Carbonetti, già direttore del “Corriere Istriano”, quotidiano di Pola, fu uomo di grande cultura e passione dalmatica; ex allievo del Ginnasio Reale di Sebenico, esule in Italia, fu patriota instancabile e orgoglioso. Suo padre era marchigiano, sua madre una Jovanovich. Classe 1905, veniva da quella “fascia di terra meravigliosa” che va dal Quarnero di Fiume, a Nord, sino alla foce della Boiana, a Sud, confine con l'Albania: da Sebenico, madre del genio di Niccolò Tommaseo. Là, come a Zara o a Trau o a Spalato, tutta l'architettura grida e sempre griderà, nonostante le macchie di cemento slavocomuniste, Roma e Venezia: griderà: Italia!
In quei primi anni del Novecento, il dominio era quello asburgico: responsabile, purtroppo, d'una progressiva slavizzazione della Dalmazia. All'epoca, da quelle parti l'italiano era la lingua d'uso pubblico, mentre il serbo-croato era la lingua delle masse dei braccianti; il sogno di tanti era una Dalmazia autonoma, italiana e slava: né solo italiana né solo slava. Purtroppo le cose andarono molto diversamente. Nel 1920, post Rapallo, ci fu un primo esodo degli italiani dalmati, che non intendevano sprofondare nel Regno serbo-croato-sloveno; se ne andarono in migliaia, silenziosamente, disperatamente. Carbonetti e la sua famiglia erano tra di loro. L'odio slavo avrebbe subito cominciato a mietere vittime in Dalmazia: tra i primi furono il capitano di corvetta Tommaso Gulli (medaglia d'oro) e il marinaio motorista Aldo Rossi: accadeva a Spalato, l'11 luglio 1920. La loro colpa era la loro italianità. La successiva rappresaglia triestina dell'incendio del Narodni Dom derivò dalle violente emozioni dei nostri compatrioti, figlie di quel terribile massacro. Uno dei primi d'una lunga serie.
Nel 1921 i Carbonetti raggiunsero la nostra splendida e oggi perduta Pola, in Istria, assieme a tanti altri esuli dalmati. Aprirono un bar in piazza Foro, vicino al porto. In quegli anni, in Istria si dovevano fronteggiare due mortali nemici: l'Internazionale Socialista e il nazionalismo slavo, suo atroce gemello. Carbonetti seppe riconoscerli e combatterli: volontario, combatté dal 1942 sul fronte della Lika, contro la guerriglia slavocomunista; naturalmente, rimase al suo posto dopo l'otto settembre, fronteggiando l'odiosa e difficile situazione con equilibrio e determinazione. Nemici erano gli invasori e ora amministratori tedeschi, nemici i partigiani jugoslavi e i loro sodali comunisti italiani. Scrisse Zacchi: “Carbonetti difese, nei sedici mesi in cui diresse il Corriere Istriano, il nostro onore nazionale; esaltò sempre, quando lo potè, la nostra volontà di non essere staccati dall'Italia, contrastò in tutti i modi l'invadenza e le imposizioni tedesche” (p. 27)
Giornalista dal 1926 (“Il Piccolo”, “La Gazzetta di Venezia”, “Corriere Istriano”, “La Stampa”, “La Vedetta d'Italia” di Fiume, “Il Popolo”, “Il Giornale di Dalmazia” di Zara, “Il Popolo di Spalato”), fu anima storica di quel “Corriere Istriano” che avrebbe cessato le pubblicazioni il 29 aprile 1945, gli slavi alle porte della città. Risorto come “Il Nostro Giornale”, sempre in lingua italiana, cadde nelle mani dei polesani filotitini, illusi dalle vaghe e mendaci promesse internazionaliste jugoslave. Il quotidiano smetterà di uscire quando tutti i polesani se ne saranno andati via per sempre: costretti alla fuga per non diventare slavi e comunisti. È storia.
Carbonetti fu nuovamente esule: questa volta a Venezia. Tradito da un ex cameriere polesano, fu consegnato ai comunisti veneziani e imprigionato; processato, assolto e liberato, gli venne tuttavia proibito di continuare l'attività giornalistica. Dal 1946, nell'Italia repubblicana, fu così, ufficialmente, un contabile nel Consorzio Agrario Provinciale di Venezia. Ufficiosamente, scriveva sotto vari pseudonimi: “Leo di San Marco”, “Il Dalmata”, “Il Capitano Nero”; e così collaborò segretamente con varie riviste e quotidiani, come “Il Secolo d'Italia”. Cercò di indirizzare l'ANVGD verso una politica “più irredentista e meno rinunciataria, pungolandoli all'impegno unitario e contro coloro che in cambio di un sussidio governativo per l'associazione la indirizzavano verso il mero assistenzialismo” (p. 34). Sposò un'esule polesana incontrata a Mestre, Roma Terdi; si costruì una magnifica biblioteca, studiò e meditò, amò e scrisse, piangendo sempre la perduta patria, amaro, inconsolabile. Morì nel 1976, orgoglioso di non aver mai cambiato bandiera. Riposa nel Cimitero di Mestre. Voglio onorare la sua memoria. È sacrosanto.
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Scriveva il poeta Biagio Marin nel 1948: “L'opinione internazionale e quella italiana non si accorsero di ciò che avveniva in Istria dove la violenza, appaiata all'ingiustizia, era divenuta mostruosa e dove gli uomini, piccolo borghesi, contadini, pescatori, erano diventati povere cose che si possono stritolare a capriccio, eliminare dalla terra senza riguardi. Gli slavi perdettero ogni senso di misura e finirono per offendere troppa gente, troppi interessi, materiali e morali. Per questo gli esuli hanno lasciato la loro terra” (p. 52). Mi sembra sia bene ricordare che le deliranti rivendicazioni slave includono, storicamente, Trieste e il Friuli (“Slavia veneta”, è la loro ridicola definizione).
Non dimenticatevene.
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Nell'introduzione, Vivoda ricorda il suo primo incontro con Carbonetti: era il 1957, si trovavano a La Spezia; lui era stato invitato a presidere l'assemblea nazionale per l'elezione del nuovo esecutivo locale dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, organo rappresentativo dei nostri 350mila esuli, figli delle terre vendute con disonore e cattiveria alla Jugoslavia nel 1947.
I due si sarebbero ritrovati qualche anno più tardi, a Torino: polemico, Carbonetti denunciava che certi esuli compatrioti ormai preferivano “Una poltrona oggi, piuttosto che l'Istria, o Fiume, o Zara domani”. Non aveva torto, a quanto pare. Le nostre sacrosante rivendicazioni sembrano addormentate. Si sogna l'Euroregione, ma intanto i nuovi confini sloveni e croati spezzano in due la madre Istria; i crescenti, pericolosi nazionalismi locali macchiano e sporcano la storia, e il sangue dei nostri antenati. Serve diversa sensibilità nei confronti dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara; nei confronti dei circa 350mila esuli; nei confronti delle migliaia di rimasti; nei confronti d'un futuro che si tinga, finalmente e nuovamente, di tradizione, di storia, di libertà, di giustizia, di Europa: per ammainare quelle bandiere nemiche che sventolano a casa nostra, nell'indifferenza di troppi, da troppi anni. L'occupazione slava dura da oltre sessant'anni. È una barbarie.
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Vivoda dedica il libro alle figlie, “perchè comprendano di quale tempra e di quanto amor patrio sono forgiati gli uomini della terra paterna nella quale nascono le loro radici”. Ben fatto.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Lino Vivoda (Pola, Istria, IT 19**), giornalista e scrittore istriano, esule dal 1947, già sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, direttore di Istria-Europa dal 1993.
Lino Vivoda, “Antonio Carbonetti. Giornalista esule dalmata”, Edizioni Istria Europa, Imperia, 2000. L'edizione contiene interessanti approfondimenti. Nel dettaglio: “L'esodo trent'anno dopo” di Lino Vivoda; “Esperienze di giornalismo italiano in Istria e in Dalmazia”, notevole approfondimento di Sergio Cella; “L'emigrazione giuliano dalmata nel mondo” di Lino Vivoda; “Ricordi del mio esodo” di Irma Sandri Ubizzo; la poesia “L'ora del caffè” di Annamaria Muiesan Gasparri; notizie sul periodico trimestrale “Istria Europa”; “Osservazioni sociolinguistiche sull'Istria a cinquant'anni dall'esodo” di Antonello Razza; “L'Istria, cinquant'anni dal grande esodo” di Guido Rumici.
Peccato soltanto per la difficile reperibilità del volume.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2009.
Commenti
Vivoda dedica il libro alle figlie, ?perchè comprendano di quale tempra e di quanto amor patrio sono forgiati gli uomini della terra paterna nella quale nascono le loro radici?. Ben fatto.
Nel 1921 i Carbonetti raggiunsero la nostra splendida e oggi perduta Pola, in Istria, assieme a tanti altri esuli dalmati. Aprirono un bar in piazza Foro, vicino al porto. In quegli anni, in Istria si dovevano fronteggiare due mortali nemici: l?Internazionale Socialista e il nazionalismo slavo, suo atroce gemello. Carbonetti seppe riconoscerli e combatterli
[vivoda] 22 gen - Lino
[vivoda] 22 gen - Lino Vivoda: l'esperienza dell'equilibrio critico
FONTE: http://www.anvgd.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7559&Itemid=111
Riportiamo l'articolo di fondo di Lino Vivoda apparso sull'ultimo numero di Istria Europa", il periodico da lui diretto.
Consigliere benemerito dell'ANVGD, Vivoda ha partecipato al recente Congresso nazionale della nostra Associazione, ricavandone considerazioni che, al di là della diversità dialettica, rispecchiano un modo sano e pulito di proporre le proprie opinioni.
Quando nel febbraio del 1947 – quello del famigerato Diktat – ero alloggiato nel Campo Profughi Giuliani Caserma “Ugo Botti” di La Spezia, similmente a quanto accadeva alle migliaia di profughi dalle città della Venezia Giulia, già italiane e cedute alla Jugoslavia, sparsi nei circa 140 tra Campi profughi ed alloggiamenti vari di fortuna (conventi, campi di concentramento riutilizzati, scuole, ospedali, caserme, edifici diversi, sparsi in tutta l’Italia, da Trieste alla Sicilia, psicologicamente disperati come naufraghi in mezzo ad un mare periglioso, l’unica isola di salvataggio era il “Comitato”. Veniva così designato “de tout coeur”, il Comitato provinciale dell’ANVGD (acronimo di Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) sorta a Milano nel 1945 ad opera dei componenti del Comitato di Liberazione Italiano di Trieste, rifugiatisi per sfuggire all’infoibamento ad opera dei partigiani di Tito imperanti nella città giuliana durante i famosi quaranta giorni, e con la collaborazione di Lino Drabeni assieme ad alcuni altri profughi.
Il Comitato infatti era da tutti riconosciuto come l’organo di tutela e di rappresentanza dei profughi giuliano dalmati. Ne erano stati creati circa 85 nelle maggiori provincie italiane. Ai Comitati ci si rivolgeva per ogni tipo di assistenza, ricevendo sempre un conforto per lo meno morale. Ai Comitati ci si iscriveva per essere ancora una stessa famiglia, come nel coro del verdiano Ernani, per sentirsi uniti, fratelli nella diaspora.
Nel Comitato di La Spezia ho fatto tuta la trafila: iscritto, componente l’Esecutivo provinciale, Presidente del Comitato (per circa dieci anni ed altrettanti più tardi in quello di Imperia), poi dal V Congresso nazionale di Torino 1961 Consigliere nazionale, poi Componente l’Esecutivo nazionale e Commissario nazionale dei Gruppi Giovanili Adriatici, con rango di vicepresidente nazionale. Nel Consiglio nazionale sono stato sempre rieletto, per oltre quarant’anni, in tutti i Congressi sino al 2002 a Roma, quando sono stato nominato Consigliere nazionale onorario (una specie di senatore a vita). Ho partecipato quindi al recente Congresso nazionale – il XIX – tenutosi a Varese e posso quindi parlarne senza tema di essere tacciato di parte per le osservazioni sullo svolgimento, non essendo in gioco la mia rielezione.
Con l’esperienza degli anni passati posso dire che l’organizzazione è stata ottimale, curata sino nei minimi dettagli dal Segretario nazionale Fabio Rocchi – nipote dell’indimenticabile padre Flaminio, benemerito dell’ANVGD – grazie anche ai supporti odierni dell’informatica. Un esempio: prima della partenza dei Consiglieri è arrivata una e-mail con le informazioni meteorologiche per il periodo dello svolgimento del Congresso.
Ma un grande grazie va rivolto anche alla Presidente del Comitato di Varese, l’avvocato Sissy Corsi, esule da Pola, chiamata dai congressisti la nostra “principessa”. Grazie alla sua presenza radicata sul territorio abbiamo avuto una notevole rappresentanza di autorità, dal Prefetto ai Sindaci di Varese, Busto Arsizio, Gallarate, e molti altri autorevoli cittadini di Varese che hanno portato la loro solidarietà.
Il dibattito congressuale è stato vivace, vi hanno partecipato 34 oratori – immancabile come sempre il mio intervento – alcuni dei quali nettamente schierati contro la presidenza si sono ritirati non partecipando al voto. Data la mia posizione non ho partecipato alle trattative, ma mi hanno riferito che non è stato possibile raggiungere un accordo tra i due gruppi. Sembra che i falchi abbiano preferito la rottura ad un accordo. Questa è una nota stonata: bisogna sempre prevedere la possibilità di una rappresentanza alla minoranza. Io l’ho sempre applicata ed ho anche avuto la soddisfazione della vittoria congressuale, passando da minoranza a maggioranza a Brescia-Gardone.
L’altra nota degna di rilievo è la notevole presenza di giovani al Congresso, con responsabilità dirigenziali. Ad essi, pieni di entusiasmo, nei quali mi sono riconosciuto ai miei esordi congressuali, auguro una lunga e proficua operosità per la sopravvivenza della nostra ANVGD. Presidente dell’ANVGD è stato rieletto Lucio Toth, col quale non concordo pienamente, ma al quale va riconosciuto il grande attivismo e la preparazione culturali. Uno dei migliori sulla scena in questo momento.
Lino Vivoda
Scritte Roma: la condanna di
Scritte Roma: la condanna di tutta l'ANVGD
COMUNICATO STAMPA DELLA SEDE NAZIONALE ANVGD
Scritte inneggianti le Foibe a Roma: la ferma protesta degli Esuli giuliano-dalmati
Roma, 6 febbraio 2010
Le indegne scritte inneggianti alle Foibe apparse a Roma alla vigilia del Giorno del Ricordo, qualificano come barbari gli autori, degni eredi dell’odio etnico e ideologico che ha devastato l’Europa nel ‘900. Gli Esuli, italiani autoctoni dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, rivendicano con forza il diritto alla memoria storica e al rispetto delle scelte dolorose cui furono costretti dal regime totalitario jugoslavo, per avere salve la vita e la libertà di uomini e cittadini.
Gli autori delle farneticanti scritte e degli episodi di intolleranza -già veduti in occasione della Giornata della Memoria della Shoah- manifestano così l’immenso analfabetismo storico e l’ottusità ideologica dei quali sono irrimediabilmente prigionieri. L’esodo di 350mila italiani coinvolse ogni ceto sociale e persone di ogni orientamento politico. L’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) testimone e custode di quelle esperienze storiche, condanna con forza gli insulti alle vittime civili innocenti degli eccidi perpetrati dai partigiani di Tito in nome della liberta dei popoli, e richiama le istituzioni preposte -il Ministero dell’Interno in primis- a vigilare con attenzione su questi inquietanti segnali di odio politico.
La Sede nazionale ANVGD
(genocidi) Vedi, Franco, se
(genocidi) Vedi, Franco, se istituissimo una giornata dedicata a tutti gli stermini e genocidi, invece che far differenze che non hanno senso, tutto ciò non avverebbe. Sempre più convinto che affermare l'unicità di un genocidio rispetto agli altri sia quanto di più pericoloso possibile. Basta coi morti di serie A e i morti di serie B !
Ed occuparsi magari non tanto
Ed occuparsi magari non tanto e non solo dei genocidi del passato(che meritano tutti rispetto) che vengono,le foibe come la giornata della mermoria, strumentalizzati politicamente e iniziare ad occuparsi dei genocidi del presente da parte "dell'unica democrazia del Medioriente"
Su questo, Rodolfo, con me
Su questo, Rodolfo, con me sfondi una porta aperta. Concentriamoci sugli orrori del Medioriente, e non solo.
[dramma giuliano-dalmata]
[dramma giuliano-dalmata] purtroppo non sono d'accordo. Dell'esodo dei 350mila e dei 15mila infoibati si parla soltanto da una manciata d'anni - al di là di noi che veniamo dalla Giulia mutilata, gli italiani e gli europei non ne sono adeguatamente informati. A questo s'aggiunga che la Croazia, a differenza della Slovenia, non s'è messa ancora a studiare una storia condivisa con noi italiani; a questo s'aggiunga che le responsabilità politiche dei dirigenti del fu PCI non sono ancora state adeguatamente denunciate, assieme alle malefatte dei partigiani al confine orientale; a questo s'aggiunga che non sono ancora adeguatamente note le ragioni dell'odio slavo nei nostri confronti, allora (Arbe, Rab, Gonars, eccetera). Noi non possiamo abbassare la guardia. Non abbiamo mai avuto giustizia.
[dramma giuliano-dalmata] e
[dramma giuliano-dalmata] e giustizia non significa solo "risarcimento economico" (a me non interessa...) o "riscrittura equilibrata e umana dei libri di storia". Significa qualcosa di molto diverso. Si parte ricordando che fino a pochi anni fa - due credo - in Croazia un italiano non poteva comprare casa... curioso che i croati non siano ancora in Europa. Ne parlo spesso, ne ho scritto tanto, (mai abbastanza), mi fermo qua.
Volevo precisare che sul
Volevo precisare che sul dramma giuliano-dalmata sono perfettamente d'accordo con Franco in tutto quello che ha scritto. Sono d'accordo con Rodolfo sul fatto di concentrarsi sugli orrori compiuti dall' "unica democrazia del Medioriente". Sempre meglio precisare;)
Ribadisco il mio pieno ed
Ribadisco il mio pieno ed assoluto rispetto per tutte le vittime. Quello che cerco di fare con questo commento è che secondo me è questa vicenda ieri come oggi è stata affrontata in modo errato. Ieri dimenticando quel dramma; oggi decontestualizzandolo da ciò che successe prima in quelle terre. Quando,anche in grandi giornali italiani si scrive che"tutte le vittime sono state infoibate e infoibate vive, che mai un processo è stato istruito contro gli infoibatori e che gli eccidi rispondevano ad un preciso piano di sterminio etnico degli italiani.<?xml:namespace prefix = o /> ."non è ad esempio corretto. E' vero invece che e vittime civili e militari sono state fucilate e gettate in foiba, che in alcuni casi - come è stato possibile documentare - furono precipitate nell’abisso non colpite o solo ferite. E’ pure vero però che la maggior parte degli arrestati che sono state date per infoibate, sono stati inviati nei campi di concentramento jugoslavi dove molti perirono per malattie epidemiche, stenti o condanne a morte senza processo.Per gli infoibatori, veri o presunti, vennero istruiti processi a Trieste nel periodo in cui era governata dagli anglo-americani (1945-1954). I processi, con le condanne comminate dalla Corte d’Assise presieduta da magistrati italiani, dall’ergastolo a pene intermedie ed assoluzioni, occuparono per anni i servizi giornalistici. E’ falso invece lo scrivere che manchi una bibliografia sulle violenze jugoslave nella regione. Dai primi anni ‘60 ad oggi l’istituto storico di Trieste ha pubblicato libri e saggi sul problema, trattato anche dagli storici triestini Elio Apih e Raoul Pupo che fanno parte entrambi della Commissione di studio Italo-slovena creata in base ad accordi tra i due governi, e dagli studi dell’istituto triestino emerge in modo chiaro che non ci fu un piano di “sterminio etnico” come viene sistematicamente sbandierato dalla stampa. Le direttive emanate nel 1945 partito comunista sloveno e dal suo leader Kardelj, secondo solo a Tito per prestigio ed influenza, erano di “prelevare i reazionari e di condurli qui, qui giudicarli, là (Trieste e zone finitime) non fucilare... epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, ma del fascismo”. Da questa chiara direttiva i croati inglobarono, con la parola fascismo, on solo i collaborazionisti del regime nazista e fascista, fossero essi italiani, sloveni o croati, ma anche tutti gli oppositori politici, nazionali, ideologici ed anche i dissenzienti del regime comunista jugoslavo. Vennero infatti uccisi e repressi importanti uomini del CLN di Trieste, che venne definito “famigerato”, antifascisti e comunisti italiani di Fiume e dell’Istria. << La discriminante etnica costituisce un elemento secondario >> disse il Prof. Diego de Castro, istriano, difensore dei diritti italiani e consigliere politico del governo italiano presso il Governo Militare Alleato a Trieste( e alle stesse conclusioni arrivarono anche Elio Apih e Raoul Pupo) : le spietate uccisioni in un solo colpo di 12.000 loro compatrioti in Slovenia, furono “il doppio o il triplo degli italiani uccisi in tutta l’area che va da Zara a Gorizia che secondo fonti angloamericane dovrebbero essere dai 4 ai 6 mila”.
Con questo mio commento,mi auguro che ne venga capito il senso, ho solo voluto cercare di esprimere che prima di emettere valutazioni storiche,qualunque valutazione storica, per evitare che possano essere strumentalizzate politicamente(da qualunque parte non mi interessa in questo contesto quale)bisognerebbe sempre valutare il contesto, la storia e vedere le cause. Questo non per giustificare nessuno ma solo con la verità e non la propaganda si potranno ricordare le vittime delle terre dalmate ed istriane e al tempo stesso anche le vittime del fascismo. Si è infatti passati dal negare le foibe ad oggi improvvisamente dimenticare paesi distrutti, bruciati, dai fascisti o dalle nostre forze armate, i nomi dei numerosi Lager italiani dove vennero deportati uomini, donne e ragazzi sloveni e croati, il vergognoso campo di concentramento da noi italiani istituito nell’isola di Arbe, dove di stenti e malattie sloveni e croati.Chi oggi ricorda l’occupazione della Jugoslavia ed il suo smembramento avvenuto nel 1941? Chi ricorda che da quello smembramento lo Stato italiano approfittò per crearsi le nuove province di Lubiana, Spalato, Cattaro e per ingrandire territorialmente quelle di Zara e Fiume? Oppure l’incorporazione del Montenegro, le rappresaglie e le fucilazioni? Non si vuole, te lo ripeto Gianfranco e mi auguro sinceramente che questo mio commento venga preso per come ho inteso scriverlo, giustificare le assurde violenze jugoslave(e non solo delle autorità: quanti furonogli italiani infoibati perché denunciati all’autorità jugoslava di occupazione come fascisti o collaborazionisti ed invece erano vittime di denunce per questioni futili come gelosie, vendette personali, questioni di interesse, rivalità commerciali, ecc.?), ma dire che se si vuole ricordare bisogna dire e ricercare sempre la verità qualunque essa sia.
Ti saluto.
[questione giuliano-dalmata]
[questione giuliano-dalmata] sono in uscita, ma intanto: scrivi "Dai primi anni ‘60 ad oggi l’istituto storico di Trieste ha pubblicato libri e saggi sul problema, trattato anche dagli storici triestini Elio Apih e Raoul Pupo che fanno parte entrambi della Commissione di studio Italo-slovena creata in base ad accordi tra i due governi, e dagli studi dell’istituto triestino emerge in modo chiaro che non ci fu un piano di “sterminio etnico” come viene sistematicamente sbandierato dalla stampa."
> Non è andata proprio così. Almeno stando a sentire Pupo:
http://www.lankelot.eu/letteratura/pupo-raoul-il-lungo-esodo-istria-le-persecuzioni-le-foibe-l-esilio.html per l'articolo.
Rizzoli, 2005. L'argomento scotta perché, come Pupo ricorda, per decenni è rimasto tabù: chiariamo meglio... “vale a dire l'esistenza di robusti interessi politici che per alcuni anni hanno sconsigliato di attribuire alle tragedie giuliane una portata nazionale. Sotto questo profilo, il caso più evidente, ma anche più semplice da intendere, è quello della cultura di sinistra d'ascendenza marxista, animata da un duplice ordine di preoccupazioni. La prima e più generale era quella di non dar fiato alle forze anticomuniste in Italia, cui la politica oppressiva del regime di Tito nei confronti degli italiani offriva abbondanti argomenti polemici. La seconda e più specifica era quella di stendere un velo d'ombra sui comportamenti quantomeno ambigui tenuti dal PCI sulla questione di Trieste nell'ultima fase della Resistenza e nei primi anni di dopoguerra” (p. 18).
Non c'è dubbio – conclude lo storico – che questo tipo di preoccupazioni abbiano scosso gli studiosi, preoccupati, denunciando eventualmente Esodo e Foibe, di dare spazio alla propaganda nazionalista, anticomunista e antislava: “un pericolo che andava scongiurato non parlandone affatto”
A proposito
A proposito dell'italianizzazione forzata di Trieste ad opera del fascismo,che dimostra che è giusto condannare ma anche ricordare, vi è un romanzo di Boris Pahor, "Qui è proibito parlare",che dimostra come a Trieste, la città multietnica e mittleuropea per definizione luogo d'incontro tra comunità diverse, fu il primo episodio in quelle zone di pulizia etnica. Come si vede la verità è secondo me un pò più complessa.
Se come mi auguro leggerai il
Se come mi auguro leggerai il mio commento mi riferivo a prima del 1945 e non dopo la fine dello stato italiano.
Per quanto riguarda Pupo te lo cito: <<Si tratta di un programma assai esplicito, la cui sostanza politica è resa evidente dall'individuazione del nemico da eliminare: non certo gli "italiani" - come vorrebbero i sostenitori della tesi dello "sterminio etnico" - ma i "reazionari", termine che nel linguaggio dei comunisti sloveni del tempo (lo stesso avviene anche in area croata) si sovrappone spesso a quello di "fascisti" e copre tutte le posizioni politiche non riconducibili a quelle del Fronte di liberazione (Osvobodilna Fronta, d'ora in poi Of), con particolare riferimento al nodo annessione alla Jugoslavia/costruzione del socialismo>>
(Raoul Pupo, Le foibe giuliane 1943-1945, da L'impegno, . XVI, n. 1, aprile 1996)
[Pahor] conoscerlo è bene.
[Pahor] conoscerlo è bene. Sapere riconoscere le sue mistificazioni, meglio.
Qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/pahor-boris-qui-e-proibito-parlare.html il libro che nomini
Qui: www.lankelot.eu/letteratura/pahor-boris-il-rogo-nel-porto.html il Pahor meno nazionalista e più onesto.
Il secondo lo conosco molto
Il secondo lo conosco molto bene, il primo me lo avevano consigliato. Vedrò comunque di leggerlo al più presto. Al di là di questo è secondo me sbagliato contrapporre un nazionalismo slavo ad un nazionalismo italiano-istriano. Ma come ho cercato di scrivere nel commento(probabimente sbagliandomi) come mai quelle zone dove l'odio italiano non esisteva, dove Trieste era una citta multietnica, improvvisamente iniziò a dare la caccia all'italiano? C'entra la politica antislava del fascismo? Tutto ciò come lo era prima negandolo, non viene oggi sfruttato politicamente? Se non si inquadra il tutto storicamente,questo come la lotta di Liberazione, si è inevitabilmente presi dalle passioni personali. Mi scuso comunque se ho potuto offendere qualcuno. Cosa che non era mia intenzione ma solo inquadrare il fenomeno storicamente, con i suoi errori e le sue cause.
[giuliano-dalmati] è un
[giuliano-dalmati] è un saggio approccio, ma è bene ricordare che nel territorio interessato la dominazione era stata austriaca, per secoli, non italiana. L'Italia è stata unita soltanto dopo il 1918 - Fiume per ultima, una manciata d'anni dopo. Il revanscismo era rivolto, in generale (punta Ivo Andric) contro "il potere straniero". Prima austriaco, e solo recentemente italiano. Le cittadine di mare, venete prima che austriache, non avevano problemi di "etnie contrastanti". Anzi.
Quel che ha potuto fare di male e di sbagliato il fascismo è, in ogni caso, niente - niente - in confronto a quel che hanno fatto Tito, i partigiani italiani e la nazione yugoslava finché è esistita (poco: come volevasi dimostrare). Parlano i numeri. I numeri degli esuli, i numeri dei morti uccisi per mano socialista, i numeri degli anni passati senza giustizia, in case abbandonate e popolate da stranieri. I numeri dei libri pieni di omissioni e di menzogne, spacciati per "storia". Parlano i numeri dei morti italiani negli anni Cinquanta, di quei comunisti che partivano per abbracciare il socialismo e si ritrovavano internati in località Goli Otok, Isola Calva, per scoprire che quello non era socialismo, ma nazionalismo slavo. E che il nemico era l'italiano, comunista o meno. Il PCI s'è accorto molto tardi del disgraziato errore. Adesso non c'è rimedio.
Ma noi possiamo rimediare. Almeno idealmente
riscappo:)
Sulla parte finale del
Sulla parte finale del commento sono d'accordo. Non sulla questione del fascismo. Il fascismo fece tanto: razzismo discriminatorio, uccisioni, massacri(nel mio commento precedente vi è tutto l'elenco di questo regime degli italiani brava gente),distruzione di un'identità culturale.
"Alla vigilia dell'8 settembre, nella sola provincia di Lubiana si
conteranno 33000 persone deportate per periodi piu' o meno lunghi (pari
al 10 per cento della popolazione), quasi 13000 edifici distrutti e 9000
danneggiati, ed un numero di fucilati, caduti in combattimento e morti
nei campi non quantificato, ma dell'ordine di qualche migliaio[…]Complessivamente i morti sloveni nella lotta di liberazione furono
circa 20000, comprensivi pero' anche di coloro che caddero negli scontri
contro le forze tedesche. Nei campi di sterminio italiani, secondo dati
riportati da Alberto Buvoli, ci furono 7000 morti"(G.Oliva, Foibe, Oscar Storia)
[Pupo] senti qua, 10 anni
[Pupo] senti qua, 10 anni dopo: "Gli occupanti slavo-comunisti delle perdute Zara e Fiume, e delle città istriane, non si limitarono a “costruire” il futuro secondo l'egida della loro ideologia, ma riscrissero la storia “da cui la presenza italiana doveva essere espunta o circoscritta a una mera parentesi 'coloniale'”. Si è trattato, spiega Pupo, “di una classica operazione di 'invenzione della tradizione', tutt'altro che infrequente nella contemporaneità” (p. 15). Se non fosse abbastanza chiaro, ecco un buon esempio: “Da parte dei quadri comunisti croati dell'Istria la costruzione del socialismo sarebbe equivalsa alla distruzione delle basi materiali della storica prevalenza degli italiani, mentre la lotta per la conquista del potere e l'edificazione della società socialista avrebbe assunto i connotati di una conquista delle città da parte della campagna” (p, 66)."
Ancora. Nell'Istria come a Fiume, a Trieste come a Gorizia, post aprile 1945 per gli slavi il problema non era “eliminare sic et simpliciter gli italiani, ma di 'ripulire' il territorio da tutti i soggetti che potevano mettere in discussione la saldezza del nuovo dominio e incrinare l'immagine di compattezza della partecipazione popolare agli obbiettivi dei nuovi poteri” (p. 100). In un simpatico verbale relativo a incontri tra Stalin e compagni jugoslavi, si legge che quando essi ammisero che a Trieste e a Fiume c'erano “gruppetti autonomisti” (ah, l'arte dell'eufemismo rosso) che potevano dichiararsi contrari all'annessione, sicuramente “irrilevanti”, Stalin ridacchiò: “Allora buttateli in mare” (p. 101).
Senti, per conto mio non sono
Senti, per conto mio non sono mai stato stalinista né tantomeno titino(sai quanti comunisti vennero uccisi dai due personaggi? informati ),quindi la cosa veramente non mi tange. Ho solo cercato con serenità di intraprendere un dibattito storico. So che è molto difficile. Magari in questo modo potrai capire allora come mai c'è stato il livore nei confronti di Pansa(del resto questo volevo far capire). Tu, forse anche giustamente, senti la questione personale, privata, in modo diverso da me che cerco di vederne le cause e le motivazioni storiche. Come deve sentirsi allora un ex partigiano o un figlio di un partigiano ucciso dalle squadracce fasciste o dai nazisti davanti ai libri di Pansa?
[pansa] sai cosa, credo che
[pansa] sai cosa, credo che pansa scriva soprattutto per dare giustizia ai 20mila morti post 25 aprile 1945: i loro assassini sono stati graziati dall'amnistia di Togliatti. 20mila morti sono tanti. 20mila senza giustizia, in piena Italia repubblicana, sono tanti. In questo senso, Pansa è un'anima santa. Ora devo andare:) ci torniamo su però
grazie ancora a te
Non ti trattengo :) Comunque
Non ti trattengo :) Comunque se vuoi sapere cosa penso del giornalista improvvisatosi storico lo puoi leggere nei vari commenti al libro di Calvino che ho recensito.
Grazie a te :)
Si però Rodolfo, lo stesso
Si però Rodolfo, lo stesso vale per coloro che hanno avuto parenti in Repubblica Sociale, o che sono stati fascisti in buonissima fede, o che non erano fascisti ma sono stati trucidati dai partigiani perchè non la pensavano come loro. Con questo approccio non se ne esce. Che devono pensare della storiografia ufficiale? Io vengo da una famiglia missina, so bene quello che abbiamo subito nel dopoguerra.
Si non se ne
Si non se ne esce(altrimenti ti dovrei ricordare cosa facevano alcune sezioni missine e non se ne esce proprio) anche perchè, al di là delle questioni ideologiche, molte furono questioni relative a rivalse passate,vendette,giustizie etc.
Io sono e rimango antifascista, ma ritengo altresì utile uscire dal "mito" dell'antifascismo, dell'antifascismo come velina ideologica interclassista che ha unito tutto e il contrario di tutto facendo perdere al Pci di allora(per non parlare di oggi) il suo connotato rivoluzionario. Si è passati dal comunismo all'antifascismo e oggi all'antiberlusconismo(facendo alleanze con un personaggio come Antonio Di Pietro o il Pd per "combattere le destre"). Il giudizio storico penso sia accertato su cosa sia stato il fascismo(non come l'espressione reazionaria del grande capitale come certa storiografia marxista ha malamente interpretato, ma espressione violenta della paura delle classi medie che ha portato l'italia alla guerra con Hitler e all'imperialismo). Oggi i miei nemici sono altri: il capitalismo, l'imperialismo, il razzismo e questo non mi deve impedire di poter parlare con chi fascista lo è stato(anche se ovviamente i miei interlocutori principali,da un punto di vista politico,sono altri). Ovviamente non posso avere nulla in comune con Forza Nuova, e anzi la combatto duramente quando si esprime in forme violente(del resto non ho nulla in comune neanche col gossip di Indymedia), ma si tratta proprio di forme residuali identitarie che non hanno nessuna incidenza sull'attuale dibattito politico e culturale.
D'accordo con te sul
D'accordo con te sul superamento delle vecchie categorie, senza però scordarsi da dove si viene e perché si è scelto un certo percorso, non solo politico ma anche culturale ed esistenziale. Naturalmente sono lontanissimo dall'ideologia marxista, pur riadaddatta alla contemporaneità, ma è indubbio che i nemici sono altri, attualmente. E comuni sia a chi la pensa come te che come me. A mio modo di vedere - e su questo probabilmente sei d'accordo con me - quello che bisogna combattere è l'attuale modello di sviluppo (cioè un mondo basato sul capitale e sulla finanza, e su un benessere apparente che annichilisce le coscienze e che se ne fotte dell'equilibrio dell'ecosistema), che qualcuno definisce - e ciò è davvero risibile - sostenibile. Il rifarsi ai modelli comunitaristi va proprio in questa direzione: naturale che all'interno di questa stessa visione comune, gli approdi miei e tuoi siano un pochino differenti, perchè individuano un diverso fulcro su cui rivoluzionare il sistema.
E' ovvio che bisogna
E' ovvio che bisogna ricordarsi da dove si viene e cosa si è. Io resto antifascista e marxista. Inoltre non ho parlato di superare vecchie categorie, facendo un mischione,alleanze rosso-brune,fascisti con antifascisti etc. Questo oltre che non possibile da un punto di vista morale lo sarebbe anche da un punto di vista politico con contraddizioni che verrebbero fuori il giorno dopo. Non ci si allea con chi ha il tuo nemico(anche se sarebbe da vedere se così è)ma se si ha un progetto comune al di là delle questioni storiche. Ho detto una cosa diversa: io parlo con chiunque abbia delle tesi interessanti. Magari criticandolo ma avviando un dialogo. Posso dunque parlare(intendendo politicamente ovviamente)con marxisti ma anche con Alain De Benoist ad esempio,che fascista non è, e non con Roberto Fiore o con razzisti e nostalgici del Ventennio.
Questo per la precisione e per evitare fraintendimenti da parte dei velinisti di Indymedia.