Vollmann William Tanner

Europe Central

Autore: 
Vollmann William Tanner

«Con pochi, ma coraggiosi alleati...dobbiamo farci carico della difesa di un continente che, in larga misura, non lo merita.» (Joseph Goebbels, 1944)

«Assistendo a questo film, non si può fare a meno di serrare i pugni per la rabbia...questo film incita alla lotta e infonde la certezza della vittoria.» (Roman Karmen, cineasta sovietico, 1942)

Non c'è che dire, William Vollman è un autore che ama rischiare e confrontarsi con tematiche e ambientazioni che metterebbero a dura prova gran parte degli scrittori contemporanei e con «Europe Central» del 2005 (e uscito in Italia nel 2010) non si smentisce nemmeno questa volta.

Che scriva di prostitute, tossici, Vichinghi, naziskin, guerriglieri afghani, conquistatori europei, di violenza (come dimenticare i sette volumi di «Rising Up and Rising Down» usciti in Italia in una versione ridotta di un solo volume) quello che ne esce sono libri che difficilmente passano inosservati, densi come sono di osservazioni, spunti, dati e amalgamati da una lingua densa, inventiva che fa sprofondare il lettore nelle vicende narrate.

Con "Europe Central" l'autore statunitense si confronta con la storia dell'Europa centrale dai primi anni del ventesimo secolo fino al crollo del Comunismo, incentrando in particolare la sua attenzione sul confronto bellico e culturale fra la Germania nazista e l'Unione Sovietica e in seconda battuta sugli eventi post Seconda Guerra Mondiale. 

E' un libro che sa di acciaio, sangue, fiamme e rovine, che supera le mille pagine e che fonde il racconto all'analisi saggistica, che trasforma in narrativa episodi e personaggi reali e che come spiega l'autore nelle Fonti inserite a fine libro avevano questo scopo:

«Questi racconti si fondano su fatti storici, ma con un rigore inferiore rispetto alla serie dei Seven Dreams. Il mio fine, in questo caso, era quello di scrivere una serie di parabole su alcuni famosi, famigerati o anonimi attori morali europei osservati nei momenti di importanti decisioni. I personaggi che compaiono in questo libro sono, in gran parte, realmente esistiti. Ho svolto ricerche sulle loro biografie con tutta la cura di cui sono capace, ma la mia resta pur sempre un'opera di narrativa. Spero, in ogni caso, di aver reso poeticamente giustizia sia a loro sia alle situazioni storiche (prima ridotte a parabole, poi ornate qua e là di ragnatele soprannaturali» (pag. 963)

E' impossibile riassumere tutto il materiale presente in questo libro ma confesso di essere uscito a lettura ultimata quasi commosso da quanto vi ho  letto.

Per tutti coloro che sono avvezzi alla storia e agli eventi della Seconda Guerra Mondiale sarà un piacere quasi insano vedere quegli eventi trasformati in una narrazione mai agiografica e di parte ma sempre attenta a muoversi nelle contraddizioni, capace di restituire un'umanità dolorosa a tutti i protagonisti e agli eventi narrati, per tutti quei lettori invece che conoscono poco o niente di quanto accaduto in quegli anni sarà come spalancare un avvincente libro di storia, traumatico per quanto vi è narrato e potranno scoprire personaggi storici, generali, scrittori, musicisti, assassini, censori, cineasti, respireranno sonate, vedranno film, assisteranno a battaglie campali, ad attacchi fulminei di panzer, a strategie di guerra innovative che si scontrano con la dura guerra delle trincee, degli assedi, delle morti per fame e assideramento.

Tutti quanti respireranno l'odore delle ideologie, della fede in una missione, degli orrori a cui conducono le ideologie, dello sprezzo dei vincitori e dell'arrivo di un mondo nuovo che trascina via tutto quanto in nome del libero mercato, dove le passioni e gli ideali di cambiare il mondo vengono ritenuti nulla più che il vezzo di stupidi romantici.

Un libro che, per come si distacca dal semplice assunto «Nazisti e comunisti furono dei mostri, punto e basta!», mi ha ricordato la pellicola «Letters from Iwo Jima» di Clint Eastwood dove il regista riesce nell'ardua impresa di restituire dignità umana ai giapponesi, riscoprendoli come uomini in carne ed ossa, fatti di passione, sentimenti, con a casa delle famiglie che li aspettano, con dei dubbi morali di difficile risoluzione.

Sul solco della saga dei Nibelunghi (i cui protagonisti e vicende vengono più volte richiamati all'interno del libro) e inseguiti dai dispacci inviati via telefono che aprono le porte della guerra, conosceremo le storie della scultrice tedesca e comunista Käthe Kollwitz, autrice di xilografie che rappresentavano il dolore degli ultmi, delle donne sempre vittime delle guerre ("Donna con bambino morto") e che quando ebbe modo di visitare l'Unione Sovietica ne uscì confusa, del cineasta sovietico Roman Karmen che mise al servizio della propaganda la propria cinematografia, il compositore Dmitrij Dmitrievič Šostakovič le cui composizioni (come la "Sinfonia n.7 "Leningrado" in Do maggiore, op.60" o "L'Opus 110") risuoneranno nella loro creazione ed esibizione per tutto il romanzo e che si muoverà per tutta la vita fra censura (il «Formalismo") ed encomi da parte del regime sovietico a cui si piegò solo al termine della sua esistenza, o il generale tedesco Friedrich Paulus che si arrese a Stalingrado e che fu poi cooptato dal Regime Sovietico e che per tutta la durata della guerra visse nel terribile dubbio di rispettare gli ordini del Fuhrer (in molti casi del tutto errati) e assumersi la responsabilità delle proprie scelte, il generale tedesco Erich von Manstein teorico della guerra di movimento e adorato dai propri soldati, il generale sovietico Andrej Andreevič Vlasov che difese Mosca e che dopo essere catturato dai nazisti si adoperò nella formazione di un corpo d'armata russo alleato dei tedeschi, l'ufficiale delle SS Kurt Gerstein dilaniato fra il senso di responsabilità verso la propria missione di sterminio degli ebrei e la fede cristiana che lo spinse, senza troppi risultati (a guerra conclusa finì probabilmente suicida in una prigione di Parigi) a rivelare al mondo ciò che stava accadendo nei campi di sterminio, il maresciallo dell'Unione Sovietica Vasilij Ivanovič Čujkov liberatore di Stalingrado e che prese poi parte alla battaglia di Berlino, Hilde Benjamin giudice e ministro della giustizia nella neonata Germania dell'Est e passata alla storia come «La Ghigliottina Rossa» per la sua spietatezza nei confronti dei dissidenti e che alla fine della sua vita, arrivata poco prima del crollo del Muro, provò sulla propria pelle la furia dell'antisemitismo questa volta di stampo comunista e su tutti le ombre di Adolf Hitler definito «Il Sonnambulo» rinchiuso nella sua Tana del Lupo e di un invisibile Stalin che riecheggiano in tutte le pagine con le loro disposizioni, le loro inappellabili condanne a morte.

Attorno a questi personaggi se ne muovono decine di altri: musicisti, soldati (toccante davvero la vicenda del telefonista tedesco che impazzisce e si perde fra sogni e linee nemiche), madri, figli, partigiani come la piccola Zoja, donne, vedove, vecchi, amanti, poetesse come Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, semplici sconosciuti la cui storia è annegata nelle tenebre di quei giorni, in un paesaggio dove si stagliano le grandi città, Stalingrado (come dimenticare il romanzo qui più volte citato di Vasilij Grossman «Vita e destino»), Leningrado, Varsavia, Berlino, Dresda, Lipsia, prima e dopo la guerra, ridotte in macerie e simbolo di Paesi che non vogliono crollare e scomparire. 

La conclusione del libro narra della ridefinizione del mondo, della costruzione del Muro di Berlino, del confronto fra i due blocchi, della guerra di spie (l'operazione Gehlen) e dello spaesamento dei reduci, di coloro che hanno vissuto gli anni della guerra e che ora sono degli sconfitti, dei prigionieri di un regime destinato al crollo o degli uomini succubi degli Occidentali.

Particolarmente toccante è il penultimo capitolo «Vittorie Perdute» dedicato ad un reduce dell'esercito tedesco che ha trascorso otto anni in un campo di prigionia russa e ora alcolizzato.                                                     Senza più certezze, fede nel futuro e pieno di paure ritrova un briciolo di speranza nella lettura del libro di memorie di Von Manstein, un briciolo di speranza per una vittoria perduta che naviga ormai solo nei sogni e nei ricordi.

 

Edizione esaminata e brevi note:

William Tanner Vollmann (Los Angeles, California 1959), giornalista, saggista e scrittore americano.

William T. Vollmann, "Europe Central", Mondadori, Milano, 2010. Titolo originale "Europe Central", prima edizione 2005, traduzione di Gianni Pannofino.

William T. Vollmann in Lankelot:

http://www.lankelot.eu/letteratura/vollmann-william-tanner-afghanistan-picture-show-ovvero-come-ho-salvato-il-mondo.html

Da leggere anche:

http://www.lankelot.eu/letteratura/grossman-vasilij-vita-e-destino-intervista-con-claudia-zonghetti-traduttrice-dell-edizione-italiana.html

http://www.lankelot.eu/cinema/eastwood-clint-letters-from-iwo-jima.html

Andrea Consonni, agosto 2010

ISBN/EAN: 
978-88-04-59264

Commenti

[Europe Central] Europe

[Europe Central] Europe Central di William T. Vollmann. Un libro splendido, denso e conturbante. Lo consiglio caldamente a chi del tempo quest'estate da dedicare a un libro di 1000 pagine. 

(Europe Central) Annoto!

(Europe Central) Annoto!

[Europe Central] Bisogna

[Europe Central] Bisogna superare secondo me le prime venti pagine e poi ci si perde. 

(Europe Central) "Un libro

(Europe Central) "Un libro che per come si distacca dal semplice assunto «Nazisti e comunisti furono dei mostri, punto e basta!» mi ha ricordato la pellicola «Letters from Iwo Jima» di Clint Eastwood dove il regista riesce nell'ardua impresa di restituire dignità umana ai giapponesi, riscoprendoli come uomini in carne ed ossa, fatti di passione, sentimenti, con delle famiglie, con dei dubbi di difficile risoluzione".
 


Mi piace l'approccio, eccome. Solo che mille pagine adesso proprio no. L'estate per me è narrativa e basta. Però in un secondo momento... me lo segno.

(Europe Central) Per

(Europe Central) Per quanto... pare assai narrativo. Pure la Saga dei Nibelunghi evoca.

 [Europe Central] Beh, sì, è

 [Europe Central] Beh, sì, è gigantesco. Io sono affezionato ai libri giganteschi. Sì, è narrativo, ma fino ad un certo punto, unisce come detto saggio a narrativa. Adesso, così, ti lascio due spunti narrativi.

 

"Abbiamo ancora un mortaio e quindici granate, Herr colonnello generale...

Molto bene, rispose lui.

Il 16 gennaio 1943, nel giorno in cui l'Iraq dichiarò guerra al Reich, l'informativa quotidiana recitava: VI Armata, Heeresgruppe Don: sui fronti ovest e sud il nemico ha ripreso a esercitare la sua pressione sulle nostr posizioni. A nord del Don il nemico avanza oltre il Kagal'nik. Gli attacchi sui fronti nord e nordest sono stati respinti. Quello fu anche il giorno in cui perdemmo il campo di volo di Pitomnik. Un maggiore della Luttwaffe gli presentò un rapporto sulla situazione strategica del Gruppo d'Armate del Don. Paulus rispose: I morti non nutrono più alcun interesse per la storia militare.

Il 19 gennaio 1943, mezzo soffocato del fumo giallo delle bombe aeree russe, scrisse la sua lettera d'addio a Coca, il più possibile concisa, per il bene di entrambi. Tra le pieghe della carta intestata della VI Armata accluse la fede nuziale, le mostrine e le decorazioni militari. Il soldato prudente lascia a casa le medaglie originali e al loro posto indossa delle copie autorizzate, per non smarrirle e proteggerle dalla ruggine della linea del fronte. Lui aveva scelto in altro modo. Un simile comportamento da parte di un ufficiale di alto grado poteva anche essere giudicato un segno di debolezza. Non appena ebbe sigillato la busta, si sentì meglio. In quel momento sperava soltanto che l'aereo destinato a trasportare quella lettera non venisse abbattuto.

Il 22 gennaio 1943 l'ultima pista di decollo e atterraggio all'interno di Stalingrado cadde in mani russe. Paulus chiese di nuovo il permesso di arrendersi. Il Fuhrer rispose: DOVETE RESISTERE FINO ALL'ULTIMO UOMO E ALL'ULTIMA PALLOTTOLA." (pag. 505 - 506)

 

[Europe Central] E come narra

[Europe Central] E come narra la fine di Paulus alle pagine 526 e 527:

" Morì nel 1957, nell'anno successivo all'inizio della "destalinizzazione" e precedente alla pubblicazione di Vittorie Perdute del feldmaresciallo von Manstein; la morte dipese da una plausibilissima sclerosi progressiva che consentì alla sua mente di contemplare la sua situazione disperata fino all'ultimo momento e produsse una crescente invalidità bilaterale, mentre il suo corpo, persino il lato sinistro della faccia, era sempre più incapace di muoversi, finché anche il cuore fu sopraffatto. Pare che abbia sopportato questa agonia con la più assoluta pazienza. A causa delle difficoltà burocratiche al confine, Ernst arrivò troppo tardi per l'ultimo saluto. E' possibile che lo abbiano trasportato a Baden-Baden, per seppellirlo accanto a Coca; d'altra parte, ho letto che fu sepolto a Dresda. Senza dubbio, entrambe le ipotesi sono vere: ho visto con i miei occhi che Cristo possiede due sepolcri a Gerusalemme. La sua tomba era insidiata da rampicanti e glicini, e il sommaco rosso vi esplodeva trionfante. Fu l'ultimo feldmaresciallo. A lui non destinarono alcun mausoleo: né monumento né cripta né aquile di granito né tristi e fuligginosi cavalieri intenti a uccidere serpenti di pietra. Morì, però, nella buona sorte: gli avevano garantito il paradiso dal tetto d'ardesia di un'estate sassone, i pigri giochi di luce degli alberi di tiglio, nuvole essudanti pioggia. Gli avevano dato quella casa che pareva il tentativo di creare un'incurvatura da superfici piatte. In seguito, se ne sarebbe appropriata la Stasi, per promuovere la causa del potere democratico della polizia.                                                                   Nel 1960, anno in cui Sostakovic, in visita a Dresda, sentendosi evidentemente soffocato dal misterioso onirismo della foresta circostante, compose il suo infelice Opus 110, videro la luce le memorie di Paulus, Ich stehe hier auf Befehl; a quel punto, però, Liddell Hart aveva già pubblicato The German Generals Talk, così nessuno fece tanto caso a questo sforzo secondario, che in fondo altro non era se non l'autogiustificazione del figlio di un ragioniere. Grazie alla Guerra Fredda, Stalingrado era diventata motivo di imbarazzo per tutte le parti coinvolte. Cionondimeno, tra i vincitori vi fu chi ammise che quel Paulus non era stato poi così sprovveduto in fatto di operazioni tattiche con le truppe corazzate. Suo figlio conservò, sottopose a revisione ed elaborò fedelmente gli innumerevoli scritti difensivi del padre, ma gli aceri e i tigli di Dresda crebbero sulla memoria di Paulus come monumenti. Prima il testamento, poi la morte. Nel 1970, quando la fabbrica di trattori di Stalingrado (chiamata, a quel punto, fabbrica di trattori di Volgograd) sfornò il suo milionesimo carro armato, Ernst Paulus si conformò infine al desiderio del nostro Fuhrer, facendosi saltare la calotta cranica in una pioggia grigia e cremisi. L'ultima cosa che vide o gli parve di vedere, in quella nera giornata, fu un esercito di scheletri bianchi."

[europe central] intanto

[europe central] intanto illumino i tre link, in fondo;)

[europe central] oh and, ocio

[europe central] oh and, ocio qui: "ed encomi da parte del regime sovietico a cui si piegherò alla fine della sua vita,"

[vollman] non ricordo se ne

[vollman] non ricordo se ne avevamo parlato: hai mai letto "Le benevole" di Littell? considerando quanto scrivi in questo articolo dovrebbe essere obbligatoriamente parte dei tuoi scaffali...

[Europe Central] Corretto.

[Europe Central] Corretto. (Ogni tanto ho qualche problema con le revisioni, mi si blocca il sito, così come con "Ricerca")

Su Littell: sì, ho letto Le Benevole. Due libri diversi. Littell, con la scelta della prima persona, cercava di far calare il lettore nella parte di una SS addetta alla soluzione finale, più dettagliato, più tecnico, se così si può dire e più coinvolgente se si riesce a superare l'angoscia di calarsi nella mente di un uomo del genere. Ma c'è anche più voglia "americana" di sconvolgere, di farti inorridire e alla lunga questa cosa stanca, anche perchè il libro è lunghissimo e piano piano esce la finzione e quando scatta questa cosa il libro può fermarsi, può finire il suo effetto.

In Vollmann a mio vedere c'è più partecipazione, più dolore, più letteratura a mio vedere.  Più sentimento, anche se tratta di argomenti davvero difficili da sopportare in molti casi. 

[europe central] ecco: letto

[europe central] ecco: letto questo tuo commento aumenta il rammarico per non aver mai trovato una tua recensione delle "Benevole". Io sto per cominciare a leggerlo... ma sei tu l'archetipo del lettore che Littell aveva in mente;). Allora post Benevole verrà Europe Central.

 

[Vollmann] Terminata la

[Vollmann] Terminata la lettura de "La camicia di ghiaccio", primo volume de "Il ciclo dei sette sogni".  Pubblicato originariamente nel 1990, è stato portato in Italia da Alet nel 2007 e quanto pare seguiranno gli altri, che nemmeno Vollmann ha completato interamente.

Riporto qui sotto quanto scrive l'autore a proposito de Il ciclo dei sette sogni:

"I Seven Dreams sono un'opera che si situa in una zona grigia tra narrativa e storia. Io la definisco una "storia simbolica". Ciascuno dei sette volumi che la compongono è un'opera autonoma che si prefigge lo scopo di allettare e intrattenere, ma anche di insegnare qualcosa presentando un'interpretazione poeticamente vera di eventi reali."

1-Riassunto degli intenti

Quando per la prima volta i norvegesi scoprirono l'America, la chiamarono "Vinland" perché ovunque c'erano grappoli di uva selvatica. Essi sbarcarono precipitosamente dalle loro navi per bersi quella dolce rugiada. Vinland avrebbe potuto essere il paradiso, se non fosse già stata abitata da un altro popolo: gli indiani, che i norvegesi chiamavano "skraeling", o "selvaggi disgraziati". Gli skraeling vestivano pelli di animali. Si cibavano di midollo di cervo mischiato a sangue. Gli aspiranti colonizzatori li dispressavano, ritenendoli dei criminali, e li truffarono nei commerci oppure li uccisero durante il sonno. Naturalmente gli indiani si ribellarono a tutto ciò, tanto che alla fine i colonizzatori desistettero. E Vinland rimase indisturbata per altri seicento anni. Ma nella medievale Saga dei Groenlandesi c'è un momento cruciale in cui norvegesi e skraeling si danno battaglia:

Questo ebbe luogo, e caddero molti degli skraeling(ar). Un uomo era grande e bello tra la truppa degli skraeling(ar), e Karlsefni (il capo dei groenlandesi) pensò che fosse il loro capo. Ora uno degli skraeling(ar) aveva raccolto un'ascia, la guardò per un po', la sollevò poi su uno dei suoi compagni e lo colpì; questo cadde morto. L'uomo grande prese l'ascia, la guardò un attimo e la buttò nel lago, più lontano che potè; allora fuggirono tutti a gambe levata nella foresta, e così finirono gli scontri." (La saga dei groenlandesi, Pratiche Editrice, 1993, pp.151)

Sette sogni si apriranno con questa scena, quando il capo indiano rifiuta l'ascia, e si chiuderanno all'interno di una miniera di uranio in una riserva navajo, quando Vinland ormai sarà tutta attraversata da tunnel e cementificata. Implicitamente quell'ascia è la reificazione del male, e come tale riconosciuta sia dal capo indiana che dal compilatore delle saghe islandesi. La storia dei Sette sogni si strutturerà su questo tipo di reificazioni: il tropo standard delle saghe, quello dell'arma maledetta che si rivolta contro colui che la possiede; la figura del coyote burlone degli indiani delle praterie (che nel mio romanzo continuerà a sopravvivere nella metropoli); e i vari spiriti della terra, che si riducono all'estinzione di pari passo con il suo isterilirsi.

Sette sogni non saranno in alcun modo una storia fattuale della cacciata degli indiani americani. Tuttavia, la serie verrà eretta sulle fondamenta dei fatti.

(...)

Negli anni che penso di destinare alla realizzazione di questo progetto, viaggerò dal Canada artico al New Mexico al New Hampshire, per sforzarmi di capire il nostro paesaggio com'è e come era. (Nel 1986 sono andato in Messico, Arizona, Vancouver e nella California orientale. Nel 1987, grazie al cortese aiuto della Ludwig Vogelstein Foundation, ho visitato i siti vichinghi di L'Anse-aux-Meadows, a Terranova, i resti della fottoria di Erik il Rosso in Islanda, le rovine norvegesi in Groenlandia e la vasta distesa ghiacciata dell'Isola di Baffin - ciascuno di questi luoghi figura nei Sette sogni. Nel 1988 ho visitato Montréal, la parte superiore dello Stato di new York, Cornwallis Island e Ellesmere Island. Nel 1989 sono stato a Québec City, Algonkin Park, Mission Saint-Maire e al santuario di Auriesville, nello stato di New York. Nel 1990 sono andato a Inukjuak; nel 1991 ho raggiunto in solitaria il Polo Nord Magnetico.)

Le ricerche nelle biblioteche sono state parimenti importanti. Sto studiando le Relations dei gesuiti franco-canadesi sui souriquoi e gli irochesi, i resoconti giornalistici di Little Big Horn, le vecchie consuete sotrie di Pocahontas e di Squanto e della guerra di re Filippo. Ma nello stesso tempo seguiterò a parlare con la gente e a osservare i paesaggi.

Sono contento di dire che il tema dei Sette sogni non è totalmente sinistro, che in essi sono presenti parecchi momenti sognanti e sfrenati. E' una storia non soltanto di privazioni, ma anche di trasformazioni.

 

 

[Vollmann] Ho trascritto

[Vollmann] Ho trascritto questo lungo passaggio per trasmettere una forza una mia certa invidia quando mi accosto a questo autore. Non so come faccia a scrivere così tanto e ad avere una vita del genere. E' un autore e soprattutto un uomo singolare, che non ha paura di confrontarsi con il mondo, cercando di scriverne.

Massima riconoscenza.

[vollman] scrivine ancora.

[vollman] scrivine ancora.

[Vollmann] Nei giorni di

[Vollmann] Nei giorni di vacanza ho finalmente letto "Venga il tuo regno", secondo capitolo del ciclo dei Seven Dreams e devo dire che sono rimasto impressionato e lacerato. E' stata una lettura devastante, non solo per il piacere della lettura ma per la potenza sconvolgente degli eventi trattati. Una tragedia. In alcuni passaggi mi sono commosso. non è un libro buonista, tutt'altro, è un libro durissimo che tratta della colonizzazione francese del Nord America, il Canada insomma, ma che si allarga a questioni più ostiche: i Gesuiti, la religione più in generale, la santificazione, le malattie, lo scontro fra culture. Se qualcuno ha visto ha un film che s'intitola "Il manto nero", ecco si parla di quelle cose e mi ha messo la voglia di documentarmi su alcune cose, di leggere alcuni libri. 

Ammetto che per me è uno di quegli argomenti, il rapporto fra evangelizzazione e popolazione native, che tratto da sempre avendo proprio una missionaria in casa comunque sempre aperta al confronto. 

Avrò di che ragionare.

[vollmann] allora aspetto con

[vollmann] allora aspetto con grande trepidazione la tua scheda di "Venga il tuo regno" - in attesa di documentarmi sul "Manto nero"...

[Vollmann] Il film è

[Vollmann] Il film è questo:

http://en.wikipedia.org/wiki/Black_Robe_(film) 

e spero di riuscire a parlarne. Per quanto riguarda il resto, fra qualche settimana magari arriva la recensione di un altro libro di Gaddis. Io ci provo a diffonderlo un po' e comunque è mirabile quanto sta facendo l'Alet e ho letto in questi anni altri libri da loro pubblicati e molto interessanti.

[Vollmann - And - Gaddis] Mi

[Vollmann - And - Gaddis] Mi sa che il libro di Gaddis di cui parlerai...ummm....interessante (-:

[Vollmann - Gaddis-

[Vollmann - Gaddis- Branco] Il libro che probabilmente recensirà più avanti sarà "L'agonia dell'Agape" il testo postumo di Gaddis. Avrei una gran voglia di recensire JR che ho letto un po' di tempo fa ma per farlo dovrei rileggerlo e vengo da un'estate di riletture e letture di tomi abbastanza voluminosi e vorrei prendermi una piccola pausa prima di tornarci sopra.

[vollman, gaddis] ma c'è

[vollman, gaddis] ma c'è tempo, no? dai dai...

[Vollmann] Fra qualche mese

[Vollmann] Fra qualche mese magari, vediamo, confidando in una specie di tempesta di neve con quattro metri di nevi che fermi il mondo. (lo scrivo perchè qui al nord oggi è sceso un freddo terribile per le mie ossa) 

[tempesta di ghiaccio] come

[tempesta di ghiaccio] come in quel vecchio film di Ang Lee...