L’idealismo di un Giovanotto non assicura la risoluzione delle guerre, non consente di salvare il mondo e non prevede il trionfo su un nemico così ostile come la dissenteria: sostiene e alimenta, piuttosto, la creazione di un documento unico e partigiano come questo romanzato e differito reportage. “E il Giovanotto, con un po’ di vertigini per via della febbre, comprese all’improvviso il suo ruolo di americano: assumersi la responsabilità di qualunque cosa” (p. 84). Scrivendo. Conserviamo quindi questo documento – rivisto, ampliato e corretto prima della pubblicazione, a diversi anni di distanza dalla trascrizione degli appunti – come fonte di informazioni a proposito di quanto avveniva quando il popolo afgano era martoriato dai sovietici: Breznev rifiutava “interferenze imperialiste” e denunciava la spedizione di reparti armati nell’Afghanistan “rivoluzionario”. Questo passo aiuta a capire la percezione afgana degli invasori russi; a parlare è un generale di brigata: “Nel sacro Corano dice: ‘Non uccidere i popoli’, ma chi è i popoli? Popoli sono popoli quando seguono i Libri Sacri. Libri Sacri è quattro: Corano, Bibbia, (indecifrabile) e Torah è i libri. Questi è popoli. Chi non piace i Libri, loro NO popolo. I ruus è selvaggi. (…)” (pp. 88-89; assieme alla denuncia degli omicidi dei bambini, delle donne; delle violenze sessuali su cadaveri di entrambi i sessi. Cfr., invece, p. 283 per apprezzare l’originalità delle mine sovietiche). Più avanti (ad es., p. 128) Vollmann ribadisce che l’ateismo sovietico era una ragione di disprezzo assoluto: l’aiuto americano era auspicato proprio per via della fratellanza tra “Popoli del Libro”. Sin dalle prime battute del libro, che ha inizio giusto alla dogana, Vollmann si sente “incalzato”: smania per conoscere la sofferenza di un popolo e per alleviarla. Vuole adattarsi, perché: “Colui che si adatta in modo insufficiente a una società estranea è una sorta di fallimento evolutivo, condannato alla sterilità, all’isolamento, all’estinzione; colui che si adatta troppo deturpa l’io che ha avuto alla nascita. Il Giovanotto, essendo giovane, avrebbe dovuto adattarsi in maniera sostanziale; aveva una minore quantità di io precedente da negare” (p. 53). Così, vive – con qualche prevedibile difficoltà, e una serie impressionante di tenaci parassiti intestinali – come un atipico combattente afgano, senza conoscere mai altro episodio bellico che non sia una scaramuccia: non sa sparare, lui è una coscienza che sta lì per osservare e documentare. S’accompagna a figure notevoli come un discusso generale di brigata, in Pakistan per cercare nuovi aiuti: generale che si dispera per l’indifferenza americana, pretende di tornare a sparare al nemico, non vuole portarlo con sé oltre confine perché lo considera un figlio, non vuole che gli accada niente di grave. Intanto, raccoglie e riferisce notizie interessanti: a Peshawar i mujaheddin erano suddivisi in sei fazioni, in contrasto per antagonismi tribali e ambizioni ideologiche differenti: il primo gruppo ospitava i maestri, i “mullah”, fondamentalisti; il secondo i socialdemocratici, liberal-progressisti, più vicini alle nostre sensibilità. Sappiamo bene chi ha saputo prevalere, e con quali drammatiche conseguenze, nel tempo. Una nota, a p. 128, ci aiuta a scoprire dell’altro: “Alcuni ospiti dei campi, tuttavia, facevano una distinzione tra mujahid (santo guerriero di quella che veniva percepita in primo luogo come una guerra santa) e mujahier (profugo a causa della persecuzione contro la religione)” (p. 128) Pochi profughi erano riusciti a raggiungere gli USA o la Germania Ovest, dove avevano mantenuto un adeguato tenore di vita; gli altri erano tra Iran e Pakistan (circa tre milioni), disposti spesso a tornare indietro per combattere contro l’invasore comunista. Vollmann li descrive come generosi e solidali tra loro a dispetto delle oggettive difficoltà di vita; accenna ai giovani come a suoi simili, senza denari, educati ed estranei agli alcolici. Racconta che in ogni caso i ricchi erano assegnati agli alberghi, a Peshawar, mentre i poveri venivano assemblati in questi campi. A patire malattie, miseria, scarsità d’acqua (p. 200) e a cercare fortuna vendendo i medicinali nei bazar. Racconta di scuole senza libri, con tanti allievi di diverse età in un’unica classe. La narrazione di “Afghanistan Picture Show” è intervallata dalla voce fuoricampo di Vollmann trentenne, consapevole del relativo fallimento della sua impresa e della sua impossibilità a incidere diversamente; il registro muta, passando da una sostanziale presa diretta, emozionale e vivida, a una più algida e matura distanza. Ne deriva un quadro di chiara vicinanza spirituale al popolo afgano – ormai difficile da decifrare per noi contemporanei, alla luce della recente invasione americana –, di netta e sprezzante distanza dalla cultura comunista: ne deriva una pacifica descrizione dell’alleanza in atto tra pachistani e statunitensi, che può rivelarsi interessante chiave di lettura per quanto recentemente accaduto in quelle terre martoriate dalle guerre. Era difficile attendersi equidistanza, considerando la nazionalità dell’autore e la sua giovinezza; meno plausibile era la possibilità di dover prendere atto della sfiorata simbiosi tra lui e i mujaheddin afgani, i futuri terroristi islamici temuti da tutte le amministrazioni americane. Al di là di qualche caratterizzazione che vellica il grottesco, l’impressione di rispetto e di considerazione nei confronti dei suoi nuovi amici è molto nitida: e decisamente interessante nell’ottica d’una lettura dei primi passi yankee per andare – pensiamo e sappiamo oggi – a sostituire con mezzi non dissimili i precedenti, irrichiesti “protettori”. Concludo auspicando la possibilità d’una interpretazione futura soltanto letteraria di quest’opera: oggi è impossibile leggere, nella coraggiosa impresa intentata dall’allora ragazzo Vollmann, soltanto una drammatica lezione di vita; perché quelli che va descrivendo come coraggiosi guerrieri d’un popolo sofferente si sono tramutati in barbari assassini e in nemici della civiltà occidentale, nella percezione dei suoi concittadini e non solo. Stupisce quindi, nel 2007, non solo leggere la storia di questo “Rimbaud californiano”, per dirla con le parole di Tommaso Pincio: ma leggerla con la memoria intasata dai crimini di guerra di tutti gli eserciti a danno di un unico, sciagurato popolo, colpevole di abitare una terra che fa gola a tutti gli imperi. Quale che sia il loro Libro di riferimento. Gli aiuti americani sono infine arrivati: erano questi aiuti che gli afgani avevano richiesto? Intanto, gli ex alleati mujaheddin si sono rivelati primi nemici.
William T. Vollmann, apprezzato scrittore statunitense classe 1959, pubblica nel 1992 questo “An Afghanistan Picture Show, Or, How I Saved The World”, resoconto d’una fallimentare e stupenda esperienza di vita: la sua partenza alla volta d’una terra sconvolta dalla barbarie dell’invasione socialista sovietica, il suo sostegno al popolo afgano – definito infine “estremista musulmano” dai ruus allora al potere – armato di due macchine fotografiche, tre obbiettivi e quattro rullini. In marcia, sul sentiero dell’altruismo. Per documentare e raccontare le condizioni di vita dei profughi, la solidarietà pachistana, le terrificanti violenze delle truppe occupanti comuniste; le dinamiche interne nell’allora nascente movimento dei mujaheddin, le possibilità di adattamento di un giovane yankee in quel contesto. Ambizione: sensibilizzare il Congresso e i suoi concittadini alla questione afgana, per liberare quel popolo dai tentacoli russi. L’esito non poteva essere che esclusivamente letterario… non potevano mancare sensi di colpa e fastidiosa coscienza della propria impotenza, di fronte alla (apparente e strategica) freddezza della propria patria nei confronti del dolore di quelle genti.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE William Tanner Vollmann (Los Angeles, California 1959), giornalista, saggista e scrittore americano.
William T. Vollmann, “Afghanistan Picture Show – ovvero, come ho salvato il mondo”, Alet, Padova 2005.
Traduzione di Massimo Birattari. Risvolto di Tommaso Pincio. In appendice, una fondamentale cronologia e un elenco di fonti.
Prima edizione: “An Afghanistan Picture Show, Or, How I Saved The World”, 1992.
Approfondimento in rete: Clarence / Wiki eng / McSweeney / The New York Review of Books / Bookslut / The Vollmann Club / Rassegna Stampa Italiana.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2007
Commenti
William T. Vollmann, apprezzato scrittore statunitense classe 1959, pubblica nel 1992 questo ?An Afghanistan Picture Show, Or, How I Saved The World?, resoconto d?una fallimentare e stupenda esperienza di vita: la sua partenza alla volta d?una terra sconvolta dalla barbarie dell?invasione socialista sovietica, il suo sostegno al popolo afgano armato di due macchine fotografiche, tre obbiettivi e quattro rullini.
Quale confine, GF, tra l'amicizia e l'inimicizia. Oddio, l'odio. Credo che, per certe cose, si è più "amici" quando non ci si conosce, e si comincia a sopportarsi meno quando, che so, si passa una settimana insieme in vacanza. Accade tra persone normali, no? Che tu sei proprio amico di una persona, poi te la trovi in casa per una settimana, e non la sopporti più. Figuriamoci fra due popoli con culture tanto diverse. Fino a quando gli americani, o chi per loro, vengono visti come contrapposti alla potenza sovietica, sono amici, mentre quando ti arrivano nel paese, e ci devi convivere, beh, tutta un'altra storia. I coraggiosi guerrieri, lo erano solo perché stavano combattendo i sovietici?? Ora che combattono gli americani non lo sono più?? Con che modalità combattevano i sovietici?? Vollmann è americano, non dimentichiamocelo. Le persone a contatto con lui, sapevano bene questo. Saranno state oneste e gli avranno mostrato tutto?? Anche come loro combattevano?? Ho i miei dubbi. Può anche darsi che l'abbiano usato, chi sa. Lui senza colpe, ok.
Chi sa. Comunque, sembra un'interessante testimonianza di quel periodo. thank you.
E' un autore - dai un'occhiata ai link di approfondimento, in calce - molto amato da diversi narratori italiani nati negli anni Sessanta e nei primi Settanta: è stato, e dovremo farci i conti, straordinariamente influente. Non riesco a decifrare se la mancata percezione della sua prospettiva yankee sia dovuta all'ammirazione per la sua scrittura o per la sua missione: io parto prevenuto, da antiamericano della prima ora, e purtroppo certe lampadine s'accendono rapidamente. Per esempio: capisco le nostre ironie, europee e italiane, sul regime sovietico e sui comunisti; e mi divertono. Non mi divertono quelle americane, perché non vengono da storia dissimile (sterminio etnico di popoli interi: i veri americani sono estinti...) e non hanno politica estera diversa dal colonialismo. Quindi, e passando a quel che mi dicevi...
"Fino a quando gli americani, o chi per loro, vengono visti come contrapposti alla potenza sovietica, sono amici, mentre quando ti arrivano nel paese, e ci devi convivere, beh, tutta un?altra storia."
> già, e quando per "convivenza" intendiamo bombardamenti dei villaggi, magari "accidentali", mi domando qual è la differenza tra i villaggi rasi al suolo dai comunisti sovietici e quelli rasi al suolo cantando yankee doodle.
C'è un passo che mi ha colpito tanto, quando Vollmann dice:
?E il Giovanotto, con un po? di vertigini per via della febbre, comprese all?improvviso il suo ruolo di americano: assumersi la responsabilità di qualunque cosa? (p. 84)
> perché, il ruolo degli europei in cosa è dissimile? La risposta è politica, e il ragionamento t'accompagna a capire come si sentono anche gli intellettuali statunitensi; investiti del ruolo di padroni del mondo, democrazia illuminata portatrice di giustizia, perché tutto ciò è molto "americano". Ma si riprendano la Dottrina Monroe, la applichino e stiano a casa loro a contarsi i microcosmi dei vagabondi, delle comunità religiose più strampalate, dei deserti senza fine, delle bandiere contrapposte mai tumulate.
ciò detto: se Vollmann fosse stato uno splendido mitteleuropeo, come il suo cognome suggerisce, avrebbe scritto un romanzo fallimentare ma empatico, e pieno di richiami letterari al passato: non un reportage differito, ma un romanzo-documento. Magari senza strizzare l'occhio alla CIA (che a forza di strizzarlo magari ti ciechi).
Vale amice!
"assumersi la responsabilità di qualunque cosa."
Ma. Il fatto, è che la responsabilità gliel'abbiamo data noi. Noi europei, intendo. Ad un certo punto della nostra storia abbiamo chiesto loro aiuto, non come alleati, ma più come sottomessi. E questo è un guaio (chiamarlo guaio, poi, è un eufemismo!!!)
sulla sua influenza sui narratori nostrani: ho provato a cercarne libri, di vollmann, ma se ne trovano 3: questo che hai recensito, 13 storie per 13 epitaffi, ed. Fanucci, e l'ultimo monstre edito da Mondadori. Trovare altro non è così facile.
Bah. Comunque è un fatto che io non sappia cercare. :-( sigh.
ciao.
Ecco qui:
http://www.libreriauniversitaria.it/c_power_search.php?shelf=BIT&q=vollm...
usa sempre LU per trovare traccia delle pubblicazioni passate;).
E' un bell'archivio.
(sì, la responsabilità è nostra. Il più grave errore europeo dopo la distruzione aut-ung. Ma quella distruzione ha fatto comodo proprio a USA e UK. Ma ne riparliamo;) )
grazie.
(io leggo pochi autori nostrani, ecco. da cui riesco poco a vedere influenze. chi sarebbero gli autori italiani influenzati da tale scrittore??)
Chiaramente Tommaso Pincio, probabilmente Giuseppe Genna (Clarence), ovviamente Barillari. Che non a caso l'aveva portato in Alet.
Intervista di Barillari a Vollmann:
http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=74
Guarda su Carmilla come ne parlano:
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/03/002190.html
Pincio e Barillari sono due colonne della generazione più vicina alla nostra, uno come autore l'altro come editor, in generale come letterati. Pincio è uno degli idoli di Morici, è lui che mi ha avvicinato a "La ragazza che non c'era".
(che è un libro che merita).
"D. Da cosa viene la tua volontà, o forse il bisogno che hai di sentirti utile agli altri?
R. ?Da piccoli, io e mia sorella andavamo spesso al lago insieme. Lei aveva solo sei anni, io nove, e toccava a me badare a lei. È stata colpa mia se un giorno è annegata, perché mi sono distratto. La sua morte mi ha fatto pensare che non sarei mai più potuto diventare una buona persona, e probabilmente è per questo che tento sempre di aiutare la gente e provo compassione per i perdenti: perché anch?io mi sento un perdente, da quando ho commesso quel tremendo errore.?
> Questo è un evento drammatico e fondante. Naturalmente è nominato anche in questo libro, in un breve e illuminante capitolo dedicato all'Alaska. Che non vorrei approfondire né criticare né osservare proprio per queste ragioni, chiarite dall'intervista di Barillari.
Sugli eventi luttuosi non faccio letteratura.
Stessa intervista:
D. Perché avevi deciso di partire?
R. ?Perché ero molto triste per quello che stava succedendo agli afgani, e volevo aiutarli. I russi torturavano prigionieri, stupravano moltissime donne, bruciavano vivi alcuni civili, eppure in America non ne parlava quasi nessuno. Così mi licenziai da dove lavoravo e andai a vedere se potevo fare qualcosa.?
Vedi?
Pincio è un pezzo che mi incuriosisce, non fosse altro per Thomas Pynchon. Entrambi non li ho mai letti. Di Barillari, vedi, non so niente. La realtà, mi sembra sempre più evidente, e qui vado OT, è che sono fuori. Mai qui. Da un'altra parte. E se non ci sono, ci vorrei essere, da un'altra parte. La prima volta che ho sentito di Vollmann, ormai sono anni. Non ho la forza necessaria. Ecco. Bòn. Finisco.
Ma dai:)
A ognuno di noi mancano pezzi. Io sono stato soltanto "malato", e malato sono, ho cercato di leggere e studiare e ascoltare quanto più potevo, per capire. Ho scelto la strada "analitica", per questo mi servivano - e mi servono - mappature complete, o almeno abbastanza complete. Ognuno ha un sentiero di ricerca, il mio è stato da ossesso, e lo sconsiglio. Esulta, amice, sei sano e hai talento.
Più di quel che credi!
E direi che è normale non conoscere gli editor per nome, basta conoscere gli editori e le collane, mica devi ingaggiarli, no?
Forza!:)
Regalaci qualcosa di tuo, presto, è un po' che non leggiamo tue cose...
?Colui che si adatta in modo insufficiente a una società estranea è una sorta di fallimento evolutivo, condannato alla sterilità, all?isolamento, all?estinzione; colui che si adatta troppo deturpa l?io che ha avuto alla nascita. Il Giovanotto, essendo giovane, avrebbe dovuto adattarsi in maniera sostanziale; aveva una minore quantità di io precedente da negare?
Questa citazione è stupenda.
"decisamente interessante nell?ottica d?una lettura dei primi passi yankee per andare ? pensiamo e sappiamo oggi ? a sostituire con mezzi non dissimili i precedenti, irrichiesti ?protettori?. "
Personalmente ne capisco meno di zero, ma la chiusa è illuminante.
Grazie.
mah! Non mi convince molto, ma ammetto che non conoscevo neppure l'esistenza di questo autore. In ogni caso, quando si parla di Afganistan il primo libro che mi viene in mente è Bushaski di Gino Strada, che non è letteratura, ma testimonianza diretta.
Ehi, attenzione: questo è anche l'autore dell'incredibile "Come un'onda che scende e che sale", saggio oceanico sulla violenza nella civiltà occidentale contemporanea. Un saggista incredibile.
Scrivine, Paolo, scrivine: creiamo un archivio Vollmann.
Marina: questo libro E' TESTIMONIANZA DIRETTA:).
E' un reportage differito, tutto è realmente accaduto. A latere, sai bene che opinione ho di chi vuole "raccontare la Realtà" e non "le realtà", ma sta di fatto che, come ho scritto, Vollmann è un pazzo idealista che a vent'anni ha preso ed è andato tra i Mujaheddin.
Angela: Sì, è una conclusione dolorosa. Perché voglio sempre credere che esista un uomo, un giorno, capace di estraniarsi così tanto da sé da smentire - per difendere una causa - quel discorso sull'adattamento, splendido e umanissimo ma appunto purtroppo sconfitto, di WTV.
In ogni caso, dico: leggendo ho imparato e decifrato qualcosa. Diciamo che sono passato da "0" a "+1" sull'Afghanistan pre-2001, che prima conoscevo per articoli, cronache e riprese televisive (e saggi di Denis Johnson, recensiti pochi giorni fa).
Salut
"Concludo auspicando la possibilità d?una interpretazione futura soltanto letteraria di quest?opera: oggi è impossibile leggere, nella coraggiosa impresa intentata dall?allora ragazzo Vollmann, soltanto una drammatica lezione di vita; perché quelli che va descrivendo come coraggiosi guerrieri d?un popolo sofferente si sono tramutati in barbari assassini e in nemici della civiltà occidentale, nella percezione dei suoi concittadini e non solo".
Eh, si. é auspicabile. Sia l'opera che l'autore da te recensito, Franco, mi incuriosiscono non poco. Non escludo di acquistare il libro a breve, dunque (nonostante i numerosi arretrati accumulati per "colpa" delle continue segnalazioni letterarie lankelottiane). Vorrei solo fare una considerazione ulteriore: i giovani e coraggiosi guerrieri non si sono improvvisamente trasformati in assassini. Probabilmente è una visione manichea, un po' troppo manichea. La storia ha dimostrato che questi combattenti, al contrario di altri posti a latitudini a noi più prossime, sono stati sempre coraggiosi, ma valorosi (donando al termine valore un significato alto e non convenzionale) a intermittenza. Purtroppo, immagino che il loro miglior pregio risulti, nei fatti, ai nostri occhi, anche il loro peggior difetto: una sorta di furia cieca nell'assecondare ciò che invividuano come "causa principe"da inseguire. é logico che abbiamo una forma mentis differente noi occidentali, che abbiamo diversa cultura e alfabetizzazione. Che abbiamo una religione di base meno seguita e praticata della loro. Però è bene rimarcare che se ci sono stati combattenti coraggiosi, restando alla storia classica, quelli sono stati proprio loro. E quando dico loro estendo il concetto oltre: parlo degli arabi.
Mi piacerebbe molto leggere un tuo scritto su questo libro di Vollmann, e trovare un altro commento esteso subito dopo l'incontro con l'opera. Intanto grazie per la condivisione delle osservazioni e delle suggestioni;)
Comunque... quanto a "una sorta di furia cieca nell?assecondare ciò che invividuano come ?causa principe?da inseguire. é logico che abbiamo una forma mentis differente noi occidentali, che abbiamo diversa cultura e alfabetizzazione."
Io da molto tempo ho in testa i Berserker.
http://en.wikipedia.org/wiki/Berserker
che ne dici dell'accostamento?
22 - Dico che i Berserker ci piacciono di più;)
A parte ciò, sono davvero curioso di leggere Vollmann, a questo punto. E di scriverne certo, se sarò ispirato (in realtà ero un folle quando scrivevo, al principio dell'esperienza lankelottiana, pezzi su testi già recensiti da te - Dagerman e Dahl, se non ricordo male. I motivi della presunta follia li puoi ben immaginare;))
:).
I Berserker ci piacciono e ci appartengono molto di più.
Cmq - segnalo:
per confrontare diversi autori e diversi reportage americani sul tema, a distanza di pochi anni:
http://www.lankelot.eu/index.php?tag=denis-johnson
http://it.youtube.com/watch?v=fikgO8dkU6o
"S'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe".
ah vedi. sto commentando pynchon di là. ecco. La responsabilità di qualunque cosa. ecco. Ne I nomi di De Lillo c'è qualcosa di...uguale. Detto qualche anno prima, eh. Comincio a capire un paio di cose.
qua.
dunque...devo dirti che leggerò sicuramente. Il periodo storico è da antefatto rispetto alla Brault e, quindi, si rivela lettura necessaria e imprescindibile a questo punto. Dell'Afghanistan di allora conoscevo qualcosa, abbastanza per essermi addentrata con facilità nella lettura, ma la visione di Vollmann mi incuriosisce parecchio, per spirito e modi. Grazie del collegamento che hai fatto. Mi ero persa un gran pezzo.
In lettura l'elefantiaco "La camicia di ghiaccio".
30, attendiamo;) (con l'entusiasmo di sempre)
29, E' stata una sorpresa anche per me. E' un libro che, a distanza di anni, mi è capitato di nominare in diversi frangenti. Segno che, nel marasma, mi è seriamente rimasto impresso, per varie buone ragioni.
segnalo, a beneficio di quanti fossero interessati alla questione afghana:
Gian Micalessin, ?Afghanistan, ultima trincea?, Boroli Editore, Milano 2009. Introduzione e contributi di Fausto Biloslavo.
Gian Micalessin (Trieste, 1960), giornalista di guerra e inviato per ?Il Giornale?, racconta l'Afghanistan dal 1983. Ha scritto ?Gli occhi della guerra?, dedicato ad Almerigo Grilz. Ha collaborato con Corriere della Sera, Repubblica, Panorama, Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L?Express, Far Eastern Economic Review.
Fausto Biloslavo (Trieste, 1961), giornalista di guerra, scrive per ?Il Foglio?, ?Panorama?, ?Il Giornale?.
(è davvero uno scrigno straordinario di informazioni)
Arrivo a rilettura ultimata
Arrivo a rilettura ultimata (sì, rilettura) delle 952 pagine di "Come un'onda che sale e che scende", che sarebbe poi la versione ridotta dell'opera che conta di ben 7 volumi. Per recensirlo (cosa che mi piacerebbe fare) ci vorrebbe una calma incredibile per sviscerare tutti i vari casi, argomenti trattati da Vollmann. L'argomento centrale è la violenza, nelle sue varie forme. E l'interrogativo su quando e come questa può essere legittima e legittimata.
Le pecche che tu Gianfranco noti in lui, ovvero le stelle e strisce, ci sono anche qui, in particolare quando entra nel merito della così larga diffusione delle armi negli Stati Uniti confrontandola con la situazione europea e della questione pena di morte. Svicola un po' e non entra nel merito del suo paese e mancano, a dire la verità, nel suo libro i richiami alle multinazionali, alle lobby.
Ma quando sviscera la storia mettendo a confronto i vari regimi, uomini (da Lincoln a Stalin, John Brown, Gandhi, Cortes e molti altri), esperienze e situazioni sparse per tutto il mondo scrive pagine davvero interessanti e ricche di spunti.
Una lettura complessa ma di profonda umanità.
[Vollman] eppure dico che
[Vollman] eppure dico che questo articolo il Consonni saprà scriverlo, e alla grande. Nel frattempo, ti ringrazio per il contributo e per l'integrazione. Come sempre, prezioso.
[vollman] qui "Europe
[vollman] qui "Europe Central": http://www.lankelot.eu/letteratura/vollmann-william-tanner-europe-centra...