TRA LE MONTAGNE DI BALI
Munduk, 18 agosto 2008
Ieri partito con autobus Perama da Kalibukbuk, sulla costa nord. Tutto regolare, anche i 5 passeggeri. Sul fondo: due ragazze estranee al mondo già inconoscibile, che hanno giocato a carte sul grande sedile ultimo. A metà pullman: capò nazista sui sessanta rossa di capelli con giovane figlia che non mi ha mai guardato nemmeno quando le ho mostrato il dito medio (invece la capò era turbata…). Le due infelici parlavano o meglio sbraitavano a più non posso col sistema Jervolino, vs un tedesco di Germania ancora più urlante, una specie di Vittorio Sgarbi d’oltralpe in crisi d’incazzatura. Dopo la solita mezzora di franchigia di urla senza soluzione di continuità che concedo a chiunque, mentre il placido autista guidava indifferente (faceva l’indiano), il tedesco di Germania è venuto da me che avevo gentilmente chiesto che abbassasse i toni. Non aveva capito e si è scusato. Dopo avermi garantito sulla svastica di non essere mai stato una SS, mi ha mostrato l’apparecchio acustico che aveva attorno ai due orecchi, allora l’ho abbracciato. Imperterrita la capò ha continuato come un hitleriano trapano blekedeker. Quando sono sceso davanti al sacro tempio di Ulu Danu (cioè un chilometro dopo aver passato lo Strawberry-stop senza che il pilota in trance si fermasse, li ho salutati romanamente, immobile statuario fino alla partenza dell’autobus. Ho riflettutto ancora una volta sul mondo che non esiste, sul fatto che nemmeno loro si sono accorti, come Stanlio e Onlio, che il regime è caduto. Ma mi chiedo, le pensioni alle SS e agli immondi slavi delle foibe adesso chi le paga? Riflessioni, divagazioni. Sono molto turbato quando penso al sistema pensionistico-burocratico negli altri pianeti. L’evoluzione semplificherà le cose, oppure, come per tartarughe e pubbliche amministrazioni, sopravviveranno solo cretini specializzati? (Eppur si muove).
Venendo dal mare, e salendo di 1500 metri in un’ora, cambiano diverse cose, soprattutto si nota la presenza di altri alberi, simili ai pini, con aghi molto lunghi. Da quando eravamo entrati nel cratere Bratan la temperatura si era improvvisamente abbassata di circa 10 gradi, per la prima volta avevo davvero freddo.
Il tempo era uggioso, le nuvole sovrastavano bassissime. Si fermò un bemo, salii senza chiedere, mi riportò indietro allo Strawberry. Qui riconobbi le due insegne che ci sono nel sito Lietocolle (la realtà, a differenza del mondo, potrebbe essere anche conoscibile, però attraverso Internet). Entrai nel cortile con i bagagli. Una ragazza sorridente sembrava avermi riconosciuto, ma non era certo così, perché l’anno prima il ristorantino era collocato nell’edificio difronte all’ingresso, mentre ora è in quello a destra che ha un bel portico con vari tavolini, e poi allora il personale visibile era anziano: un uomo e due donne. Ordinai subito un succo di fragole e patate fritte. Il succo era buono, molto dolce, tanto che chiesi alla ragazza (tipo carino, fessacchiotta e gentile, piuttosto sbadata), se avesse aggiunto dello zucchero come infatti era. Probabilmente questa è la figlia della coppia idiota dell’anno scorso (che però tanto idioti non sono se le fragole vanno a ruba e se hanno sistemato la figlia): me l’ha ricordato il fatto che le patate avevano un corredo di dieci bottiglie di diversi checiap, ma niente sale, e quando lo chiesi, in inglese, l’anno scorso nessuno capiva. Anche quest’anno: si sono consultati tra ragazzi su cosa volesse questo singolare vecchio. Allora lo richiesi in Bahasa Indonesia: garam, e, pur trovandola una richiesta priva di senso, si illuminarono. Poi ordinai un altro succo senza zucchero e una coppa di fragole al miele. Dopo un bel po’ non giungeva nulla, intanto ho approfittato per informarmi inutilmente dai ragazzi sui bemo per Munduk. Invano. Due gentili fessi con bocca cascante. Colto da inedia chiedo a loro delle mie ordinazioni: erano pronte da 20 minuti ma la ragazza si era dimenticata… il succo senza zuccheri aggiunti era non dico deludente, nulla è stato deludente, ma mi ha fatto capire che il mio entusiasmo dell’anno prima non contemplava la presenza di zucchero. D’altronde il titolo del mio libello è stato scelto, bene, da Silvio, non da me.
Margaret Mead arrivò a Bali nel giorno del Nyepi Day, il più strano dell’anno, di cui molti europei non sanno l’esistenza: il giorno del Silenzio. Nessun rumore, non si parla, tutti chiusi in casa, tutto chiuso anche le scuole, gli uffici, spesso i turisti non possono uscire dall’albergo e si chiedono perché (si tratta dell’invasione degli spiriti cattivi: stando zitti li convincono ad andarsene, e a tuttoggi in quel giorno, non partono nemmeno gli aerei, sono tollerati soltanto quelli in transito). La Maed scrive una bella pagina su quell’arrivo, su come poi riuscirono ad ottenere un’auto, quando non si poteva…). Non mi paragono certo a lei, ma ieri… era il 17 agosto, il Kemerdekaan, Festa nazionale della Libertà o Indipendenza della Repubblica Indonesiana, quinto stato del mondo conoscibile (e pare che oggi sia il primo giorno del Galungan… la più importante festa induista…).
Tutta una festa e ieri non c’erano bemo. Per Munduk, questo l’ho saputo solo oggi, non esistono mai bemo. Ne passa solo uno all’alba che va al mercato. Il ritorno non è chiaro.
Verso Munduk. Cominciò la famosa pioggerella finissima, che può mutarsi in scroscio oppure cessare dopo minuti, le moto passavano con gente nascosta sotto teloni impermeabili grigi o azzurri, les nuages couraient, nuvole basse che ci avvolgevano come nebbia in Val Padana. Un mezzo che andava a Singaraja accettò a stento di portarmi un pezzo avanti e mi scaricò al mercato di Pancasari noto covo di delinquenti capaci di tutto come al bivio di Culik. Gente intabarrata in giacche a vento, alle intemperie, temibile mafiosa, dantesca già condannata. Sotto la pioggia capii subito che non c’era altra alternativa che charterizzare un intero pulmino, ma si fece avanti un incappucciato che si offrì di portarmi subito in moto. Pioverà, dico. Lui dice che non pioverà. Alla garibaldina: sistema per cui come italico nutro il rispetto massimo, ben sapendo che è inutile sperare aiuto (soprattutto dalle istituzioni). Partiamo, deviamo in su, la strada è in forte pendenza, ripassiamo il punto dove ci sono sempre molte decine di scimmie. Che sensazione inspiegabile gli animali selvatici fermi sotto la pioggia dal Pleistocene! Ma fatevi almeno un nido un paravento, andate sotto un albero, una grotta! Non progredirete mai!
[Piccolo dialogo in dialetto: D. -Come sito meso? (Come sei messo?)-. R. -Come i mussi ala piova (Come gli asini sotto la pioggia-).]
E guardai nella valle. Saliamo saliamo (si arriva fino a 1500 metri), ora entriamo nelle nuvole, la visibilità è zero, il traffico abbastanza intenso, fondo stradale scivoloso, ho un po’ di fifa e tremo come una foglia, batto i denti dal freddo, era sparito tutto, qualche fanalino rosso come sul tratto Pontelagoscuro-Occhiobello, così per qualche chilometro fino a quando arriviamo a un grosso bivio e prendiamo la strada a sinistra che sembra tornare indietro. Sommerso. Dopo qualche minuto comincia la discesa: siamo usciti dal cratere di Bratan e ci immettiamo sull’altra strada che va alla costa nord verso Seririt, a ovest rispetto a Lovina. Non piove più, provo a vedere se posso interrompere il battito dei denti, cominciano vampate di tiepido, le nuvole si diradano, appare la valle dell’Eden, la strada davanti a noi è asciutta, il clima cambia di nuovo in un minuto, mite bello, bei panorami, agrumeti, orti con piante di mandarini maturi, piccole non superiori ai 2-3 metri. Molti fiori, soprattutto coltivazioni di ortensie azzurrine (non mi piacciono) che ricordo di aver visto l’anno scorso a Candikuning. Sulla sinistra, giù nella vasta valle, un altro cratere con un altro lago. Ce ne sono tre diversi. Ci sorpassano molte moto leggere silenziose, in manovre eleganti fluenti sulle dolci curve in discesa che mi danno una sensazione di felicità. Io sono bagnato fradicio, non ho la giacca a vento ma solo una T-shirt.
Itinerario bellissimo, da consigliare a chi sa guidare una moto (a sinistra) e può muoversi per conto suo, fermarsi dove vuole, entrare nelle coltivazioni felici, indugiare tra i profumi (la bellezza è questa; non c’è altro). Ecco perché a Candikuning ho visto soltanto ragazzi in moto!
Munduk appare sempre più lontana, ogni tanto l’insegna di qualche homestay, di organismi turistico-ecologici. So di un programma di protezione ambientale. Finalmente molto molto lontano, al di là di crinali fantastici con qualche segnale di fumo tra la fitta boscaglia, oltre profili separati da foschia come dalla biacca del pittore, vedo una serie di tetti anche di lamiera, appollaiati su quello che sembra un cocuzzolo allungato, un po’ più in basso, ma non di molto. Penso che sarà Munduk. Ci vuole un altro bel po’ per arrivarci, e finalmente dopo oltre 20 chilometri di strada di montagna, arriviamo nel centro del minimo villaggio, e ci fermiamo dinanzi al Guru Ratna Resort. Ho l’impressione che sarà difficile staccarsi dal motociclista, dividere per sempre le nostre vite, infatti va avanti lui, parla lui. Abbiamo prenotato? No. Allora è tutto full. Ridiscesa della scaletta (qui è tutto a scale e scalette, come nei paesini appenninici). Ci indirizzano al contiguo Meme. Il pilota mi ordina di aspettare, va avanti lui a fissare la tangente. Comincio a stancarmi, gli consegno il pattuito e ringrazio. Vado a vedere la stanza, banale nella media. Non mi piace. Intanto mi viene fottuto l’ombrello pieghevole, il mio storico amato bruttissimo ombrello cinese che mi segue dal 1990. Non vale nulla, ha una stecca rotta, ma siccome qui piove ogni giorno… e poi pieghevole: una rarità! Speriamo che a Munduk ci siano eleganti boutiques di ombrellai. Decido di mangiare qualcosa al ristorantino interno con svista sul colle dell’Infinito. Gente molto ossequiosa, poco intelligente. Avevo chiesto una zuppa, mi arriva un piatto liscio di pollo sfilacciato con cipolla, spezie varie, pomodoro. Faccio finta di nulla. Piuttosto buono. Il tavolo si affaccia su una balconata panoramica niente male: si vedono i vari crinali verso ovest, nella direzione del Parco Nazionale (giungla molto fitta e deserta che occupa tutta la parte ovest di Bali, dove fino al 1930 vivevano le tigri). Si vede anche un tratto della costa a ovest di Lovina. Foto varie. Dopo mangiato mi sento meglio e la maglietta si sta asciugando. Decido di accettare la stanza per avere un tetto sulla testa in caso di ulteriore tempesta (domani è un altro giorno). Porto i bagagli in camera che è la n° 4, alla fine di un percorso a ghirigori attraverso un giardino con piante fiorite molto belle. Quando esco, mi accorgo che il mio pilota è ancora lì seminascosto nella natura in vedetta (?).
Nella stanza trovo un album con le impressioni dei clienti: in prevalenza francesi e tedeschi, scritte in inglese. Dicono bene del personale, del sito, tutti osservano che la stanza n° 4 è la peggiore, rumorosissima a causa di cani e galli che cominciano a schiamazzare all’alba. Infatti sarà così anche per me e devo ringraziare il mio pilota.
Passeggio lungo il corso del villaggio per tutto il pomeriggio, parlo con amabili vecchiette, compero un piatto di legno decorato. Non vale nulla, è ingombrante, ne ho altri tre di vecchi nella sporta. Sarà una fatica farli giungere a Padova. Li adoro. Fotografo mamme con bambini, per la prima volta vedo un lattante con catenina d’oro al collo, mi permetto di toccarla: il pendente è una scatolina d’oro, come è comune in India (però d’argento, e può contenere una paginetta o rotolino di preghiere, oppure sterco sacro vaccino). Alcune belle case olandesi, con finestre murate, sepolte tra le erbacce in una marea di buganvillee, in attesa dell’amatore o della valorizzazione pubblica. Fiori all’infinito, panorami. Ci sono anche delle piccole cascate che non ho visto. Incontro dei gruppi di turisti che fanno il trekking, sbucano in fila indiana da mulattiere laterari sul corso e dopo cento metri spariscono lenti silenziosi in altre stradine, in su, in giù. I turisti sono tutti calvi o biondi, hanno dietro molti bambini biondi in genere belli.
La gente del posto è gentile e mi sorride. Ragazzine che non sanno di essere straordinariamente carine e amano farsi fotografare, quando vedono l’immagine digitale ridono e poi dicono grazie. Munduk è davvero un sito raccomandabile anche per la dolcezza della temperatura, molto diversa dalla sozza e gelida Candikuning. Mi verrebbe la tentazione di incolpare i musulmani di quel villaggio, ma non lo farò (e infatti la bifolca famiglia del "sozzo ovil" è indù).
Mangio al ristorantino interno, che cura i piatti con una certa attenzione, non mi sfugge. Inoltre non c’è nessuno, nemmeno chi mi ha fottuto l’ombrellino che il personale non ha visto. Noto la totale assenza di fragole. Come mai? Rivalità? Intanto posso contemplare dal tavolo il panorama al tramonto, cosa ovvia da non descrivere; si vede il mare lucente, scatto una foto ogni cinque minuti. Risultati di un banale medio accettabile. Sensazione che manchi qualcosa di fondamentale.
La mattina dopo, svegliato alle sette, esco per il bf alle sette e mezza e vedo che accanto alla mia stanza ci sono le stie allineate dei galli da combattimento. Decido di andarmene e tornare a Candikuning. Ero venuto convinto che ci fossero molti bemo almeno nelle ore centrali della giornata, in modo da pernottare qui (seguendo i consigli della pessima guida Routard), andare in giro con i bemo, farli fermare pronunciando il lemma: "stopa", passeggiare negli orti incantevoli tra le curate gombine, mangiare allo Strawberry-stop… nulla di tutto questo. La padrona, una signora molto gentile, telefona alla compagnia che fa servizio da Seririt verso Denpasar e mi prenota: il pulmino passerà tra mezzogiorno e l’una e si fermerà davanti al Meme.
Ho aspettato in strada fino all’una e quindici. Nessuno. Spesso nel terzo mondo si ha a che fare con persone "senza parola" (per questo da noi si dice che "le parole sono pietre"). Ero fermo a un distributore di benzina assai rudimentale: viene pompata a mano da un barile un litro alla volta. Si fermano solo moto, che poi aggiungono la miscela. L’oggetto che risalta subito, e lo si vede anche alle fermate dei bemo in tutta Bali, è un compressore rosso che troneggia. Ieri pomeriggio avevo a lungo fotografato la signora benzinara con bimbo in braccio dagli occhioni smarriti e poco interessati perfino alla sua immagine, e mi fissava interlocutorio; sì, questo è il mondo inconoscibile, piccolino, ecco che cosa ti aspetta! e mi guardava con occhioni neri, fermi ignorando la pappa. Poi ero passato al ragazzetto che stava compitando sul marciapiede, seduto accanto al compressore e alla sorellina dal bellisimo sorriso. Oggi, mentre aspettavo invano il bemo, sono arrivati in moto col padre.
Proprio lui si è offerto di portarmi in moto a Candikuning. Ha preteso di più del corsaro dell’andata, dice che è tutta salita. Sono cominciati conciliaboli con la moglie, poi mi ha consegnato l’helmet, mi ha detto di aspettare, è sparito, tornato quasi subito in moto con casco (non l’ho riconosciuto), è sceso, ha fatto benzina da sua moglie, siamo partiti. Abbiamo risalito il paesaggio di ieri, arietta gradevole, dopo alcuni chilometri di salita (Munduk è a 900 metri, mentre il valico è molto più alto se di là, Candikuning nel fondo del cratere è a 1200 m.) tutto inizia ad oscurarsi di nuovo, fa freddo, una finissima pioggerella mi batte sul viso, abbasso la celata, saliamo e ricomincia una fitta nebbia, abbiamo la testa fra le nuvole, la moto arranca lentissima, comincia a piovere forte, gli agrumeti oggi mi appaiono davvero da inferno dantesco, mi spiace non poter fermarmi a contemplare la drammaticità degli alberi maestosi, dei paesaggi da acciai ottocenteschi, quelle perfette scene di genere di solito ritradotte da fotografie con eccezionale perizia tecnica, ma artisticamente pessime e sintetizzanti tutti i difetti che un critico d’arte potrebbe querulamente elencare. Esempio classico per molti: la Divina Commedia del Dorè.
Il pilota si ferma, mi fa scendere, piove troppo. Estrae da sotto la sella la mantella impermeabile, si toglie il casco, la indossa, rimette il casco, montiamo, io sempre con la mia maglietta a righe, tremante che forse mi prenderò un malanno e non ho nessuno che mi rimproveri. La moto è asmatica, il pilota va talmente piano che procediamo a zig-zag dal timore di cadere di fianco. Però non l’ho mai visto scalare marce. Per carità non me n’intendo, però ho guidato anch’io delle piccole moto, e di solito hanno qualche marcia. Finalmente vediamo tra la pioggia molte auto, siamo giunti al bivio Singaraja-Bedugul-Ubud. Cautamente attraversiamo, giriamo sulla destra, e giù ora in discesa di nuovo dentro il cratere Bratan. I laghi non si vedono, gli alberi sono offuscati da nuvole fantastiche da fotografare. In discesa facciamo presto, un’altra decina di chilometri sotto la pioggerella battente, lui oltrepassa il Perama stop, devo fermarlo io, torniamo indietro, pago e ringrazio. L’albergo è un posto schifoso dove non c’è pericolo di trovare full. Qui non si ferma nessuno a dormire. La ragazza manager che l’anno scorso ho fatto piangere, è cresciuta in età e stazza, è villana, ma non del tutto, ha delle esplosioni di riso infantile molto belle e molto strane, diciamo una montanara incolta. Mi accompagna attraverso il cortile sempre allagato al mio bungalow che sorge alto al sommo di un’infinita scalinata saponosa, livida sotto la pioggia. Il bungalow è di squallore medio, manca il lenzuolo, l’asciugamano. Faccio procurare il tutto, mi apre l’acqua fredda, infatti c’era solo quella bollente. Poi villanamente se ne va e dice di passare a registrarsi.
Quando vado, l’unico tavolino è occupato da due ragazze che stanno ingurgitando una zuppa. Lei le caccia via. Mi siedo, compilo, la ragazzina più giovane, carinissima, viene molto disinvoltamente a sedersi dall’altra parte del tavolo, dove di solito sta il boss. La sorellona va a comperare la carta igienica per me. Intanto seduco la sorellina, di un simpatico incredibile. Stanotte ricarico la batteria e domani voglio farle dei ritratti.
Candikuning è nota per il suo antico tempio, il più fotografato di tutta Bali, per il centro divertimenti assai pacchiano, caro agli Indonesiani del fine settimana, in riva al lago verso sud (a Bedugul), per i suoi orti che danno ottimi vegetali in vendita al grande mercato del centro, per le sue fragole, per il suo mais (al centro del paese esiste un grande monumento alla verza, sopra la quale si erge una maestosa pannocchia gialla in puro stile pop-art), per le coltivazioni di fiori e infine per un celebre orto botanico, arduo da visitare perché vastissimo e pieno di ininterrotte faticose salite e discese. Inoltre c’è il localino Strawberry-stop da me sponsorizzato.
Appena sistemati i bagagli, mi sono fatto prestare l’ombrello, di cui sono stato orbato (dove piove spesso, come a Sumatra, ogni camera dovrebbe avere in dotazione due ombrelli di rappresentanza con lo stesso numero della chiave), sono corso in strada, ho aspettato sotto la pioggia un bemo azzurro, non ne è passato nemmeno uno. Allora ho provato con quelli bordò. Si è fermata subito una vettura, mi hanno aperto la portiera, ho capito immediatamente di avere fatto una gaffe scambiando per autista un signore balinese con elegante consorte a fianco, e dietro una splendida figlia con gambe adorabili esibite per intero, se le è subito coperte col giacchino, scarpe abbandonate, vestita per modo di dire di bianco, mi ha attirato dentro. Intanto io peggioravo la situazione chiedendo quanto voleva fino allo Strawberry-stop e lei mi ha detto after you. Poi abbiamo cominciato a parlare fittamente in inglese, loro erano di Denpasar, i genitori tacevano, lei bianchissima, probabilmente la mamma seduta davanti, è cinese; ha voluto sapere tutte le tappe del mio viaggio anche di ritorno; è stata una conversazione molto simpatica, breve, eravamo già arrivati. Come ciliegina sulla torta ho rifinito la gaffe estraendo una banconota che ha rifiutato.
Mi precipito dentro il cortile, salgo i tre gradini arrivo al pavimento piastrellato bagnato assai scivoloso, applico subito la tecnica dell’equilibrista (da giovane ho fatto il pattinatore, su rotelle ma anche su ghiaccio, e ho imparato perfettamente a "camminare" sui pattini e sul ghiaccio. Spero di saperlo fare tuttora), ordino un succo, una coppa di fragole con miele e poi altre delizie. Intanto scopro che producono anche marmellata e che sono esposti dei vasetti. Se non avessi già più di 35 chili di bagaglio ne comprerei molti. I cosiddetti gardens, o coltivazioni sono a ridosso del ristorante e la ragazza mi ha promesso di farmeli visitare domani. Speriamo che piova solo il mattino. Poi ho aspettato con l’ombrello sotto la pioggia un bemo di ritorno, sceso al mercato ho fatto un giro per le bancarelle di spezie: con la pioggia molto è coperto da teloni, le donne ti si rivolgono direttamente in italiano. I prodotti costano pareccchio: un chilo di mangostine che a Kuta viene 20.000 qui 50.000, però la ragazza mi dice subito in italiano: contrattare contrattare. Non sempre se ne ha voglia. Anche le spezie sono care e io ne ho già comperate, in confezioni molto simpatiche, a Ubud. Notati quattro tipi di pepe in grani: bianco, nero, rosso, verde (forse colorati?) Alle quattro torno a casa, scrivo al computer fino alle sei, poi esco, vado al ristorante sulla curva della pannocchia: ayam goreng preceduto da zuppa sempre di ayam con riso a parte. Discreto.
Tutto è bombo, il freddo fa venire la pelle d’oca, il paesaggio nebbioso, gli alberi mezzo sfocati, sono di una bellezza straordinaria. All’inferno mi sono sempre trovato letterariamente bene per tutta una vita. Torno a casa tra le pozzanghere. Mi lavo le gambe infangate. Certo metterò pantaloni corti fino a Ubud (dopodomani), dove il clima è completamente diverso, caldo e spesso afoso.
Ora comincia il martirio infinito dei muezzin delle due moschee. Poveri balinesi come li commisero! E non hanno i tappi di cera che vado immediatamente a mettere.
Candikuning, 19 agosto 2008
Candikuning è un luogo assai strano e antico dove nessun turista, con l’eccezione di qualche raro masochista in espiazione, si ferma a dormire negli inospitali alberghucci, freddissimi, costosi, sporchi, umidi e diretti da gentaglia villana e sozza (i nostri montanari sono degli aristocratici in confronto) come, tanto per non fare nomi, il Sari Artha, "sozzo ovil" che ha l’unico vantaggio di ospitare nel cortile interno la fermata degli autobus Perama, che vanno da Singaraja a Ubud, e permettono, come nel mio caso, un open-ticket con sosta in questo spartano letamaio, che costa come una bellissima camera nuova di zecca a Ubud, con acqua calda, full A/C, BF incluso, pulizia, sicurezza, gentilezza, simpatia, ampia vasca che ospiterebbe anche una certa pachidermica poetessa (nota soprattutto per far impazzire tutti gli organizzatori di convegni letterari e delfinari). Questo è uno dei rari argomenti su cui sono completamente d’accordo con la pessima guida Routard, che giustamente esclude anche la possibiità di fermarsi qui, mentre consiglia di pernottare a Munduk, a circa 20 km, dove il clima è davvero molto più dolce, tutto è più simpatico e non ci sono musulmani (ma non dice che bisogna muoversi con mezzi propri, che non ci sono bemo pubblici, che si ha la sensazione di essere caduti in una trappola mafiosa di gentili lestofanti, che gli albergatori in generale sono anche allevatori di galli da combattimento, che le stie sono a un metro dalla vostra camera, che i galli del cock cominciano a salutate il giorno con straordinaria inesauribile energia verso le tre e mezza)!
A Candikuning siamo a circa 1200 metri di quota, all’interno del cratere di un vulcano spento. Ci sono tre laghi, il clima è a dir poco orrendo, le nuvole arrivano a livello del terreno, sembrano una fitta nebbia, rendono il paesaggio fiabesco, si trema dal freddo, piove ogni giorno: di solito il mattino la foschia è molto densa, verso le 9 si dirada. Il centro del villaggio è il mercato, tenuto soprattutto da donne musulmane in chador.
[Devo fare una precisazione: l’insediamento musulmano non balinese è recente. Queste persone laboriose hanno avviato un’orticultura e frutticultura di tipo moderno industriale, con prodotti di buon livello, quindi immagino (però non ho dati certi) che abbiano risollevato l’economia della zona, prima pochissimo abitata nonostante la fertilità vulcanica dei terreni].
Al mercato potete trovare: pannocchie bollite di un giallo intenso (artificiale?), fragole, fiori d’ogni tipo compresi orchidee dalie crisamtemi, gigli bianchi e di San Giuseppe, tutte le spezie, e poi ottima verdura come la nostra, e frutta esotica di ogni tipo, anche mai vista prima. Di solito i mercati in oriente aprono verso le sei (ma anche da noi), qui invece, sempre se non piove, cominciano a togliere i teloni verso le nove (per le spezie, già sigillate in bustine, c’è un’ulteriore sottoprotezione di plastica). Segnale che puntano sul turismo di passaggio, che certo non arriva prima, dalla costa o dalle colline di Ubud, che viaggia in gruppo in pulmini, o con auto noleggiata, con o senza autista. Le moto degli indonesiani si fermano, comperano le pannocchie bollite fumanti, verdure crude già pronte in un sacchetto, che contiene mezza verza, carote, indivia, due ravanelli, un pezzo di cavolo bianco.
Non ho mai visto tanti indonesiani di ogni età vomitare come nei pressi di questo mercato.
Per la verità non è affatto escluso che esca il sole, come oggi, fortissimo da scottare il cranio dei calvi. Ma non dura. Guardare l’altra costa del lago è un sistema per vedere come le nuvole corrono veloci, si abbassano, fanno sparire tutto, anche le barche acherontiche prima solo intraviste. Sublime come un concetto letterario.
Sulla costa del lago, da tempo immemorabile si trovano due monumenti religiosi di primaria importanza: il tempio induista di Ulu Danu, che comprende (oltre a un importante recinto sacro o templum, da temno, luogo tagliato, dove si con-templa) i due tetti a meru circondati completamente dalle acque del lago, seppur a pochi metri dalla sua costa occidentale, e 50 metri più a sinistra, ma fuori dal templum (e quindi pro-fanum): un antichissimo stupa buddista, di cui in sostanza non si sa nulla, se non che è certamente anteriore a tutto quanto esiste colà (probabilmente coevo del Borobudur, 8° sec. d. C.). Ora restaurato curato, le statue di Buddha sono rivestite di abiti monastici color senape, tutto intorno il giardino è perfetto. Sono venuto qui la prima volta, accompagnato da ragazzi più esperti e matti di me che nulla sapevo, nel 1975. Non c’era nulla: un deserto, soltanto i due tetti a meru e un banian gigantesco (che naturalmente c’è ancora); di musulmani nemmeno l’ombra; semicoperto da sterpi e rovi lo stupa era quasi irriconoscibile, quasi irraggiungibile in un sentiero strettissimo dove ci si strisciavano i polpacci con piante spinose. E’ stata una visita indimenticabile, nessuno di noi aveva una macchina fotografica, quindi tutto è stampato nel ricordo.
Gli induisti balinesi si sono dimostrati (ancora una volta) persone assai civili e tolleranti rispettando e curando uno stupa di un’altra religione, per quanto affine, inserendolo nel complesso della zona visitata dai turisti con tanto di biglietto d’ingresso. Devo lodare chi ha creato questo giardino, anche solo per il fatto che vi ha piantato dei cipressi, forse unici in tutta Bali, che mi ricordano molto il lattiginoso lago di Garda e il più vivace paesaggio toscano.
C’è sempre molta gente, turisti ricchi anche ben vestiti, con accompagnatori fighi che parlano tedesco e francese, indossano eleganti abiti cerimoniali. Alcune turiste francesi mi hanno salutato, in francese, con molta cortesia. Vengo sempre scambiato per francese: forse sono un tipo comune in Francia. O forse mi hanno già visto in qualche altro villaggio balinese? Se si accorgono che non sono francese l’entusiamo tende a zero? Faccio questo ragionamento perché non ho capito l’inaspettato atteggiamento di gentilezza che ho notato in vari francesi (ce ne sono moltissimi, mentre di italiani nemmeno l’ombra). Anche ragazze giovanissime mi hanno manifestato cortesia e sorrisi incontrandomi la prima volta, e mi chiedo: lo fanno perché sembra giusto salutare un vecchio (gliel’hanno suggerito a scuola?) o perché credono che sia francese e nazionalista come loro?
Si fermano mezzora al mercato, mezzora a Ulu Danu, fanno uno spuntino nei pressi, allo Strawberry-stop, e ripartono per Ubud o Lovina.
La gente non sembra rendersi conto dell’importanza e solennità di questi monumenti. Forse soltanto gli induisti di Bali ci vengono con intenti religiosi, ho visto anche molti indiani, e poi i moltissimi pellegrini asiatici dai molti paesi buddisti: Giappone e tutta l’Indocina in primis. Questo è un luogo sacro a due religioni: indù e buddista. Purtroppo i musulmani insediatisi di recente, con la loro solita prepotenza e grezza aggressività denotante soprattutto integrale ignoranza, hanno devastato il placido (per quanto già contradditorio e dantesco) paesaggio, che godeva di un equilibrio delicatissimo, fondato sull’armonia, suggerito anche dai molti livelli dei meru, che, ricordiamolo, alludono alla perfezione, con la pacchiana antifrasi di un’incombente metallica moschea di latta, secondo il mio modesto parere, mediocre anche architettonicamente, con un neo-minareto che sembra più che altro un traliccio, uno squallido serbatoio d’acqua raffazzonato in economia. Tengo a precisare che in altre parti di Bali, questi antiestetici serbatoi sono stati fatti mimetizzare coprendoli con tradizionali tetti di paglia.
Immagino che l’architetto sarà famosissimo, e strapagato dagli sceicchi del petrolio tanto ricchi quanto somari. In altre sedi ho già detto la mia sull’argomento, su cui peraltro giova ripetersi. Farei le identiche critiche anche se si trattasse di una chiesa cattolica costruita in quel punto e in quel modo. Non occorre essere degli specialisti di architettura per capire che si tratta di un pugno nell’occhio di particolare volgarità, e di totale mancanza di rispetto per l’ambiente sacro preesistente da molti secoli, in un’isola dove gli induisti sono la quasi totalità, e sono gli islamici un’esigua minoranza, sebbene a livello nazionale le percentuali si capovolgano. Ma il rispetto è necessario ovunque e per tutti, quindi anche a Bali. Bisogna dirlo senza mezzi termini: opera architettonica di cattivo gusto, aggressività verso l’ambiente, volgare impatto ambientale, assoluta mancanza di rispetto verso la maggioranza dei balinesi. Bastava costruire la moschea un chilometro più in là, soprattutto non sopraelevata sul pendio, in modo da nascondere ai turisti internazionali questa molesta bruttura che ai visitatori della cultissima Bali certo non interessa per nulla. Anzi offende il buon gusto di parecchi, dato che i turisti non sono affatto obbligatoriamente degli sciocchi.
Ubud, 20 agosto 2008
Sceso in un’ora il 20 agosto, dalle nebbiose montagne alle colline di Ubud. Era il famoso terzo giorno della festa del Galungan: un delirio di ornamenti, costumi, drappi dorati, fiori alla nausea, tutti in ghingheri eleganti, dai tanti neonati alle poche vegliarde magre, aristocratiche, dalle mani scheletriche e vene sporgenti, dai capelli bianchi o leggermente ossigenati, dai volti maestosi e sereni in attesa di cremazione. Cortei, processioni, gruppi, belle ragazze. Le strade ininterrottamente ornate da lunghi bambù accuratamente sfilacciati, da gonfaloni, bandiere, festoni di foglie intagliate, altari con offerte abbondanti e clamorose (passare veloci in autobus è come essere alla TV). Solo il costo della manodopera sarebbe enorme in un altro luogo. Qui è tutto gratis, e pare che non ci siano molti dissidenti: tutti partecipano con ansimo religioso. Un’umanità bambina che affascina lo stracco occidentale (il quale però non è privo di suoi forti convincimenti, e pensa alle "non liturgie" di Colui che tutto move). I bambini vanno in giro col Barong: pupazzo quadrupede che rappresenta il Bene vittorioso: sotto sono in due come finti cavalli o draghi cinesi (dai quali probabilmente deriva, ma è solo una mia supposizione). Spesso si danno il cambio, perché rischiano di soffocare dal caldo. Ce ne sono di fatti con cura e addobbati con lussuosa ricchezza, altri più semplici, con il volto tradizionale notissimo riprodotto in molte cartoline, o con maschera di cinghiale. Alcuni bambini sono mascherati, tutti sono in veste rituale anche molto chic (chi se n’intende potrà individuare subito la casta); ogni gruppo comprende una rumorosa orchestra di gong e gamelan: chiedono un’offerta, si fermano davanti ai toco-toco (negozi), scherzano, sostano forse anche polemicamente, nessuno rifiuta l’obolo nemmeno i turisti. Però di questi gruppi a Ubud ce ne sono a decine, continuano per vari giorni, credo fino all’undicesimo giorno dopo il Galungan (Festa del Kuningan), e a un certo punto stancano.
Luciano Troisio
TROISIO in LANKE:
Commenti
Intanto mi viene fottuto l?ombrello pieghevole, il mio storico amato bruttissimo ombrello cinese che mi segue dal 1990. Non vale nulla, ha una stecca rotta, ma siccome qui piove ogni giorno? e poi pieghevole: una rarità!
"col sistema Jervolino"
riprendo il due: eheheh! Già il primo paragrafo è un capolavoro di ironia e spirito d'osservazione.
Che dire? Ci sono così tanti particolari da immaginare: il distributore di benzina, il monumento alla verza (mi fa un po' ridere in verità), gli spiriti da allontanare col silenzio e poi provo a immaginarmi le montagne balinesi, così diverse da quelle che mi sono familiari.....
con tutti questi reportage c'é da fare non un libro, ma diversi volumi!
Comunico a te (e a Gian Paolo Grattarola) che il prossimo gennaio uscirà il primo volume dei miei diari di viaggio. Bali è esclusa (le dedicherò un altro volume).
vabbè, anche se sono esclusa dalle comunicazioni (!) sono proprio contenta di sapere che i diari prenderanno la via della pubblicazione ufficiale: molto bene.
Di questo pezzo ho colto le reminescenze pascoliane a me care, la giusta indignazione per il deturpamento paesistico e la leggerezza quasi casuale ma mai banale di tante e tante osservazioni.
Oh, ma come tralasciare l'ombrellino cinese?
Cara Ilde, tu fai dell'ombrello cinese un oggetto lezioso o gentile, come nell'immaginario della gente. La Cina non è affatto così, specie quella comunista, moderna e astuta nell'immagine, rozza becera e seriale sputazzante nella realtà. Il mio ombrello era un volgarissimo pieghevole d'imitazione occidentale (però utile quando piove).
Tu non sei mai esclusa dalle comunicazioni, essendo un'assidua tra i miei 24 lettori.
beh, io sono il numero 23 - me lo prendo, porta bene - ed esulto. Editore?
7 Mi meraviglio che tu non lo sappia...
Non so niente. Non quelli per cui lavoro io, mi sa...