Vorpsi Ornela

Fuorimondo

Autore: 
Vorpsi Ornela

La zia «Lali non aveva mai lavorato, distesa sull’amaca in giardino d’estate amava dire, Il tempo che ti abbonda tra le mani può divorarti. Ti abbonda del tempo tra le mani, zia?».

Ti abbonda del tempo tra le mani, zia. Leggo e rileggo questa improbabile frase, così grassa, così farcita di superfluo e mi domando come ha potuto Ornela Vorpsi disimparare a scrivere. Ripenso al suo primo libro, "Il paese dove non si muore mai", che lei, albanese, aveva scritto in un italiano gustoso e con una prosa vispa e spontanea, ripenso alla sua capacità di giocare col macabro e di intrattenere col drammatico dei ricordi della sua infanzia comunista a Tirana, e mi chiedo cosa rimane di quella leggerezza in questo “Fuorimondo”.

L’ultimo romanzo di Vorpsi è ambientato in una stradina (anzi in un vicinato) di un paese imprecisato, senza storia e senza geografia, dato che il tempo del racconto è sfuggente (un vago secondo-novecento) e ancora di più lo è il luogo, amorfo e scialbo, in cui si svolge la vicenda. Un altrove indeterminato, ideale per gli intenti metafisici di Vorpsi, affascinata - qui ancora più che altrove - dal potere sovversivo del Bello e della Morte.

La prima metà del libro passa in rassegna i personaggi: Dolfi, giovane violinista, virtuoso ma senza talento, bello e irraggiungibile, Manuela che lo ama senza speranza, come tutte le ragazze del vicinato, e con l’aggravante consapevolezza di essere irrimediabilmente brutta; la zia Lali, bella quarantenne dal “sedere bombato” e dai “seni vigorosi”, che oscilla tra la smania di sesso e i propositi suicidari; Esmé, sua sorella, bella anche lei ma più acre e spigolosa, madre di Rafael, genio bambino morto annegato, e della giovane e irrisolta Tamar; e infine la stessa Tamar, io narrante del libro, che cuce i fili della storia: una ragazza incapace di vivere in prima persona, ma che pur da semplice spettatrice delle vite degli altri riesce a produrvi fatali sbandamenti.

Sarà la morte di Manuela (suicidio?omicidio? o, curiosamente, tutt’e due?) a smuovere la vita della stradina e a mettere in moto il processo narrativo, fermo sin dalle prime pagine alla pura descrizione di personaggi, con rapidi flashback nel passato di ognuno di loro.

«Io Tamar sono nata sotto il segno del tormento», è l’incipit del libro, e già sembra l’esordio dell’Apocalisse («Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, mi trovavo nell’isola di Patmos …» , ma vedi anche il prologo dell’Ecclesiaste: «Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme …»), tanto più che quell’io Tamar viene stucchevolemente ripetuto ogni volta che Tamar parla di sé, evitando di dire semplicemente “io”: «Io Tamar non avrei minacciato in alcun modo gli occhi che si posavano su di me», «Io Tamar non ho scelto di pensare al mio ruolo, mi è capitato», «Qualcuna piangeva, e io Tamar sempre nascosta guardavo insaziabile». Il motivo per cui una oscura ragazza di un oscuro paesino di nonsisadove debba parlare come il re Salomone è e rimane incomprensibile. Forse perché lei vede la verità più degli altri? Perché lei, come direbbe Qoèlet, si è proposta di «ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo»? Mah. Sta di fatto che l’unico effetto visibile di questo vezzo veterotestamentario dell’io Tamar è quello di spargere un tono sapienziale e vanamente ieratico su tutta la narrazione.

Per il resto, la scrittura di “Fuorimondo” è zeppa di antilingua, l’italiano artefatto e inutilmente complicato che Italo Calvino riscontrava nel linguaggio burocratico, amministrativo, giornalistico e nei verbali dei carabinieri (ma ne è infetta anche la letteratura, a volte). L’antilingua è quel “terrore semantico” che induce certi scriventi a rifuggire dai vocaboli comuni, perché giudicati troppo fiacchi o inespressivi, e a sostituirli con altri più altisonanti, come se la lingua naturale avesse bisogno continuo di essere riscattata da un congenito grigiore. Tamar si esprime così, in un antitaliano sempre sopra le righe che per nominare le cose preferisce sempre le vie traverse, la lectio difficilior: il brivido dello spavento le percorre il "cranio", invece del più umile cervello; una voce dentro di lei le ordina di "colarsi" lungo il corpo di Dolfi, anziché di stendersi al suo fianco; e per guardare la zia Lali che "stagna" nel suo letto (no, non giace indolente: stagna), Tamar non si affaccia dalla soglia, ma ne "affiora". Ogni esperienza viene sublimata, resa estatica e sensazionale, tutto è gonfio, dopato, abnorme: l’amore «piove feroce», la mancanza «svuota la carne», e la sofferenza fa «penare il respiro». L’antitaliano di Tamar è una caricatura della sensibilità, si spossa d’amore e si inebria di dolore: «ho proprio cercato di essere bella con tutte le mie forze fino al dolore», confessa Tamar, che si definisce anche «curiosa fino al dolore» (?) e capace di «vedere fino al dolore» (!), come se «fino al dolore» fosse un indice che misura la profondità del sentire. Fino alla fine, il registro di Tamar rimane questo, un’antilingua da "précieuse ridicule" coi sentimenti sempre sull’orlo del collasso: «quando ti è capitato di sfiorare una briciola di consolazione, una carezza fatta da Esmé, una certa musica, hai pianto tutto il tuo corpo», dice a se stessa Tamar, «ammaccata dall’immenso peso di figlia» poco amata (ma se invece di schiacciarti ti ammacca soltanto, il peso non deve essere poi così immenso …). Per non dire dell’uso e abuso di “animo” e “anima”, da canzonetta italiana anni Settanta («Calmati l’animo Tamar». Ma un semplice «Calmati Tamar» no?).

In mezzo a tanta solenne immensità, irrompe come una IndyCar finita fuori pista la punteggiatura vorpsiana, che a volte, improvvisamente e senza apparente giustificazione, decide di fare a meno delle pause della virgola, dando vita a strane e velocissime creature lessicali come «la schiena curva magra» della vicina Hera, le «gambe lunghe lisce» di Lali, la «piaga grande aperta» nella mente di Tamar, per tacere del «vestito ginocchia mani» che Tamar si sgualcisce scavando dentro una tomba. Cosa spiega queste improvvise impennate di velocità che squarciano l’incedere sacrale di “Fuorimondo”? Forse una tardiva adesione al Manifesto futurista?

E soprattutto cosa spiega l’approdo di Ornela Vorpsi a una lingua adulterata, geneticamente modificata come quella di “Fuorimondo”? Ipotesi: uno xenomorfo si è introdotto dentro di lei attraverso una "piaga grande aperta", si è insediato nel suo "cranio" e ora le sta divorando "l’anima". Attendiamo il sequel.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Ornela Vorpsi (Tirana, 1968), scrive in italiano e le sue opere sono state tradotte in 15 paesi. E' stata segnalata tra i trentacinque migliori scrittori europei nell'antologia Best european fiction. Presso Einaudi ha pubblicato "Il paese dove non si muore mai", (2005), "La mano che non mordi" (2007) e "Bevete cacao van Houten" (2010).

Ornela Vorpsi, “Fuorimondo”, Einaudi, Torino, 2012.

Bibliografia consigliata: Andrea Cortellessa, “Narratori degli Anni Zero”, Roma, Ponte Sisto, 2012.

Approfondimento in rete: RECENSORE + VIADELLEBELLEDONNE.

Elettra Sammarco, 2012

ISBN/EAN: 
9788806210151

Commenti

[fuorimondo] scrive

[fuorimondo] scrive Elettra: "La scrittura di “Fuorimondo” è zeppa di antilingua, l’italiano artefatto e inutilmente complicato che Italo Calvino riscontrava nel linguaggio burocratico, amministrativo, giornalistico e nei verbali dei carabinieri (ma ne è infetta anche la letteratura, a volte). L’antilingua è quel “terrore semantico” che induce certi scriventi a rifuggire dai vocaboli comuni, perché giudicati troppo fiacchi o inespressivi, e a sostituirli con altri più altisonanti, come se la lingua naturale avesse bisogno continuo di essere riscattata da un congenito grigiore. Tamar si esprime così, in un antitaliano sempre sopra le righe che per nominare le cose preferisce sempre le vie traverse, la lectio difficilior: il brivido dello spavento le percorre il cranio, invece del più umile cervello; una voce dentro di lei le ordina di "colarsi" lungo il corpo di Dolfi, anziché di stendersi al suo fianco; e per guardare la zia Lali che "stagna" nel suo letto (no, non giace indolente: stagna), Tamar non si affaccia dalla soglia, ma ne "affiora". Ogni esperienza viene sublimata, resa estatica e sensazionale, tutto è gonfio, dopato, abnorme: l’amore «piove feroce», la mancanza «svuota la carne», e la sofferenza fa «penare il respiro». L’antitaliano di Tamar è una caricatura della sensibilità..."

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[ornela vorpsi, "fuorimondo"] dati bibliografici + links:

Ornela Vorpsi, “Fuorimondo”, Einaudi, Torino, 2012.

Bibliografia consigliata: Andrea Cortellessa, “Narratori degli Anni Zero”, Roma, Ponte Sisto, 2012.

Approfondimento in rete:  ilrecensore.com/wp2/2012/03/fuorimondo-di-ornela-vorpsi-una-scrittura-unica/  viadellebelledonne.wordpress.com/2012/07/09/fuorimondo-di-ornela-vorpsi/

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[elettra sammarco] 6 - ad oggi - le schede di lettura della grande Elettra: http://www.lankelot.eu/autori/elettra-sammarco [bentornata!]

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[elettra] Già, 6 schede ... Intensificherò, lo prometto!

 

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[elettra] moltiplicarle sarà fantastico. Se credi, anche con qualche pezzo d'archivio, magari riadattato. Abbiamo, naturalmente, tante lacune da colmare, sempre...

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[lacune da colmare] sai che lavoro volentieri su commissione! Hai qualche titolo particolare in mente?

 

[lacune blu] Mi viene in

[lacune blu] Mi viene in mente - con facilità - che nessuno ha scritto di Michele Mari, e che per Moresco bisognerebbe partire dall'abc, e man mano approfondire; stesso discorso per Franco Arminio, che meriterebbe - immagino - l'opera omnia, o comunque una robusta introduzione con diversi approfondimenti. Arminio mi sembra pienamente nello Zeitgeist, Moresco mi sembra punti alle prossime generazioni, Mari mi è oscuro.

Ci potrebbe essere un piccolo libro, potente e rimosso, come "Martin Muma" di Eligio Zanini. Un libro che in Italia va ancora letto, e insegnato. Va "addomesticato".

Altra grande sfida - su un altro livello - potrebbe essere scandagliare Pietro Citati - insegnare a leggerlo, mappare la sua produzione, ordinarla, analizzarla, criticarla... 

 

[MIchele Mari] Io venia pien

[MIchele Mari] Io venia pien d'angoscia a rimirarti: stupendo. La stiva e l'abisso: deludente. Vada per Mari e Moresco, per cominciare. Ma prima ti arriverà un altro italiano semidimenticato su cui sto lavorando in questi giorni ...

 

[elettra] magnifico. non so

[elettra] magnifico. non so come ringraziarti. tuo debitore.

[lacune blu] Comunque lacune

[lacune blu] Comunque lacune blu era fantastica...

[lacune blu] eh:). E lacuna

[lacune blu] eh:). E lacuna blu nella lacuna blu, nessuno ha mai letto "The Blue Lagoon" dell'irlandese  Henry De Vere Stacpoole da Dún Laoghaire - http://en.wikipedia.org/wiki/The_Blue_Lagoon_%28novel%29 - parte addirittura di una trilogia.

[Mari] Mari. Eh. Interessante

[Mari] Mari. Eh. Interessante lui. Ogni tanto ci cade l'occhio, sui suoi libri in libreria. Cosa che mi fa ricordare, Gf, che la libreria in cui hai presentato A kid sta per chiudere, purtroppo.

[pistoia] ma samuele s'è

[pistoia] ma samuele s'è candidato sindaco, o capo del partito, qualcosa del genere, vero? E' per quello che la chiude? [peccato cmq. Rimangono bellissimi ricordi di una grande serata, con un bel clima e veri amici]

[Pistoia] Samuele è stato

[Pistoia] Samuele è stato eletto sindaco di Pistoia, della libreria era però solo un dipendente. Ora in aspettativa perché sindaco. Tutte le Edison stanno chiudendo, anche quella "storica" di Firenze in Piazza della Repubblica. La famiglia proprietaria ha un sacco di debiti, pare.

[librerie edison] che

[librerie edison] che peccato. mi spiace molto. Speriamo che risorgano sotto nuovo nome - e che Samuele, terminato il suo servizio da sindaco, possa tornare a fare, bene, il libraio. E' un ragazzo gentile e pieno di talento.

[Edison] Mah. Speriamo più

[Edison] Mah. Speriamo più che altro che, se risorgono, siano sotto altri proprietari. Non so bene come sia la questione, ma come gestione pare fossero non proprio affidabili. Va beh, si starà a vedere.

[edison] se questa è la tua

[edison] se questa è la tua impressione, m'accodo. nuovo nome, nuovi proprietari.