Nel panorama della poesia italiana del primo Novecento, sino a questo momento, ho trattato su queste pagine il libro di uno splendido outsider, massacrato e frainteso dalla critica sua contemporanea, come Dino Campana, e l’opera di uno splendido incompiuto, strappato alla sua ricerca da un’atroce male, come Sergio Corazzini.
Entrambi autori del primissimo Novecento, entrambi relegati e segregati in una posizione di nicchia nelle antologie e negli studi degli storici letterari per ragioni purtroppo facilmente comprensibili, sebbene non facilmente condivisibili, sembrano annunciare una frattura nel cammino della poesia italiana che, ben distante ancora dall’essere incarnata dalle avanguardie e dagli sperimentalismi, viene perfettamente espressa dall’opera del poeta di Alessandria d’Egitto, Giuseppe Ungaretti.
Non è questa la sede per richiamare una delle incisive rotte tracciate da Gianfranco Contini, quella per intenderci che, a partire dal Petrarca, attraverso il Leopardi, giunge sino al maestro Ungaretti; basterà, in sostanza, accostarsi alle pagine del volume del nostro e analizzarne serenamente i versi per poter concludere che è non solo visibile, ma addirittura tangibile una linea evolutiva o di affinità di questo tipo. Compito di chi scrive è ricordare, tuttavia, altri illustri antecedenti alla ricerca poetica del nostro, almeno quelli che il nostro nomina direttamente: Baudelaire e Mallarmè. Si è discusso a lungo in merito all’influenza che la poesia francese esercitò sul poeta del “Sentimento del Tempo”, giungendo sino a teorizzare una formazione culturale del tutto atipica per un poeta nostrano e tutta rivolta alla musicalità d’Oltralpe; francamente mi limiterei a salutare nel nostro un apprezzamento convinto nei riguardi dell’incantevole sinestesia di Mallarmè e nei riguardi della favolosa e naturale musicalità interna di Baudelaire, insistendo nell’individuare discendenza, se non fratellanza, con la produzione del Petrarca e del Leopardi.
La stagione della lirica, del verso frammentato e disossato trovò in Ungaretti e in Paul Celan i più splendidi interpreti: sconvolta e surclassata poi dalla rinnovata ed esasperata prosaicità dei versi, espressa sin da Montale, rimaneggiata da Luzi e non trascurata oggi dall’ultimo Zanzotto(ahinoi), la perfezione sintetica dei canti, sentiero alchemico di espressione di un senso unico di una parola(e non di un vocabolo, richiamandoci proprio a quanto ricorda il nostro, ricordando analoga posizione leopardiana, avvertendoci dell’essenzialità del concetto stesso di “parola”)e di una sua folgorante origine che almeno echeggi nella poesia, oggi pare aver abbandonato il nostro tempo.
Che è tempo di vocaboli, e non di parole: è tempo di laboratori, e non di autentica e diretta espressione spirituale; è tempo di oscurità, di sublimazione dell’ermetismo nel nonsense e nel freddo metallo del suono; è tempo di corruzione e contaminazione della prosa in poesia.
Ed è un tempo, allora, in cui l’opera dell’Ungaretti assurge a monumento, volta con purezza alla musicalità interna e all’intonare un canto, rifuggendo metrica e cervellotiche gabbie di metodi e pseudostrutture; è un tempo in cui assume la valenza di una rovina, di una onirica rovina rivelata dal mare sulle nostre rive; quel porto sepolto, protagonista della prima raccolta del nostro, è finalmente apparso e possiamo, silenziosamente, ormeggiare e ascoltare, e leggere, e ritrovare carte e mappe e bussole per riprendere la navigazione dal punto in cui era stata interrotta.
Possiamo abbandonare il disorientamento: ecco rifulgere l’astro nascosto dal tempo nel cielo d’inchiostro, ecco tornare ad illuminarsi una direzione che si riteneva ormai oscurata e sommersa dalla prosaicità del nostro tempo e della nostra arte.
Il canzoniere di Giuseppe Ungaretti è raccolto e concluso nella splendida edizione delle sue poesie intitolata “Vita d’un uomo”. Nell’edizione esaminata, curata da L.Piccioni, dispongo di uno splendido apparato di varianti e di quattro studi su Ungaretti, curati da Diacono, De Robertis e dallo stesso Piccioni: mi sembra sia questa l’unica(corposa) differenza con la prima edizione del volume, apparsa nel 1969. Quanto ai testi, appaiono tutte le raccolte del poeta dei fiumi, felicemente coronate da qualche inedito e da brevi prose introduttive dello stesso maestro.
Io credo si debba riconoscere alla primissima raccolta, apparsa inizialmente per interesse di Ettore Serra, alludo proprio al “Porto Sepolto”, una grandezza che, nei primi quattro decenni del novecento, sento di poter ascrivere esclusivamente ai “Canti Orfici” di Campana e agli “Ossi di Seppia” di Montale. Non stona, in fondo, accostare in queste prime battute Montale ad Ungaretti: nei primi passi del loro cammino, i due erano affratellati da una ricerca disperata e orfica della parola perduta, intenti all’espressione di un canto nato dalla natura e alla natura destinato a ritornare.
E quell’oscuro manovale che fu Quasimodo, quell’artigiano che fuse e confuse i nostri due maggiori poeti del primo novecento nella sua poesia, è forse la testimonianza vivente di quanto fosse in realtà possibile stabilire allora un punto di contatto tra i due e interpretarne il trait d’union, rinunciando ad ogni originalità e privandosi totalmente di una propria originalità.
La grandezza del “Porto Sepolto” sta nella sua freschezza stilistica e nel tono, mirabilmente diretto e perfettamente autentico e diretto, scevro di filtri e di maschere e di specchi. È la poesia di chi sta conoscendo e affrontando la morte sui campi di battaglia, di chi sta vedendo la sua generazione cadere e precipitare nel silenzio e nell’oblio, di chi resiste per oltre un anno immobile nella stessa trincea, in una guerra individuale che è la guerra di un popolo costretto a sacrificare una generazione nel sogno di un’utopica ricostruzione di un patrimonio culturale e sociale antico; è la poesia di chi ha visto flagellata e cancellata la memoria di un amico che non aveva patria, e ha combattuto per immortalarla; è la poesia prima di un artista che non considerava nella maniera più assoluta l’ipotesi di essere pubblicato, e scriveva come singhiozzando parole ridotte a un rivolo di sangue, o a un rivolo d’acqua, piangendo la caducità dell’uomo e del tempo e consolandosi nella bellezza splendida delle parole: nell’energia della parola traendo linfa, per resistere ed essere, e sognare.
Nelle raccolte successive del maestro Ungaretti si ripeteranno, e non di rado, le folgoranti e accecanti intuizioni di questi suoi primi passi; ma senza quella libertà, quell’autonomia, quella innocenza e quella dolcezza dell’artista inconsapevole. L’intellettualismo è una malattia: la poesia del Novecento è poesia degna dell’anticipazione dell’omaggio di Percy Shelley nell’ “Hymn to Intellectual Beauty”; è poesia frastagliata dal pensiero, dall’autocoscienza, dalla spasmodica ricerca di antecedenti e di schemi. E dunque, pur nell’intenso cammino del maestro, nella virile commozione della raccolta intitolata “Il Dolore”, dedicata al piccolo perduto, nell’umanità squisita del “Sentimento del Tempo”, il lettore arranca tra le rovine della poesia del nostro, nella ricerca, a volte premiata, del verso puro e limpido del “Porto Sepolto”.
La rotta è stata disegnata: come scrisse Baudelaire, e Campana ricordò in un suo quaderno destinato a non essere pubblicato, “Morte Capitano, è Tempo”. E allora, nel recuperare l’arte poetica del maestro Ungaretti, ultimo emblematico artista del canto, poeta della parola e della sintesi, musicante incompreso come di norma avviene nella cultura del nostro paese, la speranza di chi scrive è che le nuove generazioni abbiano il coraggio di tornare a esprimersi senza esasperare le gabbie della metrica e senza nascondersi nella dorata torre dell’intellettualismo; ogni parola ha un segreto, ogni segreto è una musica, ogni musica è riflesso della memoria di un dio perduto.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 1888 – Milano, 1970), poeta italiano.
Giuseppe Ungaretti, “Il Porto Sepolto”. A cura di Carlo Ossola. Marsilio, Venezia, 1990.
Giuseppe Ungaretti, “Vita d’un uomo”. A cura di Leone Piccioni. Mondadori, Milano, 1992.
Giuseppe Ungaretti, “Lezioni su Giacomo Leopardi”. A cura di Mario Diacono e Paola Montefoschi. Presidenza del consiglio dei ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, 1989.
Ungaretti su lankelot:
Ungaretti Giuseppe - L’Allegria di marina-monego
Ungaretti Giuseppe - Vita d’un uomo di franchi
Lankelot, G.F., maggio del 2002.
Commenti
ogni parola ha un segreto, ogni segreto è una musica, ogni musica è riflesso della memoria di un dio perduto.
"ogni parola ha un segreto, ogni segreto è una musica, ogni musica è riflesso della memoria di un dio perduto". Proprio cosi.
Per quanto non ho gli elementi tecnici per poter apprezzare appieno la tua analisi, ho letto tutti i poeti da te citati. Trovo che la tua analisi - nonoastante io sia amante profano della poesia, come ripeto - sia magistrale. La consonanza tra Campana e Ungaretti la trovo anche io, molto meno però con Montale (il quale ammetto, però, mi piace assai poco). Sempre da profano, non solo il ritorno emozionale mi è molto differente, ma anche la tecnica mi pare diversa. Ma tu hai certamente infiniti elementi più di me e immagino che nell'accostare Ungaretti a Montale avrai avuto i tuoi validi motivi. Fuori da ciò noto - ma già lo sapevo - che nella poesia abbiamo gusti affini: Non solo Ungaretti e Campana, ma anche Novalis e immagino Baudelaire e Leopardi, Rilke e altri ancora. Io amo molto anche l'opera di Rimbaud. é nelle tue corde anche lui? Non te ne ho mai sentito far cenno.
Rimbaud è una memoria dell'adolescenza, più liceale come interiorizzazione che universitaria; letto senza dubbio nel momento opportuno, quando poteva suggestionarmi qualche aspetto biografico prima ancora che estetico. E' un artista normale, con un'esistenza paradigmatica - dal punto di vista letterario - nei suoi contrasti e nei rovesci della sorte e nelle radicali scelte esistenziali, e nella assurda precocità (quindi: nella logica cessazione della sua creatività). Sprazzi di genio (le vocali colorate) ma troppa sovrapposizione tra vicende biografiche e autentica Arte (intendo: qualcosa di immortale davvero non c'è) per riuscire a determinare altro che non sia Adolescenza (della Poesia).
Quanto al resto...prendi il primo Montale e accostalo loro. Non troverai eccessive differenze (a dispetto delle opportune diffidenze da lettore).
Petrarca più ancora che Baudelaire (in traduzione di Bertolucci), Corazzini più di Rilke (che non sempre aveva felice scrittura: eccetto quando parlava di Orfeo e di Duino).
Trakl più di von Hofmannstahl. Leopardi a dispetto del Liceo.
Difatti di Rilke mi piacciono i "Sonetti a Orfeo" ;) Corazzini non lo conosco (lacuna grave?), ma da come ne scrivi pare essere un poeta di livello. Semmai, nel cercare sempre nuove suggestioni, proprio da lui potrei andare a parare.
Ungaretti mi sazia, mi calma. Il Porto sepolto è davvero grande, come dici tu: ?è la poesia prima di un artista che non considerava nella maniera più assoluta l?ipotesi di essere pubblicato, e scriveva come singhiozzando parole ridotte a un rivolo di sangue, o a un rivolo d?acqua, piangendo la caducità dell?uomo e del tempo e consolandosi nella bellezza splendida delle parole: nell?energia della parola traendo linfa, per resistere ed essere, e sognare.
Ungaretti aveva sentito parlare di questo porto da ragazzo, rimanendone affascinato, trovando in esso un?oggettivazione esemplare della durata della coscienza, che è vivere il presente nel presente con la memoria del passato e l?anticipazione del futuro.
E? una vera delizia leggerti, Gianfranco.
Grazie.
Strabiliante davvero. Una delle pagine più alte del Franchi critico letterario. Immenso.
"quel porto sepolto, protagonista della prima raccolta del nostro, è finalmente apparso e possiamo, silenziosamente, ormeggiare e ascoltare, e leggere, e ritrovare carte e mappe e bussole per riprendere la navigazione dal punto in cui era stata interrotta."
Tu sai già quale ammirazione io abbia per il Maestro Ungaretti e per l'assoluta essenzialità della sua parola, fin dalla prima volta che incrociai i suoi versi a 14 anni (stavolta merito della scuola e di una brava prof.)
Davvero un pezzo critico fondamentale il tuo.
Immensi siete voi, che sapete scrivere cose più belle e intense e equilibrate e sapete altrettanto capire il senso della mia ricerca.
"Vorrei dire una terza cosa. I pittori, gli scultori, se hanno appena un po' di talento, possono oggi dedicarsi esclusivamente alla loro arte. La loro arte, bene o male, dà loro da vivere. Uno scrittore da noi non potrebbe vivere della propria arte. Parlo dello scrittore che pensi ad opere lungamente meditate, destinate all'arricchimento dell'animo umano, fatte per durare.
Egli è assai spesso senza tranquillità per il domani dei suoi, è costretto, anche se il dono gli è universalmente riconosciuto, a fare mille mestieri, a logorarsi, a sciuparsi, a inasprirsi, a non avere a propria disposizione, e in mezzo ai fastidi, che ritagli di tempo. Bisogna che la propria vocazione sia grande per non rinunziare, oggi, a scrivere poesia. Sapete quanto potrebbe fruttarvi un libro di poesia, messo insieme in venti anni di lavoro? Sì e no, mille lire. Ma la disperazione è sentirsi invecchiare, e di temere, nelle condizioni descritte, che a dare la giusta misura di sé, non vi basterà il tempo"
Ungaretti, da "Il Tevere" dell'11-12 aprile 1929. Articolo intitolato "Tre riflessioni"
[ungaretti] "Ma c'è poeta, o
[ungaretti] "Ma c'è poeta, o un qualsiasi uomo che parli, che sia nel suo dire interamente decifrabile? Il vero poeta anela a chiarezza: è smanioso di svelare ogni segreto: il proprio, il segreto della sua presenza terrena cercando di conoscere il segreto dell'andare della storia e dei motivi che reggono l'universo, cercando d'impossessarsi, folle, del segreto dei segreti. Egli ha coscienza che la parola è difficile ma, e se ne dispera, la rende fatalmente più oscura, più intrappolata nei significati che, cercando di nudarla e di coprirla di luce, le moltiplica" ("Discorsetto del traduttore", intro alle "Visioni" di Blake, Gius. Ung.)