Vargas Llosa Mario

Appuntamento a Londra

Autore: 
Vargas Llosa Mario

Una pièce teatrale. Due soli personaggi ed un abile, intrigante gioco di identità. Perché, come Vargas Llosa vuole farci intendere, chiunque può essere chiunque e, soprattutto, chiunque può immaginare di essere chiunque.
Londra. Prestigioso hotel cittadino. Chisaps, un ricco uomo d’affari peruviano, è nella sua stanza. Apre la porta ad una donna. Lei è Raquel. Dice di essere la sorella di Pirulo Saavedra. Una donna piacente ed affascinante che giunge improvvisamente: Ho visto sul Financial Times che eri qui, per questa riunione. E all’improvviso ho avuto voglia di vederti, di ascoltare la tua voce.
Chispas e Pirulo erano stati grandissimi amici. Si erano conosciuti a scuola, a Miraflores, e per anni avevano condiviso la loro vita. Poi un episodio, un pugno sferrato da Chispas a Pirulo, li aveva allontanati, senza una parola, senza riconciliazione. Trentacinque anni di nulla e poi l’arrivo di Raquel. Sorella del suo amico. Ma Chispas non l’ha mai vista, non ha mai sentito parlare di lei, non ha mai saputo che esistesse. Chi è?
Lei conosce dettagli essenziali del rapporto di amicizia tra Chispas e Pirulo. Descrive parole, luoghi, ricordi. Troppi. Dice di averli appresi da suo fratello ma Chispas non sa crederle: non me la bevo. Anzi, guarda: non credo a una sola parola di quello che hai detto. Ho molti difetti, ma non sono fesso. Non è facile raccontarmela, te lo assicuro.
La verità. Ecco cosa vuole Chispas. Perché quella donna è lì, davanti a lui? Perché gli sta raccontando tutte quelle storie?
Poi l’uomo capisce da sé. Ci sono pause di disagio. Silenzi in cui un “bene, bene, bene” raccoglie le idee ed illumina, fatalmente, la coscienza. Raquel è Pirulo. Pirulo è diventato Raquel: La verità è che incredibile, Pirulo. Voglio dire, Raquel. Scusa, scusa, ma mi capita così quando sono nervoso. Mi vengono degli attacchi di risa.
Un’operazione, anzi più di una, e Raquel è diventata se stessa. Quello che è sempre stata: una donna. Difficile farlo intendere al suo migliore amico, ma è ciò che fa Raquel. La chiamano chirurgia di rassegnazione sessuale. Ed è a grazie al pugno che Pirulo aveva avuto il coraggio di andarsene, di rompere con la sua identità sbagliata e riprendersi quella autentica.
Rimandi di confessioni, ricordi, lettere mai spedite e rimproveri. Poi una musica sentimentale, come un’apertura nuova, immaginifica. Raquel e Chispas si sono sposati. Un frangente altamente “teatrale”. Come un sogno, come una crepa nel tempo e nello spettro del possibile. Le nozze, il banchetto, la prima notte, la vita insieme. Come avrebbe potuto essere. Dunque è poi Chispas a confidare i suoi segreti, a parlare delle sue donne, dei suoi fallimenti. Anche a letto, irrimediabilmente. Cose che Raquel sembra sapere già. E senza il minimo sforzo.
Il teatro è moltiplicazione di tempi, di finzioni. Anche se apparentemente verosimili. “Appuntamento a Londra” (titolo originale “Al pie del Támesis”) ha subito, come spiega lo stesso Vargas Llosa, tante mutazioni prima di arrivare a compimento. Senza dubbio la scena teatrale è lo spazio privilegiato per rappresentare la magia di cui è intessuta anche la vita della gente: quell’altra vita che inventiamo perché non possiamo viverla davvero, ma solo sognarla grazie alle splendide menzogne della finzione
 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE   

Mario Vargas Llosa è nato ad Arquipa, in Perù, nel 1936. I primi dieci anni della sua vita li trascorre in Bolivia per poi tornare nel suo Paese d’origine. Studia prima a Lima, poi a Madrid dove si laurea. Va a vivere a Parigi e diviene amico di Sartre. Collabora con varie testate giornalistiche. Il suo libro “La città e i cani” (1963) ottiene un grande successo, ma a Lima viene giudicato dissacrante e bruciato in piazza. Vargas Llosa è autore di decine di romanzi, poesie, testi teatrali, saggi, articoli, sceneggiature cinematografiche. Ha tentato anche l’avventura politica: nel 1990 si era presentato alle elezioni presidenziali peruviane, ma venne sconfitto da Fujimori. Vargas Llosa vive a Londra.

Mario Vargas Llosa, “Appuntamento a Londra”, Einaudi, Torino, 2009. Traduzione di Ernesto Franco.

ISBN/EAN: 
9788806200732

Commenti

neo MONNA!

le mie letture su Vargas Llosa risalgono a molti anni fa...alcune cose mi piacquero altre no...per me non è ancora giunto il momento di riprenderlo in mano, ma grazie per quest'introduzione...:)

E' il primo testo di Vargas Llosa che leggo. Sono partita da un'opera teatrale. Mi è piaciuto molto. Penso che dovrò dedicarmi ad un romanzo la prossima volta. Vedremo...

[Vargas] Doppio incipit.

[Vargas] Doppio incipit.

[vargas nobel 2010] Il premio

[vargas nobel 2010] Il premio Nobel per la letteratura 2010 è stato assegnato allo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa.  Secondo la motivazione resa nota dall'Accademia svedese, lo scrittore settantaquattrenne peruviano ha ricevuto il più prestigioso riconoscimento letterario per "la sua cartografia delle strutture di potere e le sue immagini taglienti della resistenza, rivolta e sconfitta degli individui". Classe 1936, nato ad Arequipa in Perù è anche uno strenuo difensore dei diritti civili che si prodiga a tale scopo nell’attività pubblica e politica. http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=146047

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[vargas llosa] carichiamo in prima!

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[vargas llosa] per approfondire, ottima la pagina di wiki inglese: http://en.wikipedia.org/wiki/Mario_Vargas_Llosa

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[vargas llosa] mi avete preceduto (-:

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[vargas llosa] revival nei giorni a venire? C'è qualche candidato?

[vargas llosa] repubblica di

[vargas llosa] repubblica di oggi, on line:

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/10/07/news/nobel-7817...

Mario Vargas Llosa è il primo scrittore peruviano a vincere il premio Nobel per la letteratura. Da anni nella lista dei favoriti, l’autore ha surclassato quest’anno gli altri concorrenti in lizza secondo i boomaker: Cormac McCarthy, l’eterno Philip Roth e il keniota Ngugi wa Thiong’o, dato per vincente dalle quotazioni dell’ultima settimana. Gli Stati Uniti, insomma, sono rimasti ancora a mani vuote a diciassette anni dalla vittoria di Toni Morrison.

Premiato per la descrizione della «cartografia delle strutture del potere, le sue trancianti immagini di resistenza individuale», Vargas Llosa rappresenta anche il rinnovato interesse internazionale per gli autori sudamericani. E non è un caso che un paese come l’Argentina sia in questi giorni protagonista alla Buchmesse di Francoforte.

Autore di commedie e romanzi, ma anche saggista e polemista, il neo premio Nobel, nato ad Arequipa nel 1936, è uno degli scrittori più apertamente “politici” del Sudamerica: nel 1990 si candidò alle elezioni presidenziali venendo sconfitto per pochi voti. «L’ho fatto perché il Perù aveva una democrazia debole e vacillante, minacciata dalla rivoluzione terroristica di “Sendero luminoso”», disse.

Ma la politica attraversa in modo esplicito o meno tutta la sua attività:
La città e i cani, l’esordio del 1963, che in Perù viene bruciato in piazza, è ambientato in un collegio militare di Lima. Lui stesso da ragazzo studia in un istituto del genere. Il percorso formativo si conclude però a Madrid, ma la vera attrazione è Parigi, dove si trasferisce negli anni Cinquanta. Qui frequenta quello che definirà “il piccolo valoroso Sartre”.

E l’amicizia con il filosofo francese non sarà senza frutti e influenze nella poetica. Se García Márquez incarnerà il capofila del realismo magico latinoamericano, Vargas Llosa rappresenterà l’altra faccia della letteratura del suo continente. Come Márquez, però, si avvicina alla rivoluzione cubana, pur mantenendo una posizione critica.

La casa verde, Pantaleon e le visitatrici, Conversazione nella Cattedrale e, soprattutto, La zia Julia e lo scribacchino, pubblicati in Italia da Einaudi, sono le opere che gli danno la notorietà e vengono tradotte in tutto il mondo. L’ultimo titolo in particolare racconta dell’amore del giovanissimo Mario per la sua zia acquisita, più anziana di quattordici anni. Tutta la storia è accompagnata dalla passione per la letteratura che anima il protagonista, aspirante scrittore che trova ispirazione in Pedro Camacho, popolarissimo autore di romanzi radiofonici che calamitano l’attenzione del paese intero. Mario e Julia convoleranno a giuste nozze proprio come accaduto nella realtà a Vargas Llosa e sua zia. Autobiografia o fiction? «Non ho mai preteso di essere aneddoticamente fedele a certi fatti e a certe persone anteriori ed estranee al romanzo. In entrambi i casi, come in tutto quanto ho scritto, sono partito da alcune esperienze ancora vive nella mia memoria e stimolanti per la mia immaginazione e ho fantasticato qualcosa che riflette in modo molto infedele quei materiali di lavoro», scriverà l’autore ne La verità delle menzogne, confondendo le acque.

Ha detto Vargas Llosa: «Uno scrittore ha anche una responsabilità politica e civile: quella di partecipare in un modo o nell’altro ai dibattiti pubblici. Per questo, mentre facevo il giornalista e lo scrittore, al tempo stesso difendevo in pubblico la democrazia e la libertà». E questo forse è il vero motivo per cui l’Accademia gli consegna il Nobel. Perché mentre la nuova generazione degli autori sudamericani si riappropria della storia dei loro padri - fatta di golpe e dittatura - è bene celebrare chi l’assenza di libertà l’ha patita sulla pelle e quindi raccontata. 
(07 ottobre 2010)

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/10/07/news/nobel-7817986/

[vargas llosa] scrive oggi

[vargas llosa] scrive oggi Luciano Lanna sul Secolo d'Italia:

Il Nobel a Vargas Llosa. E l'egemonia?
 

Luciano Lanna
Stavolta arriva addirittura da Stoccolma la smentita alla ormai insopportabile litania sulla persistenza di un'egemonia culturale di sinistra che continuerebbe, nonostante tutto, a esercitare un dominio incontrastato sul piano planetario. Il premio Nobel per la letteratura 2010 è stato infatti assegnato a Mario Vargas Llosa, il grande romanziere peruviano che sin dagli anni Sessanta, a partire da una polemica pubblica con la moda del castrismo allora in voga, si collocò decisamente dall'altra parte rispetto alla vulgata progressista. E che, contemporaneamente alla sua produzione narrativa, si è impegnato in un'attività pubblicistica favorevole a una nuova cultura liberale e, nel 1990, scese addirittura in campo in prima persona presentandosi alle elezioni presidenziali del suo paese contro Alberto Fujimori.
È stato anche giornalista e commentatore per la stampa internazionale e il fatto che molti suoi articoli scritti per El Pais siano stati tradotti per anni da la Repubblica deve aver spinto a equivocare molti lettori superficiali qui da noi, gli stessi che magari collegano alla sinistra anche firme come quelle di Pietro Citati o Geminello Alvi che pure sono state o sono ospitate dal quotidiano fondato da Scalfari. Ma anche questo è un sintomo dell'ignoranza che caratterizza certi ambienti...
Fatto sta che il primo a sorprendersi ieri è stato lo stesso Vargas Llosa. «Ancora non ci credo, ho pensato che fosse uno scherzo», ha confessato ai giornalisti dopo aver ricevuto la telefonata ufficiale dell'Accademia di Svezia a New York, dove si stava preparando per una lezione all'università di Princeton. E la sua immediata reazione non è stata da meno: «Ora vado a farmi una passeggiata al Central Park...». Con questo Nobel per la letteratura 2010 del resto sono andate completamente smentite tutte le previsioni della vigilia. In particolare, quelle dei bookie, gli scommettitori di professione, a cominciare dalla più prestiosa società, la Landbrokes di Londra. I pronostici indicavano infatti come grandi favoriti il keniota Ngugi wa Thiong'o e gli statunitensi Cormac McCarthy e Philip Roth. E invece, come è stato due anni fa con il caso analogo, di Jean-Marie Gustave Le Clézio, anche quella giuria svedese che secondo alcuni sarebbe l'ultimo ridotto della nomenklatura letteraria "rossa", una sorta di salotto radical chic espressione del mondo ideologizzato che fu, ha scelto senza pregiudizio premiando la qualità letteraria. Interessante, oltretutto, l'annotazione che il premio è stato assegnato a Vargas Llosa espressamente per la sua «cartografia delle strutture del potere» come recita la motivazione della prestigiosa Accademia.
Primo peruviano a vincere il Nobel, lo scrittore latino-americano ha infatti sempre creduto nella letteratura come "impegno civile" e visto nei demoni della scrittura una forza capace di trasformare la visione della realtà. Sostenitore deciso del principio della libertà politica, ha criticato tutte le forme del populismo caudillista sudamericano e ha spinto a prendere le distanze da qualsiasi «deriva autoritaria che ha l'appoggio popolare». Spiegando esplicitamente, e con uno sguardo rivolto alle derive antipolitiche nella nostra Europa e forse anche in Italia: «Un mondo fatto di persone superspecializzate ma al tempo stesso incolte è un mondo che può più facilmente essere sottomesso e cadere vittima dell'autoritarismo...». E recita uno dei suoi più famosi aforismi di stampo libertario: «In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi e tutto quello che non vi si adatta sembra anormale, un delitto o una malattia». Protagonista della rinascita della letteratura sudamericana insieme al romanziere colombiano Gabriel Garcia Marquez, vincitore del Nobel nel 1982, Vargas Llosa, 74 anni, si fece conoscere per il grande successo nel 1963 con La città e i cani, considerato il suo miglior romanzo. Il libro - pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1967 e ambientato nell'accademia militare di Lima, frequentata dallo scrittore - venne però bruciato in Perù perchè considerato dissacrante. Erano gli anni in cui la Feltrinelli - attraverso l'editor Valerio Riva - stava introducendo da noi i sapori esotici e magici di una certa letteratura sudamericana. Il clima in cui si faceva appunto tradurre Garcìa Marquez: «Lo incontrai - ricordò Riva - mentre stava scrivendo un libro che non si sapeva bene cosa fosse. Era Cent'anni di solitudine, che nei primi mesi del '68 arrivò anche in Italia». E che divenne uno dei libri cult della generazione sessantottina. «Ma era un libro - ha confessato anni dopo Riva - di destra, altro che di sinistra! Quel genere fantasy, l'impianto mitico-nostalgico, quel rivolgersi al passato...».
Comunque, l'esordio di Vargas Llosa - che nel 1993 ha preso la nazionalità spagnola e vive da anni a Londra - risale però alla fine degli anni '50 col libro di racconti I capi. Originario di Arequipa, in Perù, dove è nato nel '36, ha sempre vissuto tra l'America Latina e l'Europa: a Parigi - dove ha frequentato Sartre sul quale è tornato nel saggio Tra Sartre e Camus pubblicato da Scheiwiller - e adesso a Londra. Nel 1976 ci fu la rottura - una vera e propria scazzottata - con l'amico e sodale colombiano Garcìa Marquez: un pugno sferrato per gelosia. Solo tre anni fa il riavvicinamento tra i due scrittori, segnato simbolicamente dalla pubblicazione di un'edizione di Cent'anni di solitudine di Marquez con la prefazione di Vargas Llosa. A maggio 2011 uscirà invece in Italia per Einaudi il nuovo romanzo del premio Nobel 2010: Il sogno del celta, ispirato alla figura del diplomatico britannico e indipendentista irlandese Roger Casement, grande amico di Joseph Conrad.
Luciano Lanna
 

[vargas llosa] intervistato

[vargas llosa] intervistato dal Corriere della Sera, il 20 marzo 2009, parlava di politica. In particolare, di politica italiana. E - sì - grazie a dio non ha nessuna simpatia per l'uomo che ci governa da una vita: tra le primizie, "All’estero si tende a sottovalutarlo: pare impossibile che un personaggio superficiale, poco colto, che offre poche credenziali sul piano etico, abbia governato per tre volte un paese sofisticato come l’Italia."

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_marzo_20/silvio_ultimo_caudillo_23877...

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MADRID—Mario Vargas Llosa, Grande Vecchio della letteratura mondiale e del liberalismo, sta lavorando al prossimo romanzo, ambientato tra l’Africa e Londra, al tempo del genocidio rimosso dei belgi in Congo. Sul tavolo ha i giornali europei che danno conto del nuovo partito fondato da Silvio Berlusconi. L’occasione per una disamina politico- culturale sull’Italia e non solo, nell’anno della crisi.

Qual è il suo giudizio sulla figura di Berlusconi? È davvero un uomo di destra?
«Berlusconi è un caudillo. Una figura scomparsa da tempo, di cui nessuno si attendeva il ritorno sulla scena della storia. Non solo: Berlusconi è un caudillo sui generis. Un caudillo democratico. Non ha nulla dell’autoritarismo di Mussolini. Il suo tratto pubblico è semmai l’ilarità, la battuta, la barzelletta. È un istrione che a volte si presenta come un clown. Ma gli va riconosciuto uno straordinario olfatto politico. Così come bisogna riconoscere che si è mosso dentro i parametri democratici; centrando i suoi obiettivi. Ha unificato per la prima volta la destra, da sempre divisa in fazioni che non si riconoscevano le une con le altre. E ha sconfitto più volte la sinistra italiana, vale a dire la più poderosa dell’Occidente».

A dire il vero, la sinistra italiana di sconfitte ne ha collezionate molte.
«Ma ha sempre esercitato un’egemonia culturale. Aveva dalla sua parte alcuni tra gli intellettuali e gli artisti più importanti d’Europa. E, nel ’94, pareva sul punto di prendere il potere. Ma sulla sua strada ha incontrato Berlusconi».

Lo storico Piero Melograni sostiene che Berlusconi è l’uomo che chiude la Guerra fredda italiana, con la sconfitta definitiva del comunismo nostrano, e chiude la rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite. Condivide?
«Sì. Guardi, come avrà capito, a me Berlusconi non è simpatico...»

L’ha mai incontrato?
«Una volta sola, al matrimonio tra Agag e la figlia di Aznar, ma non ci siamo parlati. All’estero si tende a sottovalutarlo: pare impossibile che un personaggio superficiale, poco colto, che offre poche credenziali sul piano etico, abbia governato per tre volte un paese sofisticato come l’Italia. All’inizio pareva un opportunista, mosso dall’istinto del potere e dell’interesse personale. Però devo riconoscere che Berlusconi ha dimostrato un talento politico eccezionale. I suoi governi hanno garantito all’Italia ordine, stabilità, continuità. E hanno mandato all’opposizione una sinistra che avrebbe fatto del male al Paese».

Il centrosinistra si è unificato nel Partito democratico, ma non vede crescere i propri voti. È un esperimento già fallito?
«La sinistra italiana è un anacronismo. Non si è accorta di vivere in un mondo completamente mutato. È vecchia. I suoi uomini sono sempre gli stessi. Le sue idee sono state pensate in tempi remoti. Ha bisogno di un rinnovamento profondo. La sua debolezza è un guaio per Berlusconi e per il Paese. Senza un’opposizione forte, la democrazia è in grave pericolo».

I critici di Berlusconi ricordano che non ha ancora sciolto il conflitto di interessi, che fa di lui l’unico capo di governo a possedere tv e giornali. I suoi difensori sostengono che il conflitto è stato sanato dal voto degli elettori. Lei cosa ne pensa?
«La cosa più grave non è il conflitto di interessi, ma il fatto che agli italiani palesemente non importi nulla. Berlusconi non sarebbe lì senza le sue tv. La sua è la vittoria della cultura dello spettacolo; anzi, lui stesso è lo spettacolo. Perciò non venderà mai. Anche questo è un segno dell’involuzione etica della democrazia, evidente in tutto il mondo. L’Italia ha anticipato una questione che ci riguarda tutti».

Ora che è nato un partito dal 40%, come in Italia non si vedeva dai tempi della Dc, il berlusconismo sopravvivrà a Berlusconi?
«No. I partiti carismatici sono effimeri: non stanno insieme senza il carisma del leader. Il Pdl è come una bouillabaisse: saporita, ma eterogenea. Ci sono i conservatori e i riformatori, gli statalisti e i liberali, i cattolici e i radicali, gli uomini della vecchia destra e gli ex socialisti. Berlusconi non ha luogotenenti né delfini, né li può avere. Lui è irripetibile. Autoreferenziale, perché il suo unico riferimento è se stesso. Solo un Berlusconi jr potrebbe succedere al padre. Ma l’Italia non è la Corea del Nord».

Come valuta l’evoluzione dell’altro socio del Pdl, Alleanza nazionale, il partito erede del postfascismo?
«Stimo Fini. Una persona seria. È stato bravo a portare il suo partito dal fascismo a una destra moderna. Ma è un hombre de gabinete. Un uomo di apparato. Non sarà il successore di Berlusconi, e il primo a saperlo è lui».

Il Pdl è alleato con la Lega Nord. Come le pare Bossi?
«A differenza di Fini, Bossi ha carisma. Ma per ovvi motivi non sarà mai un leader nazionale. La sua è una forza di rottura, pericolosa in uno Stato dalla storia breve come l’Italia. Però la prima vittima di Bossi è la sinistra. Perché la Lega ha un elettorato popolare».

Cosa pensa della nuova destra che si ritrova nel partito popolare europeo? Sarkozy le piace?
«È un personaggio carismatico, con una vena populista, peraltro radicata in Francia fin da De Gaulle e Mitterrand. Ma è dinamico, affronta i problemi, ottiene risultati. E sta integrando la Francia nel resto del mondo, ricuce con l’America, torna nella Nato».

E Angela Merkel?
«Magnifica. Il leader europeo più sensato. Non è carismatica, il che per me rappresenta una qualità, perché significa che non è pericolosa. È invece democratica, diligente, flessibile. Sa lavorare in squadra. Era molto che la Germania non aveva una guida così».

A Londra voterebbe Gordon Brown o Cameron?
«A Londra sono maturi i tempi per l’alternanza. La maggioranza degli inglesi vuole Cameron, e credo l’avrà».

In Spagna che succede? Zapatero è in difficoltà?
«Grave difficoltà. È andato incontro spensierato al ciclone senza vedere le nuvole che si addensavano sulla sua testa. La crisi in Spagna è a uno stadio molto avanzato, e le prossime elezioni europee —le più importanti della storia non solo a Madrid, perché arrivano in un momento topico — potrebbero sancire il sorpasso dei popolari. L’unica nota positiva per Zapatero è che, per la prima volta, i partiti costituzionali superano i nazionalisti e sono maggioranza nel Paese basco».

Il leader del Pp Rajoy le piace?O era meglio Aznar?
«Rajoy è migliore come uomo di governo che come uomo da campagna elettorale, e potrebbe avere presto l’occasione per dimostrarlo».

Qual è l’impatto della crisi economica sulle culture politiche? La preoccupa questo passaggio brusco dal liberismo allo statalismo?
«Mi preoccupa molto. La storia recente ci insegna dove porta, in tempi lunghi o brevi, l’intervento statale nell’economia: alla rovina delle nazioni. Non è il liberalismo a essere andato in crisi; sono le istituzioni finanziarie, il loro funzionamento, le loro regole o la loro mancanza di regole, i loro tanti piccoli Madoff. Pensare di riempire questo vuoto con lo Stato sarebbe un rimedio peggiore del male».

Tutti i governi però hanno predisposto un piano di intervento.
«Temo si stia gettando il denaro nella fornace della crisi, con il risultato di sottrarre banche e imprese alle loro responsabilità. La crisi può anche essere un’utile purga. Una catarsi. Purché salvi la parte buona del mercato e rigeneri le istituzioni liberali, anziché soffocarle con il ritorno al passato».

Che impressione le fa Obama?
«Obama è molto positivo per gli Stati Uniti, che hanno pagato un prezzo terribile agli anni di Bush e sono arrivati alla fine del suo secondo mandato con il morale e il tasso di popolarità nel mondo più bassi che mai. Obama ha l’enorme merito di portare con sé una carica di entusiasmo e idealismo. La vera novità non è il fatto che sia nero; è il fatto che sia un intellettuale. Genere mai amato negli States».

Come le sembrano le sue prime mosse?
«Obama ha un compito terribile, ma sulla crisi Usa non sono pessimista. Gli americani possono uscirne prima del previsto, ne stanno già uscendo. Certo dovranno organizzare diversamente le loro vite, risparmiare di più, amputare le escrescenze. Ma mi pare che il patrimonio di idee e di valori dell’America sia ancora saldo».

In America Latina sembra prevalere un nuovo populismo, da Chavez a Morales. Che effetto le fa?
«Distinguo. C’è un populismo totale, anacronistico, antidemocratico che è quello di Chavez, che porta il Venezuela verso il modello cubano: miseria, corruzione, dittatura. Anche se i cinque milioni di voti contro di lui nell’ultimo plebiscito mi fanno sperare. Ma in America Latina c’è anche una sinistra democratica che ieri non c’era. Lula ad esempio ha accettato l’economia di mercato. Il Cile ha una sinistra di governo moderna e liberale. L’Uruguay è una grande sorpresa, i tupamaros che un tempo erano estremisti hanno saputo rinnovarsi».

 

E la presidenta Kirchner?
«Un desastro total. L’Argentina sta conoscendo la peggior forma di peronismo: populismo e anarchia. Temo sia un paese incurabile. La forza oscura, che mezzo secolo fa prese a trascinare una terra tra le più ricche del mondo verso la rovina, è ancora in moto».

Aldo Cazzullo
20 marzo 2009