“Johnny got his gun”, scritto nel 1938, fu pubblicato il 3 settembre 1939, due giorni dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Le vicissitudini che interessarono il romanzo e la storia privata di Dalton Trumbo sono da lui coerentemente spiegate nella particolare prefazione che appare oggi una dichiarazione fuori dai denti di chi evidentemente ha patito censure da ogni fronte per i suoi scritti. Trumbo dichiara che, all’epoca, l’argomento pacifista, tema centrale e costante del romanzo, era un anatema per la sinistra americana nonché per gran parte del centro. Tant’è che fin dalla pubblicazione venne prima dileggiato e poi completamente oscurato (leggasi bandito) per via dell’attacco a Pearl Harbour. Contemporaneamente fu la destra a prenderlo come esempio per reclamare le libertà civili. Per l’accanimento e la controversia che ne derivarono lo stesso Trumbo chiese all’editore il fermo delle ristampe, almeno fino alla fine della guerra. In effetti è proprio nel 1945 che il libro venne rimesso in circolazione, questa volta accolto favorevolmente dalla sinistra, sotto il silenzio della destra. Purtroppo Trumbo compì l’errore di lamentarsi di certi attacchi ricevuti proprio con l’FBI che iniziò ad interessarsi a lui fino al suo alienante coinvolgimento nella lista nera del Maccartismo. In quella scellerata caccia alle streghe, Trumbo subì il carcere e dovette rinunciare al brillante impiego di sceneggiatore salvo poi firmare i suoi lavori con diversi pseudonimi. Il suo libro appariva di volta in volta, ad ogni guerra, riprendendo fuoco in quella di Corea e divampando, successivamente, in quella del Vietnam. Ed è a questa fase che risale l’ultima revisione del romanzo, ambientato in quella che Trumbo definisce “l’ultima guerra romantica”, ossia la Prima Guerra Mondiale.
Johnny è un giovane diciannovenne che vive in Colorado, lavora in un panificio ed ha una ragazza quando si trova tra le file dei combattenti in Europa. Aveva perso il padre in guerra, ma non sa spiegarsi perché si trova tra giovani come lui ad affrontare pericoli di morte. Un giorno si sveglia e, progressivamente, scopre di esser terribilmente mutilato. A causa dell’esplosione di una bomba ora si ritrova senza gambe, braccia, udito, occhi, naso e bocca. Scopre di esser un troncone umano a cui hanno agganciato un bavaglio che dalla gola viene legato alla fronte per coprire un volto che ormai non c’è più.
Avvicinarsi al romanzo di Trumbo significa affrontare un’esperienza di autenticità e meraviglia per appropriarsi, in un naturale transfert, di quella solitaria sofferenza che si presta a divenire universale.
Appositamente privo di punteggiatura, se si escludono i punti che chiudono i paragrafi, si presenta come un continuo, inarrestabile, straordinario, umano flusso di coscienza dei pensieri di Johnny.
È questa una scelta di Trumbo per donare ad ogni lettore il potere di leggerne i contenuti con l’intensità e le inflessioni che gli vengono spontanee o che più gli aggradano, senza sue interferenze.
La grande bellezza del romanzo è proprio qui, nel suo esser privo di una trama convenzionale se non quella ricostruita, di volta in volta, dai ricordi di Johnny che tenta di sopravvivere con se stesso, in pieno isolamento, in completa solitudine. Non vi si ravvisa alcuna ideologia politica, ma un umano e quanto mai doloroso grido di orrore verso l’irrazionalità della guerra, verso tutte le guerre del mondo, in qualsiasi tempo e luogo: un manifesto assoluto e sincero che si interroga sulla scienza e sulla fede, dunque, in un radioso mix di dolore e dolcezza, senza scadere mai nel patetico. Trumbo non si compiace del trauma fisico di Johnny, evitando il più possibile le descrizioni, lasciandone il compito alle intuizioni e preferendo fissarsi sulla psicologia tormentata del ferito. Impossibile sollevare lo sguardo dal romanzo, da quelle fitte pagine che si calano come una scure sul mistero della vita e sulla capacità di un troncone umano di continuare a sopravvivere attaccandosi a qualsiasi cosa, una vibrazione, il cambio della biancheria, un raggio di sole che scalda la fronte, per poter recuperare la dignità dell’essere umano: il sentirsi ancora vivo, la voglia di gustare i piatti della madre, l’andare a pesca con il padre, il sorridere agli amici, il pronunciare parole d’amore verso la donna amata, sentire l’odore dell’aria durante le stagioni, percepire il trascorrere del tempo, distinguere i sogni dalla realtà. Sono questi i suoi semplici desideri e a questi torna, nella fase di lucidità dopo i sedativi e quei rapidi passaggi della sua mente, in flashback, in cui rivive la sua vita di prima, i singoli momenti gioiosi, tristi, lieti che aveva percorso da “vivo”.
Un grandissimo lavoro, quello di Trumbo, nel creare un pathos in crescendo verso la scoperta della completa mutilazione. La disperazione della rivelazione a se stesso, ogni qualvolta comprende che gli manca “un pezzo”, la rabbia verso i dottori che stanno sperimentando su di lui, lasciano il posto alla dolcezza dei ricordi e alla volontà di poter continuare in qualche modo, con la speranza che vince sempre sull’annullamento di sé originato da quelle inutili parole che lo hanno portato alla guerra.
Perché lui è diverso da tutti, anche Cristo che gli appare nei sogni non riesce a dargli una visione del suo stato e del futuro, e così spiega la sua immensa solitudine: “sono morti con un solo unico pensiero in testa che voglio vivere voglio vivere voglio vivere. Lui lo sapeva bene. Lui era la cosa più vicina a un morto che ci fosse sulla terra. Lui era un uomo morto con una mente che sapeva ancora pensare. Lui sapeva tutte le risposte che sapevano i morti ma loro non potevano più pensarle. Lui poteva parlare per i morti perché era uno di loro. Lui era il primo soldato tra tutti quelli morti dall’inizio dei tempi che avesse ancora una mente con la quale pensare. Nessuno poteva avere qualcosa da ribattere. Nessuno poteva dimostrare che si sbagliava perché nessuno sapeva tranne lui. Lui poteva dire a tutti quei magniloquenti figli di puttana assetati di sangue quale fosse esattamente il loro sbaglio. Lui poteva dire caro signore non c’è niente per cui valga la pena di morire io lo so perché io sono morto. Non c’è una parola che valga la vita. Preferirei piuttosto lavorare in una miniera di carbone profonda sotto terra e non vedere mai la luce del sole e mangiare pane ed acqua e lavorare venti ore al giorno. Preferirei quello piuttosto che morire. Io tradirei la democrazia per avere salva la vita. Io tradirei l’indipendenza e l’onore e la liberazione e la dignità per avere salva la vita. Io do a lei tutte queste cose e lei dà a me il potere di camminare e vedere e sentire e respirare l’aria e assaporare il cibo. Lei si prenda le parole. Mi ridia indietro la mia vita. Ormai io non chiedo nemmeno più una vita felice. Non chiedo una vita decente o una vita onorevole o una vita libera. Io sono al di là di tutto questo. Io sono morto e perciò chiedo semplicemente la vita. Vivere. Sentire. Essere qualcosa che si muove sulla terra e che non è morto. Io so cos’è che è la morte e voi che ciarlate tanto di morire per delle parole non sapete nemmeno che cosa sia la vita” (pagg.130 e 131).
Trumbo tralascia per buona metà del romanzo la parte dell’ambiente che circonda Johnny. Non gli interessa, non interessa ancora all’esperienza di Johnny. Preferisce prima renderlo cosciente, dallo stato di sonno – veglia di cui non comprende più il ritmo, dopo innumerevoli e fallimentari tentativi di carpire il tempo, dopo aver cercato invano di concentrarsi su qualcosa che potesse occupargli la mente, come la letteratura di cui ricordava a malapena alcuni argomenti, o la storia della nascita di Gesù. E poi inizia a fissarsi sulle vibrazioni dei passi di persone che entrano nella stanza in cui è segregato. E ricorda il codice Morse e, con la sola testa, sbatte sul cuscino per cercare di farsi capire. Chiede aiuto nel più classico ed universale dei movimenti: S.O.S…S.O.S….ma nessuno comprende quel battere incessante. Lo sedano senza che lui possa opporsi. Non può comunicare. La sua solitudine è assoluta, completa, fino a che una nuova infermiera che lui riconosce dal passo leggero gli batte sul petto le parole BUON NATALE. Per lui è una festa davvero, la resurrezione dello spirito e della carne. È talmente felice che i suoi pensieri scorrono inarrestabili per pagine e pagine. Finalmente qualcuno ha capito; finalmente può comunicare i suoi pensieri, può parlare con qualcuno e chiede di poter uscire per sentire l’aria, il sole, la pioggia, il vento sulla pelle. Sono trascorsi 7 o 8 anni dall’ultima volta, non lo sa con precisione. In tutto quel tempo è stato sempre solo, chiuso, sotto le lenzuola. Ha bisogno di trovare un nuovo contatto con il mondo; vuole uscire e farsi vedere dalla gente, immaginandosi in una teca di vetro che gira per le città, dietro ad un circo. Può mantenersi così e, allo stesso tempo, mostrare al mondo cos’è una guerra, come un nuovo messia venuto a rivelare il futuro a tutti. Non sarà come la donna barbuta, o l’uomo più alto del mondo, sarà diverso da tutti, sarà un troncone d’uomo pensante, ma gli negano il permesso di uscire. È contrario ai regolamenti: “lui era il futuro l’immagine perfetta del futuro e avevano paura che qualcuno vedendolo scoprisse questo futuro” (pag.248).
E viene lasciato ancora una volta solo, segregato in una stanza a battere inarrestabile…S.O.S., S.O.S, S.O.S.
“Saremo vivi e cammineremo e parleremo e mangeremo e canteremo e rideremo e sentiremo e ameremo e partoriremo i nostri figli nella tranquillità nella sicurezza nella dignità nella pace. Voi progettate pure le guerre voi padroni di uomini progettate le guerre e puntate il dito e noi punteremo i fucili” (pag.250).
Uno dei romanzi migliori che mi sia capitato di leggere in tutta la mia vita. Impossibile dimenticarlo. Necessario, sempre.
Rimando per il resto all’ottima recensione al film del 1971 (diretto dallo stesso Trumbo), presente qui sul sito.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Dalton Trumbo (9 dicembre 1905 Montrose, Colorado – 10 settembre 1976 Los Angeles), sceneggiatore, scrittore e regista americano. Con "Johnny got his gun" vinse il National Book Award nel 1939. Come Robert Rich vinse un Oscar nel 1954 per "La più grande corrida".
Dalton Trumbo “E Johnny prese il fucile”, 1977, Bompiani, Milano. Traduzione e postfazione di Milli Graffi. Prefazione di Dalton Trumbo.
Prima edizione: “Johnny got his gun”, 1939.
Commenti
Il 3 settembre 2009 ricorre il 70° anniversario dalla pubbblicazione di questo S.T.R.A.O.R.D.I.N.A.R.I.O. romanzo. Attualmente irreperibile...vedete un po'....
(titolo e nome dell'autore coincidono tra film e libro..non so come si può distinguerli...mettiamo tra parentesi ROMANZO?).
"Lui sapeva tutte le risposte che sapevano i morti ma loro non potevano più pensarle. Lui poteva parlare per i morti perché era uno di loro. Lui era il primo soldato tra tutti quelli morti dall?inizio dei tempi che avesse ancora una mente con la quale pensare".
Dev'essere una lettura straziante.
1. mmm. sì, aspetta...
Ecce Giambo sul film!
www.lankelot.eu/index.php/2008/06/06/trumbo-dalton-e-johnny-prese-il-fuc...
" Purtroppo Trumbo compì l?errore di lamentarsi di certi attacchi ricevuti proprio con l?FBI che iniziò ad interessarsi a lui fino al suo alienante coinvolgimento nella lista nera del Maccartismo. In quella scellerata caccia alle streghe, Trumbo subì il carcere e dovette rinunciare al brillante impiego di sceneggiatore salvo poi firmare i suoi lavori con diversi pseudonimi."
> Pazzesco o ridicolo. Non so come commentare.
peccato davvero che sia fuori catalogo. Spero per poco tempo ancora. Magnifico contributo, Movi!
Un grande libro davvero, affascinante, duro e mai patetico.
5. la cosa è pazzesca e ridicola allo stesso tempo...tralasciando il romanzo che è stato testimone di un ballottagio tra destra, sinistra e centro che se lo sono conteso (e rifiutato) a seconda dei momenti, lui vinse un Oscar con uno pseudonimo!!!e poi riabilitato grazie al successo di Spartacus...se non è ridicolo poco ci manca (evviva la coerenza).
6.Grazie. In realtà non vedevo l'ora di leggerlo :)
Mi ha veramente stupito il fatto dell'irreperibilità...
2 e 7. ecco, la cosa che mi ha sorpresa è proprio l'assenza di toni strazianti o patetici. Veramente è un grandioso inno alla vita (rabbioso e dolce) che fa star male per le verità intrinseche in esso contenute.