Troisio Luciano

Reportage da Ubud. Cinquantesimo anniversario del Museo Puri Lukisan

Autore: 
Troisio Luciano

Ubud, 27 luglio 2008

Ubud è sede di molti importanti (e lussuosissimi) Musei. Questo fatto stupisce: un paese di ottomila abitanti ha più autorità culturale di grandi città. Possiamo affermare tranquillamente che, dopo le metropoli Giakarta e Yogiakarta, per l'arte, al terzo posto c'è Ubud. E stiamo parlando del quinto Stato del mondo.

Sono andato in pellegrinaggio al Museo Puri Lukisan (lett.: Palazzo della Pittura), il più antico e importante museo di Ubud, e di tutta Bali dopo quello di Denpasar. Tre padiglioni sepolti in un fatato giardino. C'è una mostra dedicata ai pionieri della pittura balinese, nel cinquantesimo anniversario della fondazione del Museo. E' stata inaugurata il 14 luglio, io non ne sapevo nulla. Eppure sono passato varie volte al giorno all'Ufficio Turistico. La notizia è stata tenuta nascosta, forse per non turbare la grande cremazione reale del 15. Se l'avessi saputo avrei tirato fuori le scarpe belle e i pantaloni lunghi dalla valigia e sarei andato certamente all'inaugurazione. Chi non conosce Bali non ha idea dell'importanza del Puri Lukisan. Varrebbe la pena farne la storia.

Ovviamente l'ho già scritta in altri miei diari: ho visitato il museo fin dal 1975, acquistando tutti i cataloghi che ha pubblicato, a cominciare dal primo, striminzito, su carta assai cattiva con riproduzioni mediocri (ma era già qualcosa, un tentativo di catalogazione. Alcuni ricchi musei a tutt'oggi non l'hanno ancora fatto perché non hanno le energie intellettuali, una minima spinta filologica, sufficiente lungimiranza...).
Un museo da queste parti significa anche combattere ancor di più contro inesorabili insetti, tarli che mangiano la carta, i supporti, cornici che si sfaldano, legno tramutato in polvere, nulla dura più di 50 anni. Ho visto con i miei occhi un pacco di disegni di Lempad (sono amico del nipote), che solo dal punto di vista economico valgono molte migliaia di euro l'uno, lacerati da arabeschi di tarli, conservati senza nessuna cura...
 
Allora per entrare bisognava scendere una scalinata fino al fondo della valletta e poi risalire di là. Proprio da pochi mesi è stata sconvolta la valletta colmandone un tratto (sotto hanno lasciato una grossa tombinatura per le acque) e costruendo un ponte che scavalca al livello del Jalan RaJa Ubud, risparmiando ai visitatori parte della scalata alpinistica. Prima che gli olandesi all'inizio del XX secolo costruissero vari ponti, i balinesi si spostavano in questo modo valicando continue valli, profondamente scavate nella roccia lavica dagli ossigenati fiumicelli di cui l'isola felice è ricchissima. Poetico ma estremamente faticoso.

 

Alcune osservazioni extravaganti: posso escogitare l'escamotage di parlare ancora del Museo, compilando una breve ma gironzolante recensione-pretesto, del recentissimo volume di Helena Spanjaard: "Pioneers of Balinese Painting, the Rudolf Bonnet Collection" (KIT Publishers, Amsterdam, 2007, pp. 126, 350.000 rupie). L'autrice, nata nel 1951, è un'insigne ricercatrice-studiosa olandese, di Amsterdam, che dal 1980 si occupa di pittura indonesiana, sulla quale ha pubblicato molti apprezzati studi, e di cui ha curato molte esposizioni.
Ci guarderemo bene dal commentare le posizioni dell'Olanda coloniale su cui non esprimiamo giudizi non avendo le sufficienti conoscenze in materia. Opportuno e congruo che la Spanjaard introduca un "cultural contest of the collection": partire dal "Java Institute", fondato nel 1778, prima della Rivoluzione Francese, ci sembra un tantino eccessivo. Anche perché i Belanda (Olandesi), presenti fin dal 1599 nelle isole maggiori, hanno preso Bali soltanto nel XX secolo. Il fatto che un'isola piuttosto piccola si sia opposta prima all'Islam e poi agli Olandesi così autorevolmente, deve far subito riflettere.
Restano famosissimi gli episodi di Puputàn (Suicidio rituale collettivo) da parte dell'aristocrazia balinese. I re, le loro intere famiglie, le sfarzose corti, i sacerdoti, indossando i migliori abiti, ornati di preziosi gioielli e kriss cerimoniali di inestimabile valore, inermi sono andati incontro alla mitraglia europea: 4.000 morti compresi donne e bambini, la fine di una delle più splendide civiltà del mondo. Un brutto secolo era appena iniziato.
Parlano chiaro le illustrazioni - un po' salgariane - dei vari settimanali del 1907 (quando Barzini e Borghese vincevano la Pechino-Parigi): testimoniano i fatti, lo sciacallaggio della soldataglia che depreda i cadaveri delle principesse. Esistono rarissime fotografie. Dove saranno ora quei gioielli, quei leggendari kriss? Anche questo sarebbe contesto culturale (per quanto non "della collezione").
Parlo del Puputàn non pretestuosamente. Infatti l'indignazione dell'opinione pubblica europea fece in modo che l'Olanda cercasse di porre un qualche rimedio al gravissimo episodio; e lo fece mettendo in atto per Bali un risarcente piano di apertura al turismo, di protezione della cultura e delle arti. (La Spanjaard abilmente, costretta ad affrontare il centrale argomento, elogia la politica culturale del suo paese, non accenna ai metodi di conquista dell'isola né al Puputan). Proprio da qui ebbe origine l'odierna fortuna dell'Insula deorum. La vera rivoluzione culturale avviene però negli anni trenta, quando alcuni intellettuali olandesi, belgi, tedeschi, forse scontenti dell'Europa, scoprono il villaggio di Ubud, in un incantevole sito collinare popolato di risaie e di palmeti, dove il clima, sebbene umido, è meno afoso. Le fanciulle divine hanno una straordinaria grazia edenica, (anche i fanciulli non sono male, e trovano parecchi raffinati estimatori). Che fortuna per quei bianchi vivere in paradiso durante la terribile prima metà del XX secolo!

 

Così Ubud vede giungere antropologi, musicisti, scrittori, pittori, scienziati, fotografi, che si chiamano Margaret Mead (venendo dalla scomoda Papua, finalmente può preparare dei ricostituenti brodini di pollo al marito sottopeso), Jane Belo, Claire Holt, Colin MacPhee, Walter Spies, N.O.J. Nieuwekamp, Miguel Covarrubias, Vicky Baum, Johan Fabricius, Rudolf Bonnet. Ma l'elenco non è completo: ce ne sono molti altri, e importanti.
La dottoressa Spanjaard dimentica di citare lo scultore, pittore e fotografo fiorentino Emilio Ambron, che invece è figura di rilievo, sebbene la sua sede fosse la limitrofa Klungkung (ora chiamata Semarapura) - villaggio illustre anche per l'Alta Corte di Giustizia ivi giudicante e sede del più autorevole Raja- da pochi anni gemellata, incredibile dictu, con Firenze. Nel piccolo deserto museo di quell'antica cittadina (inserita per una mezzoretta in tutte le lucrose folkloristiche escursioni in partenza dagli alberghi miliardari di Nusa Dua e Sanur), due sale sono riservate alla Donazione Ambron. Mi astengo dall'esprimere opinioni sull'opportunità di tale collocazione del nostro artista da parte della città di Firenze. Il personaggio certamente non è inferiore a tanti altri europei più efficacemente reclamizzati. Su di lui sono state di recente pubblicate importanti monografie, una delle quali, monumentale, a Singapore; nelle grandi Gallerie di Ubud, provviste di ricchi bookshop (che offrono materiale di prim'ordine a prezzi giapponesi, ma anche cataloghi da modesto sottobosco distrettuale), quelle su Ambron non sono available. Nel catalogo completo degli artisti balinesi pubblicato dal prestigioso Neka Museum, che comprende anche preziosi dati biografici, il Nostro (guarda guarda) manca all'appello, sebbene lo stesso Museo esponga una sua scultura. Nella mia intervista al Direttore Neka, egli ha dichiarato che Ambron non c'è perché non è pittore ma solo scultore (pietosa bugia).

Nel 1936, il principe di Ubud Tiokorda Gede Agung Sukawati, Rudolf Bonnet, Walter Spies, con alcuni pittori balinesi (tra cui spicca I Gusti Nyoman Lempad, il migliore, ricordate questo nome!), fondano una società di artisti chiamata "Pita Maha" (il Grande Spirito, o anche la Grande Vitalità). E' l'inizio di un rinnovamento della pittura balinese, che prima della comparsa degli intellettuali europei consisteva in scene mitologico-religiose (tratte dai grandi poemi indù) per adornare i templi, e in complessi calendari astrologici illustrati. Questo artigianato tradizionale e ripetitivo aveva (e ha) il suo centro nel villaggio di Kamasàn, da cui ha preso il nome l'importante "scuola". Dipinti anteriori al 1970 sono da considerarsi rari, pochi gli esemplari più antichi. Essendo esposti alle intemperie, si logoravano in fretta; gli stessi musei ne esibiscono pochissimi. Al Puri Lukisan ora si possono contemplare tre o quattro antichi Kamasan di recente donati da anziane signore olandesi che li avevano oculatamente comperati durante la loro residenza nell'isola (che hanno molto amato, bisogna ammetterlo). Ce n'è uno che nello spartano cartellino descrittivo dichiara la data 1605 (???). Una vera Storia di Kamasan non è ancora stata scritta con sufficiente chiarezza filologica, specie per quanto riguarda il periodo arcaico.
Con la "Pita Maha" le cose cambiano, i soggetti diventano più concreti, oltre a ritrarre gli dei e le dee, si descrive la vita ingenua e tranquilla di tutti i giorni, con le offerte rituali, i combattimenti dei galli, il cibo, le merci del mercato, gli animali. Ora nascono gli "artisti". Nella lingua balinese fino al 1930 non esistevano lemmi significanti arte, artista [ma anche in alcune lingue germaniche, tuttora, ad esempio non esiste lemma col significato di città-civiltà, e bisogna usare Kultur].
 
Rudolf Bonnet, artista olandese (1895-1978) visse a Ubud per una trentina d'anni, introdusse nella pittura nuovi concetti, nuove tecniche, nuovi materiali come la tela, la tempera, attraverso il suo fervore i pittori balinesi "scoprirono" la carta europea e cominciarono a disegnare stupende chine (il problema dei supporti è centrale per la pittura balinese: un critico deve assolutamente conoscere fibre vegetali, loro tecniche di pressione, tessitura).
Bonnet divenne grande amico dell'illuminato principe Tiokorda Gede Agung Sukawati. Tra il 1929 e il 1958, fu entusiasta animatore, appassionato difensore della nuova arte, seguendo i migliori giovani artisti e acquistando a prezzo equo molte delle loro eccellenti opere. Tornò in Olanda nel '58, ma fece ulteriori visite a Bali. Nel 1961 vendette la collezione di 127 opere (60 delle quali sono state ora selezionate dalla Rudolf Bonnet Fundation, per essere incluse nella mostra di Ubud e riprodotte nel catalogo) all'Università di Leida, che la cedette in prestito permamente al Museo Etnologico della medesima città.

   Ora quelle opere straordinarie sono esposte al Puri Lukisan; davvero un'opportunità unica.
il catalogo della Spanjaard si raccomanda per accuratezza, scelta delle immagini, documentazione fotografica altrettanto preziosa della catalogazione di opere trascurate dai più e ora divenute di fondamentale importanza. Le foto, coeve, ritraggono molti artisti di cui si conosce ancora poco, e altri più famosi, di cui scarseggiano immagini. Foto di gruppo con Bonnard, importanti istantanee del famoso Lempad, pittore, scultore, architetto della corte reale di Ubud, eccellente disegnatore, le cui opere sono introvabili, e che visse 116 anni. (Nelle gallerie che vendono pacchiano artigianato c'è qualche raro pezzo di Lempad esposto per attirare i furbetti, ma non in vendita...). E ancora: luoghi, edifici, padiglioni museali degli anni 30-60.
L'analisi comprende quattro aree geografiche fondamentali della pittura balinese: Tampaksiring, Ubud, Batuan, Sanur. Oltre al prestito di Leida, la mostra è supportata dai capolavori dell'esposizione permanente del padiglione Nord del Puri Lukisan, che furono anch'essi scelti a suo tempo da Bonnard. Ovviamente non è opportuno in questa sede approfondire oltre lo spessore di una scheda informativa. E risulterà vana fatica invitare i fruttivendoli romani, le parrucchiere padane e i ragionieri commercialisti evasori totali del Nordest, in arrivo il primo agosto agli alberghi ultralusso, a visitare questo gioiello, giustamente sconsigliato.

La pittura balinese è nota e collezionata in molti paesi del mondo: oltre che in Indonesia, in Olanda, Giappone, Australia, USA, Europa in generale. Il vero boom non c'è ancora stato, ma non tarderà, anche per merito di molti oculati galleristi, di studiosi di grande passione e competenza, come Helena Spanjaard.

Luciano Troisio, luglio 2008
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Commenti

Ubud, 27 luglio 2008

Ubud è sede di molti importanti (e lussuosissimi) Musei. Questo fatto stupisce: un paese di ottomila abitanti ha più autorità culturale di grandi città. Possiamo affermare tranquillamente che, dopo le metropoli Giakarta e Yogiakarta, per l?arte, al terzo posto c?è Ubud. E stiamo parlando del quinto stato del mondo.

fantastico il modo di spostarsi prima degli olandesi!
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"I re, le loro intere famiglie, le sfarzose corti, i sacerdoti, indossando i migliori abiti, ornati di preziosi gioielli e kriss cerimoniali di inestimabile valore, inermi sono andati incontro alla mitraglia europea"
>resistenza passiva?
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Il kriss: è un'arma che ha un suo fascino selvaggio, e lo dice una che in genere non ama il genere!
"E risulterà vana fatica invitare i fruttivendoli romani, le parrucchiere padane e i ragionieri commercialisti evasori totali del Nordest, in arrivo il primo agosto agli alberghi ultralusso, a visitare questo gioiello, giustamente sconsigliato."
> ahahahahah!
è un argomento su cui non sapevo niente, Luciano, grazie!
Certo che dovrebbe viaggiare solo chi merita.