Velićković Dušan

Serbia hardcore

Autore: 
Velićković Dušan

La scrittura di Dušan Velickovic, giornalista ed editore serbo, è un'iniezione di intelligenza, misura e semplicità. L'artista cerca le parole per rappresentare lo sconcerto, il dolore, la paura, l'angoscia di uno Stato che stava sprofondando. In certi frangenti, la sua scrittura è più vitale e illuminata ancora, illuminata dalla comprensione che non esiste senso nella violenza, perché ogni violenza finisce per riprodursi all'infinito. “È così: oggi i serbi scacciano gli albanesi e la NATO bombarda i serbi, domani gli albanesi scacciano i serbi, dopodomani...” (p. 84).

 
Siamo nei giorni tristi e terribili del bombardamento americano. Le bombe massacrano Belgrado. I bombardamenti diventano parte della quotidianità: il pericolo di morire è la normalità. Si scrive come fosse parte di un'autoterapia, per fronteggiare la follia e la disperazione, per illudersi di poter fermare il tempo. Si attende, senza sapere precisamente cosa si stia attendendo (p. 39).

Le bombe sono cadute a poche centinaia di metri da casa, all'angolo delle vie Vardarska e Maksim Gorkij. Una ragazza di vent'anni ha perso la vita. È stata sepolta con l'abito da sposa due giorni dopo. Era la trentaseiesima notte dall'inizio dei bombardamenti. L'anno non era il 1984. E non combattevamo contro l'Oceania o l'Eurasia. Semplicemente, ci avevamo fatto l'abitudine” (p. 22).

Belgrado, Serbia. Frammenti diaristici, rapidi, secchi ed essenziali, suddivisi in due parti: “Amor Mundi” e “Portofino”. Amor mundi (Hanna Arendt): in tempo di guerra, riflettere sul rapporto tra condizione umana e amore del mondo è difficile: il problema primo è trovare da mangiare, sperando non si tratti di niente di radioattivo. Portofino: post terrore, osservare e decifrare prospettive e speranze e stato delle cose in una nazione scombussolata e ferita a morte, ma non sconfitta e non distrutta. La narrazione prende piede dalla descrizione di una gioventù serba americanizzata e negligente, fuori da una discoteca, nel 1999, mentre la questione del Kosovo non viene risolta; mendaci promesse governative di rispettare la libertà di stampa, e angoscia del popolo tutto. L'America mostra i muscoli. Sono minacce pesanti.

Tranquillanti venduti come fossero noccioline. Sedativi e alcolici per cancellare i pensieri: per disintegrare la coscienza della caducità di tutto, della possibilità di morire in un momento. Senza senso. Primi allarmi aerei, i cittadini si sintonizzano sulla CNN per scoprire cosa sta accadendo. Belgrado come Baghdad. Diciottesimo giorno di bombardamenti. Patriottismo e disperazione. I serbi indossano maglietta con su scritto “target”; vogliono diventare scudi umani. Intanto, la stampa ostile al governo subisce intimidazioni. C'è chi, come l'editore Curuvija, si ritrova assassinato per difendere la sua coerenza e la sua onestà. È pericoloso passare per “traditori” nei giorni in cui la patria sta per morire. Ecco che “non c'è più differenza tra giornali di regime e quelli indipendenti. Le trasmissioni televisive sono tutte uguali. Molti hanno fretta di mostrare la loro lealtà, il loro patriottismo, l'odio verso il nemico” (p. 33). La propaganda sostiene che la Serbia sta difendendo il mondo intero (p. 53). La libertà è come “un granello di polvere nascosto tra le righe” (p. 54).

La corrispondenza viene severamente controllata. Chi riceve lettere dall'estero deve firmare. Non importa che siano raccomandate. C'è qualcuno, tra i cittadini, che per sopravvivere alla povertà si dedica al mercato nero, al contrabbando: sigarette, benzina, oro. Il narratore si domanda se è il caso di vendere la macchina per avere qualche soldo, comprare da mangiare. Evita, perché l'automobile potrebbe servire per fuggire.

Dušan Velickovic non credeva che la Yugoslavia potesse cadere. Credeva la sua nazione fosse parte dell'Europa, che non avrebbe potuto dissolversi ma al limite confederarsi. Non è stato così. Credeva che quello di Tito fosse – con sagge virgolette - “totalitarismo morbido”. Clinton, in quei giorni (p. 63) parla ai serbi e dice che Tito era uno “statista saggio”: nel periodo del suo governo a Belgrado si viveva in pace. Ma la verità è un'altra:

Ai tempi di Tito il mio Paese mostrava all'Occidente, la fonte dei suoi crediti, un volto quasi liberale, mentre la lealtà all'Est, la fonte del suo potere reale, veniva dichiarata per mezzo della limitazione di quelle stesse libertà decantate agli occidentali” (sempre p. 63). Leggere Sartre significava essere democratici. Ghignate da tutto l'Occidente.

Nella parte seconda, annunciata da un'eclissi solare e dalla sinistra confezione mediatica studiata dal governo per parlarne, va giù il muro di Belgrado: “Non era fatto di malta e mattoni, non poggiava sul basamento ideologico della guerra fredda. Il nostro muro era stato costruito sulle bugie, sul nepotismo e sulla repressione. Il nostro era il muro della stupidità” (p. 109): è il 5 ottobre 2000, le unità speciali dell'esercito disertano gli ordini, un milione di cittadini s'avvicina all'Assemblea Nazionale. Radio e redazioni dei quotidiani vengono liberate. Si torna a pronunciare la verità. Il dolore si scioglie, lento, ma il dubbio sulla natura di tutto quel che è accaduto e sta accadendo, processo all'Aja incluso, non lascia tregua. Velickovic torna progressivamente a pensare al suo vecchio mondo artistico e intellettuale, tra incontri del PEN e festival musicali; l'Europa diventa – torna a essere – un traguardo, per la sua Serbia democratica. Ma non tutto fila per il verso giusto. Il premier democratico Dijndjic viene assassinato (2003) da uomini di Milosevic (toccante la commemorazione, pp. 166-167). Il sogno della libertà e dell'armonia si infrange una volta ancora sulla montagna del male.

Eppure la verità vagisce, e pretende ascolto. I serbi la vogliono cercare, ascoltare, gridare. DV riesce a dare voce a questo sentimento. Curiosamente, poco più avanti, è un'amica giornalista italiana a confondere nuovamente le acque della verità: prima ne pronuncia una gigantesca e incontrovertibile, parlando del governo Berlusconi in Italia (“controlla tutto quanto”, a livello mediatico), poi dimentica da chi è formata la sua maggioranza, offrendo una strana spiegazione (“i neofascisti guadagnano sempre più consensi”): mi preme molto ricordare o segnalare alla giornalista Valeria che Berlusconi era il delfino di Craxi, Partito Socialista Italiano (altro che destra!); che parte dei suoi quadri proviene dalle file del Partito Comunista & derivati, del Partito Socialista e della Democrazia Cristiana; che sua alleata principe è la Lega Nord, unita a parecchi papalini e a ciò che rimane di un partito di destra, Alleanza Nazionale, da tempo schierato in posizione antifascista e tutt'altro che nostalgica. Il potere di Berlusconi è molto più sinistro di quanto gli ex compagni vorrebbero far credere. La destra è ben altra cosa, e nulla a che fare con Berlusconi. Niente. Niente. Non stanchiamoci di ripeterlo. Questa sua coalizione è una farsa socialista-cattolica-filoamericana: una riedizione totalitaria (totalitaria morbida, per ora) del pentapartito. Punto.

Ciò detto. Libro importante, intelligente, commovente. Solidarietà ai democratici serbi è sentimento principe nel lettore: si direbbe, leggendo Dušan Velickovic, che sappiano e vogliano essere altro dai titini e dai filoamericani. Che si stiano battendo, con dignità e onestà, per una patria libera, democratica e nuova. Che il destino sia gentile, allora. Subito.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Dušan Velickovic (Belgrado, 1947), giornalista, scrittore, editore serbo.

Dušan Velickovic, “Serbia hardcore”, Zandonai, Rovereto 2008. Collana “I piccoli fuochi”. Traduzione di Sergej Roic. Nota di Nicole Janigro. 

Prima edizione: “Srbija hardcore”, 2007. Approfondimento in rete: Open Democracy
 

Gianfranco Franchi, ottobre 2008.

ISBN/EAN: 
9788895538174

Commenti

Du?an Veli?kovi?!

Berluska è anche filorusso. Diciamo che prende il peggio dell'andreottismo in politica estera, giocando di sponda allo scopo di ricavare vantaggi di breve periodo. Lo ha ricordato in un bel editoriale sul Riformista anche Andrea Romano nei giorni della guerra in Georgia.
Meditate gente, meditate.

Sacrosanto.

Hai letto la polemica di Guzzanti padre, sul tema?
"Nauseato"...

spero che qualcuno si svegli. si chiamano popolo delle libertà e il loro leader difende Putin!!

L'ex capo del KGB.
Autentico democratico.

ma sulla russia c'è un trasversalismo inquietante. L'ho detto, l'ho scritto e lo scriverò. E intanto Putin con il divide et impera ha diviso Tymoshenko da Yushchenko e cerca di riprendersi l'ucraina.

(ma quando stanno assieme spuntano fuori certi cappelli mica male.
i159.photobucket.com/albums/t158/rude_bad/blog/politici/berlusconi/berlusconi_putin.jpg
un po' mi fanno invidia)

7. Non passerà. L'Ucraina non si tocca.

E l'Europa esangue - ectoplasma di burocrati - sta a guardare!! Che vergogna!!

L'Ucraina non si tocca! Parole sante

8, agaghahshfadfarara

10. L'Europa deve reagire e reagirà.
Non posso credere che riconsegniamo l'Ucraina ai comunisti. Basta...

http://datelinebucharest.com/wp-content/uploads/2008/08/berlusconi_putin...

impagabili. Il bello è che il pupazzo di Arcore è altrettanto amicone di Bush. Forse con Stalin scattava la pompa, non so.

L'Ucraina è un paese dalle profonde radici democratiche ed europee. Donetsk è russofona e filo-putiniana perchè è stata a suo tempo russificata a suon di carestie pianificate, gulag etc. Ma la gente si sta svegliando anche all'Est dell'Ucraina. Basta non spaventarli troppo con la NATO, quelli del Donbass. Anche se di fronte ad una Russia totalitaria, Yushchenko ha dovuto appellarsi alla NATO, se non altro per intimidire i russi. E comunque Gianfranco, io lo so che tu non ami troppo gli yankee, ma se l'Europa non difende i fratelli ucraini, è giocoforza che lo facciano gli americani. Se L'Europa difendesse veramente le proprie radici, non lascerebbe Ucraina e Georgia in balia dell'orso russo.

Confido nell'Europa.
L'America torni alla dottrina Monroe.
http://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_Monroe

com'era in principio. Danni ne hanno fatti a oltranza, ora basta.
Dai, fiducia nell'antico sogno dell'Europa unita.
E magari ci si estende sino a San Pietroburgo...

Io posso essere d'accordo anche con la dottrina Monroe. Ma i discorsi che si fanno oggi in Europa mi spaventano. La tolleranza verso la democratura putiniana è intollerabile. Kyiv è Europa. Mosca no! A Mosca iniziano le steppe, i mongoli, l'Asia con tutto ciò che comporta in termini di mancanza di democrazia, diritti civili. Lì l'individuo non esiste. Gli uomini vengono sacrificati per disegni diversi. Chiamalo zarismo, ortodossia del patriarcato moscovita, stalinismo. Il risultato è sempre lo stesso: l'uomo è annullato.
certo sarebbe bello che certi principi arrivassero anche nella Federazione. Ma mi accontenterei che la Russia lasciasse Ucraina e Georgia al proprio destino.

Aiutaci a capire e sapere di più.
Ti saremo totalmente riconoscenti. Scrivi pezzi nuovi appena puoi. Ripubblica (e adatta) oldies.

Daje Max.

Una volta pubblicato, spero presto, il Blues... mi cimenterò con qualcosa di molto diverso che va proprio nella direzione da te auspicata. raccontare agli italiani cosa è successo in questi anni in Ucraina. Leggendo la stampa italiana non si capisce niente!!!

splendido;)

(ao', io primo lettore eh?:) )

leggiti il Progetto russia
www.osservatoriocaucaso.org/article/articleview/9682/1/204

in questo articolo ho cercato di spiegare che se ragioniamo ancora con le categorie di jalta e soprattutto con quelle tutte italiane di destra e sinistra dell'ex URSS non capiamo nulla!!

bravo Max. Volo a vedere. E grazie...

splendido articolo, letto d'un fiato. imparo quotidie

e io da te, amice.
Semper.

Scrivi amice! Crea!

13. attento a parlare di "comunisti":-)
gran pezzo, bei commenti, per non dire dei links!!!!
ciaz.

Ho apprezzato molto il pezzo, perché la tua è una scrittura - che sia piena di rabbia o di ammirazione - estremamente appropriata e affascinante.
I Serbi che ho conosciuto dalle mie parti erano pieni di arroganza e nostalgia per l'ancién régime... da brivido.
Fa piacere sapere che non sono tutti così.
Io però tanta tenerezza nei confronti del popolo serbo non riesco proprio a provarne.

27. ahaha:))).
Olè.

28. Grazie cara. Condivido. Per questo ho evidenziato che DV ha un approccio da "terza via". Pensando ai serbi mi viene in mente una persona positiva: la balia del dalmata Bettiza.

:)

And, visto che collane, Zandonai?
www.zandonaieditore.it/collane.php?id=2

Attentato contro due giornalisti in Croazia: il direttore del settimanale di politica Nacional, Ivo Pukanic, e il direttore del marketing, Niko Franjic, sono rimasti uccisi. I due sono morti a causa dell'esplosione di una potente bomba piazzata sotto l'auto di Pukanic. Il direttore del settimanale, 47 anni, era anche presidente dell'Ncl Media group. Il presidente delle Croazia, Stipe Mesic, ha ammesso che «il terrorismo è diventato una realtà nelle strade della nostra capitale». Per il presidente croato, «è giunto il momento di ristabilire la legge e la sicurezza dei cittadini contro i criminali, i terroristi, la mafia». E il primo ministro, Ivo Sanader, ha detto che non permetterà «che la Croazia diventi Beirut». Dura condanna da parte dell'Ue. Olli Rehn, commissario Ue all'allargamento, ha «fermamente condannato l'attacco criminale che ha ucciso due giornalisti». Anche la stampa croata ha manifestato viva preoccupazione per la situazione nel paese. «Terrorismo», titola il quotidiano Jutarnji List che parla di «vittoria del crimine organizzato contro lo Stato». Duro anche il titolo di Vecernji list: «I criminali al potere in Croazia». Per il Novi List, «siamo in una vera guerra e non se ne intravede la fine». L'uccisione dei due giornalisti non è che l'ultimo atto di una serie di episodi di violenza che stanno insanguinando la Croazia: all'inizio di ottobre nelle strade della capitale croata il crimine organizzato ha ucciso Ivana Hodak, figlia del notissimo avvocato Zvonimir Hodak. Di fronte a questo susseguirsi di omicidi a carattere mafioso, si erano già dimessi i ministri dell'Interno e della Giustizia.

(fonte: UNITA'. Croazia non meno hardcore)

la democrazia non si improvvisa. peraltro anche nella nostra italietta succedono queste cose.
Reggio calabria faceva più morti ammazzati di Beirut 10 anni fa. Comunque non ho certo nostalgia del Maresciallo Tito. Credo neanche Gianfranco. Zagabria è mitteleuropa, non soviet!!

Quoto pieno.

Un giorno occorrerà raccontare chi era il maresciallo Tito. Vero Gianfranco?

Negli anni qualche seme l'ho lasciato. Tito è mio nemico mortale.
Sono convinto che il tuo contributo regalerà grandi frutti.

non era in fondo molto diverso da stalin, solo più furbo. Giocava di sponda tra America e URSS.... Poi è chiaro il discorso è molto più lungo e complesso. Ma occorre farlo.

www.lankelot.eu/index.php/2007/01/21/karlsen-spadaro-laltra-questione-di...

e

www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=trieste

Sì.