservare gli ultimi centesimi utili per comperare da mangiare ai figli. Commuove la sua impossibilità a proteggerli dalle avversità, l'impotenza dinanzi alle brutture della vita. Commuove il sacrificio dei due fanciulli lavoratori, “nati nel nido sbagliato”. Allora la fabbrica di casse da morto in cui trovano impiego assieme alla mamma, riporta alla memoria l'impresa di pompe funebri di Oliver Twist e ne riproduce l'atmosfera asfittica: non esiste spazio per il cuore lì, e neppure il tempo di tirar su col naso, votati ad un'efficienza zelante in grado di assicurare il cibo necessario, negando l'infanzia. Di bianco c'è solo la tenda allestita per la ricca festa funeraria di cui curano l'organizzazione. L'innocenza, in questo libro, è cupa come la notte. Famelica come la morte che ne cancella il divenire, riducendo un genitore in un mucchietto d'ossa da sgomberare.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Lulu Wang, nata a Pechino nel 1960, ha vissuto una difficile adolescenza all’epoca della Rivoluzione Culturale. Dall’età di venticinque anni vive in Olanda, dove ha insegnato cinese all’università di Maastricht dal 1986 al 1996. Ha scritto nove libri: il primo, “Il teatro delle ninfee”, pubblicato 1997 e vincitore del Nonino International Prize.
Lulu Wang, “La festa bianca”, Il Saggiatore, Milano, 2001
Traduzione di Claudia Cozzi
Pp. 160
Approfondimento in rete: sito ufficiale / wikipedia /
Angela Migliore, settembre 2010
Al nostro 4.
Commenti
[la festa bianca] angela ci
[la festa bianca] angela ci porta nella Cina degli anni Trenta. Buona lettura!
[wang] angela! Prima
[wang] angela! Prima curiosità. Come hai scoperto questo libro? Cosa ti ha attratto della "Festa bianca"?
(molto bello l'epilogo del pezzo: "L'innocenza, in questo libro, è cupa come la notte. Famelica come la morte che ne cancella il divenire, riducendo un genitore in un mucchietto d'ossa da sgomberare.")
[Wang] L'autrice mi era del
[Wang] L'autrice mi era del tutto sconosciuta, me ne ha parlato Massimo che, invece, aveva letto e apprezzato l'altro suo libro "Il teatro delle ninfee" (pare siano gli unici due titoli che circolano in Italia e comunque entrambi abbastanza dimenticati e quindi si reperiscono con qualche affanno).
"La festa bianca" è un romanzo semplice, eppure di grande profondità: racconta il quotidiano scorrere del tempo attraverso gli occhi di un bimbo cui è negato il diritto all'infanzia. La chiusa voleva esserne sintesi, tutto qui.
Grazie sempre per la lettura attenta e partecipe.
[Wang] Letta giorni fa,
[Wang] Letta giorni fa, volevo solo lasciarti segno del passaggio. Una storia che fa molto pensare a tutto quello che (ancora) non sappiamo di tante, troppe storie. Recensione sempre ineccepibile, sai che sono una fan del tuo stile :)
[wang] ilde ha ragione. Siamo
[wang] ilde ha ragione. Siamo tutti fan di Angela, qui dentro. ;)
[Wang] Troppo buoni entrambi,
[Wang] Troppo buoni entrambi, non merito. Dovrei cominciare come minimo ad essere meno pigra per dimostrarmi all'altezza di tanta considerazione. Grazie, però. Mi fa davvero piacere.