Troisio Luciano

Un'idea della Cina. Nuvole di drago. II di V

Autore: 
Troisio Luciano

4

Alle mie lezioni pechinesi assistevano non soltanto gli studenti universitari - obbligati - ma anche professori, giornalisti, traduttori, e tutti rigidamente in divisa con coppola di Mao.

Guardando le trasmissioni TV mi resi subito conto che tenere sempre il copricapo era etichetta diffusa anche all’Assemblea del Popolo. La televisione, per sottolineare quanto era democratico il sistema, si soffermava molto sui delegati delle 55 “minoranze nazionali”, vestiti con i propri stravaganti costumi tradizionali, spesso corredati di copricapo. Il che, sia chiaro, era un comportamento culturale, non aveva nulla a che fare col folklore, e tutto sommato contrastava allegramente col grigiore -o azzurrore- delle squallide divise dei delegati Han, che credo fossero alcune migliaia, come appurai anche durante il mio più recente e lungo soggiorno a Shanghai. I Tibetani ad es. non rinunciavano mai al loro Borsalino, nemmeno durante le sedute parlamentari. Anche il Pancen Lama (lo strumentalizzato -fino a morirne di cuore- personaggio numero due del Tibet oltraggiato da una vergognosa sanguinaria occupazione e distruzione del 90 % di tutti i beni culturali, su cui tutto il mondo tace, da sempre preoccupato solo dei business col “grande mercato” cinese) veniva in parlamento sempre con gli abiti monastici senape e amaranto.

Specie i giornalisti mi ponevano domande inaspettate e imbarazzanti, cui raramente ero in grado di rispondere. Dovevo scegliere la levantina soluzione poco elegante: ora m’informo. Un giorno un traduttore voleva sapere l’etimologia di pizza. Quella l’avevo per caso letta pochi giorni prima sul Sabatini. C’è un etimo tedesco (orrore! Non può essere!) che significa “boccone di pane”; la più accreditata è invece quella greca, che si ritrova nelle forme pitta, pitia, in vari dialetti meridionali, come il leccese pittula (ciambellina).

Un altro giornalista mi chiese da dove viene ‘ndrangheta. E il caso volle che una di quelle sere ne parlassi col lettore italiano, noto per andare a messa tutte le domeniche nella cattedrale, con pettoruta mogliettina e messale. Forse per uno di questi motivi era spesso  invitato nel giro di democristiani dell’Ambasciata, e come novità (in ambiente non ricco di distrazioni tutto andava bene) fui invitato anch’io da un calabrese, representative di una grossa banca. Fu lui a illuminarmi sull’etimologia. Il lemma viene dal dialetto greco-calabrese, e significa: “corsa fatta insieme” (dran connesso a dromos).

Quella stessa amabile e colta persona mi invitò a visitare gli uffici della Banca. Fu un’occasione per capire come fossero organizzati colle comunicazioni (mi resi conto di certi ruoli di intelligence), attraverso una sproporzionata gigantesca telescrivente che quand’era in funzione sembrava una trebbiatrice. In confronto a oggi, un gioiello tecnologico Olivetti del giurassico. Siccome alle quattro del pomeriggio erano le nove di mattina in Italia, soprattutto a quell’ora si intrecciavano gli scambi di notizie finanziarie e le comunicazioni sulla tendenza delle valute e delle borse europee.

Casualmente potei assistere alla trasmissione di alcuni dati: prima veniva battuto su una bobina il testo del messaggio, poi il nastro forato veniva inserito in un altro macchinario, che lo trasmetteva a tutte le filiali del mondo, e naturalmente anche la filiale di Pechino, che trasmetteva, ne riceveva copia in una terza voluminosa macchina. Un miracolo della tecnica.

Il giorno seguente assistetti alla trasmissione da un altro palazzo. Era Ilario Fiore che trasmetteva la bobina di un suo interessante  articolo di routine dedicato al cavolo bianco. Ci vollero parecchi minuti e intanto parlavamo di mille cose e buscammo anche un invito a colazione dal cancelliere dell’Ambasciata, suo grande amico. Lo ricordo perché quella domenicale colazione in realtà fu assai movimentata, in quanto dovemmo improvvisarci cuochi e psicologi, correre in macchina da una parte all’altra di Pechino, e offrire pronto soccorso psichiatrico a *, una dipendente dell’Ambasciata, avvenente mora dalla pelle mandorlata, che aveva deciso di suicidarsi in preda a forti languori (credo si trattasse di banale esaurimento, esito tipico per lo straniero non granitico, nello squallore della Cina comunista). L’episodio, decantato, mi ispirò in seguito il racconto Cianografia di Shanghai.

5

Mi fu anche concesso l’onore (sempre per via delle lettere di presentazione, almeno credo) di tenere una conferenza all’Accademia delle Scienze, in una patetica dolce saletta non troppo grande, arredata con grigie poltrone coperte di centrini e merletti bianchi, appaiate e separate ognuna da un tavolino con ripiano in vetro, ingombro di azzurre tazzone per il tè, e abominevole sputacchiera antistante. Il pubblico era più che sufficiente, maturo e ambiguo, muto-attento e squisito. Avrei più tardi organizzato io varie di queste conferenze di geni italiani in visita a Shanghai, ricattando ogni volta una dozzina di studenti che non ne volevano sapere, blandendoli con Espressi, Panorami e Amiche; talvolta come ultima ratio, legandoli alle poltrone delle ultime file, per evitare il deserto. 

Gli studenti universitari pechinesi si dividevano pressappoco in tre tipi fondamentali: i muti-atarassico-rarefatti, i pacati-simpatici-signorili-intelligenti che erano parecchi sia maschi che femmine; il terzo gruppo era formato in prevalenza da donne: polemiche, aggressive, stupide, in genere non belle. Parlavano un italiano scadente e ridicolo, ma ciononostante si avventuravano quotidianamente in fastidiose discussioni polemiche con me, che non ne davo assolutamente motivo. Ciò mi meravigliava molto e mi veniva in mente un capitolo di Parise in Cara Cina, che mi ero portato dietro. (Una delle condizioni che avevo posto per accettare l’impegnativo viaggio culturale, era che il Ministero mi facesse latore di un congruo numero dei più recenti libri di poesia e narrativa in duplice copia, da me scelti tra le ultime tendenze, come in effetti, per quanto obtorto collo avvenne, grazie all’interessamento di giovani alacri funzionari della Farnesina; pochi, pare impossibile, ma ce ne sono. In questo modo i migliori traduttori cinesi scoprirono, specie nei libri di Mondadori e Feltrinelli, il cruciale terribile decennio degli anni settanta, nonché l’esistenza di alcuni nostri famosi scrittori e poeti. Ad es.: Li Tong Liù subì finalmente l’impatto con Andrea Zanzotto; con le sue stimate traduzioni l’importante studioso cinese vinse poi il Premio Mondello. Sottolineo quest’aspetto impegnato del mio viaggio soprattutto per prendere le distanze dai giri esclusivamente turistici a sbafo prepagati in business-class con promettente allieva al seguito, di alcuni ordinari professoroni “prima repubblica”).

Parise in Cara Cina dedica una pagina al fanatico, quello che inveisce rosso in volto, sudato, ansimante fino alla balbuzie, rabbioso fino all'afasia. Quelle ragazze me lo ricordavano; allora non sapevo ancora che gli studenti cinesi nel pomeriggio vengono sottoposti per ore a un bombardamento di educazione politica, che ne condiziona alcuni come automi di Mengele.

Sono proprio questi stupidi fanatici -l’avrei imparato a mie spese in seguito durante il mio soggiorno di oltre quattro anni a Shanghai- sempre i peggiori elementi con poche eccezioni, a fare carriera, e qui rammento quanto scrisse già S. Tommaso Moro in Utopia: i peggiori sono i più pertinaci e vincono più spesso.

Di quelle ragazze brutte ricordo le smorfie enfatizzate del volto, le espressioni di scherno e disprezzo con relativo bagaglio di arricciamenti del naso, abbassamento allargato dei muscoli inferiori della bocca, come mirabilmente descritto dal Morris proprio in quegli anni, in libri fotografici che fecero il giro del mondo (invece le ragazze repellenti fecero carriera, e ne rividi una, che naturalmente finse di non riconoscermi, sempre più verdastra e volgare, all’ambasciata cinese di via Bruxelles a Roma).

6

Oltre a Parise portai anche Moravia: La rivoluzione culturale in Cina, che si trova spesso assieme a Un’idea dell’India. Pagine tese, lucide, con quel tanto di illuminismo freddo tuttora seguito dai suoi epigoni in ritardo, specie da quelli di origine montana-campestre, denutriti e tarati in età evolutiva.

(Qui non posso scordare che Moravia in India ebbe un singolare compagno di viaggio: Pier Paolo Pasolini, che vide le stesse cose, ma scrisse un libretto diametralmente opposto: L’odore dell’India).

Avevo portato anche i libri del mio conterraneo Giovanni Comisso, che viaggiò in oriente nel 1930, e che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli anni sessanta, quando era già vecchio e purtroppo malato. Ho uno splendido ricordo della sua intelligenza, divenuta con gli anni ancor più spirituale. Aveva raccolto i molti articoli sui viaggi asiatici in fortunati volumi, come Cina-Giappone, Donne gentili, Viaggi felici, Amori d’oriente, Gioco d’infanzia. Pagine stupende sia come narrazione che come uso linguistico; nessun cenno al regime, un italiano ilare e spregiudicato di cui prima o poi verrà riscoperta l’importanza. Le descrizioni, le sue passeggiate sulle mura di Pechino (ora distrutte) sono testimonianze inestimabili, sebbene  dimenticate, come pure le ticoscopie relative alla Città Proibita, ritratta nel più squalente abbandono (accenna anche a qualche scritta in italiano sugli illustri muri). Temo inoltre, e qui lo dichiaro se altri non l’hanno già fatto, che le sue pagine dedicate a Sogno d’Orchidea, la sopravvissuta dama di compagnia della terrificante Imperatrice Vedova, siano uno dei più deliziosi falsi dell’epoca.

Un altro libro che lessi con ingordigia, fu il postumo Io in Russia e in Cina (Vallecchi, 1958) di Curzio Malaparte. Coinvolgente, seduttivo, uomo e libro, con foto che illustrano il tragitto obbligatorio, offerto presumo a tutti gli ospiti del Governo (capitò anche a me, e fui sempre accompagnato dal fido e aristocratico allievo Gi Gi, noto per essere stato la guida di Berlinguer). Le tappe sono sempre quelle: Tombe Ming e Grande Muraglia, la grande delusione. -Si vede solo un muro- si sente dire da tanti turisti; come in Tailandia quando si va a vedere il ponte sul fiume Kwai: tutta questa strada per vedere un ponte. (Ma cosa vi aspettavate o grulli? Una volta da bambino a Venezia udii una signora esclamare: -Quanta acqua!)-

Malaparte si è fatto ritrarre in belle istantanee accanto alle grandi statue di animali mitologici e guerrieri fiancheggianti la Via Sacra che porta alle Tombe Ming. Un luogo veramente emozionante, che dice di  un passato lontanissimo (sebbene i Ming abbiano regnato tra il 1300 e il 1600 dopo Cristo, cioè pressappoco da Dante a Galileo; sebbene chi conosce davvero la Cina venga prima o poi a scoprire che di Vie Sacre ce ne sono molte e tutte quasi uguali… uno degli aspetti più negativi del vasto paese è la noiosissima ripetitività; ma questo ora non conta).

Adesso tutto è cambiato, asfaltato, cementificato, ma allora: un sentiero tra l’erba alta. Le grandi statue enigmatiche che si susseguono per forse due chilometri, e in fondo un arco sostenuto da colonne che posano su gigantesche tartarughe simboliche. Io vi andai in primavera, c’erano sullo sfondo peschi, o forse pruni, fioriti a perdita d’occhio. La Cina riusciva ancora a ingannarmi come un’affascinante fidanzata traditora. Curzio ha sempre un impermeabile da Casablanca, lo sguardo arguto, stanchissimo (in quei giorni il male lo stava divorando). Gran parte del libro è niente più di una serie di appunti non rivisti, ma ce n’è una strepitosa e potente che lascia ammirati. Celebri restano le pagine dell’intervista a Mao Zedong.

Un’altra intervista, meno nota per quanto scritta con efficacia, si può leggere nel volume di Vittorino Colombo La Cina oltre il 2000, del 1986, uno dei più brutti libri che abbia letto, visto anche l’arido argomento fitto di dati economici (Infatti l’editore è “Il Sole 24 ore”). Ma quando descrive i tentativi di farsi ricevere da Zhou Enlai, quando poi ottiene di essere ricevuto alle tre di mattina, l’atmosfera si elettrizza di tensione; la scena è arida, come in certi documentari che rendono gratuita stanchezza, litri di tè/caffè e portacenere stracolmi trasmettono quel residuo di angoscia rarefatta, di trattative confricanti, messe in conto senza preoccuparsene, perché l’attesa è comunque ricca di fascino. Del resto eccezionale era quel signore straordinario, il poeta, l’aristocratico Zhou.

Vittorino veniva spesso a Shanghai. Ogni volta portava con sé almeno 90 miliardi a fondo perduto, particolare che commuoveva i miei superiori cinesi. Era accompagnato da una corte di italici faccendieri untuosi e rettilei. Spesso mi invitava al banchetto ufficiale col seguito. Ciascuno era accompagnato dal partner; i signorini dalla mamma. Si mangiava sempre stupendamente (ricordo ancora un delizioso pollo alle castagne) e poi mi piaceva molto la sua tranquilla sicurezza, il modo di affrontare le autorità locali, di zittire il nostro Console prevaricante e saputello.

Continuando a parlare di libri scritti da italiani sulla Cina, non si finirebbe più (ad es: come non citare le importanti pagine di Tiziano Terzani che disturbarono, e finì espulso con comiche accuse; e anche quelle di Angela Staube, sua moglie, costellate di cronache intelligenti, pudiche, disarmanti) ma ne voglio citare almeno un altro che mi colpì non poco e fa parte della geografia di Enzo Biagi: Cina, libro assai denso, che affronta in profondità molti temi, si dimostra informato su complessi problemi, e che in più (cosa insolita) dedica l’ultimo capitolo a Taiwan. Uno studio approfondito e preciso, cattivante e pieno di discrezione, allestito durante il viaggio di un solo mese. Chi ha conosciuto dall’interno il mondo cinese, la sua enigmaticità che richiede tempi lunghi per le più semplici operazioni quotidiane, non può che restare incredulo e meravigliato dall’eccezionale capacità di sintetizzare tanti aspetti di quel vasto e lontano paese.

Ho davvero una grande ammirazione per questi miei contemporanei che considero maestri, e che hanno avuto la fortuna di vivere fatti storici importanti e sconvolgenti (per la verità anche noi non possiamo lamentarci) di assistere a vicende epocali, di testimoniare con lo scritto e coll’immagine un mondo che non c’è più, di cui abbiamo ereditato il mero spazio fisico. L’antica imprecazione cinese: “Ti auguro di vivere in un’epoca interessante” allude all’idea negativa, di estrema pericolosità, che gli antichi Han avevano dei periodi in cui accadeva qualcosa, del resto frequenti in quella parte del mondo.

Penso a volte all’importanza che stanno assumendo certe enciclopedie geografiche degli anni cinquanta-sessanta, quando eravamo ragazzi noi, ad es.: Imago Mundi, del 59-62 (quattro volumoni più un quinto più piccolo di dati statistici) che a suo tempo io non avevo, che ora ho trovato su una bancarella.

Limitandoci alla Cina e anche solo sfogliando la parte delle immagini, rigorosamente ancora in bianco e nero: c’è un patrimonio di testimonianze, di paesaggi, edifici, vedute, di architetture urbane e rurali ora per sempre sparite. Un profondo conoscitore dell’economica mondiale e illustre geomante, Giampiero Sgambaro, mi ha mostrato delle immagini della Piazza della Pace Celeste (Tiananmen), contenute nell’enciclopedia Il Milione. Presumo che siano state scattate dopo il primo ottobre 49; testimoniano, all’inizio degli anni sessanta, lo stato di quell’enorme complesso su cui il regime forse non era all’epoca ancora intervenuto col suo faraonico trionfalismo, al fine di crearsi uno scenario in grado di rivaleggiare immediatamente con la Piazza Rossa, almeno per quanto riguardava le sfilate di massa (per quanto riguarda il retaggio di civiltà, è ovvio, la Cina non teme rivali, e forse, come tracce superstiti, è seconda solo all’Impero Romano).

Documentano anche lo stato della facciata sud della Città Proibita, i ponticelli, la mancanza di pavimentazione e illuminazione, l’erba alta e robusta dominante su tutto, lo stato del fondo stradale del Viale della Pace Duratura, e così via descrivendo, col linguaggio ideogrammatico e inequivocabile dell’obbiettivo fotografico. Credo che solo i francobolli, esclusi quelli del periodo della rivoluzione culturale, possano essere testimonianze altrettanto attendibili della situazione storico-urbanistica del centro di Pechino, perché attraverso le loro date  si può risalire all’effettivo stato delle cose.

Lessi con piacere anche alcune briose pagine sulla rivista “Mondo cinese”, autore Giuliano Bertuccioli; una carrellata di veloci ritratti e molte informazioni talora piccanti sugli italiani, diplomatici e non, del nostro periodo postunitario, in Cina. Argomentando e narrando sottilmente, riferendo fonti e aneddoti, nonché abbondante e accurata bibliografia, il brillante scrittore arriva a concludere che si tratta di persone strane, un po’ pazze o che sono sul punto di diventarlo (dalla nota massima: “la Cina logora” si deduce che solo un pazzo può decidere di andare a lavorare in Cina).

Per quanto mi riguarda, piuttosto che col rimanente personale del MAE (definito dal Presidente Cossiga il 27 ottobre 2001 su un noto quotidiano: piccolo e meschino) non esito ad aggregarmi alla ciurma di Bertuccioli; il quale argutamente avverte che ha impiegato quarant’anni a scrivere la prima parte, e che la seconda (riguardante persone scomparse di recente o ancora viventi, use a prendersi tanto sul serio e che forse non apprezzeranno il tono semiserio), di questo passo forse vedrà la luce “a cura di qualche allievo” (“Mondo cinese”, 1991, XIX, 2, p. 10).  

TROISIO in LANKE:
ISBN/EAN: 
000

Commenti

"Alle mie lezioni pechinesi assistevano non soltanto gli studenti universitari - obbligati - ma anche professori, giornalisti, traduttori, e tutti rigidamente in divisa con coppola di Mao."

> che orrore il Comunismo, professor...

"Un giorno un traduttore voleva sapere l?etimologia di pizza. Quella l?avevo per caso letta pochi giorni prima sul Sabatini. C?è un etimo tedesco (orrore! Non può essere!) che significa ?boccone di pane?; la più accreditata è invece quella greca, che si ritrova nelle forme pitta, pitia, in vari dialetti meridionali, come il leccese pittula (ciambellina)."

> questa mi mancava del tutto (e me la rivendo, promesso:) )

"Il lemma viene dal dialetto greco-calabrese, e significa: ?corsa fatta insieme? (dran connesso a dromos)."

> mi manca ma l'etimo non mi stupisce, stavolta...

"una dipendente dell?Ambasciata, avvenente mora dalla pelle mandorlata, che aveva deciso di suicidarsi in preda a forti languori (credo si trattasse di banale esaurimento, esito tipico per lo straniero non granitico, nello squallore della Cina comunista). L?episodio, decantato, mi ispirò in seguito il racconto Cianografia di Shanghai."

> (malinconica) chicca per chi ti ha letto;) Grazie per la condivisione.

"Parise in Cara Cina dedica una pagina al fanatico, quello che inveisce rosso in volto, sudato, ansimante fino alla balbuzie, rabbioso fino all?afasia. Quelle ragazze me lo ricordavano; allora non sapevo ancora che gli studenti cinesi nel pomeriggio vengono sottoposti per ore a un bombardamento di educazione politica, che ne condiziona alcuni come automi di Mengele."

> sarebbe splendido se schedassi per noi "Cara Cina" di Parise...

"Oltre a Parise portai anche Moravia: La rivoluzione culturale in Cina, che si trova spesso assieme a Un?idea dell?India. Pagine tese, lucide, con quel tanto di illuminismo freddo tuttora seguito dai suoi epigoni in ritardo, specie da quelli di origine montana-campestre, denutriti e tarati in età evolutiva."

> Stessa richiesta... scrivine per noi e per gli italiani, su Lankelot. Scheda completa...

"Avevo portato anche i libri del mio conterraneo Giovanni Comisso, che viaggiò in oriente nel 1930, e che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli anni sessanta, quando era già vecchio e purtroppo malato. Ho uno splendido ricordo della sua intelligenza, divenuta con gli anni ancor più spirituale. Aveva raccolto i molti articoli sui viaggi asiatici in fortunati volumi, come Cina-Giappone, Donne gentili, Viaggi felici, Amori d?oriente, Gioco d?infanzia. Pagine stupende"

> Luciano, non ne sappiamo niente (mi permetto di parlare almeno a nome dei 170 iscritti, certo che un'eccezione non faccia nessuna regola. Taccio dei 1500 visitatori al giorno, ma sospetto che la media passi a 2). Ci racconti qualcosa in più di Comisso?
Schede!

"Continuando a parlare di libri scritti da italiani sulla Cina, non si finirebbe più (ad es: come non citare le importanti pagine di Tiziano Terzani che disturbarono, e finì espulso con comiche accuse; e anche quelle di Angela Staube, sua moglie, costellate di cronache intelligenti, pudiche, disarmanti)"

> cfr. commenti precedenti: rif. Staube

"Gli studenti universitari pechinesi si dividevano pressappoco in tre tipi fondamentali: i muti-atarassico-rarefatti, i pacati-simpatici-signorili-intelligenti che erano parecchi sia maschi che femmine;"

Bé, in Italia magari è più sfumato, e meno alienante, ma ci si avvicina. Certo non ho il coraggio di confrontare le difficoltà d'impegno, impedimenti, caoticità.

"Li Tong Liù subì finalmente l?impatto con Andrea Zanzotto; con le sue stimate traduzioni l?importante studioso cinese vinse poi il Premio Mondello."

Non capirò mai come sia possibile tradurre certa poesia, ma in particolare un tipo difficile, legata com'è al paesaggio della campagna trevigiana, alla scienza del paesaggio, oppure ad anomalie come il petél (interessante immaginare il confronto con un petèl cinese).

Cara Arpaeolia, tu mi provochi e mi attiri in una discussione che può diventare infinita.
Non voglio difendere il mio conterraneo Zanzotto (non ne ha bisogno, almeno per il periodo 1950-70) e forse non sono all'altezza, ma il "paesaggio" petrarchesco di Zanzotto è profondamente collegato all'idea abissale (anche se non novissima) dell'impossibilità di conoscere il "mondo interno", e la preoccupazione angosciante che il mondo stesso non esista all'infuori di noi, al di fuori di un "linguaggio" non dominabile e che ci domina.
In effetti la traduzione di testi poetici è il lavoro più complesso, ingrato e malpagato che esista. Sono pochi i traduttori di poesia veramente bravi. Molti prendono clamorose cantonate. Del resto nessuno li obbliga. (Si guadagna molto di più traducendo verbali di incidenti stradali).

(professor, "arpa" è "caro". So che quelle -a possono trarre in inganno. Te lo presento:
http://www.lankelot.eu/?biografia=56
è un giovane letterato che si nutre di Borges e Manganelli con splendida disinvoltura)

Grazie Gianfrà per le gentili presentazioni. Conosco Zanzotto un po', e mi sembra davvero poco traducibile particolarmente, proprio per quel ch'è lui, e in lingua cinese. Come il rendimento degli accostamenti fonetici tra parole nel verso, che avevano senso nel distruggere il significato a favore del significante; che si fa, appunto, testimone travagliato della crisi del soggetto, che cerca disperatamente l'oggetto ma non lo trova mai autenticamente. Con Zanzotto si raggiunge il culmine (uno fra i tanti) del processo in corso dal dopoguerra in poesia italiana: appunto l'offuscamento del soggetto in rapporto dativo con l'oggetto. Petèl, che non significa se non il compimento di quel vortice di oggettivazione che porta al suono come vita poetica, al verso come oggetto-corpo materico, non più tramite di senso diretto (La Beltà).

La fonetica è un marchio decisivo in Zanzotto, e come ridarne epifania in ideogrammi?

Caro Arpa,
i cinesi in genere non sono filologi. Sono concreti e faciloni. Avendo lavorato per anni a un dizionario ne so qualcosa. Il precedente ha migliaia di errori, ma loro dicono: meglio di niente.
Il 70% del materiale nei musei è rifatto adesso. Ma gli asiatici in genere non si scandalizzano per questo. (Anche noi, nella mostra sul Rinascimento a Pechino nell'83 abbiamo mandato solo copie).
I primi che si offesero perché i cinesi mandarono i soldati di terracotta falsi, furono gli svizzeri. Da allora i cinesi hanno capito che i falsi non sono graditi in Europa e li mandano solo naelle nazioni asiatiche che non notano la differenza (vedi mostra sull'esercito di terracotta di Bankok).

Ahhahah, io li immaginavo serissimi, rigorosi e quasi automi dell'ordine e del dovere. Penso ai riti sociali e forse sovrappongo.

di Comisso avevo cominciato a leggere Un gatto attraversa la strada, racconti che vinsero il premio Strega nel '55. Ma non l'ho mai finito. Interruppi, pensando di. Poi. Avendo la collana degli Strega fino all'80, prima o poi li leggerò. Però così, a prima vista, sembra che un tempo i racconti venissero premiati molto più di ora. Bah. Detto questo, interessante questi scritti cinesi. grazie.
ndr

"allora non sapevo ancora che gli studenti cinesi nel pomeriggio vengono sottoposti per ore a un bombardamento di educazione politica, che ne condiziona alcuni come automi di Mengele."