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L’aristocratico professore cinese della prestigiosa università si fece da parte, lasciò il campo ai suoi due assistenti tracagnotti. Cominciarono ad armeggiare sugli stipiti, si accucciarono ad esaminare la parte inferiore della porta. Il legno si era notevolmente gonfiato a causa dell’umidità, tutto qui; non c’erano altri motivi: la porta non era particolarmente massiccia, anzi dall’imbarcatura si sarebbe detta una delle solite avventizie porte di compensato.
Una giovanissima studiosa indigena dal viso di bambina rallegrato da due occhi delicati e furbi nelle mandorle finto-distaccate dal mondo, da una bocca invidiabile anche priva di rossetto, osservava l’armeggiare lento dei colleghi. Al suo fianco una signora neozelandese in elegante camicetta e jeans, non riusciva a nascondere l’espressione un po’ tesa del volto carino e ben truccato nonostante le incipienti zampe di gallina.
Anche un estraneo avrebbe compreso subito che era la più singolare del gruppo, non solo per il fatto di essere una uaiguoren, ma perché c’era in lei quasi l’equilibrata, diplomatica preoccupazione dello sponsor oculato, che segue l’opera per condurla a buon fine: un’autorevolezza diversa che andava oltre l’atmosfera di attesa palpabile in quel corridoio umido e semibuio.
Gravava una mancanza d’aria che induceva a trattenere il respiro e i colpi dati in vari punti della porta col pugno chiuso rimbombavano sordamente. Gli assistenti si alzarono, invitarono il vecchio professore a fare un estremo tentativo; egli si girò verso l’elegante straniera, le offrì con galanteria l’onore di aprire finalmente la porta, ma la signora si schermì nel suo inglese esotico e un tantino stizzoso. Allora il vecchio cinese si girò di nuovo roteando il busto tutt’uno colla testa anchilosata dall’artrite, atteggiando zigomi e guance al mandarinale sorriso tetanico della calma taoista, infilò la chiave nella toppa, girò avanti e indietro alcune volte, si fermò. Nel più profondo silenzio spinse il battente; un fastidioso stridio e la porta alfine si aprì.
Furono investiti da un’ondata di tanfo irrespirabile. Coraggiosamente gli assistenti si spinsero nella penombra, spostarono le banali tende di velluto verde; la luce entrò evidenziando il pulviscolo per la prima volta dopo sei anni, nella sala in cui riposavano i tombali libri donati dall’Università di Wellington sei anni prima, tuttora ben conservati -a parte l’umidità da foresta pluviale- immuni da mani profanatrici.
La professoressa neozelandese, inviata ufficialmente dal suo governo “nell’ambito del programma delle relazioni culturali tra i due paesi”, appariva ora sbalordita come di fronte a un’eccitante scoperta archeologica, non voleva credere ai suoi occhi, e poco mancò che svenisse, forse anche a causa della mancanza d’aria.
Ecco dov’era finito il sontuoso fondo governativo di cui non c’era più traccia! Ma forse i docenti Han non facevano che obbedire a ordini superiori, a colte sofisticate direttive.
Io passavo di lì per caso, attraversavo il corridoio per raggiungere l’auletta insonorizzata della “Casa Editrice Universitaria degli Audiovisivi”, dove tutto era pronto per registrare le cassette di una Guida di conversazione italo-cinese, traslitterata anche in pin in, che ebbe cinque edizioni (la più amata da clandestini e schiavisti in fuga verso l’Italia, nonostante l’esoso prezzo di ben 13 Yuan).
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Le difficoltà per uno straniero nel consultare libri in una biblioteca cinese possono in certi casi divenire davvero insormontabili, e come prova posso portare quello che ha scritto nel suo volume Per la Cina (Mondadori, 1978) l’illustre sinologa Edoarda Masi, di cui sono stato indegno successore all’Università di Shanghai. Basterà leggere quelle pagine per capire quali ostacoli impedivano di fatto un’operazione che da noi avrebbe del ridicolo. Per visitare, ad esempio, la biblioteca del comune di Shanghai non è stato sufficiente presentarsi più volte, compilare moduli su moduli, richieste, elenchi di libri, preghiere e suppliche scritte. Si badi bene: non c’è mai stato un rifiuto vero e proprio, ma solo un’infinita metonimica dilazione, poiché ogni volta l’incaricato era diverso, e così il modulo, e il problema da risolvere, e l’orario di consultazione, e l’insufficiente chiarezza della richiesta, e l’educata preghiera di riformulare la domanda dal suo inizio; fino a quando anche il più energico, il più puntiglioso, comincia a sentirsi stremato, a vacillare nel raggiungimento del suo goal. Così fu per Edoarda, così fu per me anche nell’ambito dell’Università: ogni qualvolta si toccava questo argomento, i colleghi diventavano ancor più sfuggenti.
A pag. 73 del suo volume leggiamo:
Ho chiesto a Cen anche di frequentare la biblioteca […] la cosa si è subito rivelata complicata […] C’è poi una biblioteca generale dell’istituto […] di quest’ultima Cen non mi ha neppure accennato, l’ho saputo dai colleghi stranieri […] quella per insegnanti si trova al pianterreno del mio fabbricato. E’ chiusa a chiave, e evidentemente non frequentata da nessuno. Se uno ha necessità di andare a consultare qualcosa, è meglio che ci pensi uno o due giorni in anticipo, per preavvertire il responsabile che ne ha la chiave, e sembra non sia sempre rintracciabile.
Pag. 75: Una volta trovato a catalogo un libro, occorre un permesso dei superiori per ottenerlo in lettura. Questa norma vale anche per gli studenti cinesi. Mi sento scoraggiata: dovrei prima fare a Cen una richiesta che già so inutile, vedermi spiata con attenzione e preoccupazione…
ecc. ecc. e potrei continuare per varie pagine, kafkianamente.
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Mi punge vaghezza di recensire il veramente prezioso volume di questa scrupolosa intellettuale, sottile analista storico-politica, narratrice raffinata, a un tempo sobria e profonda, autrice tra l’altro anche della prima impegnativa traduzione italiana completa (1964) giudicata ottima dagli addetti ai lavori, del celeberrimo Sogno della camera rossa.
La grande simpatia che mi lega alla scrittrice Edoarda Masi (che non ho mai avuto l’opportunità e l’onore di conoscere di persona) è legata forse al fatto che descrive proprio gli stessi ambienti fisici dove ho lavorato anch’io per più di quattro anni, parla degli stessi colleghi (e superiori) miei: Zhang, Cen, Wang, Tang.
A volte ho chiesto loro di lei. Nessuno si è sbilanciato, nemmeno Tang (detto Zucchero), il collega giovane, il “responsabile” del mio comportamento, quello che i primi mesi non mi mollava mai un attimo, nemmeno a teatro. Ma poi siamo divenuti amici, e lo congedavo con finti calci affettuosi; si è dimostrato un bravo ragazzo, un ottimo cuoco, sempre disponibile ad aggiustare, riparare, risolvere, per me e per tutta l’Università; marito modello di una vera e propria scienziata, che tra l’altro ha scoperto una sostanza estratta da cellule fetali, capace di fermare (o rallentare) le neoplasie negli anziani.
Zucchero avrebbe meritato di fare più strada, invece venne doppiato da colleghi di altri istituti, quelli untuosi e sornioni che erano stati in America latina (invece di forgiarsi e aprirsi la mente con lunghi soggiorni nell’illuminata Tirana) e giravano coi foularini, i giubbotti di pelle nera, gli occhialetti Ray-Ban. Zucchero veniva a trovarmi e gli offrivo, io che non ho mai fumato, sporadici pacchetti di Kent lunghe appositamente acquistate a Hong Kong, molto di moda in Cina, e più frequenti cicchetti di maotai. Allora si scioglieva un pochino, ma della Masi anche lui mi disse poco; la ricordava come una donna assai laboriosa.
Dal libro si deduce talvolta una certa simpatia verso Tang, allora giovanissimo:
p. 253: Continuano a farmi accompagnare da Tang: il bel ragazzo promettente letterato, se pure un po’ eretico, e la vecchia straniera. E’ il nuovo trend.
(Probabilmente nell’incidentale sta la vera causa dell’emarginazione di Tang). Ma anche dagli altri seppi solo che la Masi lavorava molto, che scriveva a macchina (la sgangherata Olivetti 32 lettera made in Spain, che poi avrei usato anch’io) ininterrottamente.
Sui colleghi cinesi il suo giudizio è vario, anche perché si tratta di persone di età diverse: i primi due più anziani, gli altri solo giovani promesse, all’epoca ancora studenti; e poi diverse le personalità, le condizioni, i rapporti con il potere, l’intelligenza e la lealtà.
In varie pagine Edoarda non tace il suo totale disaccordo, non risparmia le sue frecciate, soprattutto nei confronti di Zhang, il capo autoritario privo di dubbi. Fin dall’inizio c’è un’aspra critica nei confronti dei suoi metodi, verso la lettura corale (rimasta tuttora come inconsapevole retaggio di crollati regimi, in parecchie università di paesi ex-comunisti, anche europei).
73: ho polemizzato subito contro l’apprendimento a memoria […] probabilmente Zhang ne è rimasto umiliato, ma non posso farci nulla…
e ancora, sui metodi tendenti solo a un totale controllo dei giovani:
p. 110: Faccio lezione solo sei ore la settimana, e per tutto il resto del tempo gli studenti sono assoggettati al metodo distruttivo dell’apprendimento acritico, a memoria, per frasi fatte e per proverbi (fra l’altro, scelti da repertori obsoleti e nati artificiali).
Se non detenesse un potere su di me, e non fossi costretta dall’opera sua a una continua frustrazione, sarei forse capace verso Zhang di quella pietà a cui quelli come lui hanno diritto, proprio per la loro meschinità. Mi impedisce di lavorare come vorrei, perché questo implicherebbe una serie di difficoltà per lui, che non conosce la lingua italiana abbastanza bene per insegnarla, e in generale è troppo ignorante per insegnare qualsiasi cosa.
Non ha la capacità né il coraggio di sostenere una modifica ai suoi schemini mentali e didattici.
…lavorio di Zhang per bloccare la comunicazione diretta fra gli studenti e me: questo significa bloccare ogni mio reale contributo all’insegnamento.
p. 205: La meschinità morale di Zhang mi rende meno sopportabile la sua ignoranza. Devo faticare molto per compensare la sua inadeguatezza a insegnare l’italiano.
La fatica diventa insofferenza e l’impegno si svuota, cominciano a sfuggirtene i motivi […]. Perché allora “servire il popolo con tutto il cuore”? Quale popolo, e per chi?
p. 241: Come sempre Zhang è bugiardo, col suo tono di ingenuità pretina…
p. 292: …se esaminato sul serio, sarebbe il primo ad essere bocciato in italiano, per non parlare del resto.
Tralascio per non appesantire, giudizi su altre persone (tuttora applicabili a parecchi contesti anche meno lontani) sintetizzando il pensiero di Edoarda:
Ignorano tutto delle correnti culturali contemporanee, a cominciare dal marxismo.
Se possibile si evita che gli studenti abbiano accesso direttamente ai libri o ai periodici, i testi vengono ricopiati e ciclostilati appositamente per loro.
Naturalmente l’autrice non si sofferma soltanto sul palese negativo, sul fastidioso rumore ininterrotto dalle cinque di mattina, sulla terribile mancanza di riscaldamento in aula nel gelido inverno, sull’ininterrotto sputare dovunque. Nelle 492 pagine del suo volume trova lo spazio per rilevare le qualità umane di tutti, per parlare di mille argomenti. E’ obiettiva, generosa. Ha il dono di capire le persone, gioisce delle bellezze della natura, è felice dell’altrui felicità, ama le espressioni artistiche, si dimostra innamorata dell’antica prestigiosa cultura del Paese Centrale.
Risulta evidente la sua volontà di “stare” coi cinesi, di vivere con loro anche la quotidianità; ma presto è costretta a riconoscere che questa è una pretesa velleitaria e ridicola.
p. 319: non riesco più a compensare a cena la scarsità del pasto alla mensa cinese dell’istituto e mi nutro in misura insufficiente.
Altro che liberazione dal bisogno! Ma Edoarda commuove per la sua intatta ingenuità quando alla fine, dopo qualche residua esitazione, si lascia convincere dai colleghi francesi a “tradire”, e accetta di andare a mangiare con loro alla mensa occidentale per i professori stranieri (altrettanto poco raccomandabile, n. d. a.)
Vale la pena di spendere qualche parola per illustrare la centralità del problema alimentare, ricordando il nervosismo serpeggiante nell’aula quando alle 11.30 in punto la lezione non era finita e l’insegnante infervorato si attardava a blaterare. Per gli studenti arrivare alla mensa qualche minuto dopo era un problema serio, per almeno due motivi. Intanto si esaurivano subito i piatti migliori: le polpette, gli involtini primavera, il pollo agli otto tesori, il maiale in agrodolce, i gamberetti piccanti. Del menu giornaliero, esposto e accuratamente contemplato la mattina durante la prima colazione (a base di zuppa di fettuccine) si ragionava rapiti già in aula. Non restava alcuna scelta: il monotono per quanto abbondante riso con erbe, zuppa d’acqua e cavolo bianco in cui galleggiava il famigerato tofu, formaggio di soia. Inoltre bisognava fare una prima coda per sbollentare al rubinetto le bacchette e il catino-piatto di ferro smaltato, personali. Nessuno infatti si sognava di correre rischi usando stoviglie non personali. Perfino nelle case private il marito non usava le bacchette della moglie. Beccarsi l’epatite (non a causa del cibo, ma della scarsa igiene nel rigovernare le stoviglie) era facilissimo, anche nelle forme più gravi e degenerative.
I malati di epatite in città non scendevano mai sotto i 90.000. Molti colleghi cinesi si ammalarono gravemente, furono esentati dall’insegnamento; se mi succedeva di prendere in mano un dizionario, venivo subito avvertito che era stato usato dal tale contagiato, nessuno usava più neanche la sua sedia. Ma la comunità degli uaiguoren, cioè nasilunghi occidentali più giapponesi, forte di circa duemila persone, almeno durante il mio soggiorno non accusò nessun problema.
Dunque la compagna Masi non ha esitato a dire chiaramente le sue opinioni critiche, però dopo un anno di lavoro (1976-77) ha fatto i bagagli. Può anche darsi che avesse assunto l’impegno per un solo anno, ma conoscendo la situazione e le tendenze dei cinesi a trattenere i cosiddetti “esperti stranieri” (che appena capiscono l’andazzo se ne fuggono nonostante l’ottimo stipendio), temo che ne avesse abbastanza, avendo verificato sul campo reale la parte teorica e utopica.
Terribili, ticoscopiche sono le pagine che dedica al problema della pena di morte (p. 325) e delle esecuzioni pubbliche, con la folla vociante o muta, negli stadi (gli stranieri non sono ammessi).
Bisogna riconoscere che ha avuto in quei mesi la grande “fortuna” di assistere in diretta a vari eventi storici, come la morte ravvicinata di ben tre uomini illustri: Zhou Enlai, Zhu De e Mao, nonché all’arresto della banda dei quattro, nel “colpo di stato” del 12 ottobre 1976, e conseguente definitivo naufragio della rivoluzione culturale.
Si ha l’impressione che nulla le sfugga, a nessun livello semiologico, eppure la sua pagina è sempre piacevole e cattivante, profonda e “asciutta” (anche troppo).
Il volume della Masi è fuori catalogo da molto; bisogna assolutamente cercarlo sulle bancarelle, nei mercatini. Tradotto anche in inglese, è piuttosto noto in Asia e Australia (ma ovviamente “non gradito” a Shanghai; l’unico cinese che lo possedeva lo teneva nascosto con mille precauzioni sotto il letto). A me era stato prestato da S., una ragazza padovana che studiava lì; lo fotocopiai, poi al mio rientro ne scovai una copia in antiquariato.
Oltre all’intelligenza e alla lucidità acuta dell’analisi, della Masi mi ha conquistato la leggerezza, la capacità di descrivere e di capire; le cose e gli uomini prima di tutto, il senso della gioia, della partecipazione unita alla misura e all’enorme riservatezza. Più che naturale risulta il rispetto di cui era circondata, lo stile semplice della sua giornata, la considerazione di cui ambasciatori e alti personaggi l’hanno giustamente onorata.
La stessa struttura del libro tende a distinguere alcuni piani: in corsivo le analisi soprattutto storico-politiche, l’interpretazione di fatti molto difficili da comprendere, eventi contraddittori, le vere e proprie tirate ideologiche figlie di quel decennio, e in certi punti un po’ pesanti.
In tondo invece la vita quotidiana dura e neorealistica, con tutti i suoi ininterrotti mejò (no, non c’è, è finito, non l’abbiamo, non si può, è vietato, ecc. Questa negazione è certamente al primo posto di ogni eventuale lessico di frequenza del cinese mandarino) con le fatiche, le soddisfazioni, le amicizie e anche gli sconforti, i mille giornalieri motivi di frustrazione, la folla opprimente, onnipresente, insopportabile, che provoca l’oclofobia, ininterrottamente eruttante, espettorante, sputazzante (mi astengo dal descrivere le masse nauseabonde gelatinose sui tombini di ogni strada, ma gente che imbambolata crede ai gloriosi filmati deve pur sapere…), la puzza, la villania del contatto non evitabile, una prossemica assolutamente diversa dalla nostra, di cui il cinese non si rende conto se non ha già avuto contatti con occidentali. Spesso ho visto stranieri ansanti rifugiarsi negli edifici e spazi a loro riservati per trovare un attimo di respiro (ma va detto che all’interno dei grandi alberghi, dei civili recinti dei campus universitari questi aspetti erano di molto attenuati, con eccezioni). E’ comunque umano, comprensibile che il pessimismo dell’intelligenza sfoci in profonda depressione: inoltre gli stranieri possono andarsene; per i cinesi, tragicamente è per sempre.
Ho letto due volte tutta l’opera con vera emozione; è facile intuire che le pagine in tondo le ho rilette di più. Perché dalle descrizioni di “vita” si impara molto sugli uomini, si può capire molto della Cina; e dalle pagine diaristiche, conoscendo i luoghi, si vengono a sapere molte informazioni storiche su Shanghai, la metropoli che nel 1842 era solo una cittadina di pescatori e che, vorrebbero assicurarmi, è oggi irriconoscibile anche rispetto al 1992, (io certo non tornerò mai più a controllare).
(Il tale edificio, dall’aspetto archeologico, cadente e semidistrutto che pensavo risalisse almeno all’era di Lin Piao: era stato invece inaugurato solo l’anno prima e all’epoca della Masi (1976) in quel luogo non c’era nulla. Quell’arco tutto laccato in rosso, azzurro e oro risalente alla dinastia Ming, nella tale strada di Shanghai, all’epoca della Masi non c’era, e così via).
Recentemente ho visto alla televisione alcuni servizi sulla Cina, realizzati da occidentali: ne viene esaltato l’enorme progresso, la rivoluzione nelle grandi città, gli infiniti ed eleganti grattacieli. Alcuni di questi c’erano già durante il mio soggiorno. Modestamente fui io a portare subito al Console (dato che il mio direttore cinese mi aveva chiesto di rivederla) la traduzione in italiano di un importante discorso del sindaco di Shanghai, l’attuale primo ministro: chiedeva agli occidentali di investire nella nuova zona speciale di Pu Dong (lett: a Est del fiume Pu), come poi avvenne anche da parte italiana; un primo frettoloso nostro investimento ammontava già a 1.100 miliardi. Sono passati dieci anni e ora quella zona di Shanghai, al di là del fiume, prima semideserta e paludosa, è una foresta di lucenti grattacieli).
Ho letto i libri delle due giovani scrittrici Mian Mian e Zhou Weihui: una Shanghai che io non ho conosciuto (sebbene anche allora esistesse qualche discoteca), ma la corruzione, la droga, le prostitute, le effusioni tra persone, allora erano una rarità, per quanto fosse abbastanza diffusa l’omosessualità anche femminile, e già una giovane coraggiosa regista avesse affrontato il problema in un suo film. Io non ricordo di aver mai visto nessuno scambiarsi un bacio in un luogo pubblico. Invece ricordo una coppia di studenti innamorati, che si isolavano in un’aula vuota; anche i finestroni verso il corridoio erano in vetro, ma accuratamente coperti con pagine di giornale incollate. Qualche volta dalle fessure li vedevamo quieti scaldarsi un cotié (raviolo) alla volta, infilato in un cacciavite, su un piccolo fornello elettrico, proibito nelle stanze da letto. Sul banco c’era un’aranciata, un panino al vapore, due melette. La loro autenticità pudica mi commuoveva. Lei era di una bellezza radiosa e pensavo che non avrebbe potuto migliorare ancora.
Resto molto scettico sui documentari di facciata che vorrebbero far credere che in pochi anni tutto è cambiato. Comunque, se hanno risolto i loro problemi, non posso che rallegrarmene sinceramente.
Concludendo: ciò che piace e in fin dei conti nella pagina di Edoarda coinvolge come leggerezza e come male di vivere, è la grazia nel trasmettere la serenità, forse anche un pochino d’angoscia, perché la scrittura nel suo involontario sibilo, allude alla solitudine, all’emarginazione, all’impossibilità di realizzare sia la venerata ideologia, sia un qualsiasi normale percorso esistenziale immune da continue frizioni, da sudore, da enorme fatica.
Il titolo Per la Cina allude a un vecchio calembour già presente in un famoso titolo: Pour l’Italie (ou contre?). L’Autrice sembra subito ammettere, anche se ironicamente, la possibilità remota di essere contro. In definitiva, è un po’ difficile non essere d’accordo, gli aspetti negativi sono preponderanti, pur mantenendo la scrittrice tutte le precauzioni dovute all’appartenenza a una precisa area politica non sospetta.
Anche la mia migliore allieva, la diletta Wang Bao (Dono Prezioso), unicamente lei, aveva il coraggio di mettere cautamente ma apertamente in discussione la realtà del suo paese, e non poteva essere zittita dai rozzi capimanipolo proprio per la sua generosa, ferma intelligenza, per la sua rara lucidità analitica, che le permetteva di criticare agevolmente (però mai in presenza di uaiguoren) le cattive applicazioni reali del comunismo, non conformi ai principi di quell’ammirevole utopia.
Commenti
"Ho letto i libri delle due giovani scrittrici Mian Mian e Zhou Weihui: una Shanghai che io non ho conosciuto (sebbene anche allora esistesse qualche discoteca), ma la corruzione, la droga, le prostitute, le effusioni tra persone, allora erano una rarità, per quanto fosse abbastanza diffusa l?omosessualità anche femminile, e già una giovane coraggiosa regista avesse affrontato il problema in un suo film. Io non ricordo di aver mai visto nessuno scambiarsi un bacio in un luogo pubblico."
> Altro passo notevole che mi impone di domandarti schede sulla Mian Mian e sulla Zhou Weihui. Sarebbero contributi fondamentali, unici.
"E? comunque umano, comprensibile che il pessimismo dell?intelligenza sfoci in profonda depressione: inoltre gli stranieri possono andarsene; per i cinesi, tragicamente è per sempre."
> drammaticamente interessante.
"Anche la mia migliore allieva, la diletta Wang Bao (Dono Prezioso), unicamente lei, aveva il coraggio di mettere cautamente ma apertamente in discussione la realtà del suo paese, e non poteva essere zittita dai rozzi capimanipolo proprio per la sua generosa, ferma intelligenza, per la sua rara lucidità analitica, che le permetteva di criticare agevolmente (però mai in presenza di uaiguoren) le cattive applicazioni reali del comunismo, non conformi ai principi di quell?ammirevole utopia."
> Discutibile l'aggettivo "ammirevole" (già realizzato con i "servi della gleba" un millennio prima, e senza ideologia dalla valenza di religione - ma egualmente interessante, in toto, il passo.
Ragguardevole contributo, Luciano.
ammirevole come tutte le utopie, che purtroppo sono destinate a rimanere tali, almeno per un altro millennio.
Sono molto felice di aver capito finalmente come si riesce a scrivere un commento e a metterlo on line.
e andiamo:).
"Anche la mia migliore allieva, la diletta Wang Bao (Dono Prezioso), unicamente lei, aveva il coraggio di mettere cautamente ma apertamente in discussione la realtà del suo paese, e non poteva essere zittita dai rozzi capimanipolo proprio per la sua generosa, ferma intelligenza, per la sua rara lucidità analitica, che le permetteva di criticare agevolmente (però mai in presenza di uaiguoren) le cattive applicazioni reali del comunismo, non conformi ai principi di quell?ammirevole utopia."
Un lascito commovente e che fa riflettere sulle nuove generazioni di ragazzi e ragazze cinesi e mondiali votate alla verità oltre il potere.
"Per visitare, ad esempio, la biblioteca del comune di Shanghai non è stato sufficiente presentarsi più volte, compilare moduli su moduli, richieste, elenchi di libri, preghiere e suppliche scritte"
NON CAPITA SOLO IN CINA, PROFESSORE!!!!
"Il volume della Masi è fuori catalogo da molto; bisogna assolutamente cercarlo sulle bancarelle, nei mercatini"
qualche copia c'è ancora in alcune antiquarie: vedi
www.maremagnum.com
Più leggo, più leggerei. Pagine veramente belle, squarci di un mondo a me (alla maggior parte di noi) ignoto. Ho parlato con ragazze che ai tempi in cui ricostruivo storie di editori del conquecento andavano a imparare il cinese a Shangai (e i mezzi talvolta di fortuna usati per quei viaggi e le famiglie in ansia... sì, ne partivano anche dal mio piccolo Friuli!) ma le impressioni che ricordo riportate erano molto folkloristiche, non so fino a che punto si rendessero conto di quel che vedevano e vivevano...
Vado avanti...
In merito al commento 9. Uh quant'è vero. Sto collaborando a titolo gratuito con quello che è stato il mio relatore della tesi. Non vi racconto il casino che abbiamo dovuto far per permettermi l'ingresso in biblioteca.
Lasciate stare il "professore".
E' il dottor Franchi che mi uccella come tale. Io in realtà sono uno sgangherato globetrotter-perdigiorno che ha perso tutti gli autobus.
eh, see, see. Profesor, profesor...
Ho finito da poco la lettura di tutto. A parte "l'ammirevole", riferito al comunismo (per me non c'è una virgola di ammirevole né nell'idea in sé, né tantomeno nell'applicazione pratica), queste cinque pagine sulla Cina sono davvero un bel leggere. Ricche di suggestioni e di rimandi, mi hanno messo su una forte curiosità a saperne di più. A parte i film di Zhang Yimou (di cui ho scritto su Lankelot), dello specifico cinese conosco più o meno - in linea generale - quello che ogni persona con un minimo di interesse per ciò che lo circonda dovrebbe sapere. Della sua storia, della dittatura comunista in particolare, della pericolosità attuale di quello che sta diventando - ahimé - il più grande colosso economico mondiale. I miei complimenti professore.
mi sono goduta anche questo! la scena iniziale cattura l'attenzione subito e poi si viene introdotti, attraverso il libro della Masi, a questo quadro della realtà cinese, finalmente vista da dentro e non attraverso reportage di facciata. Bello davvero.
"Se possibile si evita che gli studenti abbiano accesso direttamente ai libri o ai periodici, i testi vengono ricopiati e ciclostilati appositamente per loro." > grave, in pratica l'indottrinamento è completo.