Vonnegut Kurt

Mattatoio n. 5

Autore: 
Vonnegut Kurt

«Dresda era tutta una sola, grande fiammata. Quell’unica fiammata stava divorando ogni sostanza organica, ogni cosa capace di bruciare. Non fu prudente uscire dal rifugio fino a mezzogiorno dell’indomani. Quando gli americani e le loro guardie vennero fuori, il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda ormai era come la luna, nient’altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni erano tutti morti» (p. 164).

Fu distrutta, Dresda, la notte del 13 febbraio 1945. La Germania era già in rotta da un po’: i fronti avevano iniziato ad inghiottirne i bambini. Solo due mesi e due settimane dopo, in un bunker sotto Berlino, ci sarebbe stato il suicidio di Hitler. L’obiettivo principale degli Alleati, giunti a quel punto, era di finire la guerra il prima possibile. I comandi diedero avvio, allora, ad una serie di operazioni ad altissimo valore simbolico, che avevano la finalità di annientare il nemico sotto il profilo psicologico, e di condurlo ad una resa più celere. La valenza strategica di Dresda, in un’ottica militare, stava tutta qui. Non era uno snodo ferroviario cruciale, né un grande porto, non era neppure un centro amministrativo d’importanza nazionale. Era solo una città tedesca di media grandezza, che però aveva la ventura di essere una delle più incantevoli d’Europa; certamente la più bella del suo paese. Era detta la Firenze dell’Elba.

La sua distruzione totale, si pronosticava, avrebbe infiacchito senza rimedio il morale del popolo tedesco. Non bastava cioè che vi entrassero le truppe sovietiche, le quali al momento del raid erano posizionate a venti, trenta chilometri dalla città. Gli americani erano dell’avviso che fosse necessario spazzarla via, letteralmente, per dare una dimostrazione inequivocabile della loro superiorità militare, anche agli occhi dei russi. Gli inglesi volevano che la Germania avesse la sua Coventry. E così fu fatto. Nello spazio di poche ore morirono 135.000 esseri umani. (La bomba atomica lanciata su Hiroshima, la più nota ostentazione muscolare di quei mesi finali di guerra, ne uccise 71.379.)

In mezzo alla manciata di superstiti, che nelle tarde ore del mattino successivo mossero i primi passi in quello scenario di parvenza lunare, vi era un ragazzo di ventidue anni, soldato dell’esercito americano, benché il suono del nome ne rendesse lampanti le origini tedesche. La famiglia di Kurt Vonnegut infatti era emigrata negli Stati Uniti, appena tre generazioni prima. Lui fece ritorno nella terra che era stata dei suoi bisnonni, ma perché mandato a combatterla. Durante la battaglia delle Ardenne, il suo reparto finì per sbandarsi tragicamente. Insieme a un centinaio d’altri disperati, vagò per chilometri fra distese di neve finché venne intercettato dalla milizia tedesca, che lo fece prigioniero e gli evitò l’assideramento.

Fu dapprima portato nel settore inglese di un campo di sterminio per prigionieri di guerra russi. I britannici, che stavano lì da parecchio tempo e avevano trovato di già un loro modus vivendi, non perdevano occasione di esternare sentimenti di pena mista a disprezzo, verso gli straccioni americani appena arrivati. Alcuni convenivano coi tedeschi sulla generale dabbenaggine del popolo statunitense. «Fiacchi, puzzolenti, sempre pronti a piangersi addosso: una massa di bastardi piagnucolosi, sporchi e ladri … sono peggio dei russi, maledizione»: parole di un graduato inglese. Era sollazzo comune ai carcerieri tedeschi e ai reclusi inglesi la lettura di un rapporto sul comportamento dei prigionieri di guerra americani in Germania, redatto da un ex americano passato ai nazisti, Howard Campbell jr. Conteneva analisi al cianuro sulla società d’oltreoceano, descritta come degenerata dal capitalismo, improntata a nessun’altra gerarchia che non fosse quella del denaro, imbevuta di individualismo e di falsi modelli di autorealizzazione, flagellata da una massa di poveri invidiosi della minoranza ricca e ignoranti. Vi era scritto: «Questi poveri non si amano l’un l’altro perché non amano se stessi. Una volta capito questo, lo sgradevole comportamento dei militari americani nei campi di prigionia tedeschi cessa di essere un mistero». E: «Il responsabile di un campo di prigionia che per la prima volta abbia a che fare con militari americani deve stare in guardia: non si aspetti amore fraterno, nemmeno tra fratelli. Non ci sarà nessuna coesione fra i singoli» (p. 123-124).

Questa denigrazione specchiava un senso di superiorità, diffuso fra le potenze della vecchia Europa nei confronti dell’ultima ammessa al circolo delle grandi, prepotente parvenu che da qualche tempo aveva il vezzo irritante d’atteggiarsi a prima della classe. Ma non solo: era anche il riflesso della radicata difficoltà a capirsi, da sempre rintracciabile nei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. Era il peso dei secoli della cultura europea, con le torsioni del suo pensiero, le sue zone d’ombra, i suoi inabissamenti, messo di contro alla leggerezza storica e al pragmatismo dell’America, coi suoi accenti sul fare e sulla vita come conquista, come innalzamento, accumulo di beni, arricchimento. Questi passi del romanzo aiutano ad intendere come l’idea di “Occidente”, nell’accezione strettamente contemporanea, fosse ancora di là dal formarsi. O meglio, c’era già un’idea di Occidente, però non costruita e assestata quasi totalmente sui (dis)valori del mercato, quale invece è quella attuale.

Ma torniamo alle peregrinazioni di Vonnegut. Il soggiorno al campo non dura molto. I prigionieri americani, che i tedeschi sembrano tenere in conto alla stregua dei polacchi e degli altri europei dell’est, cioè più o meno come la feccia del mondo civilizzato, appena un gradino sopra i russi, vengono destinati ai lavori forzati. C’è una città che insieme ad altre pochissime in Germania non è stata toccata dai bombardamenti, la cui attività produttiva è assolutamente intatta, e che quindi ha un gran bisogno di manodopera: Dresda. Il capo degli inglesi, tutti sollevatissimi per la partenza dei fetenti americani, li saluta con un breve discorso: «Io vi invidio, ragazzi … sarete in un posto dove c’è movimento e dove il cibo sarà sicuramente più abbondante … non dovrete preoccuparvi delle bombe, fra l’altro. Dresda è una città aperta. È indifesa e non ci sono industrie belliche o concentramenti di truppe di una certa importanza» (p. 137).

Era proprio così, e gli americani erano piuttosto contenti di andarvi. Appena smontano dal treno merci, e hanno modo di scorgere i primi angoli delle sue magnifiche strade e piazze, ne rimangono estasiati: «Il suo profilo era intricato, voluttuoso, incantato e assurdo» – afferma Vonnegut (p. 139), i cui occhi avevano contemplato prima d’allora le ferrigne avenues della sua città natale, Indianapolis, e basta. Dalla stazione, lui e gli altri prigionieri statunitensi vengono subito dislocati nel deposito carni del mattatoio n. 5 di Dresda: una specie di grotta incavata sottoterra, nella quale trascorreranno la notte del 13 febbraio. Vi usciranno a mezzogiorno della mattina dopo, e sarà come andare a spasso sulla superficie della luna.

Fra di loro vi era un uomo, Billy Pilgrim, che aveva già assistito infinite volte alla distruzione della città. È il protagonista del romanzo, l’alter ego di Vonnegut – il quale, per riuscire a raccontare la follia di Dresda, evidentemente non ha potuto fare a meno di frapporre tra sé e i suoi ricordi una figura fittizia, dotata di un potere paranormale confortante, a prima vista. Billy Pilgrim infatti è capace di viaggiare nel tempo, di vivere e rivivere all’infinito i diversi momenti della sua esistenza, procedendo – come dire – a sobbalzi lungo la linea dei suoi stati di coscienza. Ogni cosa è destinata ad essere per sempre, il futuro e il passato essendo illusioni della nostra soggettività: ne consegue che la morte è un evento di natura immaginaria, nel senso che l’individuo apparentemente morto in realtà continua ad esser vivo, chissà dove nello spaziotempo. È quanto Billy ha appreso dagli abitanti del pianeta Tralfamadore, dai quali è stato rapito dopo la guerra. Lo scopo immediatamente consolatorio della teoria è chiaro: applicata al caso di Dresda, significa che i 135.000 disgraziati caduti sotto il bombardamento sono ancora vivi in qualche altra dimensione; e altrettanto vale per qualsiasi essere umano morto in circostanze ingiuste.

Ma, c’è un ma. La medesima teoria racchiude implicazioni assai meno rinfrancanti. Basta osservare la metà mezza vuota del bicchiere, e ci si rende conto che – ancora nel caso specifico di Dresda – è come se il bombardamento avvenga in ogni istante, e tutti i suoi abitanti continuino a morire. Il male che è accaduto non cessa mai d’accadere; coesiste al presente, e sempre si ripete. Naturalmente, Vonnegut è al corrente della dark side sottintesa fra le pieghe della dottrina tralfamadoriana del tempo: «Se è vero quello che Billy Pilgrim ha imparato dai tralfamodoriani, e cioè che noi tutti vivremo in eterno, indipendentemente dal fatto che ogni tanto possiamo sembrare morti, non ne sono poi così felice» (p. 193). Sarebbe la concreta realizzazione di quanto avviene nella sua mente da circa sessant’anni, dove probabilmente le bombe di Dresda non hanno mai smesso di cadere. E la metafora, veridica, autentica, del fatto che la storia, tutta la storia è sempre storia contemporanea.

«Non vi dirò quanto mi è costato, in soldi, tempo e ansietà, questo schifoso libretto. Ventitré anni fa, quando tornai dalla seconda guerra mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato che non avrei dovuto fare altro che riferire ciò che avevo visto. E pensavo anche che sarebbe stato un capolavoro o per lo meno che mi avrebbe fatto guadagnare un mucchio di quattrini, dato che il tema era così forte. Ma allora non mi venivano molte parole da dire su Dresda, o almeno non abbastanza da cavarne un libro. E non me ne vengono molte neanche ora, ora che sono diventato un vecchio rudere con i suoi ricordi e le sue Pall Mall e i figli grandi» (p. 12).


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2003.

Titolo originale dell’opera: Slaughterhouse-five. Traduzione dall’americano di Luigi Brioschi.

La prima edizione è apparsa negli USA nel 1968. Trentacinque, dunque, gli anni di ritardo con cui il libro è giunto in Italia.

Il testo reca come sottotitolo La crociata dei bambini, in allusione al fatto che tutte le guerre della storia – secondo l’autore – sono state combattute da soldati poco più che bambini.
Dal romanzo è stato tratto un film diretto da Roy Hill.

Kurt Vonnegut è nato nell’Indiana nel 1922. Prima di diventare uno dei massimi scrittori americani contemporanei, ha svolto le professioni di giornalista e di pubblicitario. Oggi è membro della American Academy and Institute of Arts and Letters. Fra le altre sue opere, Player piano, La colazione dei campioni, Ghiaccio-nove.



Patrick Karlsen, luglio del 2004.

La recensione è dedicata ad Anna Maria Vinci, che mi ha fatto conoscere e prestato il libro.

ISBN/EAN: 
8807818582

Commenti

"Era solo una città tedesca di media grandezza, che però aveva la ventura di essere una delle più incantevoli d?Europa; certamente la più bella del suo paese. Era detta la Firenze dell?Elba". > yankee rade al suolo e cancella la storia. Vonnegut e tu, come eccelso medium di comunicazione e segnalazione, ricordate cosa ha devastato il parossismo della prima esportazione della democrazia.

"Nello spazio di poche ore morirono 135.000 esseri umani. (La bomba atomica lanciata su Hiroshima, la più nota ostentazione muscolare di quei mesi finali di guerra, ne uccise 71.379.)"

> senza confondere, come m'insegni, causa e effetto, o azione e reazione, rimane tuttavia un dato - questo dei morti - che è semplicemente allucinante e francamente eccessivo.

Grazie per la tua scrittura.

Il bombardamento di Dresda rimane uno degli episodi più barbari dell'ultima guerra mondiale. Ma Coventry, precedente di cinque anni, non fu da meno per intensità distruttiva. La guerra purtroppo è uno stato eterno dell'animo umano. Per inciso: l'occupazione italiana della Slovenia e della Croazia causò centinaia di migliaia di morti.

...tutte quelle fiamme....ci sono foto di Dresda che valgono quadri...Vonnegut scarica sulle pagine la follia creativa della guerra...perché per assurdo quel bombardamento fu anche un atto di deriva artistica....fiamme...urla...gente che si gettava in acqua come via di scampo e s'inceneriva....smorfie di Munch....

Già. Dev'essere stato un vero inferno.

Sai di artisti (figurativi) che si siano ispirati all'evento?

...no, ma mi sto documentando, di foto ne ho viste un sacco, ma di quadri...se qualcuno sa qualcosa...

Si, insieme a Hiroshima, uno dei bombardamenti più "gratuti" - passatemi il termine - della seconda guerra mondiale. Quando penso ai milioni di morti che hanno fatto russi e americani nel Novecento rabbrividisco. E pensare che dopo aver "liberato" l'Europa dai "cattivi" si sono spartiti il mondo. E, anche se in diverso modo, hanno avuto ambedue - U.R.S.S e U.S.A - l'ardire di spacciarsi per buoni e giusti: democratici (pure i sovietici che, al contrario degli Stati Uniti, non badarono nemmeno alla forma...). Oggi un mostro è crollato ma resta l'altro, e ha gli stessi deliri d'onnipotenza di allora: in fondo, nei loro modi, da Dresda e Hiroshima è cambiato qualcosa?

Le virgolette in "liberato" e "cattivi" esprimono un'ironia da cui prendo le distanze nel modo più assoluto.

Più che ironia è sarcasmo, ma la sostanza poco cambia. Immaginavo la tua distanza assoluta. Sta di fatto che non posso far finta di pensarla diversamente da quel che ho scritto. Inutile ribadirne i motivi.

So benissimo come la pensi. Ci tenevo a chiarire che le opinioni ribadite nel tuo commento non coincidevano con quelle dell'autore dell'articolo. Viva!

Ci mancherebbe, ma prima o poi ci tengo a esprimerti il mio pensiero su quella che sarebbe una sorta di fantastoria. Fantastoria perchè non avendo controprova di come sarebbe stato se avesse vinto la Germania tale è destinata a rimanere. Mi limito solo ad accennarti il fulcro del discorso: credo che la dittatutura hitleriana e l'ideologia nazionalsocialista sarebbero durate molto meno di quella comunista. Il che, nella sostanza, non vuol dire un mondo migliore di quello che abbiamo avuto, ma perfettamente identico (con tutte le sue contraddizioni) a quello che viviamo. Sarebbero cambiati solo i protagonisti. Il punto finale della mia critica sarcastica sta nello stigmatizzare la distinzione per me assai manichea tra bene e male assoluto. E immagino che è più che normale che cosi sia stato. ma in sede critica è giusto dirlo, se lo si crede.

Esistono romanzi su questa ipotesi apocalittica. Uno è "Fatherland" di Harris.
Qui una recensione che sposterò a breve su Lanke.eu, che potrebbe interessarti.
http://www.lankelot.com/romanzi-recensione-virgili-distruzione.html

Francamente, credo che sia un po' stragavante pensare che un mondo occidentale di stampo hitleriano sarebbe stato identico addirittura "perfettamente" a quello che abbiamo vissuto. Stravagante è un eufemismo, naturalmente. Non è questione di libertà di pensiero, è questione di conoscenza della Storia, a questo punto. Meno male che non scrivi di Storia, mettiamola così, Leon.

Identica la sostanza, non la forma. Per me il mutamento reale del mondo moderno avviene con l'avvento dell'illuminismo. Tutto ciò che accade dopo è, si rilevante, ma non abbastanza da aver stravolto il senso di quel che siamo oggi. E ho scritto molto di storia quando ero all'università. Mi piace molto farlo. Mi ripropongo di farlo qui in un futuro imminente, assenso tuo permettendo, visto che sei felice che non ne scrivo.

Al di là degli orribili esiti di entrambi i regimi totalitari-cardine del Novecento, è indubitabile che il comunismo si fondava su un'idea di fratellanza, libertà e giustizia totalmente estranea al nazionalsocialismo. Da un punto di vista filosofico e ideologico, il paragone è intollerabile e umanamente e intellettualmente.
Da un punto di vista prettamente vincolato alla condotta dei regimi, il discorso è diverso; ma comunque complesso e non assimilabile.

Sono preoccupato di eventuali apologie del regime nazionalsocialista, a questo punto: tutto qua.

Sarai libero di esporre le tue idee, come sempre, ma ti prego di lavorare molto più a fondo del solito e del dovuto sulle fonti.

Stai tranquillo sulle fonte. Non ho mai inventato nulla. Per ciò che dici sul comunismo non sono affatto d'accordo. é un tuo punto di vista, una tua interpretazione. Mi permetto di aggiungere che, anche se cordialmente, leggo nelle tue parole un processo al pensiero totalmente fuori luogo. Non ho amai fatto apologie di nulla, e mi sono sempre limitato a rimarcare, né più e né meno di quello che fanno tutti per altri modelli e ideologie, quelli che sono i lati positivi di modelli e ideologie sconfitti dalla guerra. E su questo non accetto processi alle intenzioni, nemmeno da amici o parenti.

Gli aspetti positivi si trovano in tutto. Sembra che Pacciani fosse un bravo disegnatore, anche se molto grezzo. La difficoltà è ammettere il male e la sua prevalenza, non riconoscere il bene: quello è facile.
Soprattutto quando è stato un male che ha causato morte, violenza, sterminii e sofferenza a così tanti milioni di esseri viventi, di tante terre, tante religioni e tante bandiere.
*
Ok, la mia interpretazione del comunismo non fa di me un comunista. Leggo del bene ma riconosco il male. E so cosa ha dato al mondo e non vedo niente da difendere eccetto un principio - la ricerca di giustizia e libertà, che non ha inventato, del resto, il comunismo.

Di questo passo, si troverà del bene anche negli omicidi dei Fratelli Savi, quelli della Uno Bianca. E dire che erano dei dilettanti totali rispetto ai nazisti. Ma: erano poliziotti, nella vita quotidiana. Tutelavano la legge. Di notte massacravano (ma reietti, tendenzialmente, o povera gente. Si sentivano giustizieri, chissà). Oppure, vediamo. Saliamo di livello e risaliamo nel tempo. Mmm. Si invade l'America, in nome dei valori occidentali, ma si lasciano sul campo milioni di aborigeni. Chi rimane si converte. C'è del bene: come no. C'è sempre del bene. Dov'è che non c'è del bene, negli esseri umani?

Mi permetto di avere una interpretazione diversa dalla tua sul comunismo (libertà e giustizia? Tutti hanno usato queste parole d'ordine, lo fanno ancora gli americani e lo hanno fatto anche i nazionalsocialisti). Gli aspetti positivi si trovano in tutto, giusto: ne hanno avuti pure bolscevichi e yankee, appunto. Pertanto, posso dire lo stesso di altri modelli e ideologie. Riconoscendone i lati negativi. E allora, non vedo perchè analizzare con due pesi e due misure. Sono abituato a giudicare senza apriorismi. Tutto il mio discorso, tutta la mia analisi storica, va in questa direzione.

Perché prima della Germania nazista nessuna nazione al mondo aveva avuto nel suo programma lo sterminio totale di un popolo che altro colpa non aveva se non una religione. Non era mai successo prima che si volesse cancellare non un ghenos, ma un'etnia - o una razza. Mai. Ed è un tratto che squalifica tutto. Trascuro il resto dei progetti - sterminio di altre etnie. Quella latina, a esempio, non era eccezionalmente gradita, se non ricordo male. Ma non era la sola.

Quello che voglio stanare è il pregiudizio: quello che diversifica comunismo, nazionalsocialismo e potere yankee. Sono tutti carnefici in egual modo se li guardiamo dal punto di vista delle efferatezze compiute. Sul numero, vincono sicuramente yankee e comunisti. E questo è un dato numerico incontrovertibile.

ma assolutamente sì, ma la storia non è una gerarchia di morti. Esistono - appunto - idee, principi, pensieri che fondano le nazioni che non possono essere assimilati.
E poi, dai atto a URSS e America di avere avuto ben 50 e 70 anni per migliorare un record, se vuoi metterla su questo piano, realizzato in un niente da una sola nazione.

Non è vero ciò che dici, nell'identico periodo Stalin fece pulizia etnica di 10 milioni di ucraini. Nascosti dallla storia perchè cosi fece comodo. Ma ora sono venuti a galla. E poi i morti sono morti. O vogliamo distinguere tra morti di serie a e morti di serie b?

Ancora. Ma guarda che qui nessuno difende i regimi. Oltretutto stai parlando con un anticomunista. Stai andando oltre.

E i motivi, e non lo furono neppur per Hitler e Stalin, non sono mai ideologici, ma economici e di potere

La tragedia - poi vaglieremo le fonti dei 10 milioni di ucraini assassinati in quel periodo - è che non so a chi fece comodo.

Mica t'ho dato del comunista. Non mi pare.

Fece comodo a chi non voleva aver grane nello spartirsi il mondo post bellico. Chi lo dominava: Anglosassoni e sovietici

Mah. Io ti invito, ripeto, a non mettere sullo stesso livello i regimi e le idee fondanti.
Se senti che esista del bene nell'idea nazionalsocialista, è questione di capire quanto fosse preponderante rispetto al male. La bilancia è là, a ben guardare.
Fa' la scelta giusta, critica tutti e due i regimi. Non c'è proprio niente da salvare. Niente.

(ciò detto, sto in ufficio e non posso andare oltre, parlate voi)

Non ho detto che esistesse un bene da me condiviso, dico che c'è chi può trovarcelo. Come in ogni cosa. Quello che mi preme, lo ribadisco, non è giustificare chicchessia, ma mettere sullo stesso piano ideologie carnefici. Entrare nel merito delle cazzate che potevano sparare per giustificarsi per me conta davvero assai poco. Stesso discorso vale per gli yankee. Ecco perchè leggo la storia senza il pregiudizio comune a più.

Ok, qui chiudo

Allora diciamo questo. Che nell'ambito del romanzo del grande, povero Vonnegut, a noi contemporanei rimane la consapevolezza di non dover dimenticare cosa sia stata Dresda, e quanto immane sia stato il sacrificio di questa città e della sua popolazione; che non poteva contare tutti nazisti, ma senza dubbio ospitava parecchi tedeschi. Estranei al regime del male.
*
E' folle dover ammettere che per piegare quel regime orrendo sia stata una strage necessaria. E' plausibile pensare che le cose potevano essere diverse. Che si poteva evitare di rispondere a infamia con barbarie. E' immorale pensare a cosa avremmo rischiato patendo altri anni di nazionalsocialismo in europa.
*

Già, sarebbe bello che si parlasse più del romanzo, di cui tu Franco, con queste ultime parole, hai mostrato di aver recepito il messaggio più fedele. Forse si sarebbe potuto evitare: ma a questo si è giunti per piegare una ideologia che, di fatto, non ha mai parlato di "libertà" e "giustizia" universali nemmeno nelle sue intenzioni programmatiche e propagandistiche; ma di libertà e giustizia per un popolo sugli altri -- dimenticare l'importanza della concezione di gerarchia nell'ideologia nazionalsocialista è inammissibile -- e per la razza che quel popolo pretendeva di incarnare.

Peste colga quel regime e quel triste periodo storico, per sempre, e il male che ha causato al mondo. Se ne può fare Letteratura - ma alta, come in questo caso, e non sordida come nel caso di Virgili.
Memoria eterna al male di chi era estraneo alla giustizia e alla libertà, e parlava di spazi vitali. Massacrando e invadendo. La responsabilità d'una guerra atroce - e della replica della civiltà a quell'abominio - è tutta tedesca, e nazista in particolare.

In egual modo peste colga l'ideologia comunista e i morti che ha fatto. Idem per gli yankee. E siamo d'accordo.

Senza dubbio. Ma per ragioni diverse. Ma senza dubbio.

Oggi l'ANSA ha dato la notizia della morte del grande Vonnegut.
Grazie a Patrick per questo articolo, unico - nel nostro archivio - dedicato all'artista di "Mattatoio n.5".

Ho letto il post sul forum, mi tornerà sempre in mente per la nostra acccesa polemica - una delle più accese tra noi - di cui sopra. Per il resto, poco lo conosco.

Ah, lo recupero anch'io, oggi. Splendida pagina, Vonnegut vorrei davvero scoprirlo... La frase finale che patrick ha riportato spiega molte cose... quell'orrore che si ripete (vero per tutte le stragi), l'impossibilità di parlarne: davvero da leggere.

Penso che se ne sia andata una brava persona, oltre che un grande scrittore.

Mi sto procurando il film, ne varrà la pena?

come rendere in immagini questo libro straordinario?