Un mondo molto vicino al nostro eppure separato per cinquant’anni da una cortina che di ferro aveva, quanto meno alle nostre latitudini, solo il nome, perché era normale soprattutto d’estate andare a rifornirsi di carne, marmellata, sigarette a bassissimo prezzo, ma anche effettuare qualche gita organizzata, bastavano un passaporto e un po’ di pazienza e prudenza alla frontiera. Bastavano l’ufficio del cambio e un sorriso al severo doganiere che quasi sempre ti faceva aprire il bagagliaio senza fare commenti. In “Iugo” andavamo tutti, soprattutto nella Iugo slovena, quella di Portorose, Pirano, Capodistria e nella Iugo istriana del mare. Un mondo che all’improvviso si rovescia, si rimescola, viene scosso da un brivido assassino che lo dilania da sud a nord (si salverà solo la piccola astuta e fortunatamente non multietnica Slovenia), riversandosi come il sangue che sgorga dalle sue ferite in tutta l’Europa.
Arrivavano da ogni parte del loro disperato Paese spezzato, i profughi, e li sentivamo raccontare atrocità che avevamo studiato sui libri, sì, ma riferite a cinquant’anni prima, e ora incredibilmente vicine, presenti, umanissime e dolorosissime. A un passo da casa nostra, a poche centinaia di chilometri si era consumato un orrore da cui noi eravamo stati risparmiati, protetti nella parte “buona” dell’Europa.
Cosa potevamo capire, noi, di quello che gli occhi di questa gente aveva visto? Branca aveva fatto il liceo, era padrona di un famoso ristorante a Sarajevo e aveva una casa al mare in Montenegro. Branca, serba di Bosnia, ortodossa, era fuggita con ciò che aveva addosso il giorno in cui il vicino di casa, musulmano, aveva puntato il fucile alla tempia del figlioletto di lei, senza alcuna ragione se non quella – senz’altro sufficiente a suo modo di vedere – della diversa appartenenza religiosa.
La lunga premessa è necessaria per capire lo spirito di questo bel libro, di cui non mi pare si sia parlato, scritto nel 2004 e pubblicato nel 2007 da Garzanti (ma gli Americani se ne sono accorti e lo hanno dichiarato miglior libro del 2005, anno dell’edizione in inglese). Un romanzo che forse nasconde più autobiografia di quanto non lasci intendere (l’Autrice si premura di dire in nota d’apertura che ogni evento e ogni persona e persino il luogo di ambientazione sono frutto di fantasia), ma che è senza dubbio basato su decine di analoghe vite ascoltate, lette, incontrate nelle storie di chi, addormentandosi nel suo mondo una sera, la mattina dopo si è svegliato accorgendosi che era scomparso, che non c’era più una Patria, che tutte le categorie di pensiero erano sovvertite, che gli amici di ieri oggi erano nemici mortali, e che la propria esistenza fino a quel momento era stata spazzata via. Ne iniziava una nuova, tutta da costruire e inventare, sulla base di cosa, però, non era dato sapere.
La protagonista del romanzo, Tanja Lucic è una laureata in letteratura iugoslava cui viene concessa – attraverso amicizie – una cattedra ad Amsterdam, per un semestre intanto, forse due. Una specie di carità pelosa le consente di trovare un paio di sistemazioni, provvisorie come tutta la sua vita in quel momento.
I suoi allievi sono studenti della ex-Iugoslavia, anch’essi fuggiti dal mondo capovolto, che mirabilmente nella propria classe ricostruiscono, grazie agli aiuti elargiti dal governo olandese ai profughi, l’unità disgregata in Patria. Nella stessa aula siedono figli di vittime e carnefici, incuranti di ciò che hanno lasciato perché non esiste più.
“Tutti in un modo o nell’altro eravamo stati defraudati. L’elenco di ciò che ci era stato tolto era lungo e terribile. Eravamo stati privati del paese nel quale eravamo nati e del diritto di vivere normalmente. Ci era stata tolta la lingua. Avevamo provato l’umiliazione, la paura e l’impotenza. Sulla nostra pelle avevamo sentito cosa significa essere ridotti a un numero, un gruppo sanguigno, una mandria... Ai nuovi governanti non bastava il potere: volevano che i nuovi paesi fossero abitati da zombi, da uomini senza memoria. Il passato della Iugoslavia veniva esposto al pubblico ludibrio, la gente era invitata a rifiutare la ex vita e a dimenticarla. Si doveva dimenticare tutto: film, letteratura, musica leggera, barzellette, televisione, prodotti di consumo, giornali, notizie, lingua e persone. E molto di tutto ciò finì nella spazzatura: libri, pellicole cinematografiche, fotografie, testi scolastici, documenti, monumenti … La “iugonostalgia”, il ricordo della vita nell’ex paese, erano diventati il secondo nome della sovversione politica” (p. 56)
Mentre nel suo ex-paese “le autorità schiacciavano il tasto cancella”, Tanja cerca di ricostruire la Iugoslavia “di prima” attraverso i ricordi dei suoi studenti, nella dimenticanza voluta delle diverse provenienze e appartenenze etniche. Ma quella “iugonostalgia” attraverso cui risuscitare le vecchie abitudini, le canzoni, i cibi, gli odori, le vacanze, le canzoni, i programmi televisivi e gli oggetti quotidiani, alla fine ottiene un effetto devastante, sull’insegnante e sugli studenti, che sono fuggiti per dimenticare e ricominciare.
Tanja viene invitata a continuare l’anno accademico cambiando recisamente registro. D’ora in poi basta con i ricordi, si dovrà concentrare sulla letteratura. Il tempo di ieri è passato, la Iugoslavia non esiste più, chi è rimasto deve continuare a vivere e a inventarsi un’esistenza, chi è rimasto neppure si preoccupa più di quel che è stato. Saranno la giovinezza esuberante e l’arroganza piena di verità di Igor, l’allievo che ce l’ha con i poeti conterranei capaci ormai solo di scrivere di morte e distruzione, a far capire a Tanja l’inconsistenza del gioco con cui – in nome del recupero di un’identità rubata, tradita e infine sepolta – ha tormentato per un semestre i suoi studenti.
Il ministero del dolore, nome di un pornoclub sadomaso del quartiere a luci rosse per le cui forniture lavorano alcuni di essi, è la metafora dell’esilio interiore mal sopportato, del perverso piacere che Tanja infligge – del tutto inconsapevolmente - a sé e agli altri obbligandoli a ricordare ciò da cui provengono e a cui però mai faranno ritorno, perché quello che hanno lasciato, semplicemente, non esiste.
Il tema dell’esilio, della disperata ricerca di chi si è diventati, della perdita di un filo conduttore dell’esistenza, trovano una chiusa quasi tranquillizzante nella lunghissima, quasi biblica maledizione rivolta da Tanja al vento, al cielo e alla terra. Forse, a un Paese intero.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Dubravka Ugrešic nasce a Kutina (Croazia) nel 1949. Studia lingua e letteratura russa e pubblica alcuni racconti. Allo scoppio della guerra le sue posizioni neutrali e critiche nei confronti dei nazionalismi di ogni parte la rendono invisa al governo. Nel 1993 si trasferisce in Olanda dove tuttora vive scrivendo e insegnando occasionalmente. I suoi romanzi hanno vinto premi in tutta Europa. In italiano sono apparsi Il museo della resa incondizionata (Bompiani, 2002), Vietato leggere (Nottetempo, 2005), Il ministero del dolore (Garzanti, 2007).
Dubravka Ugrešic, Il ministero del dolore. Garzanti, Milano 2007
259 p.
Titolo originale: Ministarstvo boli. Traduzione di Laura Cerruti
(Nel ricordo di Branca, Jovanka, Vesna, Katarina, Anna... e molte, moltissime altre)
Commenti
gli americani se ne sono accorti e noi sempre in ritardo.....
davvero ci rivela una realtà molto vicina e che per anni ci è rimasta quasi ignota.
però l'operazione di ricordare chi si è e da dove si proviene non sarebbe sbagliata, dovrebbe servire a dare il senso delle radici e a proseguire, certo se diventa solo ricordo devastante e nostalgia, allora fa diventare prigionieri del passato e quindi blocca ogni crescita.
Grazie del passaggio Marina...E' un libro, questo, pieno di una consapevolezza dolorosa e drammatica di ciò che c'era e non potrà più venire ricostruito, perché non sono le case, o le istituzioni a essere state distrutte, ma l'anima di un intero popolo.
Loro non possono più ricordare e non vogliono neppure farlo, te lo assicuro. Perché ricordare chi si ERA per molti significa ricordare ciò che si è fatto. Ma non a un altro popolo. A se stessi, ai propri figli, al proprio destino, alla propria storia.
Ho avuto modo di parlare con serbi e croati, bosniaci e dalmati e come prima cosa nessuno vuole ricordare, come seconda se lo devono fare nei loro occhi brilla un lampo di paura e di antico odio.
Il marito di Branca era stato fatto prigioniero e tenuto in un campo di concentramento croato, ad Anna avevano portato via il figlio per arruolarlo contro i serbi.
Vesna vantava la concittadinanza di Milosevic e quando le ho fatto presente che da noi non era considerato propriamente un eroe ci è rimasta malissimo e ha detto che noi non potevamo giudicare perché non sapevamo.
In un'isola della Dalmazia ci indicavano con una specie di soddisfazione perversa la casa di un serbo "fatto fuori" ...
Che radici può vantare un popolo del genere?
Credo che l'operazione "cancella e resetta" sia stata praticamente necessaria...
La Ugresic ci fa capire come si sentissero quelli che erano fuggiti dalla follia della guerra, ma non sapevano spiegarla neanche a se stessi pur avendone in qualche modo fatto parte...
Ed è per questo - oltre che per motivi più antichi - che faccio tanta fatica a fare la turista per caso nella ex Iugoslavia. Mi sento in imbarazzo: perché siamo stati a guardare, perché li abbiamo accolti infastiditi come una massa di straccioni (aveva le lacrime Branca quando raccontava che la signora presso cui aveva trovato un lavoro da badante le aveva chiesto se là, dalle sue parti, avessero mai visto un bidet e sapessero come si usava), perché adesso andiamo a fare le ferie come se nulla fosse l'importante è spendere poco...
Ha un titolo fortissimo questo libro, uno di quelli che mi avrebbero sicuramente invogliata a comprarne una copia. Identità e memoria di un'intera nazione cancellati e sepolti sotto la cenere...
Mi son tornate in mente le pagine di De Luca dal titolo "Notti di maggio del '99". Ne riporto qualche frammento:
"Vado a Belgrado a stare dalla parte dei bombardati. Diserto il mio paese bombardiere, le famiglie che vanno la domenica a fare picnic intorno alla base di Aviano per vedere il decollo di aerei stracarichi di bombe (...) Vado a Belgrado ad ascoltare le sirene di allarme che mia madre ha conosciuto da ragazza sotto il cielo di Napoli. Chiedo scusa a lei per questa rima della storia alla quale non voglio sottrarmi: stare in una città d'Europa bombardata da altra Europa. Appartengo a questo secolo, sono figlio suo e di mia madre, non posso rinunciare all'eredità"
"Io sono di un popolo d'Europa in guerra contro un altro popolo. Queste notti mi spettano perchè mandate dal mio paese. Perciò alla finestra della stanza 411 sto piantato a fare il mio eccomi qua".
"basato su decine di analoghe vite ascoltate, lette, incontrate nelle storie di chi, addormentandosi nel suo mondo una sera, la mattina dopo si è svegliato accorgendosi che era scomparso, che non c?era più una Patria, che tutte le categorie di pensiero erano sovvertite, che gli amici di ieri oggi erano nemici mortali, e che la propria esistenza fino a quel momento era stata spazzata via. Ne iniziava una nuova, tutta da costruire e inventare, sulla base di cosa, però, non era dato sapere".
Ottimo commento Ilde. Credo non vi sia condizione peggiore di chi nel volgere di pochi giorni si è visto privato del proprio humus ambientale, delle proprie radici storiche, della Patria che per me resta, al di là della retorica, una fondamentale condizione di rassicurante certezza.
Gian Paolo
"In ?Iugo? andavamo tutti, soprattutto nella Iugo slovena, quella di Portorose, Pirano, Capodistria e nella Iugo istriana del mare. "
> Grazie per aver mantenuto - ma tu lo fai sempre: volevo solo evidenziarlo - i nomi autentici di queste cittadine. Da Pirano viene nonno materno. Per me Pirano rimane.
"Il tempo di ieri è passato, la Iugoslavia non esiste più, chi è rimasto deve continuare a vivere e a inventarsi un?esistenza, chi è rimasto neppure si preoccupa più di quel che è stato."
> Gore Vidal avrebbe chiosato: "La Yugoslavia è un'invenzione angloamericana". Quindi non è mai esistita.
"Il tema dell?esilio, della disperata ricerca di chi si è diventati, della perdita di un filo conduttore dell?esistenza, trovano una chiusa quasi tranquillizzante nella lunghissima, quasi biblica maledizione rivolta da Tanja al vento, al cielo e alla terra. Forse, a un Paese intero."
> Non posso dirti quale, ma ho letto altra Ugresic in inglese, per lavoro. Ha un limite: dimentica la storia della comunità italiana, e la sua appartenenza e superiorità numerica nelle aree che sappiamo: Istria costiera, Fiume, Zara. Leggere la Ugresic aiuta a capire quanto hanno lavato il cervello agli "iugoslavi" nati negli anni Quaranta. D'altra parte, qui in Italia hanno dato loro una grossa mano, dimenticandosi di noi.