“Uno scrittore può, in fin dei conti, avere di tanto in tanto in sé anche un po’ di lirica che vuole poter esprimere, tanto più se per dieci anni non ha scritto che libri che mostravano i pugni serrati!”.
Questa è l’introduzione, ma potremmo definirla il riassunto, di quest’opera di Hamsun, il quale dopo aver scritto alcuni dei suoi capolavori che gli sono valsi il nobel per la letteratura nel 1920, attraversa qui un periodo di transizione, di sperimentazione, in cui la liricità è più forte che altrove, a scapito dell’introspezione tipica di lavori come “fame” o “pan”. Come spesso accade, nei periodi di magra dell’ispirazione, ci si butta più sulla forma che sulla sostanza.
Hamsun è uno che può permetterselo.
Come tipico di ogni libro di Hamsun il protagonista è un “fuggitivo”, in fuga “dal chiasso della città e dalla ressa e dai giornali e dalla gente, fuggito da tutto”: i suoi personaggi sono tutti così, stanchi e nauseati dalla vita massificata e standardizzata delle città, se ne vanno ora in cerca d’avventura per mare, ora in luoghi incantati nei boschi del Nordland, ora su isolotti sperduti del mare del nord, speranzosi di trovare una pace interiore che appare irraggiungibile.
La natura, selvaggia e sublime, ardua e primordiale di questa terre funge allora da veicolo, strumento di ricerca di un benessere che, irrealizzabile con le sole forze personali, necessita di un aiuto esterno, individuato nei fiori, negli alberi delle foreste, nelle spiagge silenti o nei gabbiani invidiati per la loro libertà inimitabile. Ma il personaggio Hamsuniano ha anche un’altra caratteristica, che in questo libro emerge puntuale, ed è il carattere difficile, instabile, istintivo e introverso, il cui umore varia come variano i venti, i cui sentimenti corrono dietro ad impulsi viscerali come quelli di un animale feroce. Instabile, provocatorio, insofferente ed inquieto, innamorato dell’amore e dei battiti di cuore che provoca, chiunque di noi si riconosca in queste caratteristiche si riconoscerà anche in questi personaggi, ora eroi ora perdenti, in fuga da tutto ma forse principalmente dalla vita stessa, incapaci di adattarsi, ma incapaci anche di rinunciare a sentire.
“Sotto la stella d’Autunno” è un libro di angoscia, in cui il lettore attento può scorgere motivi di pessimismo traumatico: l’invito a cercare nella bellezza del creato il rifugio ai traumi interiori in quest’opera non funziona.
Aveva funzionato in “Pan”, aveva funzionato in altri momenti dell’opera hamsuniana, ed aveva funzionato talmente bene da trascinare anche il lettore predisposto in questo idillio. Ma qui no, qui il lettore scaltro non ci casca, non riesce a seguire il pifferaio magico dentro la foresta incantata, ne rimane fuori, freddo, dissuaso. E, conseguentemente, si rende conto, insieme ad Hamsun, che neppure l’idillio naturalistico, neppure la bellezza dell’Ente può colmare i vuoti dell’Essere.
Libro tragico, dunque, sebbene sia piuttosto breve, sia leggero e scorra bene: andrebbe forse letto con una certa superficialità per beneficiarne, magari durante un tratto di treno verso località turistiche di montagna.
Letto in camera, coi gomiti puntati, può soltanto far male.
Ma poi, in fondo, è anche questo male che andiamo cercando in un libro di Hamsun…
In questo testo forse poco riuscito troviamo spunti di riflessioni forse addirittura superiori che in quelli riusciti, in quelli in cui la narrazione rapisce l'attenzione fino all'ultima pagina, lasciando poco spazio alla coscienza critica.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Knut Pedersen, alias Hamsun (Garmostræde, presso Lom, Gulbrandsdal, Norvegia 1859 – Nørholm, Grimstad, 1952), romanziere, poeta e drammaturgo norvegese, autodidatta. Premio Nobel per la Letteratura 1920.
“Hamsun visse sino in fondo l’avventura del ribelle – scrive Magris – che si abbandona al respiro vitale, negando qualsiasi valore aldilà della vita stessa e scoprendo perciò alla fine il suo irrazionale nichilismo, anche se mitigò tale vitalismo con una gentile e perduta poesia delle lontananze dell’anima. Volle sottrarsi all’anonima pressione della società moderna e finì per diventare l’apologeta del suo volto peggiore: passò dalle simpatie anarchico-socialiste della sua gioventù di proletario disoccupato, negli ultimi anni del secolo scorso, al collaborazionismo con l’occupatore nazista della sua Norvegia, che trascinò nel fango la sua tardissima e indomita vecchiezza”.
Knut Hamsun, “Sotto la stella d’autunno”, Iperborea, Milano, 1995.
Traduzione e introduzione di Fulvio Ferrari.
Titolo originale: “Under høststjaernen”, 1906.
Il libro è strutturato in trentaquattro capitoli, numerati progressivamente e non titolati.
Approfondimento in rete:
Commenti
Ave Byrno!
Ho formattato il titolo, inserito i tags, il paragrafo "edizione esaminata e brevi note" e l'archivio-Lankelot.
A presto per i commenti
gf
"Come tipico di ogni libro di Hamsun il protagonista è un ?fuggitivo?, in fuga ?dal chiasso della città e dalla ressa e dai giornali e dalla gente, fuggito da tutto?: i suoi personaggi sono tutti così, stanchi e nauseati dalla vita massificata e standardizzata delle città,"
> il che significa: d'una modernità e d'un coraggio (e d'una coerenza) semplicemente extra-ordinari.
"E, conseguentemente, si rende conto, insieme ad Hamsun, che neppure l?idillio naturalistico, neppure la bellezza dell?Ente può colmare i vuoti dell?Essere."
> questo invece è puro Alessio detto Byrno, cifra autoriale.
Ciao Gianfranco!
Bè, qualcosa di mio dovevo pur donarlo, a questo sito extra-ordinario, no?:-)
Sto rosicchiando attimi qua e là per cercare di dare il mio contributo, ma gli attimi sono così pochi...
VOGLIO TORNà BAMBINOOOO!!:-)
Un saluto
Alessio
Grande Alessio.
Grazie per gli attimi e per il contributo. Forza e onore.
Per tornare bambino, suggerisco "Cristalli sognanti" di Sturgeon;)