Troisio Luciano

Reportage da Tirtagangga

Autore: 
Troisio Luciano

Jemeluk, martedì 27 agosto 2002 ore 8

Notte brutta al Kusama, prevedibile, la peggiore dopo quella di Tirtagangga. Verso le 11 grossi animali, forse toponi hanno cominciato gare di corsa sul soffitto. Le semifinali si sono svolte con intervalli fino alle tre. Non ho chiuso occhio fino a quell’ora. Poi sonno regolare e sveglia alle 8. Silenzio. A volte ci sono galli noiosi, cornacchie, come in India (e d’inverno a Lubiana). Qui invece silenzio. Ora sono sulla riva del mare al ristorante per il bf che al solito si annuncia squallido. Bisogna scegliere un solo piatto. Il mare è bello, calmissimo. A Candidasa è più agitato. Forse per questo lì ha eroso la spiaggia. Il bf incluso è proprio schifoso, e per i soldi che costa il bungalow (quasi il doppio del Kelapa), l’accoglienza è veramente da cretini dell’est. Ma il discorso sarebbe lungo.

Tirtagangga, martedì 27 agosto, ore 10.20

Alle 8.50 avevo già guadagnato la strada e posto i bagagli a favore di bemo. Seduto all’ombra sui gradini della deserta reception c’era un bel ragazzo bianco. Non mi ha salutato e io non l’ho salutato. L’avevo visto ieri sera al ristorante. Era giunto da solo, dopo di me, si era seduto al tavolo vicino, seaside, però girandomi le spalle. Essendo io l’unico umanoide presente non mi è parso il massimo della cordialità. Gente che viaggia ruminando in sé. Così stamattina gli ho reso pan per focaccia. Mi sono poi allontanato, ma solo perché volevo stare all’ombra di un frangipani lì a qualche metro. Deserto assoluto nella strada. Dirimpetto subito l’erta desolazione della rovina lavica precipitata in grandi massi dal vulcano credo nel 63, ma non sarà stata certo la prima. Incombe non solo il monte Seraya, ma anche il tremendo vulcano Gunung Agung, più alto dell’Etna, che impressiona sullo sfondo già a Tirtagangga). La colata ha risparmiato alcune parti limitrofe e pianeggianti, che infatti sono coltivate.

Dopo qualche minuto sento un motore, vedo una manovra di fuoristrada, il bel ragazzo al volante. Fatta la retromarcia ruggendo di potenza, passa davanti a me sfreccia via quasi pantera come per dire: hai visto, imbecille cosa ti sei perso… Forse se ieri sera avessimo scambiato qualche parola… però in questi incontri c’è sempre una parte imponderabile, in viaggio bisogna essere riservati. Specialmente quando qualcuno ti gira villanamente le spalle. Ma forse avremmo potuto fare amicizia, proseguire la visita dell’est con la sua auto, vedere molte cose, forse rimorchiare ragazze.

Passa una bella del posto: scambio di sorrisi, mi fa qualche domanda ovvia: you are lipin (living)? Poi dal Kusuma esce una famigliola; il padre ha un lattante a carico, c’è una bambina di sei-sette anni biondissima e bella come un putto del quattrocento. La madre mi sorride. Si avviano tutti sulla sinistra verso il paesino unica povera meta di tutta la zona. Si fermano vari ragazzi in moto. Pensano che ci sia da beccolare qualcosa chiedendo 10 volte il prezzo del trasporto. Quando sono in due quello dietro è fulmineo nello scendere dal sellino, e quando risale significa che si sono già comunicati la fine della trattativa, ancora prima che il cliente risponda (forse perché si rendono conto di essere dei farabutti non accettabili). Se fosse in auto, potrei anche pagare molto di più, ma in moto, tenendo in braccio il bagaglio, no: per tratti lunghi è troppo pericoloso.

Arriva un fuoristrada. Qui questo tipo di veicolo è un vero status symbol. Il parco auto in tutta Bali è di ottimo livello. Nuovo, giapponese, carrozzerie perfette: segno di opulenza almeno di chi si occupa di turisti stranieri. Quando si sale sui mezzi pubblici il livello si abbassa di molto, ma anche i prezzi sono modesti.
Dal fuoristrada oscurato scende un giovane locale sui 25, dalla fluente chioma raccolta in codino. Probabilmente cerca di offrire i suoi servizi ai clienti del Kusuma. In attesa si mette a farmi domande con tono urbano:

-Le piace il posto?-
-Sì mi piace, ci sono molti fiori. Sono venuto al Kusuma per ispezionare i giardini. Sono della “Commissione Autocefala Eden e Giardini”.-
-Come si è trovato?-
(Mentendo) -Bene, ma stanotte sono stato disturbato da animali che correvano sul tetto.-
-Animali? Che animali?- fa lui, vivamente interessato a quanto sto dicendo.
-Non lo so, forse scimmie, topi, scoiattoli.-
-Scimmie?- come per dire che lì non esistono. Poi d’un tratto con molta convinzione:
-Sono spiriti: lei è stato visitato dagli spiriti.
Sorrido chiedendo: -Buoni o cattivi?-
-Possono essere buoni o cattivi, dipende da noi.- Affermazione assai profonda e condivisibile; ognuno si trasporta come bagaglio appresso il suo inferno o purgatorio. Comincia a raccontarmi che due giapponesi, giusto alla porta accanto, sono stati perseguitati da spiriti in carne ed ossa che stavano seduti al ristorante e leggevano il giornale.

Non escludo che la mia fretta di togliermi da lì fosse una percezione inconscia di presenze inquietanti (il bel ragazzo?).

[in questo momento è giunta sul palcoscenico del Good Karma di Tirtagangga dove sto scrivendo, la coppia francese di ieri con lei dalla voce sfortunata. Chi si rivede! Dal mio tavolo posso inoltre dominare la nota risaia, le due casette e la stanza onde vegliai, ma insieme a spiriti almeno sexy…]

Rispondo che non ci credo e che comunque a me questo non può succedere, perché io sono cattolico e ben protetto dall’immondo mondo degli spiriti. Tiro fuori dal portafoglio l’immagine di S. Antonio che non mi abbandona mai. Che mi ha seguito in tutto il mio peregrinare per il mondo (assieme a un piccolo crocefisso di famiglia, in ulivo del Getsemani, che ho sempre avuto in tutte le case che ho cambiato in 14 anni di traslochi). Solo una volta mi ha abbandonato quando a Shanghai mi hanno rubato il portafoglio; ma coi cinesi non c’è santo che tenga, e comunque la partita forse non è ancora chiusa e chissà che non torni indietro qualcosa anche per strade imprevedibili. Quella volta ho reintegrato recandomi alla prima occasione dalla Cina alla Basilica da vero pellegrino, e facendomi ridare dai frati l’immagine benedetta. Poi, in anticipo sulla par condicio, sono corso subito anche dal vicino S. Leopoldo Mandic che è uno che non scherza tanto, di cui ho altrettanta devozione (e maggior timore, altro che spiriti!)

Il ragazzo sorrideva. Mi ha chiesto chi era quell’uomo ritratto:

 -È un bravo avvocato molto considerato dal Dio unico. Come lei è sicuro delle sue convinzioni religiose, io lo sono altrettanto delle mie, pur non essendo molto praticante.-

Ha sorriso e mi era sembrato fino a quel punto molto civile, ma poi mi ha anche chiesto se credo ai vampiri, allora ho deciso di chiudere la conversazione mandandolo al suo paese (prima che scoprisse i canini).

Passa uno di quei piccoli autocarri molto diffusi anche nella provincia Usa; qui ovviamente sono di marca giapponese. Trasporta un verro riproduttore: lo deduco dai testicoli giganteschi sporgenti dietro; non sapevo esistessero di tali dimensioni. Mi offrono un passaggio, ma non in compagnia del verro, eventualmente sarebbe in cabina. Passa un altro autocarro identico. Dietro (al posto del verro) ci sono un vecchio e una donna. Limaribu (5.000) fino al bivio di Culik. Il conducente estrae una banconota da cinquemila e me la mostra. Io gliela strappo di mano e fuggo. In realtà scherzo e  vado a prendere i bagagli. Non sa una parola d’inglese, appena a bordo seduto al suo fianco guarda il mio Rolex con bramosia. (Se sapesse che vale 5 euro! Non vado mai ai tropici con roba di riguardo, con eccezione di videocamera e portatile).

Nonostante tutto stamattina mi sento molto felice, la natura è bellissima nella sua povertà. L’est è una regione arida, presumo a causa dei molti vulcani che hanno in gran parte distrutto e risagomato l’ambiente. Palme borasso dappertutto. Ce n’era una dozzina, disposte in modo stranamente regolare sulla cima di un colle. Da lontano credevo che si trattasse di antenne a causa della loro ortogonalità. Solo una aveva il tronco un po’ valgo. I ventagli del ciuffo ancora raccolti. Infine avvicinandomi ho avuto la prova che fanno parte della vegetazione spontanea. O qualcuno le aveva messe a dimora?

Zona pianeggiante, casette, coltivazioni di mais, le prime che vedo: piante esangui, piccole, a un metro una dall’altra. Forse cresceranno, si vedono le povere pannocchie.
Succede un fatto imprevedibile: il mio driver si ferma spesso per raccogliere donne con ceste ecc. A ogni nostra fermata ci sono bemo fermi. Ebbene, ho il sospetto che lui tenti di “vendermi” ai bemo per portarmi a Padangbai. Dopo la seconda, terza volta ne ho la certezza perché capisco quello che si dicono. La fermata seguente un uomo con maglietta bianca si avvicina e si offre di portarmi a Padangbai per 70.000. Come faceva a saperlo già? Intuizione? Prego il mio conducente di proseguire immediatamente. Dopo un paio di chilometri mi accorgo che l’uomo con maglietta ci aveva sorpassato, si era fermato in mezzo alla strada per di più tenendo la porta aperta, costringendoci a fermarci dietro di lui: abbassa il prezzo a 60.000 e così via varie volte in modo irritante. Mentre parlano a mitraglia tra di loro vendendomi e comprandomi, tengo un atteggiamento paziente e distaccato, non sono per niente irritato. La mattina è bellissima. Non ho nulla da fare fino a sera, l’aria è fresca mi sento abbastanza bene. Finalmente, come Dio vuole, arriviamo al bivio di Culik dove scendo.

C’è un mercato in atto, interessante da vedere: la merce naturalmente è per terra, donne accoccolate che vendono sgombri, anche sardine conservate, o fritte, verdure, erbe, qualcuna forse tabacco in foglie già sfilacciate, ma la cosa più tremenda è l’assalto asfissiante dei tassisti. Non riesco a liberarmene, finalmente prendo una decisione sbloccante e accetto di andare ad Amlapura per 5.000 pur di fuggire da lì prima che mi venga un probabile attacco di oclofobia, come mi succedeva a Shanghai quando la gente mi si accalcava intorno a pochi cm. togliendomi il respiro.

Partiamo dopo un po’, mi sento molto allegro nonostante tutto, l’aria è frizzantina. Appena ripassate le colline verso ovest la vegetazione torna lussureggiante, fiori ossessivi dovunque. Conosco benissimo la strada e intanto rifletto: la cosa migliore da fare è scendere a Tirtagangga (uno dei luoghi per me fondanti e sempre amatissimo), circa 7 km prima di Amlapura, comperare un biglietto Perama per Padangbai dal pirata del Good Karma che almeno evita le discussioni. Infatti decido così e dopo una mezzora scendo a Tirtagangga. L’autobus proveniente da Lovina passerà alle 11.40, ma so già che è sempre in ritardo. Compero il biglietto dal pirata; più che un personaggio di Salgari mi pare abbia una consistente pervicacia conradiana, complessa, difficilmente decifrabile, carica di infiniti problemi che mettono a disagio senza saperne le cause. Non sono riuscito a capire se mi ha riconosciuto o meno. Le tracagnotte figlie sì. Mi siedo al suo ristorante, prendo della frutta (c’è il mango available), un caffè e mi metto a scrivere.

Osservo con una punta di angoscia la desolata inedia di queste ragazze, cameriere provenienti dai minimi villaggi della zona; è perfino troppo facile indovinarne i pensieri, le occhiate, decifrare il profondo della loro concentrazione sulle pellicine intorno alle unghie. D’altronde, in attesa del pullman anch’io faccio quasi altrettanto: ricordo le mie allieve del primo corso della Shanghai University, solo quelle più cretine, che si estraniavano completamente dalla lezione, bertuccescamente concentrate per ore sulle loro unghie a cinque centimetri dagli occhi resi strabici, sulle diligenti indagini nasali e conseguente accuratissima biopsia dei reperti. Capìta l’antifona, mi guardavo bene dal disturbarle. Nell’inedia per loro insopportabile della lezione, girava di banco in banco un piccolo motivante tagliaunghie. Sapevo che ne esisteva uno solo in tutta la classe, eppure mai una volta le ho colte a passarselo da una fila all’altra; per ore e ore ogni giorno, sadiche in contrappasso, in tempo reale le squallide mi hanno inflitto il supplizio cinese di quell’insopportabile tic, tic.

Assenza, inedia, messaggio del corpo, specie femminile; giovani sarte alla macchina da cucire, senza lavoro il mento sulla mano e lo sguardo fisso all’infinito, commesse, cameriere semianalfabete che non avendo clienti prendono un atteggiamento di attesa poco educato, autenticamente stravaccate su tavoli, banconi, con un braccio teso in bisettrice sotto la testa abbandonata al ripiano, gli occhi lontani, il viso triste. Oppure su panche, perfino involontariamente provocanti, voluttuose nei giovani bacini offerti, nelle abbandonate eroticissime rotondità che sarebbero piaciute a Ingres (nelle gambe invece decise, i piedi fermi, puntati, quasi sempre poco curati, pieni di macchie, pustole, di punture di insetti) ma anche a tutti i pittori belgi, olandesi, tedeschi (spesso più attenti a efebici modelli maschili), all’italiano Ambron, che sono venuti a Ubud a rinnovare l’arte degli anni trenta, ma anche a trasmettere tutta la pesante, mediocre accademia dei loro disegni celebranti seni opulenti, corpi troppo esaltati, forse per clienti dozzinali; fino ai caricaturali seni-palloncino di Covarrubias.

Alle 11.30 vado sul largo parcheggio dove ferma il pullman; lì ci sono i soliti perdigiorno grandi e grossi, o jobless in cerca di ingaggio, che in realtà tentano di rimorchiare un occidentale per chiedere l’elemosina. Al solito mi chiedono se ho le monete nuove, un euro di metallo da elargire per farne pendenti, quanto costano i miei pantaloni, le mutande, se ne ho un altro paio, per loro ecc., prevedibile, desolante. In una tasca laterale del borsone tengo sempre le magliette, i pantaloni di cui voglio disfarmi; lo faccio all’ultimo momento, con imbarazzo.

Ecco l’autobus, si parte; a bordo ci sono delle belle ragazze; dall’etichetta che c’è sui loro bagagli ammucchiati davanti, deduco che sono viennesi. Si arriva a Padangbai. Quelli del Perama salutano, ormai mi considerano di famiglia, mi dicono: tu eri a Candidasa, e l’altro: ieri sei andato a Culik; una soddisfazione la notorietà! E poi mi indicano un alberghetto, il Madya, a lato dell’ufficio. Ci vado subito e trovo una bella camera, nuova di zecca, accogliente, con acqua calda. Al solito manca il lenzuolo superiore e la carta igienica, ma io ho dietro il sarong e un rotolo di riserva. Mi piace fermarmi qui una notte o due (forse perché inconsciamente spero di rivedere la svedese). C’è però un particolare che non sapevo: ci sono ben 16 ferry per Lombok, ogni ora e mezza, anche la notte. Temo che sarò svegliato dai rumori delle navi e degli altoparlanti, nonostante siano lontani circa trecento metri.

Ho fatto nel pomeriggio il giro dell’intera baia, molto interessante, e molto più grande di quanto si crede. Io l’ho vista quando il molo non esisteva ancora: era bellissima, ora l’hanno rovinata. L’unico porto naturale di Bali, il primo dove sono scesi gli Olandesi. Se avessero adottato un criterio di saggezza ambientale, avrebbero dovuto porre gli attracchi nella vicinissima Candidasa, visto che la sua spiaggia è stata distrutta per i noti motivi. Dato che lì necessitava la costruzione di grandi opere di difesa, perché non prendere la palla al balzo e costruire anche i moli per i ferry, lasciando intatto il gioiello di Padangbai?

Al ristorante Rai ho incontrato una coppia di simpatici fidanzati milanesi del tipo alta finanza, che alla fine mi ha offerto anche la cena. Molto gentili; ho promesso che invierò Tirtagangga.

[Al mio ritorno l’ho fatto, ma loro non mi hanno nemmeno risposto].

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Commenti

Tirtagangga, 2002.

"Poi, in anticipo sulla par condicio, sono corso subito anche dal vicino S. Leopoldo Mandic che è uno che non scherza tanto, di cui ho altrettanta devozione (e maggior timore, altro che spiriti!)"

> è il santo caro a mia nonna giuliana:). E' la prima volta che lo sento nominare fuori da casa mia. Curioso:))

San Leopoldo (Bogdan = Adeodato) Mandic, era di Castelnuovo di Cattaro. E' vissuto in Italia ed e' morto a Padova nel 1944, dove e' sepolto. Ha molti fedeli che vengono anche dall'altra parte dell'Adriatico e da tutto il mondo.
Gli sono molto devoto (ma e' un rapporto molto privato), forse piu' dell'altro Santo gigante Antonio (Noi padovani non produciamo santi: li importiamo dalla Iugoslavia, dal Portogallo). Gli altri due famosi sono S. Luca evangelista (il corpo e' a Padova, La testa in Germania, e S.Giustina, questa l'unica vera patavina martire di epoca romana. Molto originale scrivere di questi argomenti tra statue di idoli dal sudest asiatico. Meraviglie di lankelou.eu
(ora vado a mangiare l'anatra laccata con cialdone. Grazie Gianfra')

Grazie a te, ottimo Luciano, e buona anatra laccata. Non riesco nemmeno a immaginarne il sapore, sai che sono un po' spartano quanto a gusti, in tavola almeno:). Coi libri e i dischi è diverso.

"A volte ci sono galli noiosi, cornacchie, come in India (e d?inverno a Lubiana)."

> Cornacchie. Ti segnalo una recente invasione di Roma. I meglio informati giurano che ci sia lo zampino del comune, si dice che scaccino (eufemismo) i piccioni.

"Passa una bella del posto: scambio di sorrisi, mi fa qualche domanda ovvia: you are lipin (living)?"

> intendi forse "leaving"?

"(e maggior timore, altro che spiriti!)"

> timore dei santi spiriti? Il tuo paganesimo mi affascina molto. Peraltro lo condivido, assieme a diversi cattolici.

"In una tasca laterale del borsone tengo sempre le magliette, i pantaloni di cui voglio disfarmi; lo faccio all?ultimo momento, con imbarazzo."

> è una strategia interessante (non dimenticare le sigarette)

"Molto gentili; ho promesso che invierò Tirtagangga.
[Al mio ritorno l?ho fatto, ma loro non mi hanno nemmeno risposto]."

> italiani autentici! Incontrarne è facile, riconoscerli elementare.
Ave Luciano.

Più che italiani autentici quello mi sembra il tipico atteggiamento settentrionale. Mia sorella che ha abitato per molto in piemonte mi riferiva spesso di comportamenti simili. Non che io ci creda che tutti si comportino così, però le evidenze empiriche stanno aumentando.

che intendi per "settentrionale"? La linea immaginaria che separa il fenomeno fonetico "ortica" da "ortiga"? :).
Ritieni un emiliano identico a un valdostano? Un romagnolo identico a un sudtiroler? :))))

Io non mi pronuncio essendo frutto di (ormai archeologica) collaborazine tra regioni lontanissime tra loro.

Non dirlo a me:)

intendo la zona torinese, milanese e veneziana (insomma il triangolo industriale).

Il triangolo industriale era Ge-Mi-To: Genova, Milano, Torino.
Dai, lasciamo stare, meglio. Fidati.

spiriti, santi, vampiri......ci sarebbe da costruirci un racconto di fantasia oltre a questo bel reportage di viaggio!
Ho apprezzato molto come al solito :-) grazie!

-15 OPS è vero! :-)