Troisio Luciano

Un'idea della Cina. Nuvole di drago. I di V

Autore: 
Troisio Luciano

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Ho insegnato a Shanghai dal 1987 al 1992, un periodo che a sentir molti è ormai lontanissimo, perché la metropoli sarebbe cambiata fino a diventare irriconoscibile. Ma io questo discorso l’ho sentito fare molte volte, anche prima, anche su Pechino, e per molte ragioni non lo ritengo molto convincente. Avendo avuto l’opportunità di vedere con calma (e a mie spese) dietro la facciata, cosa che nessun turista potrà mai fare, mi sono fatto un’idea abbastanza precisa di come funzionano le cose.

Un particolare indimenticabile, che mi ha costretto ad andarmene prima del tempo, è l’assoluta mancanza di riscaldamento nei locali pubblici, quindi anche delle aule universitarie. Non tutti gli inverni furono rigidi (la media è di un grado sopra lo zero), ma ne ricordo due di terribili meno sette. Si stava, l’intera città, infagottati in piumini; le studentesse infreddolite, anoressiche tenere scimmiette gialloverdi, stringevano bottiglie di acqua calda coi guantini commoventi modello Padre Pio, che lasciavano scoperte le ultime falangi; spesso il gesso ci cadeva dalle dita gelate.

In Cina, secondo l’uso, i docenti insegnano in piedi; io spesso mi sentivo svenire e in deroga chiedevo una sedia, la sinusite mi assediava. Se solo avessi sospettato che non esisteva riscaldamento, mai avrei accettato di andare nella bolsa Shanghai: infatti avrei potuto ottenere la nordica Pechino che, date le temperature polari, è ottimamente riscaldata.

Procedo nella memoria divagando, ma anche seguendo un preciso filo conduttore: parlo in modo colloquiale, di Università cinesi e soprattutto delle Uài Guò [primi due caratteri di un’espressione con la quale si indica una Facoltà di Lingue Straniere] di Pechino e Shanghai; di persone (scrittori, docenti, personaggi vari) da me conosciute in Cina; di tutto quanto riguarda i libri (scritti da italiani sulla Cina, o da cinesi) e specialmente dell’incredibile ostilità dei cinesi nei confronti dei libri degli uaiguorèn (stranieri). 

 

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Nell’aprile 1983 accettai di andare in Cina per tre mesi, ospite ufficiale di quel Governo, all’Università Uài Guò di Pechino, al posto di un mio assai indaffarato illustre maestro, che non poteva andarci e mandò me. Non so davvero se debbo ringraziarlo, perché quella prima esperienza cinese fu anche il primo di alcuni passi che mutarono completamente la  mia vita.

Allora gli stranieri erano in gran parte obbligatoriamente concentrati allo Youyì Fandien (Albergo dell’Amicizia, un complesso di dodici enormi edifici, donato dai Russi credo nel 1956) situato a circa sedici chilometri da Tiananmen (la Piazza della Pace Celeste), nella zona nord ovest di Pechino, dove si trovano anche il Palazzo d’Estate e varie Università. Abitai all’edificio numero 4 ed ebbi l’opportunità di conoscere un vasto numero di persone: insegnanti, scrittori, giornalisti, rifugiati politici di ogni parte del mondo. Tra gli italiani c’era una laureata in cinese che viveva in Cina da una vita, cercando di farsi strada; impresa difficile, ma sempre più facile che trovare un posto in Italia. È rimasta nel mio database per fondamentali, magici  attraversamenti della mitica città compiuti insieme, per me col fascino della prima volta, e per un imbarazzante aneddoto: una sera, a un incontro con borsisti cinesi, un incauto ingegnere indigeno appena tornato da Milano, si complimentò con lei per la sua prossima maternità (sebbene non fosse in attesa).

C’era perfino un gruppetto di statunitensi (mantenuti a sbafo dall’epoca del MacCarthysmo dal governo cinese), colà riparati. Era molto folto il gruppo dei rifugiati sudamericani, questi fuggiti con le famiglie da persecuzioni davvero tremende; le figliolette, nel frattempo, tirate su all’ottima cucina cinese, erano sbocciate in pezzi di figliola che levati: adolescenti indie di bellezza delicata e stupenda, che a causa dei tratti mongolici potevano esser facilmente scambiate per autentiche Han.

Tra i miei vicini, oltre a questi e ad altri ancora -come il lettore italiano, con vistosa mogliettina teen-ager un po’ spaesata- c’era anche la famigliola della scrittrice Primerose Gigliesi. Sì, proprio lei era la mia vicina. Diventammo amici e mi fece conoscere molti aspetti della Cina: l’arte naïve dei pittori contadini, l’artigianato più vario; mi portò a visitare il Palazzo d’Estate, mi regalò alcuni dei suoi libri (in seguito ne scoprii anche altri: sue magistrali traduzioni -in inglese e italiano- di testi cinesi classici, di favole antiche tra cui la famosa Pentola gravida, e di deliziosi racconti per bambini).

Spesso Primerose spariva, per una decina di giorni non la si vedeva più; di solito andava ad accompagnare milionari americani che esigevano lei come guida di prestigio. In pratica manteneva la famiglia in questo modo; tornava con rotoli di dollari e di disegni che aveva comperato nei centri visitati, anche molto lontani. Me li mostrava con l’ingenua gioia di chi è certo di aver fatto un affarone, ma anche di chi indaga le cose minime nel profondo.

La primavera a Pechino è secca (ne parlano molte poesie di ogni dinastia usando spesso l’immagine: raro come la pioggia primaverile). La città è stata costruita in una zona semidesertica (al margine sud dei grandi deserti) e spesso in primavera ci sono anche tempeste di polvere. Comunque i pochi alberi, i pochi fiori sono innaffiati e curati; i primi giorni di maggio poi tutta la città è ornata di vasi con gigantesche azalee.

Verso la fine del soggiorno pechinese, a primavera inoltrata, tornavo dunque una sera da uno dei miei soliti pomeriggi sperperati a bighellonare nel Tempio del Cielo, a oziare nei metafisici cortili della Città Proibita, fino agli angoli poco calpestati, dove crescono erbacce tra gli interstizi dei selciati, esattamente come a Torcello, Burano (mentre i miei avversari sgobbavano a vincere concorsi universitari, a perdere figli, amanti). Mai, o pochissime altre volte provai le stesse sensazioni -rivissute più tardi nel capolavoro di Bertolucci- come in quei divini cortili di marmi bianchi scolpiti a lastre, a nuvole, tra quelle fragili precarie architetture astratte senza essere ortogonali. Lì mi resi conto di arcani significati che richiedono geomanti, di conoscenze perdute che consigliavano su come ben proteggere dagli spiriti le congiunture dei tetti, degli angoli, coprendoli di mattonelle, di draghi scaramantici.

Cultura che si perde nella notte dei tempi, anche se quello che si vede non sempre è antichissimo: qui le distruzioni sono state frequenti, e sappiamo da varie testimonianze e racconti -anche italiani- che negli anni venti tutto ciò che ora si contempla restaurato a modo era semidistrutto e abbandonato. Nei cortili che avevano visto cerimonie sublimi e terribili, allora le erbacce crescevano folte dovunque; contemplare le poche foto d’epoca è un’operazione straziante come udire la Marcia sulle rovine di Atene. Perfino il padiglione del trono imperiale era alla mercé della soldataglia e chiunque poteva per pochi spiccioli, farsi fotografare seduto sul trono.

Sostavo estasiato, una volta nel padiglione delle Otto Armonie, un’altra nel cortile della Doppia Contemplazione, o dei Sette Tramonti, per finire in quello (concepito sotto Lin Piao) delle sei ritirate.

Tornavo dunque da uno di questi sottili ozi, di tali volneyane riflessioni sui massimi sistemi non particolarmente allegre. Un po’ trasandata Primerose stava innaffiando una minima aiola che si era cocciutamente ricavata a ridosso del muro, a lato della porta di casa, un tre metri per cinquanta centimetri: rampicanti, qualche cespuglietto, delle piantine di fiori modesti. Sarà difficile che dimentichi mai il suo minimo annaffiatoio di legno, il gonfiore leggero della vestaglia, le poche parole di saluto e quelle due o tre domande tenute banali, il sorriso paziente e vero. Non la rividi più; in Italia qualche mese dopo lessi in un trafiletto della sua morte. Così ti ricordo e ti saluto, Primerose Gigliesi.

3

Indimenticabile fu l’incontro con Ch’ien Chung Shu, un altissimo personaggio cinese, impossibile da avvicinare. Nemmeno la nostra addetta (una grulla con le stigmate della gaudente-sussiegosa “prima repubblica” cui mi affidavo per fissare gli appuntamenti) era mai stata degnata di attenzione. Lei abbozzava, e fu talmente villana da telefonarmi a mezzanotte, per chiedermi se poteva “accompagnarmi”, imbucandosi alla romana, una certa dott.ssa * (ora potente sinologa).

L’illustre personaggio mi aveva ricevuto subito riservandomi venti minuti, ovviamente solo in quanto latore di un’importante lettera dall’Italia. Ero arrivato con la lunga macchina nera e autista (sempre a disposizione, previa presentazione di un magico tesserino).

 Quest’uomo vestito modestamente della divisa di Mao, eppure elegantissimo, mingherlino e quasi sofferente, mi ricevette sulla soglia del piccolo appartamento, certo non degno del suo alto rango; dopo i cordiali convenevoli, e affidatomi il messaggio di risposta, mi concesse (metà in inglese, metà in francese) anche una breve intervista, rispondendo in modo originale e penetrante. Alla domanda: “Cosa pensa dell’attuale produzione letteraria europea?” Rispose:  “When a new book appears I read an old one (Quando esce un nuovo libro io leggo un libro vecchio)”. Frase altamente polisemica su cui poi riflettei a lungo. Ne scrissi anche sulla rivista “Zeta”.

Alla domanda: “Quali sono i più importanti fatti storici degli ultimi secoli in Europa?” rispose: “Il fatto più degno di nota è la Rivoluzione  Francese, ma è ancora troppo presto per formulare dei giudizi definitivi”.

Venendo poi a parlare del Maoismo, laconicamente disse solo: Temo che non durerà a lungo, comunque non più di due o tre secoli”. Sulle le sue risposte ci sarebbe da dire molto, almeno sulla diversa concezione e durata del “tempo” storico.

Finita l’intervista volle presentarmi sua moglie (di cui ho scordato il nome), ed entrò nella stanza una donnetta sui sessant’anni, dai capelli d’argento, vestita coll’uniforme grigia, che mi salutò con inchini, sorridente. Commisi una colossale gaffe: infatti dimostrai di non conoscere una delle più famose scrittrici cinesi. Ma il mio imbarazzo non era finito, stava anzi per aumentare: poiché non c’era l’ascensore gli illustri vecchietti, con ininterrotti inchini mi accompagnarono alla macchina facendo ben otto rampe di scale, nonostante la mia reiterata opposizione, mentre lui ripeteva, sempre amabilmente sorridendo: -Ancien régime, ancien régime.-

Come succede spesso ai viaggiatori in Cina, non li rividi più, non li dimenticai più.

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Commenti

"Lì mi resi conto di arcani significati che richiedono geomanti, di conoscenze perdute che consigliavano su come ben proteggere dagli spiriti le congiunture dei tetti, degli angoli, coprendoli di mattonelle, di draghi scaramantici."
questo è fascinoso.
Incontri, personaggi. luoghi indimenticabili. Mi leggerò poco per volta questi tuoi reportage. Sono bellissimi, grazie Luciano!

"Avendo avuto l?opportunità di vedere con calma (e a mie spese) dietro la facciata, cosa che nessun turista potrà mai fare, mi sono fatto un?idea abbastanza precisa di come funzionano le cose."

> ecco una testimonianza preziosa.

"Allora gli stranieri erano in gran parte obbligatoriamente concentrati allo Youyì Fandien (Albergo dell?Amicizia, un complesso di dodici enormi edifici, donato dai Russi credo nel 1956) situato a circa sedici chilometri da Tiananmen (la Piazza della Pace Celeste)"

> Interessante...

"Mai, o pochissime altre volte provai le stesse sensazioni -rivissute più tardi nel capolavoro di Bertolucci- come in quei divini cortili di marmi bianchi scolpiti a lastre, a nuvole, tra quelle fragili precarie architetture astratte senza essere ortogonali."

Integro subito:
http://www.lankelot.eu/index.php?p=994

"Lei abbozzava, e fu talmente villana da telefonarmi a mezzanotte, per chiedermi se poteva ?accompagnarmi?, imbucandosi alla romana, una certa dott.ssa * (ora potente sinologa)."

> si imbucano meglio i milanesi e i napoletani, immagino...

"Avendo avuto l?opportunità di vedere con calma (e a mie spese) dietro la facciata, cosa che nessun turista potrà mai fare, mi sono fatto un?idea abbastanza precisa di come funzionano le cose."

Subito molto promettente. Proseguo curiosissimo nella lettura...

"specialmente dell?incredibile ostilità dei cinesi nei confronti dei libri degli uaiguorèn (stranieri)."

Davvero? Nazionalismo, obiettività o tutte e due?

"C?era perfino un gruppetto di statunitensi (mantenuti a sbafo dall?epoca del MacCarthysmo dal governo cinese), colà riparati."

Su questo non so molto, e credo non solo io. Approfondiremo.

"Alla domanda: ?Cosa pensa dell?attuale produzione letteraria europea?? Rispose: ?When a new book appears I read an old one (Quando esce un nuovo libro io leggo un libro vecchio)?. Frase altamente polisemica su cui poi riflettei a lungo."

Eh. Che nella Cina di vent'anni fa vi fosse più lucidità che nell'editoria europea di oggi?

"Alla domanda: ?Quali sono i più importanti fatti storici degli ultimi secoli in Europa?? rispose: ?Il fatto più degno di nota è la Rivoluzione Francese, ma è ancora troppo presto per formulare dei giudizi definitivi?."

Anche questa va oltre molta parte della storiografia prona degli ultimi decenni. Anche senza partiture marxiste.

7. Credo che dipendesse dal rigido controllo sulle "idee" imposto dall'alto nelle Università. La cosa è grave, specialmente tenendo conto del fatto che le stesse università, almeno allora, non avevano alcun libro di testo su cui studiare.

Cara Marina ti ringrazio.
A presto vederci
"nella bella Padova culla delle arti".

8. Nel 1983, all' Albergo dell'Amicizia di Pechino, residenza obbligatoria degli stranieri, c'era un folto gruppo di sudamericani perseguitati in patria, e un gruppo molto più esile di statunitensi. Naturalmente erano esibiti come simboli. Apparivano tutti ben pasciuti e in salute.