Walser Robert

Jakob von Gunten

Autore: 
Walser Robert
“Trovo divertente vedere un po’ arrabbiate le persone che amo. Nulla mi dà più piacere del dare una falsa immagine di me a coloro che ho rinchiusi nel mio cuore. Forse non è giusto, però è un atto di coraggio e quindi sta bene” [p. 30 ]

Ultimo dei romanzi di Robert Walser, datato 1909 (nel 1907 era uscito I fratelli Tanner, nel 1908 L’assistente), Jakob von Gunten  completa una trilogia non programmata, l’elemento unificante della quale va cercato in un registro narrativo personalissimo, anche se i contemporanei non tributeranno a Walser il successo sperato e lo scrittore svizzero abbandonerà molto presto la forma del romanzo per dedicarsi a poesie e brevi prose, dove comunque è possibile rintracciare i caratteri del suo stile, quell’attenzione minuziosa e un po’ maniacale a particolari quasi insignificanti e il distacco emotivo da ogni avvenimento. Affiancato a Kafka per le atmosfere oniriche, Walser  trova una dimensione propria in un’ironia del tutto personale e sottile, finestra su un’incipiente “dissociazione” anche mentale che lo condurrà in varie cliniche psichiatriche prima della morte.
Se i Fratelli Tanner rappresentano un passo ancora incerto verso uno stile proprio, e un esperimento narrativo effettivamente debole, ne L’assistente troviamo già chiara l’impronta dello scrittore che emerge con forza in Jakob von Gunten e si conferma nelle prose successive. Tuttavia, proprio il terzo romanzo reca tracce di un modo totalmente nuovo di concepire la scrittura che forse Walser avrebbe potuto approfondire (non per nulla esso fu accolto con entusiasmo da Kafka e da Musil) e che non ritroveremo più in modo così pregnante nei racconti anche più famosi come La passeggiata o La rosa.
 
In un collegio per giovinetti la staticità della vita quotidiana, la noia di lezioni sempre uguali impartite da insegnanti “dormienti” e una involuzione pedagogica contraria agli scopi educativi di una qualsiasi scuola, fanno da cornice rigida e immutabile allo scorrere dei giorni del protagonista. Jakob annota puntualmente in un diario fatti insignificanti, sogni privi di un confine ben delimitato con la realtà, avvenimenti, caratteri e personalità dei compagni, del direttore e della sua eterea sorella, strane figure queste ultime quasi emblematiche di una lotta fra bene e male dall’esito incerto. Inutile tentare, a mio parere, di capire cosa Walser davvero rappresenti: sembra di assistere a uno spettacolo cui si è arrivati tardi e non si può disturbare il vicino con domande importune sulla scena iniziale ormai perduta.
I ragazzi in teoria dovrebbero imparare a mutare l’atteggiamento ribelle consono a un’età impaziente ed entusiasta in un compassato “saper vivere” generico e fumoso, e tuttavia tanto utile ad affrontare la vita esterna. Jakob sospetta inizialmente un inganno, ma di questa specie di mascherata atemporale entra a far parte, decidendo anzi di rimanervi impigliato per sempre.
Al di fuori dello spazio e del tempo, la dimensione è più vicina a quella di un sogno dal quale tuttavia non vi è risveglio. La pragmatica concretezza del compagno Kraus “un’autentica opera divina, un nulla, un servo”, ma proprio per questo suo essere “anonimo e insignificante” molto caro al protagonista; l’incontro con il fratello inserito in società che tenta di mettere in guardia Jakob (“di altamente desiderabile non c’è nulla, proprio nulla, tutto è marcio”); la singolare volontà di morte della signorina maestra, bella, dolce e drammaticamente sola: nulla di tali avvenimenti scalfisce davvero la superficie liscia e fredda della coscienza del giovane, annichilita tra metafore di sapore classico e uno strano rapporto dall’evoluzione lievemente erotica con il direttore dell’istituto.
Quello che si percepisce è la sfiducia nei confronti di un mondo che cambia forse troppo in fretta, che perde valori e verità per vendersi al denaro e a vuote necessità indotte: il collegio sembra l’oasi sicura, il nido protettivo che non si vuole (o non si può) abbandonare, un grembo materno da cui l’uscire è doloroso poiché solo al suo interno il nulla è qualcosa, il silenzio è parola, l’insignificante acquista senso.
Roberto Calasso, nella post-fazione dell’edizione Adelphi - ove al sonno/sogno dello scrittore svizzero contrappone la veglia forzata del protagonista kafkiano del Castello (che si dice richiami Jakob von Gunten) - legge il romanzo in chiave di cosmogonia, richiamando il mito dei Sette Dormienti e un intero universo classico:  il direttore diventa Cronos, l’istituto è la felice isola di Ogigia, la maestra ha le sembianti iconografiche di Adrastea... Probabilmente il raffronto è azzardato e persino forzato (lo stesso Walser, ammette Calasso, ne resterebbe stupito), ma è vero almeno un punto della dissertazione: Lo scritto ha una vita autonoma che il suo autore non conosce: di ciò almeno Walser non ha mai dubitato. Pochi autori sono riusciti a cancellarsi con tanta perfezione, imbozzolati nelle proprie parole, felici della propria invisibilità; pochi autori sono stati così sicuri della autosufficienza della scrittura – e oggi molti altri sono disposti a crederci, come a un nuovo editto.”[p. 183]
 
Qui in effetti va cercata la straordinaria intuizione di Walser, rintracciabile in parte fin dal primo romanzo, dove la “vita propria” dei personaggi e degli eventi risultava così evidente da infastidire la lettura, per riapparire ne L’assistente, testo tuttavia più coscientemente “costruito”. In Jakob von Gunten – ma anche in molte prose successive, benché forse in misura minore  – questi caratteri trovano compimento e il romanzo può divenire a mio parere paradigmatico di una novità stilistica oggi interamente riconosciuta.
 


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Robert Walser (Berna, 1878 – Appenzell, 1956), romanziere, poeta e narratore, pubblica tra il 1907 e il 1909  tre romanzi, dedicandosi poi a raccolte di poesie e di racconti, tra i quali spicca, nel 1917, La passeggiata.
Robert Walser. “Jakob von Gunten: un diario”. Adelphi, Milano, 1992.  (Gli Adelphi, 32).
Con un saggio di Roberto Calasso. Traduzione di Emilio Castellani.
Titolo originale: Jakob von Gunten: ein Tagebuch
Opere di Robert Walser pubblicate in italiano: “La passeggiata” (1976), “I fratelli Tanner” (1977), “I temi di Fritz  Kocher” (1978), “Storie” (1982), “Vita di poeta” (1985), “L’assistente” (1986), “La rosa” (1992), “Jakob von Gunten: un diario” (1992), “Pezzi in prosa” (1994), “La fine del mondo e altri racconti” (1996), “Poesie” (2000), “Diario del 1926: frammento” (2000), “Il mio monte: piccola prosa di montagna” (2001), “Una cena elegante” (2003), “Ritratti di scrittori” (2004)
 
Approfondimenti in rete: Antenati  /  Walser

WALSER in LANKELOT:

Walser Robert - Jakob von Gunten di ildelaura
Walser Robert - L'assistente di ildelaura
Walser Robert - La rosa di ildelaura



Ilde Menis, Dicembre 2005
Già apparso su Lankelot.com
ISBN/EAN: 
9788845908941

Commenti

"nido protettivo che non si vuole (o non si può) abbandonare, un grembo materno da cui l?uscire è doloroso poiché solo al suo interno il nulla è qualcosa, il silenzio è parola, l?insignificante acquista senso"
Righe da meditazione.

"?Lo scritto ha una vita autonoma che il suo autore non conosce: di ciò almeno Walser non ha mai dubitato. Pochi autori sono riusciti a cancellarsi con tanta perfezione, imbozzolati nelle proprie parole, felici della propria invisibilità; pochi autori sono stati così sicuri della autosufficienza della scrittura ? e oggi molti altri sono disposti a crederci, come a un nuovo editto.?[p. 183]"

Io mi soffermerei qui. Mi vengono in mente molti pensieri legati al rapporto tra autore e opera nel tempo della produzione seriale, della percezione differita e spesso inadeguata delle opere da parte di un pubblico impreparato e impossibilitato a migliorare la propria preparazione nella straordinaria maggioranza dei casi; nel tempo della difficoltà di circolazione di adeguati apparati introduttivi ai testi narrativi, anche, come motivazioni prime.

Naturalmente c'è dell'altro, magari da leggere con taglio più "divinatorio", puntando sullo Zeitgeist, che sociologico o storico-letterario. C'è dell'altro e ha a che fare con la creatività. E l'identità, in generale.

Grazie per queste superbe cavalcate walseriane - a te, in primis, e alla sempre cara Adelphi.

Grazie a te per gli spunti sempre nuovi di riflessioni e a tutti per i passaggi mai banali sulle pagine di lankelot ...

"I ragazzi in teoria dovrebbero imparare a mutare l?atteggiamento ribelle consono a un?età impaziente ed entusiasta in un compassato ?saper vivere? generico e fumoso, e tuttavia tanto utile ad affrontare la vita esterna."
Scuola devastante, direi.
"
Quello che si percepisce è la sfiducia nei confronti di un mondo che cambia forse troppo in fretta, che perde valori e verità per vendersi al denaro e a vuote necessità indotte: il collegio sembra l?oasi sicura, il nido protettivo che non si vuole (o non si può) abbandonare, un grembo materno da cui l?uscire è doloroso poiché solo al suo interno il nulla è qualcosa, il silenzio è parola, l?insignificante acquista senso".
Attualizziamo? E se adesso al collegio si fosse sostituita la casa paterna, criticabile, ma pur sempre meglio del nulla esterno?
*
Anche la parte citata da Gf è notevole:l'autosufficienza della scrittura, ma di questo può parlare meglio lui, che è autore.

[walser] Grazie per questo

[walser] Grazie per questo bel suggerimento di lettura, al quale sono stata felice di approdare dalle divagazioni walseriane inserite nel mio Dagerman.

Molto interessante ciò che l'autrice riporta, rifacendosi alle parole di Roberto Calasso, a proposito del rapporto che Walser ha con il mito antico e non solo, direi in generale con il patrimonio fiabesco e leggendario europeo.

Modelli con cui in parte gioca consapevolmente ma che più spesso entrano nella sua scrittura senza annunciarsi: "lo stesso Walser, ammette Calasso, ne resterebbe stupito".

E' proprio così. Anch'io avevo interpretato la galleria di incontri della "Passeggiata" in senso marcatamente mitico e simbolico, anche se è probabile che non ci fosse una reale e precisa intenzione dello scrittore a ripercorrere i classici. Anzi, è semmai cosa maggiormente plausibile che il cosmo / caos di simboli e simbologie sia molto più ampio e diffuso, tanto corre sotterraneo dappertutto, ma sempre sfuggente come il suo Creatore-Fanete:

"I personaggi hanno una particolare predisposizione simbolica e rimandano piuttosto apertamente a situazioni mitiche che dal confronto con la quotidianità acquistano un senso nuovo. Il sorriso della ex-attrice fa pensare a una Calipso dei boschi, gli orti e i pomari lungo la strada campestre somigliano alla beatitudine dei giardini di Alcinoo, l’improvvisa inquietante apparizione del gigante Tomzack che viene a impedire il cammino sembra una delle tre fiere che vorrebbero precipitare il poeta nell’inferno delle sue ossessioni, la giovane cantante affacciata alla finestra è una sirena da cui non bisogna temere nulla, la signora Aebi-Circe con la sua ambigua affatturante ospitalità ci getta addosso un senso di angoscia indicibile, il cane dal manto nero che ingombra la strada è un Cerbero pacifico a cui l’autore rivolge i suo lazzi. E su tutto corre una pulsione che spinge a tornare alla natura, continuamente richiamata dalla presenza rassicurante della vegetazione, come la selva di abeti dove ci si inoltra dopo aver schivato Tomzack, il vecchio maestoso noce davanti alla fattoria, il giardino incantato di una casa patrizia.
Walser, forse in maniera non del tutto consapevole o almeno senza farne  ammissione, gioca a ricreare una forma in grado di condensare molti dei modelli letterari a lui precedenti, ispirati dalla similitudine tra vita viaggio e navigatio". (Dalla mia recensione a La passeggiata)