Troisio Luciano

Un'idea della Cina. Nuvole di drago. III di V

Autore: 
Troisio Luciano

7

    Quando nel dicembre 1987 arrivai alla Uài Guò SISU (Shanghai International Studies University), i rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese erano stati stabiliti da pochi anni, e da pochissimo era stato riaperto un Consolato italiano in quella città. Una delle cose che chiesi subito, con insistenza forse anche eccessiva ai colleghi cinesi, fu di visitare le sezione italiana della biblioteca. Mi fu risposto che ne esisteva una riservata agli studenti cinesi, che comprendeva libri di argomento italiano, in cinese; quindi era assolutamente inutile che io ci andassi. Quei libri, di livello grafico assai scadente, li avrei visti più tardi in mano alle mie studentesse. C’era ad esempio parecchio materiale su Mussolini, anche con molte illustrazioni, e ricordo che le ragazze erano entusiaste di lui, sebbene non riuscissero a spiegarmi chiaramente perché. Più che altro si limitavano a ripetere che era un bell’uomo.

Esisteva inoltre una “Biblioteca italiana” riservata ai soli docenti e studiosi, e fui accompagnato subito a visitarla: Enciclopedia Treccani in vetusta edizione, altre enciclopedie, vecchi libri di letteratura, poche cose generiche, nessun aggiornamento. Mi recai dal Console e lo convinsi che era il caso di cominciare a costituirne una, almeno cominciare. In pochi mesi ottenemmo dal Ministero degli Esteri un piccolo fondo di libri tascabili di narrativa e altro, più il solito dizionario italiano-inglese. Su questo piccolo insignificante rifornimento si accese una disputa garbata e furibonda insieme: in sostanza i cinesi volevano la gestione e il controllo dei libri. Al che mi opposi decisamente, proponendo invece che si costituisse un primo nucleo simbolico della Biblioteca Italiana, gestendola insieme, ognuna delle due parti con la chiave in tasca. Contrariamente a quanto mi aspettavo la proposta fu non solo accettata, ma il Decano cinese fornì subito l’armadio per i libri. Da quel momento battezzai la biblioteca: “Italo Armadietto” (chissà se esiste ancora) e feci io in persona il secondo rifornimento, donando un paio di quintali di libri di scuola Media inferiore, che avevo portato dall’Italia su indicazione della collega shanghaiese Cen Shilan (già Lettrice a Padova e Venezia). Inoltre scrissi alla benemerita Fondazione Agnelli di mandarci qualcosa. Raccolsi pazientemente anche una copia, la mia personale, di tutte le assai discutibili dispense (vari argomenti tradotti in pessimo italiano da altre lingue) che venivano allestite per ordine del Direttore cinese Zhang Shihua, con suo pesante controllo: fascicoli battuti a macchina da un’impiegata cinese che non sapeva l’italiano, quindi con sua fatica improba che mi meravigliava, e poi ciclostilati in modo arcaico, in 25 copie: testimonianze preziosissime. Fui talmente sciocco da conservarli nell’Italo Armadietto, invece di serbarmeli con religiosa cura, come documenti di una Cina completamente priva di libri di testo per le sue università agli inizi degli anni 90. Un bel giorno l’intera raccolta delle dispense sparì e non ricomparve mai più.

8

Ricordo bene la mattina che arrivai all’edificio numero 7, il peggiore dell’Università, dove si trovava la sede dell’Istituto di Italiano: uno squallido capannone chiamato anche la porcilaia, o più affettuosamente l’elettrauto. (Dovunque sia andato, in tutti i paesi visitati, le sedi e gli spazi riservati all’Italia erano i più angusti, i più disagiati, nella più totale indifferenza dei nostri abatini ben pasciuti diplomatici). Entrai nell’angusta stanza dei colleghi cinesi proprio mentre infilavano frettolosamente dei libri in grossi scatoloni. Dissero che si trattava di materiale di magazzino, ma dalle scritte “Fondazione Agnelli” mi resi subito conto della verità: da Torino era finalmente arrivato il dono tanto atteso, e le autorità universitarie cinesi ce l’avevano proditoriamente sottratto. Piccato e offeso da quel comportamento, dopo aver telefonato al Console, dal quale al solito non cavai alcuna consolazione, decisi di aspettare l’imminente visita del Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino, da cui dipendevo.

Il professor *, uno dei pochi Direttori presentabili che abbia conosciuto, sinologo e nipponista piuttosto colto, era stato agli inizi della carriera maestro elementare e accanito sindacalista, si teneva informato e conosceva alla perfezione tutte le leggi; inoltre era un simpatico viperino iracondo che non le mandava a dire a nessuno. Quelli erano anche gli anni del fax, diffuso da poco (la posta elettronica ancora non esisteva); spesso me ne inviava presso il Consolato, per ringraziarmi della calorosa accoglienza che sempre gli riservavo le rare volte che veniva a trovarmi a Shanghai. Lo faceva soltanto per indispettire il Console -freddo e scostante- che leggeva i fax prima di me. Così il Direttore si divertiva a sottolinearmi la sua riconoscenza (mentre a lui inviava soltanto acide e sarcastiche espressioni burocratiche. Debbo anche chiarire, e con ciò alludo all’atmosfera non facile del momento storico, a cavallo dei noti fatti di Tiananmen, che in quattro anni conobbi ben quattro consoli, assai diversi tra loro).

Quando ci fu la riunione ufficiale, con la solennità formale  eccessiva che i boriosi cinesi mettono in qualsiasi bagatella, il professore venne subito al dunque. Prima negarono l’evidenza (l’imperativo categorico dei cinesi è: non perdere mai la faccia), poi messi alle strette, dovettero fare la magra figura di tirar fuori i libri che la Fondazione ci aveva mandato con una certa larghezza (ricordo ancora tre importanti e costosi volumoni sugli Italiani negli Stati Uniti, in Brasile e in Argentina). In questo modo l’Italo Armadietto crebbe d’importanza, nonostante certi libri sparissero. Ad esempio un volume sui rapporti tra Stato e Chiesa, preso in prestito dallo studente Paolo Rossi (aveva assunto questo nome italiano allora molto in voga) per una strana coincidenza non si trovò più.

Il quartiere dove sorgeva il campus universitario spesso si allagava durante le torrenziali piogge primaverili-estive. I sottopassaggi dove l’acqua era più alta risultavano fatali agli arcaici giganteschi camion, che si fermavano bloccando il pazzesco traffico. Lo stesso fenomeno, ma in maniera assai più catastrofica, si verificava a Pechino, che (solo d’estate) è investita da piogge terribili.

Al mio rientro dalle vacanze i colleghi mi raccontavano delle loro immani fatiche per eliminare l’acqua dai nostri uffici dell’elettrauto (durante l’estate i cinesi non vanno in vacanza: hanno cinque giorni di ferie l’anno; fanno -quando capita- qualche viaggetto collettivo, organizzato a spese dell’unità di lavoro).

Un paio di volte, aperto l’Italo Armadietto, trovai i libri interamente ricoperti da una spessa muffa bianca, e dovetti ripassarli con lo straccio uno alla volta. Lo stesso accadeva ai vestiti negli armadi. Poi riuscimmo a procurarci degli igrorepellenti che ci portavano gli amici da Hong Kong. Dopo un paio di mesi i contenitori di plastica appesi tra le grucce si riempivano di acqua a litri.

Furono anni di gran lavoro, specie nel campo dell’editoria pedagogica, cui collaborai per la parte italiana. Riuscimmo con grandi sforzi, e perfino boicottati dalle nostre autorità -perché era poco opportuno che Shanghai superasse Pechino- a pubblicare due manuali di conversazione (con annesse ben sette cassette con la mia voce), i primi due volumi -su quattro- di un corso di italiano, e un dizionario di 20.000 lemmi. La prefazione la fece il signor console, che fingeva di ignorare che esistevo.

Sempre seguendo il filo dell’argomento biblioteche, non potrò facilmente dimenticare l’episodio occorsomi, quando ormai ero alla fine del mio soggiorno (nel 1992, tormentato dal gelo, dalla sinusite e dalla depressione avevo alla fine accettato, per la serie “Non c’è limite al peggio”, l’unico livido trasferimento possibile, a Bratislava, nella Slovacchia postcomunista). Avendo ormai imparato non solo a parlottare cinese, ma anche a leggerlo, per quanto con difficoltà, mi capitò un giorno nella biblioteca centrale -nella quale entravo spesso sebbene malvisto, in cerca di libri francesi, spagnoli, inglesi- di salire al sesto piano, dove non ero ancora mai stato. Per farla breve, a un certo punto casualmente da lontano lessi su una scaffalatura: “i da li i”, cioè lingua italiana. Scoprii così, dopo ben quattro anni di permanenza, un’altra Sezione italiana della “Biblioteca Centrale”, di cui nessuno, nonostante le mie insistenti richieste, aveva osato informarmi. Mi sentii ribollire il sangue dalla rabbia, fino alle lacrime. Poi mi posi alacremente a consultare il materiale.

In gran parte però si trattava di un miserabile polveroso deposito fossile, senza alcun aggiornamento. C’era dell’interessante narrativa italiana dei primi tre decenni del Novecento, c’erano un paio di fascicoli della importante e lussuosa rivista “Marcopolo”, edita a Shanghai in varie lingue (italiano, inglese, cinese, giapponese) quando il nostro paese era alleato del Giappone. Ne avevo sentito parlare, avevo letto da varie parti riferimenti a quella rivista e ad altre due, di cui una si chiamava “Italia”; vi scrivevano anche letterati di grido, non necessariamente compromessi col regime. Veniva stampata a Tianjin (o Tien-Tsin; citando questa città, piuttosto nota in Italia per via della nostra Concessione, approfitto per dire che la riforma di Mao su scrittura semplificata e nuova traslitterazione del cinese, ha comportato molte modifiche in varie parole, anche per quanto riguarda la pronuncia). Nelle mie rare incursioni a Pechino, mi ero naturalmente dato da fare colla nostra Ambasciata per visitare il vecchio archivio in qualità di ricercatore.

[Corre l’obbligo di spendere qualche riga per accennare al grande rogo di documenti ordinato dal nostro Ministero nel 1949, quando la Cina continentale fu abbandonata dai Nazionalisti cinesi in fuga a Taiwan. Bertuccioli fu presente all’incenerimento. Prima dell’arrivo dei vincitori venne distrutto prezioso materiale riguardante la nostra presenza in Cina dal 1870 circa, e le nostre Rappresentanze di Pechino, Shanghai e Nanchino (Ma nella maturità ho imparato ad avere una sconfinata fiducia nel disordine italico, quindi confido che copia di gran parte di quei documenti giaccia tuttora sepolta in qualche sotterraneo della Farnesina).

Ristabilite le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese -con clamoroso voltafaccia, mi sembra opportuno ricordarlo per quello che vale, nei confronti del regime di Taiwan, che aveva vinto la guerra assieme agli Alleati, e per questo aveva ottenuto seggio e diritto di veto all’ONU- i documenti superstiti furono trasferiti a Pechino, ove ora giacciono accatastati in capannone ben lucchettato, in uno dei cortili della nostra Ambasciata].
L’Ambasciatore fu gentilissimo e mi pose a disposizione lo squallido e poco stimato addetto del momento, che però, contrariato o stupidamente geloso, fece di tutto per ostacolarmi e non gli parve vero di impedirmi la visita. Mi rivolsi allora all’addetto scientifico senza cavarne alcun costrutto, se non di sfogliare una ristampa anastatica dell’atlante di Matteo Ricci che casualmente giaceva nel suo studio. (Nell’83 avevo visitato la tomba del celebre gesuita, distrutta dalle guardie rosse e in seguito restaurata. Fu necessario chiedere un permesso scritto, che ho conservato. Visita molto emozionante; ne dirò altrove). Non mi restò che desistere.

La Sezione del sesto piano in definitiva era ricca di pregevoli e rare edizioni italiane delle opere di Mao (compresi vari tipi di libretti rossi, divenuti rari) e di altri illustri personaggi cinesi; di molte opere edite a Tirana nel periodo anteriore alla rottura coll’Albania, quindi ormai tremendamente tabù. Presi in mano un volumetto intitolato: La cricca titina non riuscirà a incrinare la compattezza del P. C. Albanese. Pensai subito di tentare di prendere in prestito questa chicca e altri libri, cosa che poi ottenni invero senza particolari difficoltà, anche perché gli impiegati ormai mi conoscevano e temevano. Notai delle preziose rarità bibliografiche, sempre in italiano, di Ismail Kadaré, come ad es: Il generale dell’esercito sepolto, Naim Frasheri, Tirana, 1974, e altre sue opere che lessi avidamente.

La seconda parte del deposito consisteva di libri probabilmente confiscati a cittadini europei al momento dell’entrata delle truppe maoiste in Shanghai (1949-51), che mai avrei supposto di trovare in una biblioteca comunista. L’argomento era religioso, e poiché, spinto dalla curiosità, ne presi in prestito alcuni, (tralascio le serie di volumetti intitolati Corona di grazie, stampati dalla tipografia Gattiglia di Torino negli anni trenta: descrizioni di guarigioni miracolose “attribuite all’intercessione di vari servi di Dio” ecc.), mi piace citarne almeno un paio di particolarmente interessanti come ad es.: il Sillabario cinese di Ferdinando Bortone S.J., tipogr. T’ou-sé-wè, Shanghai, 1936; e un volume assai importante che contiene due opere rilegate insieme:

G. Antonelli, Un martire di Cina, il beato Giovanni da Triora, frate minore, Roma, Sallustiana, 1900, pp. 272; [unito a]:

P. Giovanni Ricci e P. Ercolano Porta Miss. Apost. O.F.M., Storia della missione francescana e del Vicariato Apostolico del Hunan meridionale dalle sue origini ai giorni nostri, Bologna, Poligr. Riuniti, 1925, (a cura del P. Enrico Muratori, O.F.M. procuratore per la stessa missione), pp. 222.

La preziosità di questo volume consiste nel contenere, legati insieme -oltre alle due opere ben note- anche molti documenti  soprattutto manoscritti e svariate note a penna; il testo infatti risulta chiosato da persona informatissima; è spesso emendato e ricco di correzioni di nomi e date, puntuali spiegazioni, ecc. che ne fanno un esemplare unico di pregio e di indubbio interesse storico, da segnalare (invano) al superiore Consolato.

9

Un altro aspetto assai interessante di cui conviene far cenno è l’atteggiamento piratesco dei cinesi nei confronti del diritto d’autore su opere dell’intelletto: dischi, musica in genere, film, libri. Nella Cina comunista (il più vasto mercato potenziale del mondo) tuttora non esiste il concetto di diritto d’autore.

Già nel mio primo soggiorno pechinese appena esibivo una qualsiasi cassetta, per prima cosa ne veniva fatta furtivamente copia nell’apposito attrezzatissimo studio di duplicazione. Di questo mi resi conto abbastanza in fretta: le prime volte che mi veniva praticamente requisito il materiale, credevo si trattasse del solito becero controllo sul contenuto, ma poi, cucendo vari particolari, informandomi anche presso i colleghi europei, giunsi in fretta alle esatte conclusioni.

Esistevano anche laboratori ottimamente attrezzati al fine di realizzare edizioni anastatiche pirata di libri europei, specialmente di argomento scientifico: ingegneria, chimica, medicina. E ne ebbi la prova quando una mia allieva ingenuamente me ne portò uno in italiano (Ed. Piccin) pregandomi di spiegarle meglio alcune righe di una pagina di argomento radiologico, che aveva promesso di tradurre in cinese per un suo amico.

Esistevano librerie speciali che vendevano soltanto queste edizioni, a prezzi che raramente superavano le duemila lire. Si vociferava che a volte si potessero trovare anche libri stranieri originali, sempre a prezzi irrisori. Essendo un accanito bibliofilo, mi informai pazientemente presso i miei allievi. Mi avevano risposto che il mio zelo era inutile, perché l’ingresso in questi negozi era strettamente proibito ai nasilunghi.

Ma naturalmente non mi perdetti d’animo e trovai alla fine un paio di simpatiche allieve che accettarono ingenuamente di accompagnarmi nel principale negozio pechinese delle edizioni pirata occidentali. Entrato che fui, feci appena in tempo a dare uno sguardo alle pile di libroni scientifici, e vidi anche uno scaffale con alcune edizioni originali dei primi decenni del Novecento, in inglese, francese. Stavo mostrando alle ragazze l’unico libro in italiano: Nell’estremo oriente, di Luigi Barzini, quando due commessi si avvicinarono e nel giro di pochi secondi mi trovai poco urbanamente catapultato fuori.  

A Shanghai invece -nell’ambito di un estroso estenuante assedio a un’affascinante italica sinologa fuori di testa (che sadicamente parve concedersi una sola volta), una stupenda mora arabo-molisana dal viso ardente di fiera intelligenza, occhi aguzzi crepitanti e matti, tumide labbra ebbre di ogni possibile scenario, foresta di capelli ventosi che già da soli erano elemento sufficiente a far svortare qualsiasi eterosessuale- trovai come effetto secondario (ma non indesiderato), il modo per avere dettagliate bibliografiche informazioni. Infatti un giorno per caso fui presente a un dialogo tra lei e un Uigur caduto nelle sue affollate reti, che appunto le stava chiedendo se fosse originaria dell’Uigur. In effetti i cinesi della minoranza Uigura non hanno fisionomie Han -essendo discendenti dello stesso popolo che ha invaso l’Asia minore, cioè l’odierna Turchia- e la ragazza ammise che le capitava spesso di venir scambiata per una signorina Uigur. Così convinsi la Circe molisana a fingersi Uigura, a entrare nella libreria piratesca, sedurre istantaneamente i commessi, e farsi dare tutte le informazioni utili.

In seconda fruttuosa incursione, mi feci da lei acquistare una mezza dozzina di interessanti volumi. In tal modo, da quello stupendo (e per nulla oscuro) oggetto del desiderio che in sostanza tale rimase, ebbi precise informazioni, che stupirono anche lei, sulle anastatiche pirata dei più aggiornati testi scientifici occidentali.

10

L’Alitalia aveva aperto un’agenzia a Shanghai. Dei quattro voli settimanali sulla rotta Roma-Tokyo, soltanto uno deviava a Shanghai; era un Yumbo Combi, metà passeggeri, metà merci. La capoagenzia, una romana bellissima, attirava un nugolo di mosconi internazionali poco interessati al volo, tanto che fu insistentemente pregata di imbruttirsi un po’, almeno in ufficio.

Il personale della Compagnia di bandiera aveva un alto tenore di vita, era prodigo e ospitale, e oltre a invitarci spesso nelle proprie eleganti residenze (gli italiani erano 28 e tutti più o meno soffrivano di spaesamento) avevano la magnanimità culturale di rifornirci gratuitamente di giornali e riviste. Dopo un anno o due, non avendo mai visto un cliente, l’agenzia fu soppressa, ma in quel periodo le mie celesti amiche (oltre a rimpinzarmi di montagne di anacardi e  noccioline assortite della classe business e prima, alacremente per precauzione sostituite mesi prima della scadenza) mi omaggiarono in abbondanza di periodici d’ogni tipo. Non bisogna sottovalutare l’importanza della stampa periodica in luoghi lontani. Ora le cose sono molto cambiate: il fax è stato superato, l’e-mail annulla le distanze galattiche, ma allora noi italiani eravamo a Shanghai gli unici uaiguorèn (stranieri) ad essere sempre informati, ad avere regolarmente i nostri giornali quotidiani del mercoledì (il volo arrivava, puntualmente con due ore di ritardo, tanto che alcuni studenti ingenui credevano che il nome completo della compagnia fosse “Alitalia regret”, alle 21 del giovedì).

Nonostante il rigido divieto delle autorità universitarie cinesi, giravo di nascosto il tutto agli studenti, che mi colmavano di gratitudine. La manovra era tutt’altro che facile, perché all’ingresso di ogni facoltà, di ogni cortile, c’era sempre un controllore. I cinesi, compresi i dirigenti universitari, venivano sottoposti a umilianti perquisizioni. A me, che li fissavo apertamente negli occhi, successe solo le prime volte, poi, nonostante scrutassero i miei sacchetti quasi ai raggi x, nessuno osò chiedermi, specie agli ingressi di servizio noti soltanto a noi interni, cosa avessi nelle borse. Invece quando arrivavo in taxi all’ingresso principale, ogni volta ero costretto ad esibire perfino la tessera dell’unità di lavoro, anche dopo anni, come se non mi conoscessero.

Per più di un anno ebbi anche una vecchissima auto Mazda, dono della banca BNL (poi abbandonata per mancanza di pezzi di ricambio). Con quella potei entrare, uscire, parcheggiare, trasportare allieve, senza essere mai interpellato. Misteri. 

L’agenzia Alitalia si trovava all’interno del lussuoso Hilton hotel; era per noi esuli un fondamentale, gratificante punto di riferimento, e lo fu soprattutto durante i pericolosi giorni di Tiananmen.

Qualche volta il giovedì andavo anch’io all’aeroporto con la capoagenzia bonona. Un lasciapassare speciale al collo, entravamo dalla manica fin dentro l’aereo in sosta. Che sensazione! Mi sembrava improvvisamente di venir catapultato dal livido monocromo squallore del terzo mondo nel fantastico paese dei balocchi, durante l’intervallo di un’eterna festa, di trovarmi a casa; a volte quasi mi commuovevo e tentavo di celare qualche lacrima con quelle eleganti hostess (parlanti in inglese e ciociaro stretto, di cui però non avevo alcuna nostalgia) che ci coccolavano, ci offrivano lo champagne. Fu un periodo bellissimo.

Naturalmente l’avvicendamento del personale era veloce; si aveva a che fare con gente sempre diversa. Non tutti erano gentili. In ogni caso non posso che lodare la disponibilità della nostra Compagnia di bandiera, che svolgeva così una vera e propria fondamentale funzione linguistico-culturale molto più efficace e tempestiva del superiore  Ministero.

TROISIO in LANKE:

 

ISBN/EAN: 
00

Commenti

a voi...

"C?era ad esempio parecchio materiale su Mussolini, anche con molte illustrazioni, e ricordo che le ragazze erano entusiaste di lui, sebbene non riuscissero a spiegarmi chiaramente perché. Più che altro si limitavano a ripetere che era un bell?uomo."

> Curiosa motivazione (e non condivisibile). Cosa c'era in particolare?

"Fui talmente sciocco da conservarli nell?Italo Armadietto, invece di serbarmeli con religiosa cura, come documenti di una Cina completamente priva di libri di testo per le sue università agli inizi degli anni 90."

> Altra annotazione interessante...

"(Dovunque sia andato, in tutti i paesi visitati, le sedi e gli spazi riservati all?Italia erano i più angusti, i più disagiati, nella più totale indifferenza dei nostri abatini ben pasciuti diplomatici)."

> ibidem

"Ad esempio un volume sui rapporti tra Stato e Chiesa, preso in prestito dallo studente Paolo Rossi (aveva assunto questo nome italiano allora molto in voga) per una strana coincidenza non si trovò più."

> eh eh...

"[Corre l?obbligo di spendere qualche riga per accennare al grande rogo di documenti ordinato dal nostro Ministero nel 1949, quando la Cina continentale fu abbandonata dai Nazionalisti cinesi in fuga a Taiwan. Bertuccioli fu presente all?incenerimento. Prima dell?arrivo dei vincitori venne distrutto prezioso materiale riguardante la nostra presenza in Cina dal 1870 circa, e le nostre Rappresentanze di Pechino, Shanghai e Nanchino (Ma nella maturità ho imparato ad avere una sconfinata fiducia nel disordine italico, quindi confido che copia di gran parte di quei documenti giaccia tuttora sepolta in qualche sotterraneo della Farnesina)."

> Altro passo da tramandare negli anni...

"Nella Cina comunista (il più vasto mercato potenziale del mondo) tuttora non esiste il concetto di diritto d?autore."

> ahahah

"C?era ad esempio parecchio materiale su Mussolini, anche con molte illustrazioni, e ricordo che le ragazze erano entusiaste di lui, sebbene non riuscissero a spiegarmi chiaramente perché. Più che altro si limitavano a ripetere che era un bell?uomo."

Ahahahahha. Io ho riscontrato lo stesso strabiliante fenomeno (ma naturalmente divergente per ovvi motivi) con Travaglio. Non c'è donna che non lo veneri. Al di là del giornalista, dico.

Ma Kafka era conosciuto e apprezzato dai cinesi da te incontrati? Mi sembra l'emblema di quel periodo, e magari non solo localmente nella Cina comunista, certo.

Sto "divorando" tutti i pezzi, ma su questo, da bibliotecaria, ho dovuto soffermarmi. Interessantissimo, ci sono cose che fan girare la testa :)
Proseguo...

9. Il tedesco era una delle principali lingue della Facoltà. I colleghi tedeschi, austriaci e svizzeri erano persone assai colte, naturalmente molto deluse nelle loro aspettative. Con Rudy, l'austriaco, che aveva fatto il lettore a Trieste, parlavo spesso. C'era anche sua moglie che però si trovava malissimo, piangeva spasso e presto rientrò in Europa. Mi invitavano spesso a cena. Di Kafka non abbiamo mai parlato.
Quando alla fine lasciò la Cina, Rudy era talmente furibondo che si riportò dietro gli scatoloni di lussuosi preziosi volumi in tedesco (li aveva offerti anche a me, ma io non so il tedesco), pur di non lasciali all'Università cinese che l'aveva gettato nel più nero sconforto.

"C?era ad esempio parecchio materiale su Mussolini, anche con molte illustrazioni, e ricordo che le ragazze erano entusiaste di lui, sebbene non riuscissero a spiegarmi chiaramente perché. Più che altro si limitavano a ripetere che era un bell?uomo."
> questo ha colpito tutti, vedo: che gusti 'ste cinesi (vabbè il Duce piaceva anche alle italiane dell'epoca)....brrr, con quelle mascellone...

"Dovunque sia andato, in tutti i paesi visitati, le sedi e gli spazi riservati all?Italia erano i più angusti, i più disagiati, nella più totale indifferenza dei nostri abatini ben pasciuti diplomatici)"
> bella considerazione hanno di noi all'estero, siamo messi così male? E in questi ultimi anni niente è cambiato?

"hanno cinque giorni di ferie l?anno"> stakanovisti obbligati dal regime? Adesso vengono qui in frotte, aprono negozi a tutto spiano e invadono il mercato. L'impressione è che continuino a lavorare sempre, senza ferie.

avventurose le vicende dei libri ritrovati, delle copie anastatiche e micidiale invece la storia del rogo di documenti. Come si modifica la storia, basta occultare prove, distruggere, tramandare alterando.

"I cinesi, compresi i dirigenti universitari, venivano sottoposti a umilianti perquisizioni." > ma che schifo di regime!