Non si sa da che parte cominciare, di fronte a un testo simile. Troppi i fili che convergono a infittire il nodo, tracce obiettivamente riconoscibili di altri testi nel testo o tue giustapposizioni più o meno discutibili; e tracce di storie sia dietro a quella tua, piccola e privata, che ti ha portato all’appuntamento con il libro e sia dietro alla storia, assai più complessa, di una città un tempo grande. Più la nitida coscienza di non riuscire a dipanare il groviglio, anzi la certezza della propria ineluttabile condizione di filo tra i fili: detrito ininfluente, oggetto microscopico nel fluviale macrotesto che tutto contiene e manipola, non agente del raccontare. Da abortire ogni progetto. Subito.
Non è che una confessione a mezza bocca, un trascurabile e impacciato “volo pindarico” che forse avrebbe trovato più idonea collocazione in fondo al testo, primo commento rilasciato dall’autore a mo’ di timida introduzione. Un’umanissima captatio benevolentiae.
Ma la letteratura è vino degli dèi che rende ebbri, disorienta e galvanizza più di qualsiasi surrogato fabbricato dall’uomo. Spinge a una specie di suicidio, si sa, ma dà coraggio. Perché quando inciampi in un libro, davanti a te si spiana una strada che devi percorrere. E più l’incontro è fortuito, tanto più sospetti un’epifania del divino. C’è poco da fare. Non puoi che lasciarti vuotare di buon grado, entrare dolcemente nel processo di metamorfosi – e farti carta a tua volta. Verrai scritto dalla parola, senza sapere in quale misura alla fine sarai una persona diversa.
Questo libro è stato pubblicato nel 1967 a Trieste ma la composizione risale al 1944-47 ed è avvenuta a Tel Aviv. Pamphlet postumo è il titolo della prima, meritoria edizione per i tipi di Umana, una bellissima rivista non più esistente diretta allora da Aurelia Gruber Benco. In origine il nome del pamphlet era Etica e politica da Hegel ai grandi dittatori. L’autore dichiarato è Guido Voghera (1884-1959), altrimenti noto come Anonimo triestino, lo pseudonimo sotto il quale sino a qualche tempo fa si riteneva che egli avesse scritto Il Segreto: romanzo pubblicato dopo la sua morte da Einaudi nel 1961 e salutato con clamore all’uscita come un nuovo e miracoloso, ormai inatteso frutto della tradizione letteraria triestina.
L’identificazione dell’Anonimo in Guido Voghera era stata dosatamente, ma sapientemente incoraggiata dal figlio di lui, Giorgio, a sua volta raffinato letterato, autore di memorie e romanzi (fra gli altri Quaderno d’Israele, Scheiwiller 1967 e Mondadori 1980; Gli anni della psicanalisi, Studio Tesi 1980). Senonché negli anni della sua lunga vecchiaia e fino alla propria morte, Giorgio ha poi disseminato, non si sa quanto involontariamente, una ridda di indizi e parziali confessioni di segno alquanto diverso. Al punto che ora non sono affatto pochi, nella cerchia dei suoi intimi e fra gli studiosi, quelli convinti che il romanzo sia suo.
Era quanto peraltro Giorgio stesso aveva comunicato nel 1949 a Roberto Bazlen, geniale “uomo ombra” dell’editoria italiana, a lungo consulente per Einaudi e Bompiani, cofondatore di Adelphi. Lo testimonia lo scambio di lettere intercorso fra i due, stampato da Campanotto Editore nel 1996 (Le tracce del sapiente. Lettere 1949-1965, p. 29). Sebbene all’inizio, riferendosi all’autore del manoscritto, avesse parlato di un non meglio precisato conoscente, Giorgio aveva poi vinto i propri pudori con Bazlen al momento di affidargli l’opera in lettura. Anni dopo tuttavia – a romanzo appena pubblicato in forma anonima – Voghera in un’altra lettera dovette prodursi in una imbarazzata e cervellotica retromarcia, rinnegando quanto già confessato all’amico Bobi, chiedendogli scusa per la “bugia” di allora e pregandolo di conservare sulla faccenda un assoluto riserbo (p. 41).
Non è superfluo, approcciandosi a questo Pamphlet postumo, soffermarsi sulle tortuose vicende legate alla genesi de Il Segreto. Non è superfluo perché un lettore appena curioso sarà portato anche in questo caso a interrogarsi, necessariamente, sull’identità reale del suo autore. Certo, in copertina e sul frontespizio appare il nome di Guido Voghera. Ma oggi, informati dei retroscena cui sopra si è accennato a proposito de Il Segreto, non possiamo non domandarci se anche il Pamphlet postumo abbia a monte il medesimo, intricato gioco di sovrapposizioni e traslazioni autoriali. Se, in altre parole, sia stato davvero Guido o non piuttosto suo figlio Giorgio ad averlo scritto.
Racconta la “versione ufficiale” che Il Segreto ha alle spalle una storia di quaderni di memorie e diari vergati da Giorgio: una materia grezza che prima di andare disgraziatamente smarrita sarebbe stata interpretata, elaborata e rimaneggiata dal padre in forma di romanzo. Per Pamphlet postumo lo schema in un certo senso si presenta invertito: si tratterebbe di appunti buttati giù di fretta a Tel Aviv da Guido, fatti pubblicare dal figlio vent’anni dopo non senza averli prima integrati con un apparato di note a sua cura.
Appunti addirittura «dettati», afferma Aurelia Gruber Benco nello scritto introduttivo all’edizione esaminata, non specificando però a chi fossero stati dettati. Quindi osserva, come chi voglia lanciare un messaggio cifrato: «Stampare un testo significa per me aprire colloquio anzitutto con un uomo (…) Nel caso del Pamphlet postumo (…) il colloquio è in realtà con due uomini: Guido e Giorgio, il padre e il figlio». La chiusa di Aurelia Benco non potrebbe essere più opportuna: «Oscuro il processo delle identificazioni e delle differenziazioni, fra questo padre e questo figlio il dialogo è stato eccezionalmente duraturo e profondo sul duplice piano delle varie umanità, letterarie, filosofiche e scientifiche, e di quella spiritualità ebraica che affonda radici remote e da remote scaturigini rinnova il suo inconfondibile flusso di humor».
È quasi impossibile discernere tra l’uno e l’altro, dice la Benco per prima cosa: non si ha a che fare solo con una somiglianza stilistica troppo, davvero troppo accentuata per non destare dubbi sulla effettiva diversificazione fra i due autori; c’è fra loro una consonanza ancora più profonda in termini di interessi e valori, lontane appartenenze, Lebenseinstellung. Ciò che accomuna Guido e Giorgio – la seconda cosa fondamentale detta da Aurelia Benco – è infatti una concezione della vita, una cultura forgiatasi nell’atmosfera di un ben determinato contesto e tempo storico. Quelli cioè della Trieste absburgica, la grande città europea dei traffici e degli scambi fra uomini e merci, favolosa figlia dell’illuminismo e della sua fiducia eudemonistica nell’attività come via di elevazione umana. A presupposto e condizione della fioritura di quella città, insegnano gli imprescindibili studi di Elio Apih (La società triestina nel XVIII secolo, Einaudi 1953), c’era il cosmopolitismo, inteso soprattutto nei valori di progresso, laicità e tolleranza raccolti in eredità dal secolo dei Lumi. Suo esito ottocentesco fu l’esemplare sviluppo di una civiltà borghese. I membri di cultura e religione ebraica erano parte vitale di questa civiltà operosa ed edonista, ordinata, spesso rigida e poi inevitabilmente nevrotizzata (pensiamo ai ritratti viennesi lasciatici da Schnitzler e Musil). Qui, nella utilitarista e libertaria Trieste, come un’isola nella cattolicissima Austria, molti di loro avevano trovato un ambiente ideale, refrattario alle intolleranze religiose, perché concentrato sugli affari e perciò tendenzialmente disinteressato alle caratteristiche private dei nuovi associati (purché non intralciassero, ormai acutizzate le sensibilità nazionali sul finire dell’Ottocento, l’assimilazione italiano-venetofona). Ed ebrei erano Guido e Giorgio Voghera. Della condizione ebraica entrambi portano segni inconfondibili, che apparentano le loro opere a quelle di Italo Svevo: certamente il «flusso di humor» individuato dalla Benco, ma pure il gusto del paradosso e la macerante propensione all’indagine introspettiva e morale, che nella Trieste di Edoardo Weiss – allievo di Freud, fondatore della psicanalisi italiana – trovava sfogo, quando e se poteva, nell’assidua pratica dell’analisi.
Considerazioni che ci accompagnano nella media res di Pamphlet postumo, un breve e tormentato saggio di filosofia morale alleggerito qui e là da una paradossale e tutta ebraica ironia. La quale però non mitiga, anzi accresce la sostanziale drammaticità del messaggio, il suo valore di straordinario documento umano e storico. Si tratta, infatti, di un piccolo grande libro che nasce dopo due guerre mondiali e per reazione al tracollo – al suicidio, è stato detto – di quell’Europa borghese ottocentesca, razionalista e relativamente equilibrata, che aveva avuto in Trieste un suo emblematico epifenomeno. E che aveva fatto da sfondo, nella sua fase di decadenza, alla formazione dei triestini Voghera.
È Etica e politica da Hegel ai grandi dittatori, come detto, il significativo titolo del manoscritto originale. Tentativo ambizioso dell’autore è quello di registrare e discutere le modificazioni intervenute nella morale sociale collettiva nel passaggio decisivo al Novecento: da Hegel, appunto, ai regimi dittatoriali che hanno insanguinato il secolo “breve”. Perché Hegel? Perché con il suo pensiero viene inferta, secondo i Voghera, una cesura nel corpo della morale tradizionale quale si è tramandata dall’antichità all’età moderna. Il concetto, centrale in Hegel, di sintesi è visto come l’avallo filosofico dell’abitudine, sempre più diffusa anche a livello di mentalità di massa, ad accettare, giustificare e nobilitare l’esistente. A evitare lo sforzo morale implicito nel rifiuto della realtà come si presenta e nell’impegno conseguente a migliorarla.
«Si è cominciato a chiamare sintesi la commistione e il compromesso», commenta l’autore. E si è finito per dare timbro di necessità, o addirittura legittimità, a comportamenti eticamente esecrabili. Ma lasciamo parlare i Voghera:
«Insomma in Hegel si trova il primo sintomo del cessare, o per lo meno dell’eclissarsi, di una lotta e di un’illusione, che hanno improntato di sé la vita etica dell’umanità nel corso dei millenni (…) la ripugnanza per il compromesso e la commistione (…) non è che una faccia della tendenza a cercare la perfezione, una perfezione “che non è di questa terra” (…) io credo che questa opposizione, questa protesta contro il mondo reale, siano state il più intimo contenuto e la molla della moralità umana in tutti i secoli passati, mentre la moralità, o l’amoralità, hegeliana e moderna hanno per loro caratteristica di approvare il mondo reale (sotto il manto di volerlo soltanto vedere e capire senza illusioni) ed i suoi sviluppi: dal che al culto per il successo il passo è breve» (p.18).
Culto del potere, ansia di affermazione, predominio della forza sul diritto e della volontà sulla ragione: sono gli ingredienti basilari delle visioni attivistiche della vita che hanno distrutto il razionalismo classico e costituito l’humus culturale dei ceppi totalitari del Novecento. Tanto di destra quanto di sinistra. Con i loro corollari automatici e imparentati, sui quali si impunta il limpido argomentare dei Voghera: la teoria dell’indipendenza dei mezzi rispetto al fine e quella dell’autonomia della politica rispetto alla morale, la prima fatta valere sul piano individuale, la seconda nella sfera pubblica.
Che i mezzi invece debbano restare ortodossi rispetto agli obiettivi; che la politica debba sempre essere ricondotta all’interno di una valutazione morale; e, soprattutto, che ogni azione veramente morale comporti necessariamente un sacrificio, una riduzione dei vantaggi per il singolo o per il gruppo che la pone in atto, sono conclusioni alle quali non può non giungere un «ragionatore di etica empirica» quale si autodefinisce l’autore (p. 28). Qualsiasi individuo moderno che si stabilisca in continuità – coscientemente o meno – con la tradizione dell’umanesimo: siano le sue radici classiche, o giudaico-cristiane, o rinascimentali, o illuministe. Ne consegue per forza di cose un elogio, seppure tiepido e disincantato, della democrazia: un regime in cui saranno in ogni caso i «grandi immorali» (p. 35) a governare, data l’ineluttabile inclinazione del potere a corrompere, ma nel quale almeno questi grandi immorali saranno contenuti nel loro potere interno e internazionale dalle regole, dai «limiti e contrappesi» caratteristici dei sistemi democratici (p. 39).
Non occorre essere un dottore in filosofia per arrivare con il proprio ragionamento a simili risultati. Bastava aver attraversato, nella sua prima metà, il secolo delle ideologie assassine e aver vissuto sulla propria pelle il disastro dell’Europa borghese. Che il valore dell’opera non fosse primariamente teoretico, del resto, ma stesse piuttosto nel dato autobiografico di una «sofferta esperienza umana», se ne era già accorta la lucida Aurelia Benco nella sua introduzione. Stupisce pertanto che ciò non venne compreso da Bobi Bazlen, al momento in cui il manoscritto gli fu fatto pervenire da Giorgio Voghera (Le tracce del sapiente cit., p. 59).
Benché si fosse dichiarato colpito dalla «suggestione di quelle pagine» e vi avesse ritrovato «la Bedingungslosigkeit [assolutezza], l’ostinatezza, l’insistenza logica, il profetismo, il coraggio, il sacrificio – e anche la petulanza di quel vostro stranissimo ambiente». E malgrado ne avesse sentito «risuonare nelle orecchie il tono inconfondibile» («e per me, che so di giudicare meglio in base a suoni che a ragionamenti che filano, è molto»), Bazlen ne rifiutò la pubblicazione per conto della neonata Adelphi. Scrisse a Giorgio che per la collana di saggistica era alla ricerca di lavori che sortissero «prese di posizioni e considerazioni anche molto generali, ma partendo da fatti molto attuali e molto plastici». Ciò per scansare «parole troppo astratte»: «Vorrei evitare per esempio (ma non mi riuscirà) che l’Adelphi pubblichi mai la parola etica».
Si può discutere a lungo sulle intenzioni di Bazlen, sulle idiosincrasie culturali ed esistenziali che ne dominavano in quel momento l’intelletto. Non è questa la sede per farlo. Basti qui notare come, del testo apparentemente speculativo che sarà poi edito sotto l’amaro titolo di Pamphlet postumo, egli sottovalutò la concretezza dolorosissima, l’intensa valenza di referto su un destino insieme individuale e collettivo. Quello di un triestino ebreo e antifascista, costretto a scrivere il suo libro a Tel Aviv, in fuga da un continente preda di «disumane certezze» e da una città un tempo grande, «fino allora cresciuta per tolleranza, per concorrenza di persone» (Elio Apih, Ultima lezione, 1992).
EDIZIONE ESAMINATA
Guido Voghera (Anonimo triestino), Pamphlet postumo. Con una biografia scritta dal figlio ed una presentazione di Aurelia Gruber Benco, Edizioni Umana, Trieste 1967.
La biografia di Guido (pp. 51-83) è scritta dal figlio in forma di lettera a Carlo Levi. La lettera non fu mai spedita.
NEL TESTO SI È PARLATO DI:
Guido Voghera
Trieste, 1884-1959. Insegnante di matematica e fisica, di famiglia piccolo borghese e formazione tipicamente italiano-mitteleuropea, fu da giovane irredentista, poi insieme al fratello Dino, medico, prese coscienza delle condizioni disagiate del proletariato triestino e divenne socialista. Per anni, si limitò a convivere con la sua compagna Paola Fano per protesta contro l’istituzione «borghese» del matrimonio. Per questa ragione già nel 1907 fu allontanato dall’insegnamento nel Liceo Dante. Pacifista allo scoppio della Prima guerra mondiale, antifascista durante il regime, nel 1939 fu spinto dalle leggi razziali a trovare rifugio con la famiglia in Palestina. Tornò a Trieste solo nei primi anni Cinquanta.
È stato ritenuto per anni l’autore anonimo de Il Segreto, Einaudi 1961.
Giorgio Voghera
Nato a Trieste nel 1908 da Guido e Paola Fano. È sempre vissuto nella sua città natale (impiegato alle assicurazioni RAS) salvo il periodo delle persecuzioni razziali trascorso nelle colonie collettive in Israele. Le sue principali pubblicazioni: Quaderno d’Israele, Scheiwiller 1967, Mondadori 1980); Gli anni della psicanalisi (Studio Tesi 1980); Nostra Signora Morte (Studio Tesi 1983); Carcere a Giaffa (Studio Tesi 1985); Anni di Trieste (Libreria Editrice Goriziana 1989). Sospetto autore de Il Segreto (Einaudi 1961), è morto nel 2003.
Roberto Bazlen
Nasce a Trieste nel 1902 da padre tedesco e madre italiana. Qui frequenta Svevo, Saba e Stuparich. Intanto diventa amico di Montale, Debenedetti e Solmi. Si trasferisce a Roma nel 1939. Consulente per Bompiani, Astrolabio e, per molti anni dopo la guerra, Einaudi. Contribuisce a tracciare il programma editoriale di Adelphi, che ha continuato a risentire fortemente della sua impronta anche dopo la morte nel 1965.
Aurelia Gruber Benco
(Trieste 1905-Duino 1995). Figlia del critico artistico, letterario, musicale Silvio Benco, fu comunista negli anni giovanili, poi socialista. Nel 1951 fonda la rivista «Umana» che fino al 1973 mira a pubblicizzare e sensibilizzare il pubblico nazionale sulla situazione delicata di Trieste, prima contesa tra Italia e Jugoslavia, poi alle prese con la gestione di un penalizzante dopoguerra, e che ospita fra le altre le firme di Francesco Flora, Enzo Bettiza, Renzo Tomatis. Tra le fondatrici del movimento autonomista della Lista per Trieste, fu eletta al Parlamento italiano.
Elio Apih
Maestro di senso civico e cultura democratica, docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste, è stato fra i più grandi esponenti e rinnovatori della storiografia giuliana, insuperato nel collegare le vicende della sua città e della sua regione alla dimensione europea. Scomparso nel 2005, fra le sue maggiori opere ricordiamo La società triestina nel XVIII secolo, Einaudi 1953; Fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, Laterza 1966; e la fondamentale storia della Trieste moderna tracciata in Trieste, Laterza 1988.
pk, aprile 2007.
Commenti
Eccolo.
"Anni dopo tuttavia ? a romanzo appena pubblicato in forma anonima ? Voghera in un?altra lettera dovette prodursi in una imbarazzata e cervellotica retromarcia, rinnegando quanto già confessato all?amico Bobi, chiedendogli scusa per la ?bugia? di allora e pregandolo di conservare sulla faccenda un assoluto riserbo (p. 41)."
> !!!
"breve e tormentato saggio di filosofia morale alleggerito qui e là da una paradossale e tutta ebraica ironia. La quale però non mitiga, anzi accresce la sostanziale drammaticità del messaggio, il suo valore di straordinario documento umano e storico. Si tratta, infatti, di un piccolo grande libro che nasce dopo due guerre mondiali e per reazione al tracollo ? al suicidio, è stato detto ? di quell?Europa borghese ottocentesca, razionalista e relativamente equilibrata, che aveva avuto in Trieste un suo emblematico epifenomeno. E che aveva fatto da sfondo, nella sua fase di decadenza, alla formazione dei triestini Voghera."
> questa tua recensione è molto altro: è un'indagine, uno scavo, una summa di rivelazioni inattese. Splendido lavoro.
lascio qui il mio segno dell'interessato passaggio. Pagina monumentale, con moltissimi riferimenti che la mia ignoranza non mi consente di apprezzare appieno. Ma dopo aver letto la tua ormai "archiviata" silloge poetica, "Postnovecento" gradito regalo di amico comune, posso dirti che hai talento. Non è poco :-)
"La genesi del Segreto è, a sua volta, un tortuoso romanzo del romanzo. L'autore sembra identificato in Guido Voghera, matematico e scrittore di dispersiva e spesso autodistruttiva genialità, padre di Giorgio Voghera, al quale era stato inizialmente attribuito e che ne risulta essere il protagonista, reale personaggio e vittima della vicenda che viene narrata, nel libro, anche sulla base di sue lettere e diari scritti a suo tempo e poi rielaborati dal padre. Il romanzo, composto tra 1926 e 1949, è stato inoltre probabilmente limato e sfoltito da Carlo Levi e/o da Linuccia Saba, che è stata a suo tempo promotrice dell'edizione einaudiana"
(Magris, "La geometria della rinuncia", da "Itaca e oltre".
Prima app. Corsera, 22 ago 1980)
(buck, hai più sfogliato quel Corsera in emeroteca?)
Roberto Bazlen vive!
www.youtube.com/watch?v=zGsOqPDkIZY
[voghera] scriveva - e
[voghera] scriveva - e trascrivendolo qui ti ringrazio ancora per questo antico dono: "Ciò che a mio parere è importante, è che si reinstauri, nei singoli individui, la coscienza, assai offuscata nei nostri tempi, che la morale, come tendenza che sta in un certo nesso col bene universale della società umana, è antagonistica, in grande misura, non solo alle tendenze di affermazione individuale, ma anche alle tendenze di affermazione di gruppo; che non esiste cioè una morale individuale ed una diversa morale - o un'aneticità - nella politica; che, se si vuol agire moralmente, bisogna essere disposti a pretendere che il proprio gruppo accetti, nei confronti dei gruppi concorrenti, quelle stesse autolimitazioni e rinuncie, che l'individuo morale si sente in dovere di accettare di fronte ai propri simili"
Guido Voghera [Anonimo Triestino], "Pamphlet Postumo", edizioni umana, Trieste 1967, pp. 36-37
[mai passion]
[mai passion] http://www.youtube.com/watch?v=2gpR6UGYX6Y
[pamphlet postumo] qui la
[pamphlet postumo] qui la scheda del libro di Voghera, a firma ronci: http://www.lankelot.eu/letteratura/voghera-giorgio-anonimo-triestino-il-...