Velikić Dragan

Via Pola

Autore: 
Velikić Dragan

“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]

Uno pensa a Pola e subito viene in mente l'esodo; prima della magnifica Arena romana, prima della Bora, prima del tempio di Augusto, viene in mente la disgrazia assurda del Novecento, viene in mente una città spopolata di quasi trentamila abitanti che viene consegnata, fantasma e spoglia, nelle mani di chi forse nemmeno s'aspettava tanta grazia, e tanta fortuna. Uno pensa a Pola e pensa alla poesia di un piccolo porto pieno di storia. E forse, a molti altri lettori veneti e italiani, torna in mente quel libro onesto, disperatamente pieno di sentimento e di rabbia e di fame di giustizia, che era “Bora” di Anna Maria Mori, e di Nelida Milani, pubblicato da Frassinelli nel 1998. Uno dei pochi libri capaci di commuovere chiunque.
 
Adesso, nei primi anni Dieci di questo secolo nuovo che s'annuncia tanto medievale, potremmo – in letteratura – associare Pola a qualcosa di diverso. A un poeta serbo, Dragan Velikić, nato a Belgrado e cresciuto in Istria, sotto regime jugoslavo: cresciuto a Pola, nella Pola deserta, popolata da gente nuova – inevitabilmente infestata di fantasmi, e triste. Questo poeta serbo ha saputo, col suo “Via Pola” [Zandonai, 2009; traduzione di Ljiljana Avirović], restituire l'anima della città con gusto tardonovecentesco; è andato, con questo suo sconnesso e ispirato quaderno di narrativa, a raccontare, come ha potuto, la complessità e la bellezza e la debolezza di Pola, e i contrasti e i momenti belli della sua storia. Non ha mentito. Non ha scritto servendo un'ideologia o un regime. Ha fatto letteratura. E che Dio difenda i letterati.
 
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Claudio Magris, nella prefazione, scrive che il titolo del romanzo “non indica il nome di una strada, bensì un transito, un passaggio di quel nomadismo interiore e materiale, personale e collettivo, di cui, nelle migrazioni di individui e di popoli, sono fatte la storia e la vita”. E transito di destini, spiega lo scrittore giuliano e mitteleuropeo, è pure il protagonista, il neuropsichiatra Bruno Gašparini: “punto di incontro e luogo geometrico di tutte le storie deliranti e confuse che si incrociano nella sua persona”.
 
Una persona che nelle prime battute si presenta dandoci le proprie generalità: Bruno Gašparini, figlio di Matija, nato nel marzo del 1943 a Pola, medico, celibe. E racconta che vive “nascosto dalle pareti come dalle mura di una città medievale”. E che per accostarsi a uno che vive così, il momento migliore è l'attimo prima dell'alba, “quando il sonno è profondo e il ponte abbastanza resistente”. Ma poi, man mano, perdiamo Bruno, e incontriamo tante altre anime, e tante altre epoche. Perdiamo Bruno, e amiamo Pola.
Ci si avvicina alla città come ci si avvicinava alla città di Santa Sofia, a Costantinopoli gemella di Roma: “Si stava avvicinando alla città dal mare, come consigliano gli antichi scrittori di viaggio, poiché è da questa prospettiva che appare grandiosa. Ricorda l'antica Roma: giace su sette colli e ha un anfiteatro per le orgie”. [p. 14]
 
Rovine romane incredibili. Fino a poco tempo fa, erano ancora più suggestive. “Prima che i francesi distruggessero, durante il loro breve dominio, le mura dalla parte del mare e liberassero così, per un certo periodo, la città dall'aria infestata, dal marciume e dalla dissoluzione, Pola, agli occhi di chi le si avvicinava dal mare, risvegliava l'immagine dei tempi romani” [p. 129].
 
L'età dell'oro, per Pola. “Lo splendore dei tempi romani, quando era una delle città più ricche dell'impero, città di villeggiatura, città di case bianche a un piano circondate da parchi e da terrazze di giardini pensili, ora è soltanto un passato lontano” [p. 136]
 
Pola nel 1861. Tante rovine romane. Poco altro. “Pola, la nostra base marittima, è un villaggio. Nulla avevamo oltre all'ampio cielo azzurro, al mare, alla pietra e a quel paese ingrato dalle vie senza selciato, per le quali transitano i contadini e i loro asini. Non esisteva l'illuminazione stradale e il letame era così alto da non poterci passare senza gli stivali” [firmato, ufficiale Max von Rottauscher, riportato a pagina 121].
 
Pola nel 1955. “La città era sempre in rovina. Dalle facciate screpolate strillavano le lettere rosse degli slogan. Nell'autunno dello stesso anno apparvero i primi venditori di castagne. I loro tamburi ardenti brulicavano per tutta la città simili a enormi lucciole. Anno dopo anno la luce brillava sempre di più”. [p. 19].
 
Reminiscenze joyciane. L'artista, giovane professore, era sceso a Pola nel 1904, a fine ottobre. Ogni tanto suonava la chitarra, e gli allievi lo chiamavano già “Zois”, come sarebbe stato più avanti a Trieste. “Annotava nel suo quaderno i nomi slavi. Forse per questo venne poi sospettato di essere una spia”. [p. 57]. Altrove: “Per giorni passeggiarono sulle orme della linea inesistente da San Policarpo lungo le mura dell'Arsenale, poi accanto a Villa Monai in via Zaro. Il giardino della Casa dell'Armata emanava il profumo delle chiome del ligustro. Vicino alla libreria, dove un'enorme penna stilografica pendeva simile a una lancia sulle teste dei passanti, girarono in via Lenin, un tempo via Campomarzio. Bruno cercò con lo sguardo quella finestra dalla quale, in un autunno lontano, la donna ossessiva aveva braccato il giovane professore della Berlitz School” [pp. 40-41].
 
Altrove. “La città pulsa nel petto del poeta e ovunque egli vada porta con sé gli edifici lussuosi di Grafton Street e le miserabili periferie, le chiese e i bordelli, i padroni obesi dei pub e le prostitute di lusso di Monto. Ha conservato nella memoria tutte le trivialità di Dublino, le vetrine e gli annunci dei giornali, il suono dell'organetto e i grossi nasi degli ubriachi: 'street furniture', arredo urbano” [pp. 115-116].
 
I meravigliosi anni austriaci. “I nuovi tram di Münz corrono lungo il porto, scomparendo tra le ombre degli alberi sull'Arsenalringstrasse. Centinaia di telefoni ronzano nelle case di Pola. Le vetrine sfarzose e le pubblicità di via Sergia ricordano un caleidoscopio. Le bambole di legno del salone Crepatti indossano gli ultimi modelli degli stilisti parigini. La barbiera Martinelli, specializzata nella produzione di parrucche e di trucchi da carnevale, riesce a malapena a soddisfare le richieste delle centinaia di amanti del ballo in maschera. Al caffè Piccolo Budapest arrivano i giornali da tutta la Monarchia del Danubio. La città vive un'ascesa che non ricorda dai tempi di Roma” [p. 90].
 
E a questo punto che dire. L'Europa, speriamo, ci faccia sognare – questo rimane da dire. Annulli le distanze, ricomponga la storia, riunisca le etnie, non più perda la memoria. Basta un po' di Bora.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Dragan Velikić (Belgrado, YU, 1953), scrittore e diplomatico serbo, cresciuto a Pola.
Dragan Velikić, “Via Pola”, Zandonai, Rovereto, 2009. Prefazione di Claudio Magris. Traduzione di Ljiljana Avirović. ISBN, 9788895538259.
 
Prima edizione: “Via Pula”, 1988.
Approfondimento in rete: Zandonai / Corriere della Sera / Mezzena Lona
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2012.
ISBN/EAN: 
9788895538259

Commenti

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[velikic]  Uno pensa a Pola e subito viene in mente l'esodo; prima della magnifica Arena romana, prima della Bora, prima del tempio di Augusto, viene in mente la disgrazia assurda del Novecento, viene in mente una città spopolata di quasi trentamila abitanti che viene consegnata, fantasma e spoglia, nelle mani di chi forse nemmeno s'aspettava tanta grazia, e tanta fortuna. Uno pensa a Pola e pensa alla poesia di un piccolo porto pieno di storia. E forse, a molti altri lettori veneti e italiani, torna in mente quel libro onesto, disperatamente pieno di sentimento e di rabbia e di fame di giustizia, che era “Bora” di Anna Maria Mori, e di Nelida Milani, pubblicato da Frassinelli nel 1998. Uno dei pochi libri capaci di commuovere chiunque.

Adesso, nei primi anni Dieci di questo secolo nuovo che s'annuncia tanto medievale, potremmo – in letteratura – associare Pola a qualcosa di diverso. A un poeta serbo, Dragan Velikić, nato a Belgrado e cresciuto in Istria, sotto regime jugoslavo: cresciuto a Pola, nella Pola deserta, popolata da gente nuova – inevitabilmente infestata di fantasmi, e triste. Questo poeta serbo ha saputo, col suo “Via Pola” [Zandonai, 2009; traduzione di Ljiljana Avirović], restituire l'anima della città con gusto tardonovecentesco

 

[via pola] tutti i dati

[via pola] tutti i dati bibliografici e i links:

 

Dragan Velikić, “Via Pola”, Zandonai, Rovereto, 2009. Prefazione di Claudio Magris. Traduzione di Ljiljana Avirović. ISBN, 9788895538259.
 
Prima edizione: “Via Pula”, 1988.
Approfondimento in rete: Zandonai / Corriere della Sera / Mezzena Lona
 

[velikic] presto, in

[velikic] presto, in libreria...

"Avviso ai naviganti: chi di voi ama veleggiare per le coste istriane e tra le segrete storie di due grandi anime inquiete del Novecento, James Joyce e Kostantinos Kavafis, non si perda l'ultimo, intenso romanzo di Dragan Velikic, "Il muro del Nord", in uscita il mese prossimo per i tipi di Zandonai" [g. geri].

[Velikic] Kavafis.....ce l'ho

[Velikic] Kavafis.....ce l'ho in testa da almeno un anno o due, devo decidermi a cercarmi qualcosa di suo.

Queste immagini liriche del passato di una città che fu grande mi fanno una tenerezza...e rabbia soprattutto pensando a quanto è successo dopo.

Anche Venezia andrebbe incontrata dal mare.


[kavafis] quest'anno ho

[kavafis] quest'anno ho riletto le sue poesie - c'è una bellissima edizione economica, mondad., con traduzione e curatela d'eccezione (segnalata e consigliata dal professor Fress.). Grande esperienza - è un'iniezione di grecità e di romanità semplicemente rigenerante.

Già, povera Pola. E poveri abitanti di Pola, costretti ad andarsene via. E come loro i nostri fratelli zaratini, di cui nessuno parla (con la città distrutta per l'ottanta per cento dalle bombe angloamericane...), costretti ad andarsene via. Chissà che l'Europa non sappia diventare più simile alla grande Austria che fu, o a Venezia; e possa aiutarli e aiutarci a tornare indietro. Sarebbe una cosa degna e giusta.

 

[Kavafis] Grazie per

[Kavafis] Grazie per l'indicazione, perché ho visto parecchie edizioni, anche in Adelphi c'é, e non è facile orientarsi.

[kavafis] è stata una

[kavafis] è stata una segnalazione fondamentale anche per me. Marco, in questo senso, è una sicurezza. In Adelphi trovi diverse poesie kavafisie - tendenzialmente, sono edizioni di pezzi "extravaganti" rispetto al Canzoniere [che, appunto, è in quel classico Mond. a prezzo contenuto]

[Velikic] Ho trovato queste

[Velikic] Ho trovato queste righe sull'inserto Extra de Il corriere del ticino a firma di Sergio Roic a proposito de "Il muro del Nord" uscito per Zandonai:

"Ne Il muro del Nord (Zandonai), lo scrittore serbo Dragan Velikic, grande conoscitore del mondo mitteleuropeo, mette in scena un complesso ma molto riuscito gioco di rimandi tra alcuni personaggi che hanno caratterizzato la storia di quel vasto territorio che corrisponde grosso modo all'area dell'Europa un tempo dominata o influenzata dall'impero austroungarico. Se il rifugio da una guerra lacerante non può che essere Vienna, lo scrittore-simbolo di una certa irrequietezza esistenziale e culturale non può che essere James Joyce, il grande irlandese divenuto triestino. L'intreccio tra personaggi all'apparenza, ma solo all'apparenza, lontani permette a Velikic, che non a caso è stato pure ambasciatore serbo a Vienna, di tracciare quelle linee di congiunzione che, in Mitteleuropa, a volte arrivano ad offrire una sorprendente ragnatela di perle letterarie.

[velikic] "Il muro del Nord"

[velikic] "Il muro del Nord" è stato appena tradotto in IT dalla solita Zandonai - sarà una delle ultime scelte della felice direzione di Giuliano Geri: e a proposito, ancora solidarietà al bravo letterato Geri, e complimenti per il suo lavoro. Detto ciò - è un libro non proprio lineare, come già "La finestra russa", ma con diversi momenti di buona potenza espressiva e apprezzabili reminiscenze letterarie.  Il mio preferito rimane "Via Pola". A tutti suggerirei di partire da là...

[il muro del nord] non mi ha

[il muro del nord] non mi ha lasciato entusiasta, nei mesi scorsi. Parere simile leggo su "Cabaret Bisanzio": http://www.cabaretbisanzio.com/2012/03/20/muro-nord-dragan-velikic/ - direi che "Via Pola" rimane il suo massimo risultato autoriale, ad oggi - almeno tra quanto abbiamo potuto leggere in traduzione.

[pola] sul "Piccolo" di

[pola] sul "Piccolo" di oggi: "POLA. Meno male che ci hanno pensato i Romani alcuni millenni fa, altrimenti in Croazia non ci sarebbe alcun monumento in grado di autofinanziarsi, cioè di vivere con i biglietti dei visitatori. Il monumento in questione, naturalmente, è l’Arena. I numeri esposti da Darko Komso, giovane direttore del Museo archeologico dell’Istria che gestisce l’anfiteatro, parlano chiaro: nei primi sei mesi dell’anno i visitatori sono stati 162mila, il 10% in più rispetto all’ analogo periodo del 2011. E fino alla fine del 2012 le proiezioni prevedono 300mila visite per un incasso pari a 1,3 milioni di euro. Ovviamente i mesi più redditizi sono luglio e agosto. Lo scorso mese, precisa Komso, i visitatori sono stati 70mila e gli incassi hanno raggiunto i 260mila euro. Sicuramente a far lievitare le cifre è stato il Festival del cinema che quest’ anno ha fatto registrare un numero record di spettatori, molti dei quali tornati poi in Arena per una suggestiva visita notturna. Malgrado il caldo insopportabile, c’è sempre una coda di persone dinanzi allo sportello, che non vogliono assolutamente rinunciare a un tuffo nella storia antica. E che dire delle comitive di villeggianti giapponesi che dentro e attorno all’ Arena scattano migliaia di fotografie per immortalare un momento delle loro vacanze che difficilmente si ripeterà? Le guide turistiche del posto si soffermano soprattutto a raccontare le lotte dei gladiatori che lasciano i visitatori ascoltano a bocca aperta. E intanto si preparano a entrare nel monumento i gladiatori dell’età moderna che sicuramente se le daranno di santa ragione. Ci riferiamo alle due partite di hockey su ghiaccio della squadra del Medvescak di Zagabria che in settembre giocherà due incontri del campionato regionale Ebel nel quale sono impegnate le formazioni di Croazia, Austria e Slovenia. Il giorno 14 l’Arena ospiterà il Tilia Olimpia e due giorni dopo l’UPC Vienna Capitals. Ci sarà posto per 14 mila spettatori e i biglietti stanno andando a ruba. Il prezzo non è poi neanche tanto popolare: si va da un minimo di 25 a un massimo di 85 euro per la loggia Vip. Sarà la prima volta che in un anfitetatro si giocherà a hockey su ghiaccio. Il costo della manifestazione si aggira sui 460 mila euro, coperti interamente dalla vendita dei biglietti, dai diritti televisivi e dagli sponsor. (p.r.)"

> fonte,  http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/08/15/news/boom-di-visitatori-all-arena-di-pola-162mila-in-sei-mesi-1.5550008

 

[Pola] Scriveva Giani

[Pola] Scriveva Giani Stuparich: "L'esodo di Pola è un'infamia che non si cancella col cercare di parlarne poco, un grido umano che risuonerà per secoli a vergogna di chi lo ha strappato dalle viscere di una popolazione innocente, anche se si tenta di attutirlo e soffocarlo. Ma non si procede sulla via della civiltà, ammettendo o rassegnandosi che l'ingiustizia possa continuare a perpetuarsi, come ai tempi della barbarie [...]. Nessuna propaganda, nessun artificio può smuovere la maggioranza d'una popolazione numerosa ad abbandonare le proprie case, i propri campi, le proprie officine, i propri cimiteri, la propria vita. Soltanto una vera, radicata paura di perdere tutto ciò che è essenziale alla condizione umana, la paura d'essere snaturati, può far sì che i cittadini d'una città si precipitino fuori delle sue mura, abbandonino le cose più dilette, spezzino la continuità della propria vita, come per sfuggire al pericolo d'un ciclone distruttore e livellatore che avanzi minaccioso" 

[ritrovato in Bernardi, "Istria d'amore", Santi Quaranta, Treviso, 2012]