Abate è uno scrittore cagliaritano già giornalista affermato e fermamente deciso a comprendere la letteratura anche e soprattutto dalla parte dello scrivente. Giunto al terzo romanzo sembra non aver dimenticato l’ingrediente costituente di una comunicazione appagante per il lettore: scrivere con il cuore. Perché nel suo récit ciò che magmatico si trasfigura non è l’esercizio di stile tipico e – a quanto sembra – inscindibile della letteratura minore e maggiore del post-moderno italiano, ma una filiforme didascalia dei sentimenti e del disagio nella diversità, nella consapevolezza istintiva del protagonista di appartenere a isola diversa da quella dei suoi coetanei e degli adulti coi quali condivide gli spazi. Sembra che questo libro abbia qualcosa da dire, reportandolo da un habitat del gossip, delle luci anabbaglianti del bel mondo del calcio mercantile e esasperato dal refrigeratore denaro.
L’eroe werteriano, o forse più conciliante ad un Peter Camezind privo di spirito edenico prepotente, Vanni Visco, è un eletto dagli dei del pallone, da sempre è un portento nel calcio e non riesce a soffocare il suo talento vincente malgrado la sua mente voli altrove. Ama i classici della letteratura, è immerso in Kafka, Joyce e ancora. Coi libri ha una dipendenza tossicologica di quella che hanno i veri lettori genetici. Dei testi, lo sfrigolio della carta, il pensiero e il rimuginare di passi già letti, non può disfarsi. Ne è schiavo ma di prigionia lieta si tratta; ben altra cosa è il suo dovere verso il suo dono, verso tutte le suo occasioni per il futuro. Si allena, corre, implementa il suo corpo ma allo stesso tempo memorizza come un samana le formule sacre della sua letteratura, ne custodisce le parole fedelmente e le recita dentro di sé come esorcismo quando esteriormente è con la squadra nell’arena del campo. Senza avere il coraggio di divincolarsi dalla scelta più ovvia e intelligente, quella di rincorrere i miliardi del professionismo, non può che cercare di acclimatarsi alla sua propensione invincibile alla vittoria, senza riuscirvi, e che lo porterà alla sconsideratezza della scissione violenta.
La narrazione omodiegetica, per voce di Visco, pare una scelta particolarmente di marcatura. I sentimenti di vilipendio e pressione dell’assoggettato campione si evidenziano più rifiniti da una cappa intristita. Fin dalle prime pagine, e con la successione dell’analessi, le sembianze della vita sono al macero, poco sembra d’accumulo al positivo. Il sarcasmo che troneggia nell’osservare di Visco è quello di un uomo che vuole rendere noto di non aver più nulla da perdere. Ha già dentro di sé la lucidità consecutiva alla disperazione. Il suo è un rimescolio della genesi dell’errore dagli albori della sua sconfitta esistenziale, l’u-turn con la sua anima deferente all’arte letteraria. Ancora bambino non è stato capace di essere abbastanza convincente con se stesso; gli altri e l’evidenza l’hanno sacrificato al buon senso, verseggiandolo come un alito perduto. Egli non ha mai sposato la poesia che tanto lo completava. Ha scelto la strada diretta del successo apparente e la castrazione dell’ideale. Ma ancora riesce a gustarsi un brandello di essenza rifugiandosi nell’asilo del retro di una libreria. Stringerà muta alleanza con il libraio, abbuonando giustificazioni e inutili parole di convenzione. È fra i suoi libri, solamente.
Abate decide di rivendicare una visione canonica in negativo delle location dei vip. Sesso asettico, robotizzato, gli atleti che subiscono continuamente le bordate di fans femminili in cerca dell’aneddoto piccante. Ma ecco, dove sembra che possa nascere un germoglio di certezza felice, anche questa termina in miraggio. Ed è un lento susseguirsi di reminescenze dall’infanzia alla maturità, con la famiglia compromessa e con un fratello decaduto nel tragico. Ma non è solo una storia di perdite irreparabili e scenari cadenti, bensì l’intero conto alla rovescia della narrazione lascerà spazio al colpo di scena finale, contraddistinto dalla forza vorticosa e inconsulta del coraggio d’impulso, divenente risolutivo.
La parole di Abate è molto asciutta, scandita da figure abbastanza immediate e da ridondanze di parole; appaiono spesso, appunto, le cadenze ripetitive di un concetto, come tendendo ad un parlato sempre più distillato, ma senza rinunciare ad una certa posa letteraria. Alcuni brani sembrano quasi resi con la tecnica usata da molti scrittori, quella della registrazione vocale e la trasposizione su carta successiva, proprio di un risultato maggiormente slegato da retoriche dello scritto. Il ritmo del romanzo è spedito, senza deviazioni dalla diegesi sostanziali, a parte qualche capitolo, come quello del settimo pezzetto, dove vi è un godibile e realistico riepilogo di un piccolo-grande viaggio per il bus, breve ma espressivo spezzone di vita urbana. La struttura della sintassi è paratattica, decisa e solida.
Piccole note sono qualche errore di stampa delle edizioni Il Maestrale, ma che non compromettono un buon lavoro di editing, sobrio e funzionale. La copertina, con le scarpette di calcio attaccate a chiodo, riesce ad assumere nel suo simbolo grande parte del libro, evidenziando grande cura anche di questo particolare.
Un libro non necessario ma onestamente fruibile. Al di là dello sperimentalismo esasperato e della ricerca dell’idea scioccante ad ogni costo di altre opere contemporanee, un romanzo schietto e scaturito da una fonte assai aperta al mondo giovanile in perenne mutazione, e con una padronanza dei sentimenti su carta affatto comune.
Ma ecco una breve intervista che l’autore ha avuto la gentilezza di concedermi.
-
Signor Abate, con il suo racconto, ha posto in evidenza una peculiare sensibilità per l’amore verso la letteratura. Ma la sua biografia ci rende manifesta una sua eguale passione per la musica. Vorrei ci spiegasse quanto la musica si interseca con ciò che scrive, se attinge ispirazione da essa e quanto il suo lato creativo differisce tra un campo e l’altro.
-
Ci sono, solitamente, due fasi nella composizione di ciò che scrivo. Una metodica per la stesura del racconto, l’altra creativa per il suo sviluppo. La prima si svolge di giorno, la mattina presto, non mi disturba se in casa ci sono altre persone, se squilla il telefono o mi interrompono. La seconda avviene la notte, in assoluta solitudine e con una precisa colonna sonora nell’impianto stereo. Scelgo con cura i cd che voglio mi accompagnino nel lavoro di scrittura, mi ispirano e mi condizionano. Alla fine suoni e parole fanno parte di un unico sistema creativo. Ecco perché non voglio che ci sia nessuno nel mio appartamento, voglio poter passeggiare fra cucina e corridoio, pensare lasciando che i suoni scorrano per casa. Mi piace così, potrebbe sembrare un po’ naif, forse snob, ma risponde alla mie esigenze.
-
Il suo romanzo è densamente intriso di un nichilismo quasi “cosmico”, si respira fatica e stento ovunque: nei rapporti con le ragazze del protagonista, nel rapporto col potere e la celebrità e con la famiglia. Perché tutto questo pessimismo? È riconducibile tanto facilmente con un periodo buio della sua vita, o nasconde altre scelte narrative specifiche, magari come specchio di una prospettiva storica sociale italiana?
-
Tutti abbiamo avuto periodi più o meno felici. Traumi, disgrazie, patito ingiustizie e umiliazioni. Ci spettano di diritto, non sono optional ma costanti di ogni esistenza. Nessuno ne può essere esente, me compreso. Ma costruire un romanzo per esorcizzare la propria fatica di vivere lo trovo oggi, sottolineo oggi, banale e inutile, alla stregua di un diarietto su cui in tanti magari sognano di fondare fortune letterarie o di un blog logorroico. Quindi nella visione nera di Ultima di campionato non c’è nulla di strettamente personale. C’è semmai una visione globale dell’infezione che ha profondamente minato le basi del vivere sociale. Vanni Visco, il protagonista del libro, non respira per sua personale debolezza ma per un ambiente che non lascia aria a uomini del suo calibro, dei suoi sentimenti, della sua concezione di vita. Per dirla in un concetto: Vanni è una persona per bene che vuole affrontare il mondo in campo aperto, lealmente. Impossibile. Gli fa da contrasto Rudi Saporito, il protagonista del mio Cattivo Cronista, giornalista cinico e baro che ben sguazza e si mimetizza nella melma in cui si muove. Insomma, una carogna organica. Ecco Vanni Visco non è organico a questa società.
-
Qual è il suo rapporto amatoriale con il calcio? Lo segue? Pensa ad una visione di conciliabilità tra l’attività sportiva, e perciò muscolare, materiale, con quella invece mentale, spirituale e trascendentale, oppure queste due prospettive di realizzazione nella vita sono un aut-aut non sovrapponibile, contrariamente ad una considerazione omnicomprensiva come, per esempio, il mondo classico ellenico?
-
Il calcio mi appassionava, oggi meno. Lo seguo con distacco ma lo seguo. Mi incasino malamente con le formazioni ma conosco tutti i risultati di campionato. L’esperimento che ho voluto portare avanti con Ultima di campionato era proprio la fusione in un solo corpo di due caratteristiche che raramente viaggiano in un individuo di pari passo: la prestanza intellettuale e quella fisica. Due capacità che per natura dovrebbero o potrebbero avere uno sviluppo parallelo ma a cui da tempo non siamo più abituati. Anzi oggi l’una esclude l’altra e quando invece si incontrano portano all’annunciazione di un miracolo. Ma, credo, questo accade ancora una volta sulla base delle regole sbagliate imposte nel gioco. Scardinarle mi piacerebbe fosse il futuro che si ricollega a buon passato.
-
La lettura traspare per Lei come stanza inviolabile dell’intimo, come una vicissitudine da vivere in segreto, tanto è preziosa e potenzialmente fragile al mondo appariscente e consumistico che attornia il protagonista. Ecco, secondo Lei, quanto e come la letteratura può concretamente cambiare la vita del singolo, oggi - con l’anestesia dei sentimenti medianica coatta -, e perciò quella della collettività? Quali letture selezionate ci consiglia?
-
La letteratura cambia la vita del singolo? Nutro questa speranza, sarei portato a dire di sì. Ha cambiato la mia, quella di tante persone che conosco, quindi dico sì. Mantengo però un margine di dubbio perché non sono per le formule senza eccezioni e varianti, tanto più per le ricette che devono valere per tutti. Però vado oltre, credo che sia la condivisione della letteratura il momento più salvifico, appagante e divertente. Una valida alternativa all’omogeneizzato mediatico. Cosa consiglio? Tutto e nulla. E’ come prescrivere una medicina a un paziente di cui non si conosce la patologia, un menù a un ospite di cui non si sanno i gusti. Sempre che non si vogliano imporre i propri. Darei un altro consiglio: entrate in libreria, aprite il libro che vi attrae per il titolo o la copertina, leggete le prime due pagine, se vi acchiappa è il vostro libro sennò no. Se poi per curiosità volete sapere cosa c’è nella mia libreria vi dico che ci sono tantissimi volumi ereditati da due genitori che erano dei grandi lettori e arricchita dalle mie successive scelte. Fondamentali per la mia crescita Kafka, Carver, Tondelli, Conrad.
-
Per Lei dov’è che un racconto, per quanto profondamente sentito e narrato, dismette la veste di lavoro intellettuale, divenendo autentica opera d’arte? L’abisso è superabile e in che modo può essere valicato?
-
Quando diventa eterno e universale. Forse.
-
Come autore, cosa pensa dell’editoria moderna italiana? E di quella indipendente e misconosciuta? E di quella che richiede un contributo economico allo scrittore per la pubblicazione? Crede che il settore stia attraversando un periodo di malattia o invece le cose non stiano così male?
-
So dare solo una risposta certa: quella che chiede un contributo economico per la pubblicazione allo scrittore non è editoria, è un’associazione a delinquere. Sul resto ho molti dubbi e poche certezze. C’è il vecchio che immobilizza e il nuovo che scalpita. Il vecchio che dà certezze, il nuovo che si perde. C’è una situazione in evoluzione rispetto a un momento grigio che forse passerà. Su tutto un fatto: gli italiani che leggono sono pochi, gli italiani che vogliono scrivere e che scrivono di più. Tutti vogliono parlare, pochi vogliono ascoltare.
-
È lampante, nella sua scrittura, un tentativo pressante di capire e comprendere i disagi e l’emotività della giovinezza. Anche, e soprattutto, i temi, come quello del calciatore, attirano moltissimo l’interesse dei ragazzi. Come fa, oramai non essendo esattamente un adolescente, a introiettare le manifestazioni di questa fase esistenziale? Quanto ha importanza nello scrivere un libro mantenersi giovani e tentare di non arrendersi all’oblio della memoria? I giovani cos’anno da dire più dei “grandi”?
-
È raccontare l’assassinio dell’innocenza che mi intriga e affascina, non la giovinezza. In ciò che scrivo racconto il mio tempo che sarà memoria solo per chi verrà oppure carta igienica. Oppure nulla, manco quella. Fa nulla. Se, e ribadisco se, sono riuscito a raccontare l’adolescenza pur essendo un quarantenne forse è dovuto al fatto che osservo molto e con attenzione. E conservo bene i ricordi. I giovani non hanno nulla da dire più dei grandi, hanno solo l’obbligo di ricordare loro come sono stati, chi erano e quindi da dove sono venuti.
-
A cosa anela la sua scrittura? Quale il suo orizzonte come autore letterario? Ha una minima idea di dove la porterà la sua ricerca stilistica e tematica, negl’anni e nelle opere future?
-
A questa domanda rispondo sempre alla stessa maniera. In tutto ciò che faccio rincorro il piacere. A me piacciono i suoni e le parole e mi piace condividerli, sono la comunicazione dei sentimenti. Così adoro leggere e scrivere, proporre musiche e andarle a sentire. Stimolare ed essere stimolato. Ogni volta in maniera nuova e diversa.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Francesco Abate (Cagliari 1964), giornalista professionista e Dj nei club dell’isola col nome di Frisco. Come romanziere nel 1998 pubblica Mister Diabolina per Castelvecchi; nel 2003 Il cattivo cronista per Il Maestrale. Ultima di campionato nasce come soggetto cinematografico nel 1999, anno in cui vince il Premio Solinas.
Francesco Abate, “Ultima di campionato”, Il Maestrale, Nuoro 2004.
Approfondimento in rete: www.frisko.it
Arpaeolia
Commenti
"L?eroe werteriano, o forse più conciliante ad un Peter Camezind privo di spirito edenico prepotente, Vanni Visco, è un eletto dagli dei del pallone" - a distanza di tempo, amice, trovi equilibrati i paragoni?
Il pezzo è interessante - a maggior ragione considerando la poca diffusione che ha avuto il testo, e la qualità grande della tua scrittura. L'intervista è un contributo prezioso.
No, non è paragonabile con la deboluccia personalità di quel Vanni Visco ;) Era per dare qualche impronta d'idea, non per soppesare, non c'è storia. Ti dirò, è un mezzo fallimento la recensione. Finito il libro volevo stroncarlo, poi ci ho ripensato e volevo essere vagamente inclemente, ma alla fine ho elencato e tenuto conto solo dei fattori positivi. probabilmenete non sono fatto per le stroncature perché non riesco a perdonarmi la perdita di tempo. Sì, penso sia questo.
No, non è un fallimento. E' ben fatta. C'è solo quella sproporzione là che ti andavo segnalando poco fa - tra Abate e Goethe o Hesse ci sarà pure qualche sottile differenza; posta in questi termini sembra quasi che Abate pensasse a Camezind scrivendo "Ultima di campionato". Se l'ha fatto davvero, voglio andare a bere una pinta con te e con lui.
Segnalo l'uscita prossima di un libro scritto insieme con Carlotto. Sembrerebbe indagine di denuncia romanzata sul commercio di cibo e il potere. Me ne hanno parlato con enfasi.
Naturalmente, spero - anzi: sono convinto - che tu ce ne parlerai per primo. Considero questa anticipazione una promessa. Vero?
Azz, come al solito semini trabocchetti dappertutto. Non è il mio genere, ma proverò a leggere. Non è una promessa, però ;)
Eh. Va bene, va bene...;)