Uno scrittore “industriale” come P. Volponi, il cui alter ego è costituito dal protagonista di Memoriale, che si sofferma, all’inizio del romanzo con sguardo incerto e dubitoso di fronte alla fabbrica ( «grandissima, bassa. [che] ronzava indifferente») in cui si apprestava ad entrare, non poteva sfuggire all’occhio indagatore di una rivista come «Officina», e, d’altra parte, chi lavora in fabbrica non deve prendersela se qualche volta lo si sorprende sul posto di lavoro.
Diciamo subito, prima di passare all’indagine sul romanzo, che la bibliografia su Volponi si è abbastanza ingrossata in questi ultimi anni (1). Ma confrontando l’attuale critica con quella prodotta dai Pasolini, dai Calvino e dai Fortini fra gli anni ’50 e ‘60 non si può non rimanere stupefatti di fronte alla forza e alla potenza di pensiero di quegli scrittori che “videro” Volponi all’opera proprio in quella temperie storica in cui l’industria italiana si andava via via rafforzando dopo la bufera della guerra. Vediamo intanto come si snoda il romanzo, pubblicato nel 1962 (Milano, Garzanti).
Il protagonista è un reduce, tornato dalla guerra e dalla prigionia in Germania con lo zaino pieno zeppo di problemi, ma gli riesce a trovare un posto di lavoro in Fiat nel giugno del ’46. Albino Saluggia entra in fabbrica con l’animo ricolmo di ansiose aspettative. Poi le cose vanno sempre di male in peggio: alla visita medica, prima di entrare in fabbrica, i medici aziendali gli diagnosticano la tubercolosi. Albino, portatore di profonde nevrosi, sensi di colpa e manie di persecuzione, contesta i medici, però è costretto al sanatorio. Quando torna in fabbrica, la vita al suo interno gli si fa via via sempre più difficile, per cui viene continuamente cambiato di reparto. La fabbrica a poco a poco lo delude, e sente sempre più prepotente il desiderio di fuggire, di andarsene e alla fine, dopo una serie di assenze più o meno prolungate, partecipa pure a uno sciopero e viene licenziato in tronco. In alto, sopra di lui, presenza metafisica ma concreta e potente è la gerarchia della dirigenza, che non lo capisce e che lui non capisce: kafkianamente, si accontenta di guardarla straniato dall’esterno, giudicandola un ens che oltrepassa le capacità razionali e di comprensione dell’uomo. La fabbrica Volponi la conosceva bene, essendo chiaro che l’ambientazione del romanzo riflette l’esperienza dello scrittore all’Olivetti di Ivrea. Volponi tutto sommato, pur narrando un’esperienza alienante, non aveva un’idea in assoluto negativa del mondo dell’industria, che possedeva ai suoi occhi connotati di “ordine” che in fondo lo allettavano, anche se annotava amaramente come essa non fosse in grado di interpretare sufficientemente quelli che erano i “bisogni psichici” dell’operaio (2). E il rilievo non era campato in aria: in fondo all’Olivetti Volponi aveva ricoperto cariche di tutto rispetto, essendo stato direttore dei servizi sociali dell’azienda.
E’ evidente che Volponi, all’«officina» piuttosto faticosa alla Fiat preferiva quella ben più stimolante di Roversi, Leonetti, Scalia e soprattutto Pasolini, con cui intratteneva ottimi rapporti di lavoro. Per i redattori di «Officina» Volponi significava molto, ed anzi era considerato un prezioso collaboratore esterno della rivista. Secondo Gian Carlo Ferretti fu Volponi a trarre «i maggiori frutti» da quella sodale collaborazione con la rivista di Pasolini (3). Nei suoi interventi su «Officina», Volponi chiarisce sempre di più a se stesso il suo rapporto con la realtà industriale e con il mondo del lavoro operaio in generale, dimostrando di mal sopportare il connubio disumanante con le macchine, sembrando così lo scrittore aspirare a difficili se non impossibili ritorni a una società preindustriale, alla campagna, diventando campione, insieme ad altri, di una sorta di “neotradizionalismo” (4). Del resto, come vedremo, il rapporto uomo-macchina si è costantemente rivelato estremamente difficile, a partire dagli albori dell’industrializzazione, e come risulta nel Volponi delle liriche. La posizione neotradizionalista di Volponi è visibile chiaramente nella poesia La vita, che inizia con i versi di un canto popolare calabrese: «Quando io sono nato/ mio padre non c’era». Torma, in molti versi, il vagheggiamento di una realtà edenica, preindustriale, dai toni fiabeschi e di sogno:
«Lungo i ghiaiosi trasporti/ del Foglia o del Metauro/, là dove passa la sera/bilanciando una rozza rete/un contadino pescatore/di un solo pesce/e s’alza la bianca nebbia,/nido folto d’anatre e di sponde; / o dietro le recise falde dei colli,/… è una fetta di pane…» (5).
La poetica di Volponi , così come si dipana nel romanzo come nelle liriche, in fondo, è molto semplice. In una missiva a Roversi, che è un po’ il suo manifesto di poetica, Volponi scriveva: «La mia poesia non ha altre ragioni all’infuori di me». Poi dice di sapere come ha cominciato, ma di non avere la più pallida idea di dove andrà in futuro: dipenderà, afferma Volponi, dagli amici e dai «contatti sociali e culturali». Nonostante l’incertezza del futuro, in quel momento egli però sa di che cosa parlerà: ancora di se stesso, e anche di suo padre, cui ha dedicato una poesia. Dice di voler con essa ricordare la figura paterna, «quando risale dalla fornace dove lavora tutto inzaccherato o quando torna allegro da una fiera, dover ha dovuto bere, per forza e con i suoi mali intestinali, insieme a fattori e a capi mastri che gli ordinassero un carico di materiale» (6). La poetica di Volponi è dunque chiara: narrare la fatica del lavoro operaio. Veramente, Volponi incarna in sé, nell’ esperienza di vita di operaia vissuta, quelli che Chaplin chiamò, divinando, i nostri “tempi moderni”. Ma tutti i nostri intellettuali dell’ appena trascorso Novecento hanno detto parole profetiche intorno all’industria e all’importanza fondamentale dello “scrittore industriale”. Così, proprio nell’anno fatidico un cui usciva Memoriale, sul Menabò Cinque, Calvino scriveva; «Se fabbriche e operai occupano poco posto come paesaggio e personaggi nella storia letteraria, non si può dimenticare quale posto imponente hanno come paesaggio e personaggi della storia delle idee degli ultimi cento anni. L’operaio è entrato nella storia della cultura come protagonista storico-filosofico, mentre prima succedeva il contrario» (7).
E finisco con un’ultima suggestione di Fortini, scritta sempre sul Menabò del 1962:
«…Come si fa a parlare di industria e di letteratura senza esser d’accordo almeno su questi ( ma è quasi tutto): che cioè le forme, i modi, i tempi della produzione industriale e i suoi rapporti sono la forma stessa della vita sociale, il contenente storico di tutto il nostro contenuto e non semplicemente un aspetto della realtà? Che le strutture economiche – nel nostro caso, capitalistiche e quindi industriali – sono né più né meno che l’inconscio sociale, cioè il vero inconscio, il mistero dei misteri?» (8).
Sì, il mistero, un mistero, quello del rapporto uomo-macchina, che però non era tale agli occhi di Samuel Butler, il quale non scriveva, come Calvino, Volponi o Fortini nei primi anni ’60, ma nel profondo Ottocento, all’altezza del 1863.
Nessuno, credo, più di Butler, ebbe presente più chiaramente il problema “umanitario” che sarebbe deflagrato con la scoperta delle macchine. Mi si passerà la lunga citazione, ma sono convinto di fare cosa utile, riportando alcuni passi della “profezia” di Butler:
«… Egregio Signore [ Butler scrive al Direttore di «La Presse»], poche cose inorgogliscono maggiormente la nostra generazione dei progressi che si compiono ogni giorno in tutti i generi di strumenti meccanici. E questo è certo, per molte ragioni, motivo di viva allegrezza. Inutile enumerare qui tutti questi progressi, perché sono abbastanza visibili. E’ ora il momento, invece, di dedicarci ad alcune riflessioni che forse ci porteranno ad abbassare il nostro orgoglio… Ogni giorno perfezioniamo la bellezza e la delicatezza della loro organizzazione fisica: ogni giorno doniamo loro maggiore potenza, forniamo loro, grazie a ogni sorta d’ingegnose invenzioni, quel potere bautoregolatore e automotore che sarà un giorno per loro ciò che è stata l’intelligenza per la razza umana. E a poco a poco, nel corso dei secoli, noi diventeremo la razza inferiore… Ogni giorno le macchine guadagnano terreno rispetto a noi. Ogni giorno noi siamo maggiormente sottomessi a loro.
Ogni giorno più uomini sono posti al loro servizio, come schiavi incaricati di averne cura; ogni giorno più uomini consacrano tutte le forze della loro vita allo sviluppo della vita meccanica. La conseguenza finale di tutto ciò non è che una questione di tempo (corsivi miei).
Ma è un fatto che verrà un’epoca in cui le macchine avranno la supremazia reale sul mondo e sui suoi abitanti, e questo nessuna persona dotata di mentalità seriamente filosofica potrebbe metterlo in dubbio un solo istante. Quanto a noi, crediamo che urga dichiarare, a partire da subito, una guerra mortale alle macchine. Ogni uomo cui stia a cuore la felicità della sua specie dovrebbe distruggere ogni macchina di qualunque genere. Senza alcuna eccezione! Senza quartiere!...» (9).
Enzo Sardellaro
Note
Si citano qui alcuni tra i contributi più significativi. Buona intanto la monografia approntata da Gian Carlo Ferretti, Volponi, Firenze, La Nuova Italia, 1972, che riunisce gli interventi di numerosi scrittori e critici. Utile, per comprendere soprattutto le ambivalenti posizioni di Volponi di fronte al mondo industriale il libro di F. Camon, Il mestiere di scrittore, Milano, Garzanti, 1973, pp. 123-143.
Per gli interventi degli psicologi all’Olivetti, cfr. Cesare Musatti et alii, Psicologi in fabbrica. La psicologia del lavoro negli stabilimenti Olivetti, Torino, Einaudi, 1980.
Gian Carlo Ferretti, «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Torino, Einaudi, 1975, Introduzione, p. 47.
Ivi, p. 116.
Ivi, P. Volponi, La vita, pp. 219-224. I versi cit. a p. 222.
Per la lettera di Volponi, Ivi, Appendice I. Documenti inediti 1955-59, pp. 427-428.
I. Calvino, La «Tematica industriale», in Il Menabò 5, Torino, Einaudi, 1962, p. 18.
F. Fortini, Astuti come colombe, in Il Menabò 5, cit., p.38.
Samuel Butler, Darwin e le macchine, in I classici Adelphi 1963-64, Milano, Adelphi, 1964, pp. 141-150. Titolo originale, Darwin among the Machines, « articolo apparso sotto forma di lettera all’editore in The Press, Christchurch, New Zeland, 13 giugno 1863».Per le ulteriori ediz. cfr. i Riferimenti bibliografici, p. 170.
Volponi in Lankelot
Commenti
Stasera. Intanto Buonasera dott. Franchi. Stasera dicevo, visto che siamo con Volponi su un tema "industriale" e moderno, darò anche un breve saggio di narrativa, un genere che coltivai con una certa passionaccia in tempi decisamente lontani.Ho ripescato quindi un vecchio racconto, che porta il seguente titolo; "Naba". Poi mi dirai, dott. Franchi, il tuo parere, e non mi offenderò certamente se mi dirai che dopotutto avrei fatto meglio a tenermelo nel cassetto. "Vanitas vanitatum", con quel che segue. Adesso provo a "postarlo" senza creare eccessivi danni.
Amices,
http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Volponi
qui le note biobibliografiche di wiki
Ave Professore, ben ritrovato.
Sto a un passo dalle nanne, domani sera leggo & commento
intanto ringrazio per la nuova condivisione
(ho uniformato il titolo)
vale
gf
ps dai un'occhiata ai tuoi ultimi articoli, sono pieni di commenti...
Qua l'elenco
http://www.lankelot.eu/index.php/staff/826/sard
L'impaginazione ora dovrebbe andar meglio.
Senza dubbio l'impaginazione è ora perfetta. Da questo punto di vista sono effettivamente disarmato. grazie.
"Ogni giorno perfezioniamo la bellezza e la delicatezza della loro organizzazione fisica: ogni giorno doniamo loro maggiore potenza, forniamo loro, grazie a ogni sorta d?ingegnose invenzioni, quel potere bautoregolatore e automotore che sarà un giorno per loro ciò che è stata l?intelligenza per la razza umana. E a poco a poco, nel corso dei secoli, noi diventeremo la razza inferiore? Ogni giorno le macchine guadagnano terreno rispetto a noi. Ogni giorno noi siamo maggiormente sottomessi a loro.
Ogni giorno più uomini sono posti al loro servizio, come schiavi incaricati di averne cura; ogni giorno più uomini consacrano tutte le forze della loro vita allo sviluppo della vita meccanica. La conseguenza finale di tutto ciò non è che una questione di tempo (corsivi miei)."
> Impressionante.
(Butler manca, da queste parti... ;) ).
Professore, ho cancellato "Naba" perché nel sito non pubblichiamo racconti: Lankelot pubblica recensioni, interviste, saggi brevi e monografie; al limite, reportage.
Racconti e poesie vengono pubblicati nel forum.
http://www.lankelot.eu/SMF/index.php?board=21.0
Lì.