MISTERI LAOTIANI 1: LE GIARE
Phonsavan, dicembre 07
Il Laos è un paese piccolo dove la gente non mormora affatto perché forse è proibito anche questo. La dittatura è astuta (qui e anche in Birmania): apparentemente superficialmente il turista, che spesso sa poco o nulla, di nulla si accorge. Nessuna uniforme, assoluta assenza di poliziotti o di vigili urbani, qualche raro controllo sugli indigeni nella capitale. Ad es. ieri andando alla Lao Airlines sul lungofiume di Vientiane, ho visto il primo giovane aitante poliziotto stradale con casco e divisa stirata che aveva fermato una fanciulla in moto, teneva il suo documento in mano e la stava minacciando corteggiando.
Con un tantino di attenzione però alcuni particolari diventano eclatanti. Ad es. il controllo "immigration", normale dappertutto per i voli internazionali, qui è esteso a qualsiasi volo anche domestic, sia in partenza che in arrivo. I dati del passaporto vengono traslitterati (in caratteri lao) in quadernoni a quadretti tipici della scuola media, da militari pochissimo istruiti. Vedere direttamente questa operazione oltre il vetro è raro, perché di solito il questuante ha dinanzi un ripiano su cui posare le carte, ma la controparte scrive su un ripiano interno inferiore vietato alla vista del cittadino (in questa fattispecie, come anche l'agnello, superiore o inferiore?) per cui tu non puoi vedere cosa sta facendo il lupo sulle tue carte: non sono affari tuoi. L'impressione è assai sgradevole. Quando sono andato all'aeroporto della capitale per volare alla Piana delle Giare (30 minuti), mi sono fatto portare dal tuc tuc alle partenze internazionali, per il semplice fatto che lì c'è l'unico ufficio cambi della zona che accetti l'euro. Poi mi sono spostato all'adiacente vecchio edificio delle partenze domestiche tirando il mio leggero trolly sul marciapiede apposito (intorno: panorama squalliduccio, grandi parcheggi semideserti, nessun bianco, solo passeggeri indigeni, probabilmente a scrocco del partito. Da noi questo non succede. Mi guardavano con le loro fisionomie scure raggrinzite supponenti, come una rara avis). A un certo punto un giovane in divisa con camicia azzurrina mi ha villanamente sbarrato la strada, muto impenetrabile. Stavo per dirgli: nel mezzo vile meccanico, co' pari vostri la dritta è sempre mia, ma non mi veniva la traduzione e quindi ho fatto un amabile sorriso, frenato l'inerzia del trolly e ho detto soltanto Ponsavan, la mia destinazione. Allora si è spostato indicandomi la direzione già nota. Poi sentivo che i curiosissimi compari-compagni gli chiedevano e lui ripeteva Ponsavan Ponsavan, forse con bonaria canzonatura, perché la pronuncia è probabilmente Fonsauàn. Certo che il suo comportamento, con un facoltoso turista occidentale in un aeroporto, è stato più che altro da "bandito" della guerriglia Hmong antigovernativa, che assale i bus lungo le strade di montagna (in particolare le statali 6 e 7. Potendo, evitatele).
Bisogna essere cauti nel giudicare, perché spesso queste persone hanno modi rozzi, ma non sono affatto cattive: eseguono ordini. E ancora al check-in: la ragazza gentilissima, affiancata da un truce facchino per il bagaglio da spedire, troppo autorevole troppo strano. E' lui che mi chiede bruscamente il passaporto (ahi ahi!) insomma per farla breve si intuisce che c'è un continuo controllo non soltanto sugli stranieri; gli indigeni ci sono abituati, io no.
In conclusione ripeto: la dittatura è piuttosto furba, cerca di apparire poco. Nella Cina degli anni 90 si era invece ininterrottamente circondati da soldati, da uniformi, da controlli. Uno dei regali preferiti dai bambini era il verdastro cappellino da soldato. Perfino all'Università, quando arrivavo in auto, dovevo passare un controllo documenti anche dopo anni, come se non mi conoscessero. Gli stessi colleghi cinesi ne erano urtati. Gli raccontavo che in Italia abbiamo pochi controlli e molti clandestini. Il mio "capo-sezione" (leggi: direttore di dipartimento, italianista giudicato assai modesto per non dire analfabeta dall'autorevole compagna Edoarda Masi), non aveva mai udito prima questo lemma, ne scoprì l'esistenza, s'informò diligentemente sul suo significato, poi con la spocchia degli idioti dichiarò: In Cina non abbiamo clandestini! (lo credo bene!)
Voletto di neanche mezzora, piuttosto ballerino date le molte nuvole, e si arriva a Phonsavan. Sotto la scaletta non esitono autobus e bisogna andare a piedi attraversando la pista. Non esiste nemmeno baggage claim, si attende il carretto che viene abbandonato all'entrata arrivi, poi ognuno fruga, si preleva il bagaglio, ma in uscita c'è controllo e strappo dell'etichetta. Al solito assaliti da fornitori di albergo (la prima volta che assistei a questo fenomeno fu da bambino arrivando alla stazione di Venezia: c'era una fila di educatissime eleganti persone che rappresentavano ognuno un albergo). Il settore partenze è nella stessa squallida stanza. Arriva un folto gruppo di locali, alcuni nei complicati colorati costumi delle minoranze pieni di sonagli, parecchi bambini. Dopo qualche minuto (sono sempre in attesa di passare il controllo immigration), odo un forte disumano mugolio, un pianto che mi colpisce: è una vecchia che abbraccia la figlia in partenza, un'altra persona della famiglia tenta con apparente rudezza di staccarla dall'abbraccio.
Prendo un tassì sotto forma di tuc tuc. Vuole 20.000. Non discuto e salgo dietro. A questo punto da una colonna appare un furbino viaggiatore indigeno benvestito, uno di quei locali che si mette d'accordo col driver: appena arriva un allocco americano salgo anch'io e paga lui. Un costume odioso che ho sopportato per anni a Shanghai: ogni volta che all'aeroporto On Ciao prendevo un tassì, sotto forma di pulmino, cinque o sei puzzoni compagni cinesi salivano con me senza guardarmi, si facevano portare alle loro diverse destinazioni piuttosto lontane. Shanghai è una metropoli di 17 milioni di anime. Ci volevano almeno un paio d'ore durante le quali quei gentiluomini urlavano e ridevano ininterrottamente. La mia destinazione (guarda guarda) era l'ultima, e io pagavo per tutti. Questo succedeva a tutti i nasilunghi occidentali, nessuno osava obiettare nulla, è una delle tante umiliazioni sopportate per anni nella Cina di m.
Il tuc tuc arranca per enormi larghissime strade, chilometri e chilometri. L'indirizzo della Guesthouse scelta leggendone la descrizione sulla guida è alla fine di un enorme sterrato rosso polveroso. Attenti con le guide. Soprattutto evitate quelle della francese "Routard", che ha un'edizione italiana assolutamente inattendibile. Durante l'infinito tragitto avevo notato nei pressi del campo sterrato, una White Orchid Guesthouse pitturata di fresco in un intenso offensivo verde turchese, mi faccio lasciare là.
Non faccio in tempo a scendere che esce un ometto occhialuto sulla quarantina e mi fa molti inchini. Non può essere un indigeno, qui non sono affatto cerimoniosi. Mi rendo subito conto di avere davanti un cinese, assai gentile ma completamente scemo. Non capisce le due o tre cose elementari, si fa aiutare da un altro, robusto, stempiato, parlano in mandarino velocissimo. A Shanghai l'avevo imparato abbastanza, per quanto nella volgare variante dialettale di quella città. Ora per mancanza di esercizio l'ho dimenticato, ma capisco ad es. il più volte ripetuto Me iò (usato per tutte le negazioni), l'interrogativo Scià ma, traducibile in: che cavolo sta dicendo, che cosa. La stanza è in buone condizioni, pulita, tutto nuovo, l'acqua è bollente, non esiste condizionatore, visto che le temperature sono almeno la notte glaciali, il bf è compreso.
Phonsavan è un nome noto a pochi. Bisognerà brevemente informare, ma cominciando da lontano: ci troviamo nel nordest del Laos, nella montuosa provincia di Xieng Khouang, poco abitata (in tutto 200.000 persone), a circa 130 chilometri da Nang Het, confine vietnamita. Da sempre, dai tempi preistorici, corridoio di passaggio delle migrazioni. Per lungo tempo indipendente, poi caduta nell'orbita vietnamita, nel XIX secolo saccheggiata più volte (pare sia da queste parti uno sport tuttora in voga) da banditi cinesi. Al primo posto per la produzione di oppio, nel Laos quarto produttore mondiale. La zona è nota in tutto il mondo come Piana delle Giare. Corre l'obbligo di accennare a due argomenti: archeologia e guerra del Vietnam.
Sul primo ci sarebbe da scrivere all'infinito. Infatti questa zona è costellata da misteriosi orci di pietra (detti Giare, scherzando la mia amica letterata Roberta mi chiedeva in un e-mail se mi trovavo in Sicilia...), alcuni pesano tre tonnellate. Sono stati versati fiumi d'inchiostro, ipotizzate mille congetture su queste giare di cui non è stato chiarito ancora nulla: nè a quando risalgono nè a cosa servivano. Epoca megalitica, 4000 anni fa, urne funerarie; ce ne sono a centinaia di varie dimensioni. Sulle dimensioni differenti e sui raggruppamenti c'è una teoria: potrebbero alludere a una certa gerarchia all'interno di un gruppo sociale, ecc. ecc. Mi permetto di osservare da profano: necropoli senza ossa, neanche un microscopico pezzetto? E se venivano cremati, nemmeno un briciolo di cenere in nessuna delle molte centinaia di Giare? Nessun manufatto, nessun vaso, monile, perlina, arma, punta di freccia, raschiatoio, punteruolo, ascia di pietra? Affascinante, e il paesaggio è straodinario, ventoso nelle sommità con alte erbe secche, dove stanno i raggruppamenti più importanti.
Il secondo argomento risale alla guerra con gli USA: con l'intervento massiccio dei norvietnamiti la provincia fu la prima ad essere "liberata" perché considerata di importanza strategica. I Viet vi installarono batterie di DCA (dato che odio le armi non so cosa siano, ma presumo delle specie di katiusce contraeree). Questo fatto giustificò bombardamenti americani a tappeto che distrussero completamente la capitale Xieng Kouang con un'impressionante modifica della popolazione anche nella composizione delle minoranze Hmong e Thai. Dopo il 1975 molti vietnamiti si sono istallati nella provincia, assieme a un numero (definito impressionante) di consiglieri sovietici, ora smaterializzati. La città distrutta venne abbandonata (la si visita come finta città fantasma, ma non si vede nulla, nemmeno una minima rovina, una buchetta, un "brandello di muro", un monumentino di campagna lasciato per ricordo della ferocia americana, e l'impressione mia è che tutto il racconto sia un attimino esagerato). Ne venne costruita a pochi chilometri una nuova: Phonsavan. Ne parlo in altre pagine.
Le Giare si raggruppano in tre siti molto interessanti. I turisti non sono molti. Lo si calcola dai pulmini nel parcheggio. Si può stare da soli sulle ventose sommità a pensare liberamente.
Luciano Troisio
Indice Reportage di Troisio:
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Phonsavan, dicembre 07
Il Laos è un paese piccolo dove la gente non mormora affatto perché forse è proibito anche questo. La dittatura è astuta (qui e anche in Birmania): apparentemente superficialmente il turista, che spesso sa poco o nulla, di nulla si accorge. Nessuna uniforme, assoluta assenza di poliziotti o di vigili urbani, qualche raro controllo sugli indigeni nella capitale. Ad es. ieri andando alla Lao Airlines sul lungofiume di Vientiane, ho visto il primo giovane aitante poliziotto stradale con casco e divisa stirata che aveva fermato una fanciulla in moto, teneva il suo documento in mano e la stava minacciando corteggiando.
"Il Laos è un paese piccolo dove la gente non mormora affatto perché forse è proibito anche questo."
> Incipit memorabile.
"I dati del passaporto vengono traslitterati (in caratteri lao) in quadernoni a quadretti tipici della scuola media, da militari pochissimo istruiti. Vedere direttamente questa operazione oltre il vetro è raro, perché di solito il questuante ha dinanzi un ripiano su cui posare le carte, ma la controparte scrive su un ripiano interno inferiore vietato alla vista del cittadino (in questa fattispecie, come anche l?agnello, superiore o inferiore?) per cui tu non puoi vedere cosa sta facendo il lupo sulle tue carte: non sono affari tuoi. L?impressione è assai sgradevole."
> Ma riesci a essere estremamente chiaro, sei sempre molto visivo.
Soprattutto quando stai radiografando mondi lontani e caotici come questo.
"Bisogna essere cauti nel giudicare, perché spesso queste persone hanno modi rozzi, ma non sono affatto cattive: eseguono ordini. E ancora al check-in: la ragazza gentilissima, affiancata da un truce facchino per il bagaglio da spedire, troppo autorevole troppo strano. E? lui che mi chiede bruscamente il passaporto (ahi ahi!) insomma per farla breve si intuisce che c?è un continuo controllo non soltanto sugli stranieri; gli indigeni ci sono abituati, io no."
> Buon segno, l'Italia non è ancora precipitata...
"Shanghai è una metropoli di 17 milioni di anime. Ci volevano almeno un paio d?ore durante le quali quei gentiluomini urlavano e ridevano ininterrottamente. La mia destinazione (guarda guarda) era l?ultima, e io pagavo per tutti. Questo succedeva a tutti i nasilunghi occidentali, nessuno osava obiettare nulla, è una delle tante umiliazioni sopportate per anni nella Cina di m."
> Non sapevo questa storia dei taxi. Prendo nota dell'ospitalità degli aborigeni...
"Epoca megalitica, 4000 anni fa, urne funerarie; ce ne sono a centinaia di varie dimensioni. Sulle dimensioni differenti e sui raggruppamenti c?è una teoria: potrebbero alludere a una certa gerarchia all?interno di un gruppo sociale, ecc. ecc. Mi permetto di osservare da profano: necropoli senza ossa, neanche un microscopico pezzetto? E se venivano cremati, nemmeno un briciolo di cenere in nessuna delle molte centinaia di Giare? Nessun manufatto, nessun vaso, monile, perlina, arma, punta di freccia, raschiatoio, punteruolo, ascia di pietra? Affascinante, e il paesaggio è straordinario, ventoso nelle sommità con alte erbe secche, dove stanno i raggruppamenti più importanti."
> Quindi di necropoli non si dovrebbe trattare. Mmm.
Senza parole per la gratitudine: mi hai nuovamente insegnato qualcosa di nuovo, del tutto estraneo al mio mondo e alle mie conoscenze. Procedo con gli altri due reportage...
stranissime queste giare... naturalmente sono tutti luoghi di cui non so nulla....
La dittatura: astuta ma comuque occhiuta. Un flagello.
Fantastico, vado avanti con gli altri articoli.
[pausetta dal monte di libri di statistica da catalogare: qualcuno mi illumina sui modelli di Rasch? --- p.s.: non ditelo al mio d.a. (direttore amministrativo)]
Bello Luciano questo primo reportage dei tuoi trecento di ieri (scherzo sempre, lo sai). Molto significativi alcuni passaggi, sia che tu ti riferisca al presente, sia che ci racconti il passato.
Episodio all'aeroporto: quest'estate una famiglia di amici sbarcata negli States ha subito molto peggio che semplici controlli, una cosa inaudita. Li avevano presi, gli Americans, per Spagnoli... Divisi padre da madre+bimbo e trattenuti per due ore senza spiegazioni e con continue minacce.
Il Mondo è Paese (non sempre civile).
"Stavo per dirgli: nel mezzo vile meccanico, co? pari vostri la dritta è sempre mia, ma non mi veniva la traduzione "
Passaggio splendido. Come tutto il pezzo...
Torno all'analisi multivariata...