Nessuno potrebbe credere che un ragazzino di tredici anni possa esprimere un libro collaudato di quella stessa struttura, programmatica, innocenza eccezionalmente espressa; perché per rendere l’inesperienza dei fatti degl’uomini, la candida estroversione di un bambino che affronta il mondo con gl’occhi verginei, gli struggenti contrasti di una coscienza ch’è troppo giovane per sapersi cinica rovistandosi ingenua, è imprescindibile una governabilità del mezzo letterario rigorosa. Provate a far scrivere a un bambino delle elementari quello che scopre del mondo; sarà confuso, imperfetto, incompleto. Non troverete quella purezza di suggestioni e discernimenti del fresco Huckleberry, statene certi.
Se già inizialmente l’artificio retorico della prima persona fa sorridere per la sua ambiziosa pretesa di credibilità, la completa interpretazione dello scrittore Twain nei panni del bambino che mai fu, rimette un uso del vernacolo americano regionale, pigro di lessico e condito di turpiloquio e rocambolesche illazioni, che tutto sommato coniuga la bassezza del registro con una brillante essenzialità fanciullina. Huck scrive da bambino ma organizza e architetta da adulto lo schema della sua opera; gestisce e armonizza la parata delle sue invenzioni con acutezza che un semianalfabeta imberbe come lui proprio non potrebbe; a meno che fosse la maschera di un geniale e scrosciante autore, padre della letteratura moderna d’oltreoceano e genesi di quel sentimento americano coniuge di un sistema letterario referenziato a questa stessa perla di romanzo. Tutti gli autori successivi americani sostati a rigenerarsi per qualche frazione nell’oasi identificativa di questa storia della Storia. Mai, nel passato, artefice aveva fotografato personalità e genetica di quel popolo. Questo libro è la prima grande epopea del popolo americano e della sua mentalità.
Un’analisi tecnica del linguaggio svela un valore fondante dell’intera storia linguistica nazionale: difatti questo romanzo è narrato in forma di vernacolo, ma non solo, i dialetti e le inclinazioni sono numerose, così come annunciato dalla nota dell’autore in apertura. Una lingua nata nell’oralità e riproposta più o meno fedelmente sulla carta. Anche a causa di ciò quest’opera è unicum primario nella tradizione. Nessuno, prima di questa prova, era riuscito nel proporre con successo un parlato popolano e veracemente ordinario. L’effetto è rafforzato da un ventaglio del lessico limitato, similitudini fantasiose, povertà di subordinate, abbondanza di congiunzioni e locuzioni coordinanti. Languore solo in parte soddisfatto dalla traduzione italiana? si domanda il recensore.
Vicenda picaresca, sostanzialmente suddivisa in tre parti basilari.
Nella prima, riprendiamo le vicissitudini di Huckleberry dove erano rimaste nel precedente romanzo Le avventure di Tom Sawyer. Egli è allo stato dei fatti orfano, pur con il padre in vita ma reprensibilmente balordo a affetto da alcolismo. I lettori non occasionali di Twain ricorderanno come i due amici, appunto Huck e Tom, conclusero la precedente avventura conquistando un tesoro di svariate migliaia di dollari. Huck, quindi, da poveraccio figlio di degenerato, trova a piovergli addosso tutto il privilegio che compete a chi di denaro è florido. Impara a leggere e dà una sistemata alla sua immagine e formazione. Il ritorno del padre è però l’elemento scatenante che innescherà il turbinio galvanizzante della sua fuga e del viaggio. Da un inizio in media res, articolazione della storia precedente, scoppia l’autentica trama, lineare e pressoché regolare. Scappa di casa perché esasperato dall’egoismo e dalla violenza del padre, dissimulando astutamente la sua morte per annullare i lacci del suo passato. Nei boschi incontra Jim, schiavo nero anche lui fuggiasco. In un inizio carico di pregiudizi da parte del “bianco”, i due fanno amicizia e conciliano tacita alleanza. Costruiscono una zattera e varano la loro avventura per il Mississippi. Principalmente scopo è quello di far arrivare Jim in terra libera e abolizionista, negli stati del Nord.
Questa prima parte è caratteristica di una carica induzione edenica, i due passano il tempo a guardare le stelle e a rilasciarsi in riflessioni arcadiche sulla natura e sul paesaggio fluviale. Le giornate nascosti nella vegetazione della costa, la notte sdraiati a chiacchierare e scivolare soavemente verso la libertà. I luoghi, i tempi e gli odori ricordano un Tolkien affascinato dalla flora, e tutto sembra dormire contando nella provvidenza dell’equilibrio.
Rilevante l’atteggiamento di Huck nei confronti dello schiavo latitante; il ragazzo si stupisce nel trovare al di sotto del colore della pelle un animo affine e superiore. È tutto nuovo rispetto all’educazione che la scontatezza rendeva dogma, quella dello schiavismo come diritto morale.
Nonostante la progressiva rielaborazione della valutazione, resta tuttavia un’ambiguità tenace. Infatti Huck rimprovera certe ottusità del compagno, sostenendo difetti propri “dell’uomo negro”, così come un’insistenza sull’ignoranza e la superstizione dalle quali lo stereotipo sembra non poter fare a meno. Il ragazzo dice persino che “sotto Jim si nasconde uno spirito bianco”, non potendo abiurare del tutto la convinzione della divaricazione razziale del tutto naturale.
Nella descrizione dell’ambiente fluviale Twain attinge a piene mani dalla sua pluriennale esperienza come pilota di battello. Infatti conosce nei particolari l’itinerario percorso dai suoi personaggi. Cerca e riesce di trasfigurare quella stessa ammirazione per l’ambiente che lui stesso, con ogni probabilità, sentiva concrete presenze dei ricordi.
La seconda parte è distinta per l’entrata in scena dei personaggi del Re e del Duca. Questi sono due furfanti, esperti nell’arte della recitazione e del raggiro. Prenderanno astutamente il controllo della zattera e costringeranno i due eroi a dargli appoggio nelle loro bricconate.
Dando un scorsa alla biografia dello scrittore viene da pensare che l’assunzione dell’impostura aristocratica della coppia di lestofanti non essere affatto casuale. Acerbamente critico nei confronti del sistema feudale europeo, e perciò della nobiltà tutta, ritiene e registra più volte l’accusa a questa classe di essere responsabile di arretratezza e povertà del vecchio continente. Non per niente dalla stessa bocca di Huck, quando egli spiega a Jim cosa sia un re, escono parole di aspra valutazione del ruolo e agire dell’aristocrazia; questa, non è altro chè un’accozzaglia di ladri e parassiti, e le due canaglie insieme a loro non si distinguono affatto da coloro per i quali si spacciano.
In queste pagine della seconda parte emerge più chiara una descrizione, talvolta macabramente comica, del degrado e delle infamie della società americana del sud, arretrata e aggressiva. Litigi e risse tra battellieri, sadismi nei confronti di cani randagi, faide e linciaggi sono all’ordine del giorno. Tutto questo fa paura a Huck, che non trova altro da fare che fuggire o mentire spudoratamente ogni volta che serve, nella determinazione di cavarsela come meglio può. Un clima pericoloso e con forte tendenze anarcoidi, sono le caricature di un mondo lasciato crescere senza radici e che vuole spronarsi a tutti i costi, talvolta accecato dal furore cieco della folla, altre volte dal coraggio arrogante del giustiziere di turno. L’America è in fase di costruzione, e ognuno fa quel che riesce per mantenersi integro a dispetto delle provocazioni continue della prevaricazione.
Ma Huck non è, fondamentalmente, un furbo. Ogni volta che prova a imitare il suo amico Tom Sawyer, con la sua sicurezza incrollabile e il suo acume insuperabile, finisce col fallire e farsi scoprire istantaneamente. Per il rotto della cuffia riesce a mantenersi incolume, sfidando la sorte a colpi di ingenuità e goffaggine, ma ottenendo quasi sempre un recupero fortunoso e turbolento della situazione. Anche qui sottotraccia affiora un aspetto nient’affatto trascurabile: Tom è un figlio borghese e istruito, a suo agio con il mondo perché abituato a saperci fare con la parola e con la destrezza logica; mente perché si diverte nel farlo. È accanito lettore di libri d’avventura ed è perennemente in cerca di un nuovo brivido. La menzogna per lui è il mezzo dello spasso e della beffa. Huck invece dice fandonie perché è il modo che gli rimane di sopravvivere. Povero e di famiglia disagiata sa che il mondo non ha pietà per la debolezza sociale, perciò affronta l’imperverso giocando e tentando di bluffare col destino, demistificando la realtà e ingannando non per giocare ma per non perdere tutto quello che ha.
Tom è la proiezione più o meno fedele di Twain mentre Huck è un’identità ispirata da un amico d’infanzia dello stesso. Tra i due c’è stima e amicizia ma è Huck a essere subordinato alla straordinaria capacità vincente e trascinante dell’amico, il suo destino, nel momento del confronto, è quello di passare in secondo piano, rientrando nei ranghi del suo ruolo di classe. Il modo per il vagabondo di emanciparsi è e rimane l’allontanamento dalla realtà cittadina. Quando si rincontrano cade nel totale controllo di Tom, e niente lo lascerà di nuovo esaudire il sogno del balzo sociale. Huck, se vogliamo proprio esasperare un punto di vista eminentemente di critica marxista, alla fine del libro è uno sconfitto, lo Sconfitto, perché viene risucchiato nuovamente nel mondo dal quale si era rifiutato di piegare la testa, nel non attenersi alla sua predestinazione di reietto.
La terza parte è formata dai capitoli nei quali Huck rincontra finalmente il suo amico Tom. Inaspettatamente, ecco appunto che egli si ritrova a ridimensionarsi satellite dell’ingombrante Sawyer. Questi sa tutto e prevede tutto, conosce come le cose devono essere portate a termine e non ha dubbi su cosa sia lecito affrontare e superare.
Per prima cosa c’è da risolvere il problema fondamentale di Jim che è stato infine catturato, per colpa del Re e del Duca, che nel frattempo hanno avuto la giusta punizione. Huck escogita un piano di fuga dello schiavo che il compagnio ritiene troppo “facile e banale, un piano così lo avrebbe ideato chiunque”.
Prende il via così il delirante proposito di Tom.
Egli accetta di aiutare uno schiavo a scappare. Huck è profondamente stupito da questa scelta, perché da un esempio così corretto come Tom non avrebbe mai creduto una propensione ad “un’infamia come l’abolizionismo”. Ancora ambiguità: infatti Huck deve aiutare a scappare Jim, perché è suo amico, anche se sa per certo che questo agire è assolutamente sbagliato e peccaminoso. In coscienza sa che per questo fatto finirà all’inferno, ma nonostante ciò la fedeltà nel compare risolve qualsiasi esitazione. Tom invece si presta alla collaborazione soltanto perché esiste l’opportunità di un’avventura. Non gli importa dello schiavo o della morale o della conciliazione o non all’abolizionismo, unico interesse è quello del divertimento, del palpito.
La sua indiscutibile autorità in fatto di libri dove vengono narrate prigionie lo spinge a mettere in piedi tutto un teatro comico di complicazioni indotte all’evasione. Sarebbe semplice procurare la chiave e liberare immediatamente lo schiavo ma egli si rifiuta categoricamente di rinunciare alla sua dose di adrenalina. Ha letto che il prigioniero tipo addomestica degli animali, topi o ragni, durante la segregazione: così cattura delle bestie ripugnanti e invade la cella di bisce, insetti e ratti enormi. E poi è d’uso nella letteratura che il carcerato scriva epitaffi singolari col sangue o incise nel muro, così costringe Jim a ritardare di giorni la libertà perché con un semplice chiodo deve incidere frasi bislacche richiedendo tempo e fatica. Passare dalla porta è fin troppo elementare: meglio scavare un tunnel, impiegando giorni interi ma rendendo tutta la procedura di fuga “regolare”, in linea con le storie canoniche. Alla fine l’accanimento raggiungerà un tale grado di complicazione e pericolosità che il tutto non riuscirà come dovuto e Tom si beccherà addirittura una pallottola, diventando per questo “il più felice di tutti”.
Non è certo mistero denotare come il procedere e il pensare di Tom sia comune a quel predecessore illustre che fu il Don Chisciotte. Anche il ragazzo è assorbito e alienato dalle storie romanzate dei libri, e modifica la realtà perché questa si trasformi nella puntualità dell’immaginazione. Il pericolo, le difficoltà, la follia stessa di questo comportamento non sfiorano in minima parte l’adempiersi del progetto: quel che conta è l’effetto scenico, l’epos ristabilito. Tuttavia Tom non è pazzo. Sa perfettamente focalizzare il confine tra realtà e fantasia, ma coscientemente, anzi direi egoisticamente, non sa rinunciare alla gloria e al successo, al coronamento della tragicità che si fa vittoria.
In quest’ultima parte emerge il culmine di quel graduale pessimismo che mano a mano va rinforzandosi nella trama. La stessa comicità, che tanta parte meritata ebbe nel successo straordinario di quest’opera, è un ridere spesso lugubre e ambiguo. Anche Twain era sostenitore dell’idea che la risata scaturisse sempre in ultima analisi dal dolore. C’è gente terrorizzata, mezza morta o umiliata, e questo apporta un’ilarità irresistibile e quasi mai scanzonata. Si ride della disgrazia e della presa in giro dello sprovveduto, della morte e dell’abuso.
Angoli d’ombra non stentano a presentarsi, come ad esempio nelle ultime righe nelle quali Huck apprende la nuova della morte del padre, ma non manifesta nessun tipo di riflesso, come se questa cosa esulasse dalla sua attenzione. Ed anche un susseguirsi frenetico e raffazzonato delle soluzioni nelle ultime pagine, deus ex machina blandamente convincente e con forti dubbi sulla cura di particolari a volte importanti e decisivi. Nel finale margini di credibilità che s’assottigliano, ma pur tuttavia non sufficiente a rovinare una straordinaria vicissitudine narrativa adornata di tanta intelligenza, umorismo (in più d’un aspetto non esente da satira), denuncia sociale e valorizzazione linguistica innovativa per l’epoca e intimamente coraggiosa.
Infine qualche piccola osservazione. In particolare il rapporto dell’autore col sesso femminile pare problematico. Parte della critica ha teso a sottolineare una sessuofobia strisciante in tutta la letteratura dello scrittore, e questo evidenziando sue contingenze biografiche. Non si può fare a meno di considerare come l’argomento sesso sia totalmente sottratto in questo testo. Si parla di ragazzi tendenzialmente entro la soglia delle pulsioni sessuali, con eccezioni di piccoli episodi di ammirazione per una figura femminile occasionale, ma seppur del tutto naviganti nelle acque briose dell’infanzia. Mi pare un elemento non importante, se non per lo specialista, e non nutro particolare curiosità nell’indagare più a fondo questa possibilità.
Altra constatazione è la confessione conclusiva nella quale Tom ammette candidamente la responsabilità di tutti i guai causati alla cittadina nel suo progetto per far scappare Jim. Non teme minimamente le conseguenze, nutre un immenso senso di soddisfazione nell’assumere la zavorra della gogna, anzi, perversamente ogni cosa sembra essere stata costruita per quel trionfo della colpa.
Tom si rende conto che una grande iniziativa è sempre una grande impresa, che sfidare Dio non è una questione d’ordine morale o di giustizia, piuttosto una elevazione nel rango della leggenda.
E per i romantici, si sa, l’emozione fine a se stessa canta più armoniosamente di qualsiasi accigliata ragione.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Mark Twain (alias Samuel Clemens), (Florida, Missouri 30 novembre 1835 - Redding, Connecticut 21 aprile 1910), scrittore e giornalista americano.
Mark Twain, “Le avventure di Huckleberry Finn”, Garzanti, 1992.
Introduzione di Enzo Giachino. Prefazione e traduzione di Giovanni Baldi
Prima edizione: 19 dicembre 1884 in Inghilterra e in Canada, il 18 febbraio 1885 negli Stati Uniti (ha impiegato dieci anni per la stesura).
Arpaeolia
Commenti
Grosso lavoro per me. Spero la lunghezza non scoraggerà alla lettura.
"In quest?ultima parte emerge il culmine di quel graduale pessimismo che mano a mano va rinforzandosi nella trama. La stessa comicità, che tanta parte meritata ebbe nel successo straordinario di quest?opera, è un ridere spesso lugubre e ambiguo. Anche Twain era sostenitore dell?idea che la risata scaturisse sempre in ultima analisi dal dolore. C?è gente terrorizzata, mezza morta o umiliata, e questo apporta un?ilarità irresistibile e quasi mai scanzonata. Si ride della disgrazia e della presa in giro dello sprovveduto, della morte e dell?abuso".
Ho un vago ricordo, ma questa considerazione mi pare assai azzeccata. é più che altro una suggestione che mi è rimasta - nel tempo - visto che ho letto il libro tantissimi anni fa (tantissimi rispetto ai miei, ovviamente).
"Tom si rende conto che una grande iniziativa è sempre una grande impresa, che sfidare Dio non è una questione d?ordine morale o di giustizia, piuttosto una elevazione nel rango della leggenda.
E per i romantici, si sa, l?emozione fine a se stessa canta più armoniosamente di qualsiasi accigliata ragione".
Mi piace il modo con cui hai scelto di chiudere il pezzo. Davvero un lavorone, Gianluigi. Complimenti;)
Grazie Fede. L'ho letto con particolare attenzione perché speravo aiutasse a capire qualcosa in più dello spirito americano, magari nell'oggi. E in alcuni sensi c'è stata visibilità.
?Se già inizialmente l?artificio retorico della prima persona fa sorridere per la sua ambiziosa pretesa di credibilità, la completa interpretazione dello scrittore Twain nei panni del bambino che mai fu, rimette un uso del vernacolo americano regionale, pigro di lessico e condito di turpiloquio e rocambolesche illazioni, che tutto sommato coniuga la bassezza del registro con una brillante essenzialità fanciullina?. Scrivi.
Verissimo, Arpa.
Una lingua nata nell?oralità e riproposta più o meno fedelmente sulla carta. Anche a causa di ciò quest?opera è unicum primario nella tradizione. Nessuno, prima di questa prova, era riuscito nel proporre con successo un lessico popolano e veracemente ordinario.
??i due passano il tempo a guardare le stelle e a rilasciarsi in riflessioni arcadiche sulla natura e sul paesaggio fluviale?.
La tua è una ?Letteratura di fiume?, Arpa, è un piacere grandissimo leggerti.
Per loro il grande fiume è, più di ogni altra cosa, verità, è il punto d'osservazione dentro la realtà grazie al quale la terraferma che scorre dinanzi ai loro occhi appare per quello che è, prigione, inganno, violenza, corruzione.
?È accanito lettore di libri d?avventura ed è perennemente in cerca di un nuovo brivido. La menzogna per lui è il mezzo dello spasso e della beffa. Huck invece mentisce perché è il modo che gli rimane di sopravvivere. Povero e di famiglia disagiata sa che il mondo non ha pietà per la debolezza sociale, perciò affronta l?imperverso giocando e tentando di bluffare col destino, demistificando la realtà e ingannando non per giocare ma per non perdere tutto quello che ha.
Tom è la proiezione più o meno fedele di Twain mentre Huck è un?identità ispirata da un amico d?infanzia dello stesso?. Similitudini eccellenti.
A differenza di Tom, alla fine Huck è un indifeso, un solitario individualista, un autentico, anarchico ribelle destinato alla resa, tutt'altro che un buon selvaggio chiaramente addomesticabile come Tom.
Ritornato in società, vanificata l'impresa di affrancare Jim perché si scopre che lo schiavo era già libero, lo spazio dell'avventura si è definitivamente chiuso, e quello che Twain fa pronunciare a Huck è il congedo di chi appartiene, in verità, a un'America che non c'è più.
Un lucido realismo trasforma le avventure di un ragazzo in epopea universale che si riallaccia a quelle più antiche del viaggio e dell'iniziazione alla vita.
Scrittura perfetta: un?occasione di lettura piacevolissima.
Grazie davvero, Gianluigi.
Raffaella
Prego Raffaella! Il sistema dei commenti lankelottiano (e in questo modo solo qua, per qunto leggo) è più che mai un'idea indovinata, perché concede integrazioni, come la tua, puntuali e assolutamente eccellenti. Andiamo avanti così!
"Provate a far scrivere a un bambino delle elementari quello che scopre del mondo; sarà confuso, imperfetto, incompleto. Non troverete quella purezza di suggestioni e discernimenti del fresco Huckleberry, statene certi" > giustissima apertura. La grandezza di un romanzo che non amo quale Il giovane Holden è tradurre in narrativa lo stupore e l'immaturità di un ragazzo adolescente(un po' più grandicello, ordunque).
"Questo libro è la prima grande epopea del popolo americano e della sua mentalità.">interessante. Non sapevo e mi compiaccio di colmare una lacuna
"I luoghi, i tempi e gli odori ricordano un Tolkien affascinato dalla flora, e tutto sembra dormire contando nella provvidenza dell?equilibrio. " >uhm. Notevole.
Non è certo mistero denotare come il procedere e il pensare di Tom sia comune a quel predecessore illustre che fu il Don Chisciotte. >eh, il primo romanzo moderno e metaletterario, per certi aspetti
"un ridere spesso lugubre e ambiguo" >sintomo di crescita, putroppo
"E per i romantici, si sa, l?emozione fine a se stessa canta più armoniosamente di qualsiasi accigliata ragione." bellissima e sognante chiusa
"Questo libro è la prima grande epopea del popolo americano e della sua mentalità".
> sì, nordamericano e post-anglosassone.
"Una lingua nata nell?oralità e riproposta più o meno fedelmente sulla carta. Anche a causa di ciò quest?opera è unicum primario nella tradizione." > questo è un passo estremamente suggestivo, davvero, Arpa.
"Acerbamente critico nei confronti del sistema feudale europeo, e perciò della nobiltà tutta, ritiene e registra più volte l?accusa a questa classe di essere responsabile di arretratezza e povertà del vecchio continente. Non per niente dalla stessa bocca di Huck, quando egli spiega a Jim cosa sia un re, escono parole di aspra valutazione del ruolo e agire dell?aristocrazia; questa, non è altro chè un?accozzaglia di ladri e parassiti, e le due canaglie insieme a loro non si distinguono affatto da coloro per i quali si spacciano".
> e qui tutto l'embrione del distacco yankee nei nostri confronti; almeno, una prima parte delle ragioni, quando ancora avevano coscienza della distanza tra la loro prima e la loro seconda origine.
"Tom si rende conto che una grande iniziativa è sempre una grande impresa, che sfidare Dio non è una questione d?ordine morale o di giustizia, piuttosto una elevazione nel rango della leggenda.
E per i romantici, si sa, l?emozione fine a se stessa canta più armoniosamente di qualsiasi accigliata ragione".
Ammazza, questa recensione è straordinaria. Ti sei superato, è davvero un capolavoro. Onore al merito. E crescerai ancora, facile prevederlo. Fantastico.
Eeeh, capolavoro è esagerato, quando mai ;) Crescere ci sto provando, cercando equilibrio. Vediamo a cosa porterà.
A cose enormi.
sorpresa in arrivo.
http://www.lankelot.eu/index.php/2009/03/01/twain-mark-viaggio-in-paradiso/
recensione molto bella, per uno dei libri che ha segnato la mia crescita.
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