UN ALTRO MONDO È POSSIBILE.
“In questo migliore dei mondi possibili, tutti i fatti son connessi tra loro. Tanto è vero che se voi non foste stato scacciato a gran calci nel sedere da un bel castello, per amore di madamigella Cunegonda, se non foste capitato sotto l’Inquisizione, se non aveste corso l’America a piedi, se non aveste infilzato il Barone, se non aveste perso tutte le pecore del bel paese El Dorado, voi ora non sareste qui a mangiar cedri canditi e pistacchi”.
“Voi dite bene” – rispondeva Candido; “ma noi bisogna che lavoriamo il nostro orto”.
(Voltaire, “Candido”, capitolo XXX)
Nel castello del barone di Thun-der-ten-Tronkh, in Vestfalia, viveva un giovanotto di lucida intelligenza e sentimenti puri; qualcuno sostiene che lo chiamassero Candido per questa ragione. Figlio, forse, della sorella del barone e d’un cavaliere non abbastanza nobile per poterla impalmare, viene educato in quello che reputa il più bel castello del mondo da quello che ritiene il più ispirato precettore del cosmo: Pangloss, leibniziano fautore della grottesca teoria che vorrebbe questo fosse il migliore dei mondi possibili. Pangloss, cultore della “metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia”, accompagna Candido negli studi, sforzandosi di persuaderlo della bellezza e della perfezione di tutto quel che lo circonda: e così, per il giovane protagonista del romanzo, il signor barone è il più grande barone del mondo, sua figlia Cunegonda la più affascinante e leggiadra tra le fanciulle, e via dicendo.
Tutto sembra sorridere al puro di cuore: fin quando, colto in teneri atteggiamenti con la cugina dallo spietato e inesorabile barone, viene scacciato a sonore pedate dal castello di Thun-der-ten-Tronkh, e si trova, solo e senza sostegno, ad affrontare il “migliore dei mondi possibili”.
Così ha inizio questo singolare romanzo filosofico di formazione di Voltaire: divertita e divertente narrazione delle sorti di un giovane intriso di conoscenze e convinzioni fallaci, e provocatoria disamina sulla natura stessa del destino di ogni essere vivente.
L’obiettivo polemico di Voltaire, in questo romanzo, è – scrive Maria Moneti nell’introduzione– “la nota teoria leibniziana per cui Dio ha scelto il migliore tra i mondi possibili e ogni male è tale solo per noi ma non nell’economia del tutto: ma la polemica vuole colpire una concezione più diffusa, che nelle sue forme volgari trova l’assenso dell’uomo comune”.
L’obiettivo mi sembra intelligentemente perseguito e naturalmente raggiunto: se Voltaire avesse voluto solamente contrapporre le proprie posizioni a quelle di Leibniz, non avrebbe probabilmente scelto questa strada per affermare ciò in cui credeva; Voltaire mira invece a demolire la grossolana e qualunquistica attitudine all’ottimismo ad ogni costo, all’accettazione piatta e acritica delle ingiustizie e delle violenze, alla sottomissione spontanea e quasi gaia ad un sistema fondato su privilegi illegittimi e su quella che potremmo definire una “consuetudine prevaricatoria”, che voleva diritti e fortune decretate da una nascita più o meno aristocratica o imposte, sic et simpliciter, dalla violenza: e con la violenza esercitate. Non c’è alcun manifesto di “ribellismo” in questo libro, ed in questo probabilmente risiede la sua grandezza: non è un “Trattato del ribelle”, è una “Epopea d’un imbelle”: raccontata senza lesinare sarcasmo e senza trascurare di fare i nomi dei responsabili d’una educazione e d’una situazione del genere; così, attraverso la parodia di un romanzo di formazione, con sapiente leggerezza e stile persuasivo e avvincente, Voltaire ridicolizza quella che oggi giudicheremmo mentalità piccolo borghese, o “poetica del vaso di coccio”, o “vangelo del buon democristiano”, tanto per contemporaneizzare le asserzioni del brillante letterato francese.
Il buon Candido si trova ad essere picchiato, derubato, espulso; incontra, inconsapevole, fortune inimmaginabili, e le sperpera o le brucia perché vittima della sua stessa innocenza e della sua illusoria convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili; assiste a violenze ed ingiustizie, e sa prima sorprendersi, quindi indignarsi, infine – d’istinto, senza rifletterci – agire, difendendo le persone che ama e tutelando la sua libertà e la sua (tutta teorica, ammettiamolo) autonomia.
Allora oggi potremmo giudicare questo libro la prima convincente attestazione del bellissimo motto di recente adottato da qualche movimento: “un altro mondo è possibile”. È possibile un mondo nel quale gli esseri umani non accettino qualunque sopruso e qualunque violenza in nome del quieto vivere; è possibile un mondo nel quale gli esseri umani rifiutino prevaricazioni, umiliazioni, imposizioni e ordini per poter sopravvivere; è possibile un mondo nel quale si disertino le guerre, e si denuncino i guerrafondai; è possibile un mondo nel quale non esistano privilegi delle oligarchie, e non sussistano le condizioni per accettare forme di potere temporale del clero; è possibile un mondo nel quale si possa perfezionare ed arricchire la propria conoscenza e si possa viaggiare, liberandosi dai pregiudizi sulle altre civiltà e sulle altre culture; e adottare, quando possibile, quanto di meglio vive in quelle civiltà e in quelle culture; e non uccidere, e non umiliare nel nome della superiorità di una civiltà e di una cultura.
È possibile un mondo nel quale ogni cittadino rifletta, in giovinezza, lo spirito di un Candido; ma che sappia e possa e desideri prendere coscienza di tutto quel che lo circonda, rinunciando al comodo rifugio dei pregiudizi e mostrandosi pronto a confrontarsi con chi è diverso e a costruire con pazienza una dialettica.
È possibile contribuire alla creazione di un nuovo mondo.
Per questo, è necessario dubitare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Prove non ne occorrono affatto, a chi vuole guardare e a chi sa ascoltare: tutto è chiaro da sempre.
Il libro, strutturato in trenta capitoli, tutti titolati, è di facile lettura e immediata fruizione; pagine non scevre da allusioni e neppure troppo tacite accuse al clero del tempo, a certe scuole filosofiche e a certe speculazioni pseudointellettualistiche, e denso di denunce delle ingiustizie contemporanee; che poi non distano troppo da quelle odierne, a voler cambiare qualche nome. Lettura consigliata.
Puro godimento estetico e torrenziali riflessioni ne sono prova.
“Ah, Pangloss, Pangloss! Martino, Martino mio! O cara Cunegonda! Che razza di mondo è mai questo?”
“È una pazza e abominevole cosa, in verità” – rispondeva Martino”.
(Voltaire, “Candido”, cap. XXIII).
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
François-Marie Arouet, detto “Voltaire” (Parigi,1694–Parigi,1778), romanziere, poeta, tragediografo e storiografo francese.
Voltaire, “Candido – Zadig – Micromega – L’ingenuo”, Garzanti, Milano, 1973.
Traduzione e introduzione di Maria Moneti.
Prima edizione: Voltaire, “Candide ou l’optimisme”, 1759.
Lankelot, G.F., marzo del 2003. Donec ad metam. Prima pubb: Lankelot.com
Lettura dell’opera dedicata all’amice e webwriter Gioyann, come testimonianza della mia considerazione e della mia lealtà.
Commenti
L'ho nello scaffale. Cercherò. Grazie, sempre.
Vedrai che si rivelerà formativo e fertile, esattamente come nel 1759.
Cmq questo è il migliore mondo possibile, altrimenti sarebbe migliore di quant'è. Almeno, in questo momento è il migliore, domani magari sarà migliore ancora, se ci andrà di fare qualcosa di più. Altrimenti lo sarà cmq perché non c'è piaciuto di far nulla e l'abbiamo lasciato a se stesso, e di certo migliore da solo non lo può diventare.
O no?
P.S.: maledetta notte bianca!! Io non lo volevo bere quel po' di rum, sono astemio!
OT: e invece io ho fatto il bravo, giusto una 33. Altrettanto durante la notte oscura, a Ostia Antica, con i Mogwai. Vedi che buona persona che so essere, talvolta?:).
(no, l'evoluzione è a portata di mano e bisogna battersi, battersi sempre. Basterebbe trovare il modo per concretizzare: io non so voi ma non ho più energie da dispendere, dico che serve focalizzare e avanzare. Ad esempio: in politica. Ma: dove? e come, se non può essere una professione?)
Esilarante davvero, quel Voltaire era geniale. Il libro a suo tempo gli causò non poche critiche, se non ricordo male.
Per Gianfranco: tutto quello che facciamo è politica, spero di poter avere una possibilità di fare qualcosa in piccolo, ne abbiamo parlato tempo fa (la volta della cola e del panino) e sono sempre più convinto che si può certamente. E dici bene tu: focalizzare.
E' quel che ci spetta, perché a dispetto della gran forma siamo - diciamo così - maturati. Forse il panino e la cocacola ne sono testimonianza (molto allegorica).
[voltaire] e la piano b cosa
[voltaire] e la piano b cosa ti ha restituito? Sorpresa... http://www.pianobedizioni.com/articolo.aspx?articolo=79