Albino Saluggia, unico protagonista ed io narrante, nasce in Francia, torna con i genitori in Piemonte, va in guerra e viene internato nei campi di concentramento nazisti.
Malaticcio e profondamente segnato seppur non definitivamente ucciso nella sua dignità ed aspirazione a vivere, attraverso gli appositi e freddi uffici burocratici preposti, trova impiego nella gigantesca, labirintica e granitica Fabbrica di X , luogo e di fantasia come tiene a precisare l’autore in premessa, non identificabile ma collocato in una regione invece perfettamente descritta e strutturante l’ordito della trama, il Piemonte appunto.
Nel viaggio al termine della notte che porterà Saluggia ad essere bollato come “malato” e dunque diverso, abbiamo una esemplare analisi chirurgica di una solitudine congenita e senza scampo, una dettagliata scomposizione dalle tinte drammatiche di un conflitto con il mondo. Saluggia si alimenta alternativamente di schizofrenia e paranoia, lucidità e oblio di sé e degli altri. La sua forza vitale a volte accetta, a volte entra drammaticamente in conflitto con il resto del mondo, anche se a volte questo resto è una semplice macchia sul muro vivificata e resa presente solo con stati di alterazione progressiva di carattere mentale.
Nessuno dei personaggi che si alterneranno nel romanzo riuscirà a stabilire un legame serio e duraturo con Saluggia, nulla riuscirà a scalfire quest’animo ammorbato ed impermeabile ai legami poiché incapace del tutto ad instaurarli. E scivoleranno via Giuliana, l’addetta mensa dai più o meno facili costumi, il caporeparto Grosset in preda alla moglie che lo tradisce e ad un cancro senza pietà, il compagno Pinna, consumista e scialacquone, delatore e “maneggione”, il comunista Gualatrone, che sarà l’artefice del memorabile incontro-scontro fra Saluggia ed il sindacato: “Il sindacato non è comunista, è di categoria. Cosa possiamo fare per uno solo? “(p. 181), risponde il funzionario alle richieste insistenti di aiuto.
E poi i nemici dichiarati: ottusi impiegati, un sordido ingegnere, i medici della Fabbrica Tortora e Bompresso, identificati da Saluggia come meri aguzzini. E poi la madre, che si definisce per assenza e per rapidi tratteggi conclusi spesso nel pianto, lacrime più che di liberazione, di vera e propria autocommiserazione, a sancire un puro bigotto egoismo e un affetto drammaticamente esteriore, di facciata
Una chimica della solitudine interiore dunque, che a viene a determinare una indissolubile e indistruttibile incomunicabilità del protagonista
Il tutto poi si innerva su un dualismo, mai sopito ma mai straripante, tra l’asettica Fabbrica e la campagna, con "bucolicheggiamenti" di sapore prettamente elegiaco sentimentale, dall’ effetto prepotentemente straniante rispetto al contesto e all’humus della storia, aneliti intorpiditi, tenui e fragili atti a connotare ancor di più lo stato insalubre della emotività e del pensiero di Saluggia, fin dall’inizio del romanzo.
In uno dei suoi numerosi ritorni a casa in treno, Saluggia pontifica “se la campagna fosse lasciata rigogliosa e sola oltre ad essere più bella darebbe anche più frutti “ (p. 8) Niente di più falso e irreale, ma lo scrittore lo suggerirà passo passo, senza mai svelare il proprio pensiero e la propria posizione. Quanto qui detto da Albino infatti sarà in netto contrasto l’assunto con il successivo sviluppo della trama, che comunque sarà imperniato sulla ricerca di una quiete e di una salute con rimedi scientifici prima fine a cadere in completa e bambinesca balia di inutili e fuorvianti rimedi pseudo magici, posti in essere da meri e semplici imbroglioni
“Memoriale” è una storia individuale che mai sfiora il collettivo, che anzi viene vissuto e descritto come mero contraltare impossibile da scalfire, un Moloch non ostile ma indifferente, cattolico, comunista o qualunquista che sia,
Quel che sorprende oggi, ad oltre quaranta anni dalla uscita e privi di residui e residualismi ideologici, è come sia possibile inserire e complicare l’autonomia di questa prova narrativa collocandola infra quel movimento che nella storiografia letteraria è identificato come letteratura industriale, denigrando e mistificando,a mio modo di vedere l’essenza letteraria del testo in questione.
Seppur il pattern narrativo vive e si nutre della presenza ambigua e bifronte di una onnipresente fabbrica, il continuo e lucido deliro di Saluggia mi pare che possa essere accostato ed affrontato con altre ottiche di lettura senza le ingolfanti e retoriche per quanto stantie categorie dell’analisi sociologico-marxista, presenti anche in calce al libro, nella postfazione, e miranti alla solita distorsione dei significati in nome della critica militante.
Solo una presa di coscienza priva di ideologismi possono spiegare passi come il seguente, perfettamente complementari e coerenti nell ‘ordito narrativo:”amavo poco a poco la fabbrica sempre di più man mano che mi interessava meno la gente che vi lavorava. Mi sembrava che tutti gli operai avessero poco a che fare con la fabbrica” p. 42.
Lo stile non è sobrio, ma decisamente elaborato, con un linguaggio mai sciolto ma nemmeno aggrovigliato su se stesso, con cadute di tono in lirismi eccessivi che forse risentono troppo delle tentazioni poeticheggianti del primo Volponi, nato come poeta d’avanguardia e poi successivamente diventato oltre che dirigente d’industria, anche narratore.
Saluggia in realtà emblematizza un destino tangibile di un essere umano e rappresenta una drammatica inconciliabilità con il mondo esterno e con la vita, incarna un dramma esistenziale realisticamente descritto e i suoi moventi son ben altro che meramente riducibili alle antitesi campagna –città, operaio - padrone, proletariato-capitale. A bene vedere peraltro Saluggia viene “salvato”, “coccolato” dall’apparato, e in maniera inetta ma tenacemente parassita si nutre di alcune incongruenze ed aporie dello stato sociale stesso, beandosi su propositi vaghi e sterili, rinchiudendosi nelle proprie allucinazioni e debolezze senza dare nemmeno l’idea di poter virilmente reagire ad una sua stanchezza interiore dettata soprattutto dalla sua personalità debole più che da una società indifferente e meccanizzata. La sua solerte e moralistica innocenza il suo categorico rifiuto della donna infatti appaiono non certo una imposizione ma più che altro una sua scelta certo dettata da un male di vivere che nessuna fabbrica nemmeno socialista potrà mai alleviare
Seppure categorie come l’alienazione personale possano comportare un facile ma eretico appello al “realismo” kafkiano, allo scontro dei suoi personaggi principali con mondi di stampo burocratico e di natura prettamente ostile (Il castello, Il processo), mi pare che la forza e l’attualità del romanzo non sia nello schierarsi apertamente a favore di una ideologia politica identificabile, anche se c’è da rimarcare il velleitario ed anacronistico finale, immotivato e stranamente affrettato, quasi a voler comprimere il libero svolgersi della storia in una sintesi in cui è stata coerentemente sviluppata una tesi senza che abbia mai avuto spazio un antitesi.
E' comunque a mio parere significativo che a creare questo romanzo sia appunto Volponi, narratore che ha distillato negli anni la sua produzione, con un curriculum atipico (laureato in legge e dirigente d’azienda nella Olivetti, nonché militante comunista emigrato in Rifondazione negli anni della scissione), autore che credo vada riscoperto per la sua indubbia originalità, per l’onestà intellettuale anche se politicamente schierata ma non faziosa agli eccessi come molti altri colleghi.
Pier Paolo Pasolini, leggiamo nell’introduzione all’edizione commentata, disse nel 1962 a proposito : “Io penso che nessuna voce di romanziere, in questi ultimi anni, abbia trovato la propria fisionomia con tanta precisione, con tanta purezza, con tanto potere di rivelazione.”
Un autore sicuramente capace nella sua attività letteraria di prove desuete e coraggiose, come questa sua prima opera, saggiamente compendiata e affatto priva di spunti originali, raffinatamente mediati, specie se rapportati al panorama letterario coevo, indigeno e oltreconfine, dotata ancor oggi di una sua contemporaneità, propria delle opere che esulano dal contesto per approdare all'Olimpo della comunicazione letteraria.
A proposito del testo in argomento egli ebbe a dire:“Ecco perché il mio romanzo è un po' nuovo, non ripete le formule degli altri; perché non era un progetto letterario, non andava dietro a una scuola, veniva da me stesso, dalle mie esperienze. Avevo trovato un sistema nuovo che è quello della lente d'ingrandimento del nevrotico, sofferente in fabbrica” (cfr. link a pié pagina), quasi parzialmente suffragando gli spunti sopra esposti.
Dunque Memoriale è (fu) una brillante operazione narrativa, un vibrante rifiuto della poetica e della prassi realista e neorealista gretta ed usurata, sperimentalista più nei contenuti che nelle strutture.
Il panegirico forse debordante tuttavia non inganni, il romanzo presenta qualche amena sfaccettatura e qualche incongruenza di fondo, che però va giudicata benevolmente considerando il passato lirico di Volponi e l'evidente particolare che trattasi di esordio in prosa. Francamente spendere un omaggio non significa sempre inneggiare al capolavoro ovvero decretare l'immortalità di un romanzo rispetto ad un altro. Credo che un valido punto di partenza sia più che blaterare di alienazione dettata dalla crisi della società borghese, dire e riaffermare che questo romanzo rivendicava e ancor oggi fa rivendicare la necessità di essere ed avere per quanto malati si sia. Esistere è un diritto, non certo un insopportabile e lugubre dovere.
EDZIONE COMMENTATA E BREVI NOTE
Paolo Volponi (1924 -1994), poeta e narratore, fu senatore a partire dal 1983, eletto nelle liste del Pci. Fu dirigente della Olivetti, in cui entrò nel 1956. A partire dagli anni Settanta collaborò con la Fiat, entrando presto in contrasto con la dirigenza per le sue prese di posizione politiche (cfr. Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana – Il novecento, Einaudi 1991, pp. 697 e seguenti).
Paolo Volponi, Memoriale, Torino, Einaudi, 1991
Paolo Pappatà (su Internet Baol70) per Lankelot.eu, maggio 2007
Volponi in Lankelot
Commenti
Terza volta di anteprima ed esclusiva di Lankelot, dei mie pezzi. Incomincia la riscrittura di alcuni segmenti della storiografia letteraria degli ultimi quaranta anni. Scherzo. Facciamo settanta :-). In ogni caso long live al sito. Ed ai suoi animatori
"E? comunque a mio parere significativo che a creare questo romanzo sia appunto Volponi, narratore che ha distillato negli anni la sua produzione, con un curriculum atipico (laureato in legge e dirigente d?azienda nella Olivetti, nonché militante comunista emigrato in Rifondazione negli anni della scissione), autore che credo vada riscoperto per la sua indubbia originalità, per l?onestà intellettuale anche se politicamente schierata ma non faziosa agli eccessi come molti altri colleghi. "
> sta a te allora, qui si cominciano a prendere appunti. Articolo molto denso, informazioni chiare e limpide, suggestivo e corroborante l'interludio pasoliniano.
2. La citazione di Paoslini non è numerata. Neanche con i numeri romani...
Intendi dire che raramente s'era esposto così tanto?
intendo dire che non è consono, per tale casa editrice, pubblicare in questa maniera gli interventi. Decine di "struzzi" sono abbondamente compendiati in maniera migliore, da quello che mi dicono. D'altronde ho commentato in " commenti". Mi informo di più ma son sicuro ed in ogni caso per quel costavano e proponevano, non mi pare un "pubblico" servizio. Da parte mia, mi vien da dire, è difficile recuperare quello che è un irregolare. Sebbene militante. Erano anni così. Direi. Ma la faccenda è superficiale rispetto a fatto che il testo é del 1962. Era "perfettamente" "nuovo".
Recensione importante. L'impressione è che ti sei cavato un dente che ti angustiava da un po'. Scrivi: "Quel che sorprende oggi, ad oltre quaranta anni dalla uscita e privi di residui e residualismi ideologici, è come sia possibile inserire e complicare l?autonomia di questa prova narrativa collocandola infra quel movimento che nella storiografia letteraria è identificato come letteratura industriale, denigrando e mistificando,a mio modo di vedere l?essenza letteraria del testo in questione."
Potresti chiarirmi? Praticamente intendi che Volponi è stato un eterodosso equivocato e strumetalizzato?
5. non è così grave, dai. E' uso - anzi - abbastanza comune.
Non è nelle mie corde, Paolo, come immaginerai:)
Va bè, dai. La rec merita uno sforzo ;)
9- L'ho letta:)
8. non avevo dubbi :-)
11. Baol, "Ottonieri" chi?
Tommaso ha esordito negli anni Ottanta...
ops scusa, scappata. Ottiero Ottieri "Donnaruma all'assalto" , (Bompiani)prima edizone 1959, edizione in possesso 1982. Prezioso come sempre
;)
"Memoriale in particolare è un testo e dall? animus esistenzialista, con evidenti connotazioni che ?formano? (danno ?forma?) al testo in un senso più vario, meno sterilizzato dalla collocazione in un genere storicamente rilevante ma che appare qui riduttivo."
> Baol, qui non riusciamo a decifrarti né io né Patrick...
potresti snellire il periodo?
anzi Fra', non so se i messaggi si possono cancellare, ma lo rifomulo con calma. Diciamo che la mia replica contrassegnata dal n. 11 è da riformulare e chiedo scusa. Dettata da passione e non da copiature :-). Amen :-)
copiature? non penso fosse in discussione:)
ok, dai, aspettiamo il restyling!
18. Grazie...scusate, fretta maledetta :-)
vai tranquillo che sei grande. E grazie per la volponata, è una ricca integrazione nell'archivio. Peraltro piena di stile.
20. Spero di motivarla :-).
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E' che ho letto troppo ultimamente, cose lontane da loro come i poli nord e sud ma che hanno diversi spunti di gelo comune. Ed è giusto che tu e Drago vogliate. Sono io che devo rispondere e ripeto, scusatemi per le evidenti inesattezze e complicanze. Anzi ti dirò: stilisticamente vado male, ho il classico periodo da afa estiva, scrivo male. Però davvero, commento 11. "cancellatelo", va riscritto decentemente. Torno presto :-)
sistemato!
ecco :-D
vediamo se oggi riesco a spiegarmi meglio :-).
Dunque.
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Drago. Tu mi chiedi se Volponi sia eterodosso o meno. Politicamente credo ortodosso, da quel che ho potuto leggere (Ferroni citato). Se si parla di attività letteraria e si intende una compresenza di stimoli provenienti da più esperienze, io dico sì. L?anno di uscita è il 1962, i temi che si affrontano sono, come spero di aver accennato, svariati.
Volponi mette in crisi sicuramente il modello della narrativa neorealista, non di un nome in particolare, ma di quella pretesa di rappresentare deterministicamente la realtà (rapporto meccanico causa effetto che mi pare di ravvisare in alcuni romanzi anche di tema ?resistenziale?. Rimaniamo sulle mie impressioni personali e ordunque va bene, è giusto che eventualmente mi si passi). Le problematiche che si affacciano in Saluggia, il protagonista, le trovo moderne, in alcuni casi riattualizzabili e dunque contemporanee, com ho scritto nella recensione.
A latere: in generale il romanzo e l?opera di Volponi vengono appunto inserite nell?ambito della letteratura industriale (cfr. Ferroni, Enrico Baldise ?invito alla lettura di Volponi?,Mursia 1982, intervento di Giuseppe Zaccaria in calce all?edizione di ?memoriale? citata, pp.227- 234). La mia (e mai delusa) smaccata impressione è che in Volponi ci sia la condizione dell?uomo moderno, in questo caso evidentemente malato, e il suo rapporto malato con il resto del mondo. Benché, sia chiaro, temi quali la fabbrica o notazioni care ai critici su menzionati, ovviamente non mancano. Nella sua autonomia il testo rivendica un più ampio spazio, ha bisogno di respirare un? aria meno ?angusta? di un determinato genere, che peraltro ha dato alla luce romanzi come appunto il citato Ottone Ottieri ?Donnaruma all?assalto?, secondo me nettamente e decisamente più centrato, poiché nato per "quel" genere. E, leggevo sempre in calce all?edizione, che entrambi lavorarono all?Olivetti. Utile notizia per esemplificare due diversificati approcci narrativi.
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Perdonate una certa ridondanza prolissa, non è mia consuetudine.
Volponi fu una delle ultime cose che affrontai con spirito libero ma accademico, nella ricerca, post laurea, di autori che fossero per qualche motivo, "sacrificati" dalla storiografia letteraria, come ad esempio Buzzati. Parliamo di dieci e più anni fa. Mi pareva carino cercare di riproporre un messaggio, qui su Lankelot. Il tema mi è caro e spero che sia chiaro che , pur suggerendo notazioni estremamente personali e assolutamente contestabili, il tutto è stato affrontato con una certa cognizione di causa. E perodnate la mia stanchezza :-)
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Ultima notizia: Pasolini pare che si innamorò già precocemente di Volponi, quando questi esordì, con fortuna, quale poeta.("Passione e ideologia" Milano Garzanti 1950)
Baol, commento ricchissimo e assolutamente illuminante. Tutte le mie curiosità risultano appagate. Grazie mille.
2 Drago ieri per la fretta ero stato un disastro. Grazie a voi per la pazienza.
ottimo lavoro, molto chiaro e completo. Di Volponi ho vaghi ricordi universitari, veniva appunto collocato nell'ambito della "letteratura industriale", probabilmente concetto da superare a vantaggio di vedute più ampie. Adesso che ho prospettiva vedo come le storie letterarie cambino a seconda dei periodi e dell'ideologia e spesso molti autori vengano visti in modo riduttivo oppure messi da parte.
Olivetti: Adriano O.,se ben ricordo, che era un uomo di cultura e fece della sua fabbrica un luogo di ritrovo per gli intellettuali.
26. da quanto ne ho letto io sì, Marina, Olivetti fu un filantropo nella accezione positiva del termine