20 Luglio 2011. Stamattina mi sono alzato presto, la colazione era la solita, pronta, accurata e coperta con una candida tovaglia: uovo, wurstel, marmellata di arachidi, la tremenda margarina, caffè, due banane, due kiwi, una grossa ciambella di papaia ancora con buccia e semi, due pagnottini, una grossa fetta di pane dall’aspetto di torta, ma è pancarré. Mangio le banane, bevo il caffè, appaiono due suorine gentilissime che mi salutano, una si siede. Spiego che devo andarmene subito all’ambasciata perché l’ufficio chiude alle dodici e molta gente resta inascoltata da quei miserabili beduini e deve tornare il giorno dopo.
Quindi oggi per la terza volta in tre giorni mi sono recato in tassì all’ambasciata indonesiana per ottenere il visto. Una sofferenza unica. Credevo di aver toccato il fondo l’estate scorsa a Kandy (Sri Lanka).
[Quello che dico è inesatto, perché certo nella mia vita non mi capiterà più di andare in Australia all’Università di Melbourne come visiting professor, in visita ufficiale di scambio. Ho cominciato le operazioni per il visto 2 mesi prima, ho scaricato il formulario lungo 12 pagine, ho telefonato varie volte, digita 1 digita 2. Ho parlato decine di volte con un’impiegata, romana, la più grande testa di c. mai incontrata in vita mia. Ma devo anticipare una conclusione: la colpa è stata mia, perché, essendo stato per 14 anni in prestito al nostro Ministero degli Esteri, i vari diplomatici ciociari che hanno fatto ragioneria mi hanno sussiegosamente insegnato a seguire correttamente l’iter richiesto dalle varie ambasciate. Se invece avessi chiesto semplicemente un visto turistico per l’Australia, l’avrei immediatamente ottenuto elettronicamente pagando 40 dollari. Invece io baggiano seguii la subumana burocrazia, quindi mi furono richieste e imposte decine di dichiarazioni: che non intendevo lavorare in Australia (figuriamoci), dovevo sospendere l’assistenza medica italiana col risultato che il mio medico non fu pagato per tutti i tre mesi e io dovetti pagare 20 dollari l’unica assistenza australiana: il vaccino antinfluenzale. Potevo però essere rimborsato: bastava compilare una decina di domande in carta bollata e dopo alcuni mesi avrei ricevuto sicuramente il rimborso parziale. Mi rendo conto che mi sto dilungando, ma quando si affronta s-s-scientificamente (direbbe Gassman) il tema serissimo della stupidità umana che tutti ci avvolge e governa, bisogna essere precisi. Quando telefonai l’ennesima volta a Roma, la menagramo mi disse che le dispiaceva molto, ma che dovevo sottopormi a visita medica presso i medici convenzionati con loro: polmoni a Trieste, cuore a Torino, generale a Roma. Dalla rabbia mi misi a piangere, scrissi una lettera all’Ambasciatore, che essendo affetto dalla solita diarrea diplomatica, mi fece rispondere dalla sua formalissima correttissima inconcludentissima segretaria, una superfallocefala (come è arcinoto, in base a una celeberrima sindrome su cui sono stati scritti migliaia di famosi saggi, “più in alto si va, più il volume del glande aumenta”; pare, ma non è ancora dimostrato, secondo criteri esponenziali). Intanto era passato più di un mese e mezzo e non avevo concluso nulla, avevo spedito tutti i formulari, prenotato da molto il volo con la Quantas, la compagnia dei poveri emigranti, delle donne nere, dei balcanici, dei pope barbuti panciuti con mogli orrende, di tutti gli sfigati d’Europa costretti ad andare a faticare in quel bolso paese di galeotti, ragni e serpenti, ma mi resi conto che non c’era più nulla da fare. Le due amministrazioni delle due Università italiana e australiana espressero in questo frangente il meglio della loro fulgida imbecillità. A malincuore nel mio isolamento decisi di rinunciare non sapendo più cosa fare. Telefonai alla menagramo, che però il giorno dopo mi richiamò dicendo che le visite mediche non erano più necessarie: ora bastava che pagassi cento dollari e avrei avuto il visto. Mancavano ormai pochi giorni al volo. Il visto, chiesto due mesi prima, non arrivò in tempo e persi l’aereo.]
Dicevo che a Sri Lanka, precisamente a Kandy, la città del Dente di Buddha, avendo bisogno del visto indiano, ero andato varie volte fino a una periferia lontanissima, all’alta commissione indiana per l’immigrazione, dove avevo patito le pene dell’inferno. (La guida consiglia di chiedere il visto a Kandy piuttosto che all’affollata e inefficiente capitale Colombo). L’aspetto più comico-spiacevole era il fatto che i cingalesi e gli indiani non hanno la minima idea della fila indiana, si ammassano a soffocante capannello spingendo, urlando, sporgendo il braccio sudato da sopra, da dietro strofinandoti per delle mezze ore la recchia, con la carta, con i soldi in mano. Ma almeno lo stanzone era enorme, c’era una toilette, e per terra anche due enormi ventilatori ad alzo zero. Qui al contrario i richiedenti il visto, quasi tutti poveracci locali, erano taciturni, sottomessi, rassegnati, quasi chiedessero l’elemosina, in uno spazio ristretto. Probabilmente vanno in Indonesia come alla mecca del lavoro. (Gli indonesiani a loro volta vanno a Kuala Lumpur o a Singapore come luoghi dove c’è ricchezza).
La gente è tenuta ammassata come bestiame in un vano di due metri per tre cui si accede dalla strada, bollente. Un’inferriata chiude l’accesso alla cancelleria. Bisogna aspettare davanti un’altra inferriata-sportello sulla destra, non è affatto chiaro perché. L’impiegato, uomo giusto al posto giusto, come tutte le nullità è piccolo, magro, rincagnito, asimmetrico, dimostra evidenti lacune umanistico-culturali, è neutro ma severo, soprattutto non esitante e conscio della sua conferita autorità indiscutibile [nei concorsi di poesia le molte sconosciute nullità autocefale in giuria preferiscono il lemma insindacabile, o anche inappellabile]. Mi affaccio tra la gente remissiva e col più falso dei sorrisi lo prego di controllare il mio formulario. Me ne dà subito un altro in bianco e mi indica le istruzioni che dicono che bisogna scrivere con inchiostro nero. Distrattamente io avevo usato una biro blu. Riscrivo il tutto, tempo ce n’è, strappo la foto che avevo già incollata e la trasferisco sul nuovo modulo. La colla per fortuna è available. Finalmente arriva il mio turno, passo la cancellata, mi danno un numero. In fondo, davanti ai due sportelli, ci sono delle panche con una decina di persone. Gli sportelli sono a un metro di altezza dal suolo e il varco è strettissimo. In uno dei due c’è un funzionario nullafacente, all’altro si avvicina l’applicant, che sarebbe meglio chiamare supplicant, perché deve mettersi a 90 gradi, non c’è nessun’altra possibilità. Oppure bisognerebbe inginocchiarsi davanti a quei cretini. Forse è quello che si aspettano. Qui l’Indonesia mostra uno dei suoi veri volti di gente selvatica e ignorante, com’è tipico di vasta parte del mondo musulmano. Tutta questa villania e stupidità non ha nulla a che vedere con la raffinata cultura balinese. (Direi che Bali non ha proprio nulla a che vedere con l’Indonesia). Intanto rivedo Silvia, col suo lui rapato di Brisbane; è una ragazza ungherese di età indefinibile tra i 25 e i 43 (lui ne avrà almeno 50), con cui ho fatto amicizia ieri. Vengono da Bali soltanto per rinnovare il visto. In questi frangenti, che sono tra i più insopportabili e dolorosi di un viaggio, nascono brevi ma intense relazioni basate su enorme solidarietà. Nell’attesa parliamo un po’, degli Unni, dei Magiari, dei Magog; arriva il loro turno, ottengono tutto e felici ridenti se ne vanno.
Finalmente, postomi a 90 gradi come i romani con i Sanniti, infilo la testa nell’angusto vano dello sportello. Niente da fare: dopo aver patito le pene dell’inferno, presentato tutte le fotocopie e formulari con foto a fondo rosso, mi concedono solo 30 giorni; come chiunque si presenti on arrival a Bali. Profondamente inquietato, rinvio i beduini alle materne pudende e me ne vado (a Bali sarà tutto più semplice, soprattutto meno urtante, e non servirà nessuna foto. Sono molto organizzati e meno rozzi coi ricchi turisti. A Timor ne vedono pochi).
Una domenica pomeriggio, non osando disobbedire all’invito della superiora, sono andato a messa. Quando si viaggia in Asia è piuttosto complicato (ma non impossibile) andare a messa. Qui siamo in un paese completamente cattolico. La chiesa della parrocchia dista circa un chilometro. Sono andato volentieri, anche perché accompagnato da tutte le collegiali vestite da festa: quasi tutte bruttine, ma di una simpatia disarmante (ce n’erano anche due o tre di gran portamento. Ci sarebbe da scrivere molto sull’ingenuità dei loro capi di abbigliamento. Ho fatto parecchie foto, specie di una ragazza schiva, quasi bianca, di cui mi sono segretamente, invano, perdutamente innamorato). Eravamo accompagnati da una delle suore. La chiesa è in ristrutturazione, e provvisoriamente la messa viene celebrata in una specie di attiguo cinema-patronato: una grande sala con un palcoscenico sopraelevato di un solo gradino, grande platea e nella parte posteriore una grande “loggia” o galleria, cui si accede da due scale laterali. La sala era già piena di parrocchiani, molti vestiti all’europea, quasi nessuno indossava il sarong, tipico dell’arcipelago. Le persone anziane conservavano nel vestire, nelle canute ondulate acconciature femminili, un’impronta coloniale portoghese, che già avevo notato in varie occasioni a Goa e Macao. Per vedere meglio sono salito in galleria; mi sono seduto in prima fila. Chierichetti e chierichette indossano una tunica bianca, lunga, quasi elegante. Pochi arredi, poche statue, probabilmente spostate provvisoriamente dalla chiesa. Mi ero scordato che l’aria calda tende a salire, quindi, nonostante funzionassero alcuni piccoli ventilatori, dopo qualche minuto ho preferito spostarmi nel retro, dove c’era una grande balconata aperta. I locali tollerano meglio l’afa, sebbene qualcuna delle ragazze mostrasse segni di disagio. Clero giovane, tutto locale, predica lunghissima in tetun, interrotta da molte divertite risate. Età media dei fedeli sotto i vent’anni. Lettura di molti documenti-preghiere in formato A4. Canti e cori davvero soavi e toccanti, che hanno già qualcosa in comune con la musica polinesiana. Molto intenso e poco asiatico lo scambio del segno di pace. Tutti hanno fatto la comunione, che è stata distribuita anche dalla suora. Ciò mi ha ricordato che anche a Melbourne, dove andavo a messa ogni domenica, trascinato dagli amici italo-californiani, tutti indistintamente facevano la comunione. Mi hanno confermato che anche in America andare a messa sottende la comunione. (Quindi avrei potuto farla anch’io peccatore, nonostante da molti mesi non avessi “santificato le feste”?)
La messa è durata 75 minuti. Tutti hanno tenuto un comportamento educato e raccolto, anche i bambini. A cena ho fatto notare alle suore la lunghezza della cerimonia, mentre in Italia la messa dura circa mezzora. Mi hanno detto che sanno benissimo che in Italia pochi vanno in chiesa.
[continua…]
Luciano Troisio
Commenti
[timor] Canti e cori davvero
[timor] Canti e cori davvero soavi e toccanti, che hanno già qualcosa in comune con la musica polinesiana. Molto intenso e poco asiatico lo scambio del segno di pace. Tutti hanno fatto la comunione, che è stata distribuita anche dalla suora. Ciò mi ha ricordato che anche a Melbourne, dove andavo a messa ogni domenica, trascinato dagli amici italo-californiani, tutti indistintamente facevano la comunione. Mi hanno confermato che anche in America andare a messa sottende la comunione. (Quindi avrei potuto farla anch’io peccatore, nonostante da molti mesi non avessi “santificato le feste”?)...