Walser Robert

L'assistente

Autore: 
Walser Robert
Robert Walser (1878-1956) non è scrittore noto al grande pubblico, a differenza di alcuni dei suoi contemporanei: la fama e il successo nell’arte spesso non si accompagnano solo e soltanto al talento, prova ne sia che essi non raramente vengono decretati postumi, ma sono dovuti molte volte all’incontro fortuito, a una scelta personale, alla moda e al gusto del momento. Il trentenne scrittore svizzero pubblica, uno all’anno, tre romanzi dal 1907 al 1909. È a Berlino, ospite di suo fratello, convinto forse di poter sfondare nel mondo letterario allora dominato in area germanica soprattutto da Mann, Hesse, Zweig, Rilke, mentre si va preparando l’ascesa di altri suoi coetanei (Schnitzler e Kafka, appunto).
Non ha fortuna, Walser, e lo comprende in fretta, tant’è che in breve torna in Patria. L’abbandono della forma narrativa del romanzo è una scelta precisa (dirà che in fin dei conti si scrive “per il gatto”, a intendere una specie di disinteresse per il futuro della propria produzione): pubblica racconti e poesie, spesso su giornali (un quarto romanzo, Il brigante, risalente al 1925 verrà alla luce solo dopo la sua morte), ma la malattia mentale da cui è tormentato lo costringe a lunghi ricoveri presso varie cliniche fino al decesso, avvenuto durante una passeggiata sulla neve, il giorno di Natale del 1956.
 
La letteratura tedesca di inizio secolo si sta liberando con fatica da stili narrativi che affondano le radici in una ricerca stilistica raffinata e classicheggiante da un lato (Goethe) e nelle atmosfere cupamente gotiche di certo Ottocento (Storm) dall’altro. Percorso reso difficile dagli eventi storici, da una tradizione anche sociale che stenta a far posto alle “classi basse” (come le troviamo descritte soprattutto nelle coeve Inghilterra, Francia e Italia per intenderci), da tutto un mondo per certi versi imbalsamato e chiuso in se stesso.
Walser ha il coraggio di provare un tipo di scrittura diversa, non rivoluzionaria, certamente, e tuttavia a suo modo innovativa. Nella sua prima prova, I fratelli Tanner, il registro narrativo è ancora incerto, il lettore segue con fatica le peregrinazioni di un protagonista accidioso, un po’ inetto e antipaticamente superficiale persino negli affetti più cari, chiedendosi se sia lo scrittore a condurre le vicende dei personaggi o questi – vivendo quasi di vita propria – a trascinarlo controvoglia da un’avventura all’altra. Che il romanzo non assurga ai vertici della letteratura tedesca e neppure di altro genere, francamente non meraviglia. E tuttavia nella lunga, discontinua, talora bizzarra narrazione si scorgono dei semi di un’arte ancora in crescita, piccole idee chiare come lucciole in una notte d’estate (per chi riesce a ricordarle!), non atte a illuminare un percorso, ma deliziose nella loro fugace apparizione.
L’anno seguente Robert Walser, con un lavoro certo più costante di quello dei protagonisti dei suoi romanzi, dà alle stampe L’assistente, vicenda fortemente autobiografica e paradigmatica di una società e di un’epoca, ben contestualizzate nella Svizzera che l’autore avrà sempre negli occhi e nel cuore e di cui si sente chiara l’eco in tutti gli scritti.
 
Giuseppe Marti (Joseph nell’originale) è poco più che un ragazzo alla ricerca di guadagnarsi da vivere. Senza fretta, senza eccessiva convinzione, senza grandi ideali in testa, ma con la necessaria coscienza che nessuno all’infuori di sé può mantenerlo. L’impiego in qualità di segretario presso una ditta dalle scarse fortune non insegnerà molto al giovane e i rapporti umani molto stretti intessuti nell’ambito della famiglia del padrone cambieranno i suoi componenti, ma non il protagonista, pronto a rimettersi in gioco senza rimpianti né tristezze, senza neppure l’umana partecipazione che ci si potrebbe aspettare.
Tutto il romanzo è condotto sulla falsariga di una gita in barca o di una passeggiata: Giuseppe non è un segretario zelante e lascia a desiderare quanto a capacità, non sa trattare con i creditori e con i clienti, ama bere il caffè in compagnia della giovane moglie del padrone e dei suoi bambini, si diletta col cibo e l’alloggio offertigli del tutto a titolo gratuito e riesce perfino a far amicizia col precedente segretario licenziato a causa delle continue ubriachezze. Le sfuriate del padrone, la situazione economica sempre più precaria, l’incomunicabilità con la famiglia che lo ritiene poco più che un servo non sembrano scalfire le sicurezze interiori del giovane. La preoccupazione di tornare sulla strada è minima, la coscienza della catastrofe imminente netta, eppure non terrificante.
Gli eventi si svolgono lungo una linea temporale della durata di un anno, con un metaforico passaggio dalla bella stagione all’inverno che con sé porterà la fine di ogni velleità di grandezza di un industriale dalle molte idee e dalla scarsa capacità pratica. Non è l’assistente a decretarne la fine, sebbene la sua presenza modifichi quanto meno gli equilibri familiari e lavorativi: Giuseppe capita nella quiete precedente una tempesta del tutto al di là delle sue responsabilità personali e forse per questo può vivere in modo distaccato la rovina finanziaria e il fallimento umano della famiglia Tobler: lo scenario di declino è tanto chiaro all’assistente da non fargli temere per nulla l’inevitabile conclusione dell’esperienza lavorativa, iscritta nell’inevitabilità delle cose che tutte debbono finire, sì, ma senza fastidio alcuno.
Ritroveremo in Jakob von Gunten, terzo e ultimo romanzo di Walser, l’atmosfera decadente, che lì sfiora la decomposizione morale, cui lo scrittore condanna quasi sempre le cornici umane entro le quali si iscrivono i suoi protagonisti. Personaggi che facendo appello a una forza interiore generata più da un istinto di sopravvivenza che da una coscienza profonda del proprio valore, passano sopra le circostanze quasi rimboccando leggermente le vesti per non rimanerne coinvolti.
I baratri di follia lucidissima accanto ai quali essi passeggiano, per usare un termine e un concetto molto cari all’Autore, l’indolenza neghittosa e ottimista in cui si barcamenano per sopravvivere, l’assoluto rifiuto di previsioni per il futuro (tutti i protagonisti dei tre romanzi sono piuttosto giovani e di essi vengono in certo modo narrati i primi passi nella vita, senza ipoteche di alcun genere per l’avvenire) sono parte integrante del paesaggio, né sarebbe possibile immaginarli altro che così. 
La novità non sta nella straordinarietà dei fatti vissuti (neppure così eccezionali), ma nel modo in cui li si affronta, una specie di incoscienza consapevole e voluta, come se la vita non fosse che un sentiero naturalistico da osservare col dovuto distacco nel quale i sentimenti, le emozioni, le ansie, le gioie, non intaccano lo spirito e se lo fanno è per un breve istante, subito allontanato, questo sì, quasi con repulsione.
 
“Al mattino scese tremante e scoraggiato nel suo ufficio. E pensava: Mi cacceranno via? Dovrò lasciare questa casa? Sentiva infatti quanto le si era affezionato e continuò a riflettere: Come faccio a vivere senza commettere sciocchezze? In questa casa le potevo commettere tranquillamente. Come sarà invece altrove? Non so figurarmi una vita senza il caffè di Tobler. Altrove chi mi darà da mangiare a sazietà?... A chi dire villanie? Non tutti le accolgono così facilmente, in modo così particolare. Che tristezza!” [p. 166]
 



EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Robert Walser (Berna, 1878 – Appenzell, 1956), romanziere, poeta e narratore, pubblica tra il 1907 e il 1909 tre romanzi, dedicandosi poi a raccolte di poesie e di racconti, tra i quali spicca, nel 1917, La passeggiata.
Robert Walser. “L’assistente”. Einaudi, Torino, 1990.
Contributi di Claudio Magris. Traduzione di Elvino Pocar.
Titolo originale: Der Gehülfe.
Opere di Robert Walser pubblicate in italiano: “La passeggiata” (1976), “I fratelli Tanner” (1977), “I temi di Fritz Kocher” (1978), “Storie” (1982), “Vita di poeta” (1985), “L’assistente” (1986), “La rosa” (1992), “Jakob von Gunten: un diario” (1992), “Pezzi in prosa” (1994), “La fine del mondo e altri racconti” (1996), “Poesie” (2000), “Diario del 1926: frammento” (2000), “Il mio monte: piccola prosa di montagna” (2001), “Una cena elegante” (2003), “Ritratti di scrittori” (2004)



Approfondimenti in rete: Antenati  /  Walser

WALSER in LANKELOT:

Walser Robert - Jakob von Gunten di ildelaura
Walser Robert - L’assistente di ildelaura
Walser Robert - La rosa di ildelaura

 


Ilde Menis, Dicembre 2005
ISBN/EAN: 
9788806118105

Commenti

"(dirà che in fin dei conti si scrive ?per il gatto?, a intendere una specie di disinteresse per il futuro della propria produzione)"
> altro aspetto fondamentale che avevo inspiegabilmente rimosso. Mmm. Mi sono perso qualcosa per strada, negli ultimi due anni.

"baratri di follia lucidissima accanto ai quali essi passeggiano, per usare un termine e un concetto molto cari all?Autore, l?indolenza neghittosa e ottimista in cui si barcamenano per sopravvivere, l?assoluto rifiuto di previsioni per il futuro"

> sembra scritto per la contemporaneità. Incredibilmente attuale.

"una specie di incoscienza consapevole e voluta, come se la vita non fosse che un sentiero naturalistico da osservare col dovuto distacco nel quale i sentimenti, le emozioni, le ansie, le gioie, non intaccano lo spirito e se lo fanno è per un breve istante, subito allontanato, questo sì, quasi con repulsione".

> Molto bello. Ma ho l'impressione che per arrivarci o per capirlo del tutto dovrò vivere e maturare ancora, non solo come lettore. Sembra una sorta di "illuminazione".

Però Walser soffre - e non è solo metafora forse di un'intera generazione - di una dissociazione interiore... Oggi sarebbe un genio o sarebbe un folle? se all'epoca ci fossero stati gli psicofarmaci cosa ne sarebbe uscito? Aveva ragione Tobino quando trovava perfettamente normali molti dei suoi pazzi? ce ne sarebbe da scrivere sul rapporto fra letteratura e follia: io credo, ne sono intimamente convinta, che lo scrittore - quello vero, non quello che scrive per i soldi - deve per forza avere una visione altra della realtà, altrimenti non aggiunge nulla di nuovo alla Bellezza. Ora mi sembra difficile che essa si possa coltivare stando comodi in poltrona senza affanni fisici o psicologici, in una specie di pace dei sensi. Non basta l'intelligenza, ci vuole cuore.
Walser paga pienamente il prezzo della propria percezione.

Quel che scrivi mi spingerà a meditare stanotte e non solo su diverse questioni. Tra qualche mese riemergerò con dei pensieri più adeguati, magari vedrò di fermarli su un foglio di carta. Perché, come sottolinei, sono temi che hanno a che fare con tutti i frangenti dell'esistenza. Dal lavoro, alle dinamiche domestiche, all'equilibrio interiore, alla percezione delle alterità; quindi, impongono riflessioni sulle scelte recenti e meno recenti, e sulle loro conseguenze. E via dicendo. Grazie ancora, Ilde.

"Personaggi che facendo appello a una forza interiore generata più da un istinto di sopravvivenza che da una coscienza profonda del proprio valore, passano sopra le circostanze quasi rimboccando leggermente le vesti per non rimanerne coinvolti".

Magari mi sbaglio, ma leggo e penso: suicidio sensoriale. Distacco, indifferenza, negligenza come antidoti al male di vivere.

4. "lo scrittore - quello vero, non quello che scrive per i soldi - deve per forza avere una visione altra della realtà, altrimenti non aggiunge nulla di nuovo alla Bellezza. Ora mi sembra difficile che essa si possa coltivare stando comodi in poltrona senza affanni fisici o psicologici, in una specie di pace dei sensi. Non basta l?intelligenza, ci vuole cuore.
Walser paga pienamente il prezzo della propria percezione."

Non è detto che ciò spinga alla follia o sia folle, sia inteso. Ma costruire un nuovo mondo (fondamento di ogni percorso letterario, anche per stabilizzare il mondo esistente in ogni caso) comunque è progetto destabilizzante, dell'interno e dell'esterno

6. condivido il giudizio di Angela per ciò che ho percepito del suo della recensione. Nel senso che atteggiamenti decadenti (e post-) di fuga furono e saranno. Negligenza.

poi:

"La letteratura tedesca di inizio secolo si sta liberando con fatica da stili narrativi che affondano le radici in una ricerca stilistica raffinata e classicheggiante da un lato (Goethe) e nelle atmosfere cupamente gotiche di certo Ottocento (Storm) dall?altro" Ecco questo passo potrebbe rendermi l'autore completamente a me ignoto più interessante del resto (tanto resto) che manca alle mie letture. Facciamo un pazzo paragone, con le debite e dovute controindicazioni: Walser come Tozzi in Italia? sono ardito lo so :-)

"l?indolenza neghittosa e ottimista in cui si barcamenano per sopravvivere, l?assoluto rifiuto di previsioni per il futuro (tutti i protagonisti dei tre romanzi sono piuttosto giovani e di essi vengono in certo modo narrati i primi passi nella vita, senza ipoteche di alcun genere per l?avvenire) sono parte integrante del paesaggio, né sarebbe possibile immaginarli altro che così.
La novità non sta nella straordinarietà dei fatti vissuti (neppure così eccezionali), ma nel modo in cui li si affronta, una specie di incoscienza consapevole e voluta, come se la vita non fosse che un sentiero naturalistico da osservare col dovuto distacco nel quale i sentimenti, le emozioni, le ansie, le gioie, non intaccano lo spirito e se lo fanno è per un breve istante, subito allontanato, questo sì, quasi con repulsione"
Ecco, qui sembra parlare anche per il contemporaneo, è impressionante da questo punto di vista. ma questi personaggi sono degli inetti a vivere oppure sono talmente pessimisti, talmente nauseati (di già) dalla vita da non riuscire neanche ad affrontarla lasciandosene coinvolgere?

[passeggiata; dagerman;

[passeggiata; dagerman; walser] integro, a distanza di cinque anni, la segnalazione di questo articolo di Claudia Ciardi su Dagerman (e Walser):

http://www.lankelot.eu/letteratura/dagerman-stig-il-viaggiatore.html-0