Varesi Valerio

Il paese di Saimir

Autore: 
Varesi Valerio

Creato dal tubo catodico, il sogno di Saimir si infrange contro il muro delle illusioni spezzate. Voleva toccare le nuvole Saimir, quelle nuvole che la televisione italiana, lì in Albania, rendeva luminose e palpabili, più concrete di un tozzo di pane da mettere sotto i denti. Un paese che disconosce la dignità dell’essere umano spazza via quelle nuvole perdute per sempre.
Questo è il paese di Saimir, ma è anche quello di Mentor, Sabri, Altin nutriti dalle false speranze. Sono albanesi, immigrati con un permesso turistico di tre mesi, quello di tanti che evitano i barconi scegliendo un primo ingresso regolare, scaduto il quale diventano invisibili, fantasmi confusi che girano per le strade che noi stessi percorriamo, che mangiano negli stessi bar che frequentiamo, frettolosamente, in piedi perché estranei, fantasticando di poter occupare, un giorno, uno di quei tavolini sparsi per la sala.
Saimir è un ragazzo di diciassette anni arrivato in Italia con un permesso di soggiorno turistico, quello che non ti consente un regolare contratto di lavoro, semmai l’opportunità di mettersi in gioco, di farsi testare in un qualsiasi mestiere. Con un pizzico di fortuna si finisce per non essere scoperti, basta fingere di trovarsi lì per un contatto, si può scappare o si può organizzare il turno per non rischiare. Gli ispettori hanno un programma di visite regolari, ad orari definiti. Si può sempre lavorare prima che inizino le ronde di controllo o dopo, di notte. Scaduti i tre mesi, non resta che un riparo nel cono d’ombra, perché non si attraversa la frontiera in senso contrario. Ci vuole prudenza, anche nel nascondere il proprio alloggio, in una catapecchia che solo gli immigrati, meglio se clandestini, possono occupare, in quattro o cinque se si è più fortunati, in dieci o venti nella maggior parte dei casi. Certo se lo spazio è limitato è meglio, almeno la vergogna cresce in misura inversamente proporzionale. Si sogna tutti, chi in un modo chi in un altro, girando per i viali eleganti delle città, dove passeggiano danarosi o meno abbienti. Sembrano tutti uguali, tutti superiori, tutti con una marcia in più, agli occhi di chi non possiede nulla, neppure l’affetto consolatorio di una famiglia a cui tornare. Il lavoro ideale? Probabilmente l’edilizia. Il cantiere si sposta sempre, si sta all’aria aperta o nei cunicoli sotterranei, e tutti sono pronti a fuggire al minimo sospetto. Il problema è quando ci si fa male. Non si può rischiare di andare in ospedale e fornire le proprie generalità, anche false. Il rischio è sempre troppo alto. Non resta che curarsi da soli, sperando di tornare presto in forma. Ogni giorno che passa è un giorno di lavoro in meno, ogni giorno che non si lavora non si guadagna, ogni giorno di paga in meno rallenta la corsa verso il traguardo: una casa, una ragazza, una famiglia, la possibilità di tornare nella propria terra ed assaggiare il dolce sapore di una vita normale.
Saimir lavora nell’edilizia, addetto alla ristrutturazione di un palazzo che crolla. Il capomastro gli aveva indicato velocemente di abbattere un muro. Sì, ma quale? Ha toccato un muro portante. Era quello giusto? Quella costruzione sarebbe crollata comunque, prima o poi, anche senza un terremoto. Le case più solide, costruite con materiali di pregio magari in cemento armato, sono destinate a chi si può permettere di investire anche nel controllo. Quella era una casa eretta su un terreno non edificabile, strappato per quattro soldi al proprietario e poi modificato, grazie all’aiuto di amici assessori. I quattro piani iniziali sono diventati sei, è bastato poco in fondo per quello strappo alla regola. Erano tanti i soldi in ballo, si poteva tagliare un po’ sugli approvvigionamenti, sui materiali e soprattutto sulla manodopera, meglio in nero, meglio se clandestina. Gli invisibili non rivendicano. Possono solo aspettare ogni giorno per essere caricati, tutti insieme, dal capomastro, dopo aver contrattato sulla paga in nero. Come loro se ne trovano tanti, non si discute su nulla, si accetta e si lavora.
Saimir è uno dei tanti e finisce intrappolato sotto le macerie. Non può muoversi, sente l’umidità penetrargli nelle ossa, non sente più le braccia, le gambe. Ha paura Saimir. Teme di venir divorato dai topi, vivo fino all’ultima goccia di sangue. Sa che ci sono, li sente muoversi vicini. Nella sua mente può solo urlare ai compagni di sbrigarsi, non può credere che nessuno lo ascolti, che nessuno lo stia cercando. La sua mente non riesce ad immaginare una tale crudeltà dell’essere umano.

Spera solo che sua madre, lì in Albania, non stia guardando la televisione italiana, pensando ad un figlio sotto le macerie. E Vera, invece, è sempre lì che guarda. Tutti i suoi figli sono lontani. Saimir è il più giovane: ha solo diciassette anni. Ogni giorno ispeziona i programmi italiani, sperando di poterlo vedere per un momento. Vera è sola, nel suo essere madre senza figli. Gentian, il marito, non prova più nulla, non chiede notizie. Sembra averli dimenticati, strappati dalla mente e dal cuore. Forse si soffre meno così, ci si abitua lentamente a considerarli estranei: “la mancanza di  prospettive aveva ucciso la sua vita interiore trasformandolo in un vegetale” (pag.143). Vera però è ancora madre ed il suo dolore è sordo al pensiero che non avrà neppure la gioia di conoscere un nipote: “viveva di speranze. Era l’unico fuoco rimasto vivo, che lei alimentava con quella sua ossessione di guardare lo schermo per ore tentando di scorgere Saimir” (pag.143).
Saimir, Mentor, Sabri, Altin sono al sicuro, in superficie, pensano a quel loro compagno troppo sfortunato, ma devono sopravvivere. E lo vendono Saimir, un corpo ed un’anima seppellita dalle macerie in cambio di una chance. Sono solo i soldi che contano. Nella loro invisibilità scoprono di potersi trasformare, dimenticando la solidarietà verso chi, in fondo, è come loro, forse più giovane ed indifeso. Si sono trasformati in branco e, nel branco, i più deboli vengono lasciati indietro, il primo è Saimir, dopo toccherà ad Altin.
Il muratore sa che lascia qualcosa che gli sopravviverà e durerà più di un figlio. E poi non è detto. Spesso accade che quando crolla un muro spunti fuori un pezzo di carta in un’intercapedine con dentro la storia di quella casa. Come un messaggio in una bottiglia affidato al mare. Una briciola di memoria che richiama un’ombra che ha faticato con le pietre tanti anni prima. Io volevo mettere in ogni casa che avrei costruito un messaggio del genere. Magari anche la mia foto con il berretto, la cazzuola e tutto.
Li avrei murati tra un mattone e l’altro proprio dentro a una bottiglia consegnandoli al tempo. Uno, forse, si sarebbe salvato. Io, invece, non mi salverò. Forse mi getteranno in una discarica per calcinacci o in un pilone. È probabile che di me si perderanno le tracce” (pag.130).
Varesi, esperto di noir, esplora entrambe le facce dell’irregolarità: quella italiana e quella straniera che finiscono per intrecciare relazioni astute e prive di qualsiasi slancio umano. Entriamo così nel mondo dell’immigrazione clandestina che spesso incrocia quella della criminalità dedita allo spaccio e alla prostituzione, ma anche in quello dell’edilizia avida di scelte imprenditoriali che ancora oggi si rivelano di drammatica attualità. Il crollo di un palazzo è un rischio calcolato su cui si lucra in fase di costruzione, per scelta di materiali scadenti, per inadeguatezza dei tecnici adibiti al controllo dei lavori, per superficialità delle ditte appaltatrici dei lavori ma anche nella fase del dramma. Il palazzo è sempre assicurato. Il guadagno è certo in entrambe le fasi. No, non sono tutti così gli imprenditori, ma la situazione è reale, diffusa e pericolosa.
Il suo è un libro inchiesta che non tralascia affatto una trama avvincente ingentilita da spiazzanti picchi poetici, come l’intervento di Vera, la madre di Saimir, snocciolato in parallelo ai pensieri del figlio. La prosa asciutta, forte, senza rimpianti segue il corso di un ritmo serrato. L’autore sceglie una suddivisione per capitoli, ognuno dei quali si concentra sulla psicologia, sui pensieri, sulle azione dei singoli personaggi in gioco che si riuniscono in una seconda fase, quando il soffio vitale di Saimir svanisce sotto il peso delle macerie.  E ce ne sono tanti di personaggi nel romanzo, ognuno con qualcosa da raccontare, ognuno con una peculiarità da approfondire nell’evolversi della storia.
L’autore sa giocare con il bene ed il male, quel bene che trova nutrimento dalla speranza, quel male che fagocita tutto. A volte ne sfuma i confini, cercando di comprendere le azioni umane dettate dalla disperazione. Non giustifica, ma prova a restituire una parvenza solidaristica a chi sembrava averla perduta per sempre. È una suggestione, la nostra.
Varesi ci conduce lungo il tortuoso girone infernale delle morti bianche, perché Saimir è un nome tra i tanti, quelli che non entrano neppure nelle statistiche, perché non sono riconosciuti, o meglio risultano ignoti, scontrandosi con il muro dell’inesistenza. Invisibile era in vita, invisibile è, deve essere, da morto. Non c’è commozione, neppure incredulità, solo quell’orrore che porta smarrimento e confusione. Così è. La speranza in un cambiamento non si ipotizza neppure, frantumata com’è in pezzi di carne e sangue, affondata da uno schietto realismo in cui il lieto fine non è concepito/concepibile.
Sabri ebbe un brivido al pensiero del compagno sepolto senza cerimonie in un luogo che nessuno avrebbe più potuto trovare, cancellato dal mondo come se non fosse mai esistito. Un niente. Loro tutti erano un niente, non avevano nemmeno l’effimera esistenza conferita da un’identità riconosciuta. Escrescenze, vermi della terra, invisibili e intoccabili: tutto qui” (pag. 119). 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Valerio Varesi (Torino, 1959), è giornalista della redazione bolognese di la Repubblica. Il suo primo romanzo, Ultime notizie di una fuga (Mobydick), è un giallo del 1998 liberamente tratto dalla vicenda Carretta. Nel 2000 è uscito Bersaglio, l’oblio (Diabasis), finalista al festival del noir di Courmayeur e al Premio Fedeli. Nel 2002 ha pubblicato Il cineclub del mistero (Passigli) con la presentazione di Carlo Lucarelli. Sono seguiti alcuni romanzi con l’ispettore Soneri come protagonista: L’affittacamere, Il fiume delle nebbie, Le ombre di Montelupo, A mani vuote, Oro, incenso e polvere (vincitore del Premio Franco Fedeli e del Premio del Giallo e del Noir Mediterraneo) e La casa del comandante (Frassinelli). Oltre alla “serie” legata all’ispettore Soneri, nel 2007 è uscito il romanzo Le imperfezioni. Il commissario Soneri, protagonista dei romanzi di Varesi, è approdato in tv nella serie di sceneggiati Nebbie e Delitti su Rai Due.

Valerio Varesi, “Il paese di Saimir”, Edizioni Ambiente - VerdeNero, Milano, 2009, pag.320. In coda al romanzo il capitolo inchiesta – reportage “I fatti”.

Nota: stampato su carta riciclata al 100%. Gli autori devolvono una parte delle royalties al progetto Salvaitalia di Legaambiente. VerdeNero è una campagna di mobilitazione contro l’ecomafia e il silenzio che l’avvolge, un’occasione concreta per affermare nel paese una nuova cultura della legalità a difesa dell’ambiente.

Collegamenti in Lankelot:
Amelio Gianni-Lamerica-di franchi

 




Movida,  20 maggio 2009. 
ISBN/EAN: 
9788896238035

Commenti

Letto nel percorso di rientro dalla fiera.

Un saluto ed un ringraziamento speciale a Maddalena Cazzaniga, per il prezioso suggerimento, per il tempo che ha dedicato alla presentazione del progetto e, nello specifico, del romanzo.

"Vera era arrivata con un attimo di ritardo. C'era un programma che parlava di stranieri in un canale che non ricordava.Non li ricordava mai fra tabti che c'erano. Pr lei le trasmissione erano un unico contnuo flusso di immagini e parole senza grandi differenze, come un rumore in sottofondo. però aveva sentito chiaramente il nome: Saimir. Era il suo Saimir, ne era convinta. E lei non aveva fatto in tempo a vederlo".

Gran bel lavoro, Movi. Segnalazione preziosa e scheda, manco a dirlo, completissima:). Ottimo contributo.

3. grazie...:)

Scandaglieremo, man mano, il catalogo Verdenero. Il progetto va sostenuto. Magnifico incipit.

intanto ne abbiamo 4 tra me e Angela, e poi il 5° :)

ah, io sarò una tartaruga, ocio:). Periodaccio per la mia scrivania (e per la capoccia, credo:) ).

tu tartaruga...ah ah ah...

eh.

Un fulmine!!
Gran progetto davvero, quello di Verdenero.
Piano piano aggiungiamo gli altri titoli. Io ho i miei tempi, eh!Mica sono brava come te!

10. tseeee!!!!

10. Allora, entro fine luglio, scriverò di:
FAVETTO - Le stanze di Mogador
VULPIO - La città delle nuvole
HAWKEN - Moltitudine inarrestabile

queste le promesse;)

[Varesi] Impaginazione e

[Varesi] Impaginazione e carattere.