Troisio Luciano

Reportage da Songklà

Autore: 
Troisio Luciano

Questo frammento di reportage potrebbe sembrare una fiction di oggidì incorniciata nel futuro. Forse lo è (per secondari aspetti ironico-tecnologici non troppo fantascientifici), ma soltanto forse. È più probabile che si tratti di fatti veri, davvero vissuti.

Vissuta questa strana avventura, di cui però conservava un debolissimo ricordo, come un vago sogno laterale per nulla sicuro, Giulio avrebbe dovuto imparare la lezione.
Invece no, si lasciò di nuovo sedurre dalla bella Lenoci che (oltre ad usare ogni venerdì la capsula per andare dalle figlie) voleva a tutti i costi visitare assieme a lui la tanto decantata Base Callisto sull’omonimo satellite, da poco solennemente inaugurata dopo quasi vent’anni di lavori. Nonostante dalla Base diplomaticamente avessero consigliato di “rinviare” la visita, la Lenoci non sentì ragioni; diamine, si trattava di poche ore…

Era la prima volta che tentavano un viaggio extraterrestre. Ebbene: Giulio (un tantino ammaliato?) ci cascò ancora e si trovò intrappolato nella cabina dove ebbe le solite attenzioni, i soliti svenimenti da radiazioni e rimase in semicoma fino a quando fu rimesso a posto dagli scienziati della Base, ma “trattenuto”, ufficialmente per motivi di sicurezza, almeno per un mese.

Appena ripresosi si scusò col personale. La Base Callisto annoverava oltre diecimila tecnici, di cui più di mille Longobardi che erano il più numeroso gruppo etnico dopo gli Anglosassoni. Tutti sapevano benissimo che la responsabilità non era sua, ma della procace Lenoci, ormai nota nell’ambiente, e tutti desideravano incontrare il temerario nuovo arrivato che volentieri approfittò di quella spettacolare “orbita d’attesa” per conoscere meglio l’ambiente.

 Dedicò le prime ore a visitare il vasto e attrezzatissimo Club Longobardo dove fu accolto con grande calore. Tre ristoranti, sale da gioco, una sezione riservata alle macchinette mangiasoldi (che erano programmate per far guadagnare il giocatore almeno il 10% delle volte). Si trovava nel grande complesso del “Centro” della città, che consisteva in una lunga “passeggiata” di vari piani di cui uno sotterraneo. C’erano addirittura dei negozi e anche un’agenzia viaggi che tentava di reclutare nuovi coloni dalla Terra. A quell’ora si vedeva poca gente nella passeggiata perché ognuno era al suo posto di lavoro. Sul bordo sinistro una specie di marciapiede era riservato agli automi; la maggior parte assomigliava a lucenti macchinine in miniatura, che erano detti postini (o anche topi). Servivano per il trasporto di merci non voluminose da un ufficio all’altro.

Notò che le persone, incontrandosi, si rivolgevano sorrisi e frasi di circostanza con grande gentilezza, come se si conoscessero tutti, ma non era affatto così: ne aveva chiesto al suo accompagnatore che ad ogni posto di controllo umano salutava l’agente - spesso si trattava di donne - chiedeva notizie, si interessava anche del suo umore e della sua salute ottenendo risposte articolate, colme di amichevole reciproca gentilezza. Quando gli confessò che non si conoscevano affatto lui si ricordò di aver notato questa prassi soltanto a Londra. Probabilmente erano stati i britannici a introdurla (in ogni caso gli pareva un uso con aspetti piuttosto ipocriti).

La visita al “Centro Culturale” longobardo fu piuttosto deludente. La facente funzioni, una tipa scialba ancor giovane che prima aveva insegnato alle elementari di Gorgo di San Benedetto Po e si faceva chiamare Direttore, biondastra stopposa che si toccava in continuazione col pollice e l’indice le due zone ai lati del naso, era molto occupata e a stento trovò qualche minuto per riceverlo.

Giulio approfittò per donare alla biblioteca un suo recente romanzo, che dopo i ringraziamenti di rito sarebbe finito, attraverso un apposito scivolo, in fondo a un capace scatolone per non riaffiorare mai più all’intensa luce. Deluso si presentò alle altre dipendenti (professoresse, ricercatrici) che però lo tennero in piedi sulla porta dei rispettivi studi. Quando chiese di consultare un dizionario di longobardo, gli fu risposto che “avrebbe dovuto rivolgersi alla biblioteca centrale”. Realizzato di trovarsi di fronte a un gruppo di fessi imboscati, abbandonò l’idea di studiare e passò ad altri aspetti dell’interessante Base-città.

Oltre ai Longobardi c’erano molti emigrati da Enotria ed Etruria. Questi però non erano raggruppati in un faraonico club unico come i Longobardi, ma ogni città e addirittura ogni paese aveva un piccolo club per conto suo. La curiosità spinse Giulio a visitare questi club e le loro associazioni per il tempo libero, ricavandone dovunque la stessa idea di struttura litigiosa e quasi mafiosa, di gente subito insospettita dalla sua presenza (cosa veniva a fare quel ficcanaso?). Ebbe sufficienti e ampie spiegazioni appena conobbe il direttore del giornalino virtuale longobardo “Callisto Globo”. Venne a prenderlo con una navetta, lo portò nella sua accogliente casa d’alluminio immersa in un paradiso di cespugli verdi e fioriti, gli presentò la numerosa famiglia, lo tenne a colazione. Rispose esaustivamente alle molte domande e soprattutto gli raccontò per filo e per segno di come molti connazionali (tra cui alcune infide donne venete) riuscissero a far sparire i fondi che giungevano sia da Pavia che da altre capitali europee e americane. Ovviamente non si trattava di contanti, ma di benefit e coupons spesi per i più diversi motivi, oltre a continui costosi andirivieni a scrocco da Callisto alla Terra dove finalmente, in combutta con disinvolti politici, riuscivano a “riciclare” e “lavare” il maltolto, quattro, cinque volte l’anno. Tutto a sbafo. Era logico che fosse malvisto chiunque venisse a curiosare...

Giulio rimase molto affascinato da questo innocuo intellettuale nobile e disinteressato, che trovava l’energia per dire le verità scomode, per difendere chi non era in grado di farlo, e per questo era notissimo in tutta Callisto.

Per il solito caffè espresso, dopopranzo passò il comandante americano, cui fu presentato. Naturalmente era già talmente famoso da essere subito preso in simpatia. Così nel pomeriggio il numero uno lo accompagnò assieme al direttore a visitare in navetta la straordinaria superficie del satellite: un mondo fascinoso illuminato da una luce accecante, del tutto diverso dalla nota desolazione lunare. La regione della Base poi non era affatto vaiolata di crateri e la spiegazione più plausibile era che fosse, fino a un milione di anni prima, il fondale di un profondo oceano, del quale erano stati trovati resti in enormi depositi d’acqua nel sottosuolo prossimo all’equatore. I quali avevano del tutto eliminato il problema dell’approvvigionamento idrico (proprio da tale enorme disponibilità di acqua aveva preso il via la colonizzazione del satellite). Sopra alcune centrali sotterranee della Base era stata costruita un’altra stupenda passeggiata detta Eden, lunga più di un chilometro, col tetto di plastica a oscuramento variabile e collegata con un raccordo al “Centro”. All’ingresso della passeggiata erano stati posti su piedistalli due leoni guardiani che sembravano viventi, invece si trattava di sofisticatissimi automi frutto della ricerca spaziale, che stupivano e a volte spaventavano i visitatori; al loro passare si animarono alzandosi e ruggendo.

Piante lussureggianti erano state portate dalla Terra e si erano moltiplicate in dimensioni diverse creando delle vere e proprie boscaglie fiorite, verdissime e piacevoli.

 Ovviamente un piccolo esercito di botanici curava e studiava questo Patrimonio dell’Umanità, che aveva acquisito caratteristiche non terrestri: non solo ogni pianta aveva fiori in boccio e già sbocciati, ma le piante da frutto avevano fiori, frutti acerbi e frutti maturi in ogni momento e in ogni ramo. Nella parte finale di Eden si trovavano su tre piani gli alloggi di quasi tutto il personale residente: Giulio rimase senza fiato quando il comandante gli fece visitare il suo appartamento e si stupì ancor di più quando gli chiarì che tutti ne avevano uno identico.

Ma le scoperte più strabilianti non le aveva ancora fatte: esistevano infatti alcune depressioni ancora segrete lungo la calotta polare nord del gigantesco satellite, dov’era possibile la vita normale quasi come sulla Terra. Di questo si sapeva poco o nulla; oltre agli addetti ai lavori, pochi terrestri vi erano realmente stati, c’erano molti top secret per il momento gelosamente custoditi, che riguardavano anche una lucrosa attività estrattiva di minerali rari. Il giorno dopo, mentre consumava il rancio alla Mensa Centrale di Eden (ottima cucina italica gestita da Longobardi), fu avvicinato da un tipo in tuta che gli chiese se era proprio lui Giulio *, originario di *, in provincia di Venezia. A risposta affermativa, parlando il caro natio cantilenante dialetto, si presentò come Luigino *. Era un suo vecchio compagno di scuola delle elementari, il cui ricordo affiorato lo commosse alle lacrime. Avvenuto il riconoscimento con affettuosi abbracci e libagioni, seguì una prevedibile reciproca raffica di domande. Dopo di che, calmatisi, Luigino ben volentieri lo invitò a visitare Giardino, la misteriosa enorme “fattoria” della Base, di cui era direttore. Giulio pensava che la fattoria fosse a lato dell’Eden, ma grande fu la sua sorpresa quando seppe che si trovava a circa mille chilometri verso la calotta nord, l’unica per il momento colonizzata. Sarebbe stato suo ospite graditissimo per una settimana; non era frequente avere turisti né compagni di scuola a Callisto.

Il viaggio in navetta durò un’ora circa. Arrivando Giulio vide dall’oblò delle enormi distese verdeggianti di forma circolare assolutamente diverse dal resto del paesaggio desertico, e in una di queste c’erano molte mucche nere che brucavano. Quando scesero continuarono le più sbalorditive sorprese: qui non era strettamente necessario (sebbene consigliato) indossare la tuta, si poteva respirare quasi normalmente essendo la leggera atmosfera sufficientemente ricca di ossigeno per l’altezza di quasi un chilometro e, meraviglia delle meraviglie, esisteva un vastissimo territorio reso irriguo con una rete di condutture, stimato intorno ai diecimila km quadrati, dove, a causa delle ceneri vulcaniche, la fertilità era al di sopra di qualsiasi immaginazione. L’acqua esisteva non solo nel sottosuolo ma talvolta addirittura affiorava in polle in tutta la calotta che si presentava non come un cratere, ma come una misteriosa, non ancora studiata depressione, più bassa di circa un chilometro rispetto al resto del deserto, e ben protetta dalle bufere di sabbia e vento.

Non faceva troppo caldo come a Eden, nonostante il sole anche qui picchiasse forte, tanto che era obbligatorio l’uso di un casco - bastava anche un cappello a larghe tese - e naturalmente di appositi occhiali bianchi a fessura. In certi momenti sembrava che ci fosse perfino una gradevole brezza. L’edificio metallico della rimessa era colmo di macchinari e attrezzi agricoli, ma c’erano anche le armi in dotazione, più quelle da caccia, unico hobby di Luigino. Quest’ultimo aspetto incuriosì Giulio e l’ospite si trovò costretto a rivelargli alcuni aspetti riservati: erano stati importati dalla Terra bovini, ovini, pollame, cani, gatti e uccelli. Alcune specie, come mucche, pecore e pollame, si erano bene ambientate e tendevano a crescere di dimensione. Invece gli uccelli erano tutti morti ad eccezione di tre o quattro specie di pappagalli (che infatti si vedevano anche in quel momento volteggiare in simpatica formazione, planare vicino a loro senza nessun timore, elegantissimi nelle livree policrome).

Era successo uno strano inconveniente: durante la navigazione di una navetta, un grosso ragno peloso era uscito da un manicotto. Il pilota si era impaurito tanto da rischiare di perdere il controllo del mezzo. Fu punto al braccio dal ragno e morì il giorno dopo. La cosa fu tenuta segreta, ma trapelò perché molti ragni furono scoperti in un’ispezione generale all’interno delle navette e anche nella nave di linea che mensilmente arrivava dalla Terra. In pochi mesi le coltivazioni ne furono invase (qualcuno sabotava?). Si decise di importare subito uno speciale roditore sudamericano che si nutre di ragni, una specie di innocuo vorace ghiro. Liberato in poche coppie quasi estinse la popolazione dei ragni velenosi, che però continuarono ad annidarsi soprattutto nelle condutture e nei garage. Il ghiro sembrò ben adattarsi all’ambiente; essendo prolifico si moltiplicò in fretta e finì per risultare un notevole danno per le coltivazioni. Per controllare l’eccessiva popolazione di ghiri una commissione di zoologi senza scrupoli (probabilmente esponenti di servizi) decise di importare dall’Asia alcuni rettili velenosi tipici delle campagne indiane e ivi collocati a bella posta uno ogni 5 kmq per distruggere i roditori che mangiano i raccolti. Questi serpenti, avendo trovato nei ghiri un cibo gradito e abbondante, a loro volta popolarono fittamente Giardino. Ora si era finalmente raggiunto un precario equilibrio ecologico, nonostante fosse incoraggiata la caccia a ghiri, rettili e ragni. Quindi facesse attenzione, come avvertivano i molti cartelli, perché era frequente imbattersi in serpenti sulle stradine che attraversavano le coltivazioni. Specialmente diffuso il tozzo, terribile Copper head, dalla testa rossiccia, uno dei cinque serpenti più velenosi del mondo.

Nella rimessa c’era anche una grande sega elettrica circolare, di quelle per ridurre i tronchi. Ma il legname era quasi inesistente e i pochi alberi rigorosamente protetti, anche quelli secchi. Serviva infatti non per il legno, ma per fare a pezzi le bestie macellate. Volle vedere la cella frigorifera privata dove c’erano i quarti di una mucca e tre pecore appese ai ganci. Luigino era molto generoso, amatissimo dai vicini (in tutto una dozzina di persone), sempre disponibile a correre in aiuto, risolvere i problemi in modo assolutamente disinteressato, tanto che si era guadagnato l’affettuoso soprannome di Sindaco di Giardino. Inoltre usava fare regolarmente presenti di carne fresca ai molti amici.
La tenuta Giardino copriva abbondantemente da sola il fabbisogno di proteine dell’intera Callisto.

Inoltre erano rigogliose le coltivazioni sia normali che idroponiche di verdura e frutta. Attraversarono il piccolo giardino-frutteto di casa: molti cespugli eleganti e fioriti di profumi intensi, tenuti con la massima cura e continuamente innaffiati da cannelle appena sotto le radici. Gli alberi assomigliavano a delle viti a pergola dell’altezza massima di due metri. Rami sottili simili a tralci, legati a tiranti di plastica e ricoperti di fiori e di frutti dai vivaci colori: kiwi, mele, pere, clementine, mandarini, fichi, pesche, albicocche, susine, uva, banane, manghi, papaie, meloni, angurie, zucche, sia acerbi che maturi. Gli fece assaggiare delle microscopiche arance e delle nespole giapponesi grandi come cotogne. Notò che gliene aveva date non meno di due per frutto. Le arancine avevano un sapore delizioso, le nespole sembravano assolutamente insipide.

L’abitazione di Luigino era a un solo piano, con un ampio portico anteriore in lega leggera che riparava in gradevole ombra. All’ingresso era comparsa la moglie, minuta e di bella presenza, che parlava inglese ma anche veneto. Lo salutò con molta cordialità e gli fece subito visitare l’ampia casa: rimase stupito dall’avveniristico lusso dei materiali (ricordando che Luigino, al tempo delle elementari nel paesino, era talmente povero che la sua famiglia viveva in un tugurio diroccato. Dicevano in giro che comperassero per i bambini un litro di latte e vi aggiungessero un litro d’acqua). Sul gusto dell’arredamento ci sarebbe stato da fare qualche soggettiva osservazione, ma probabilmente non c’era molta scelta. Quando prima di cena chiese di lavarsi le mani lo accompagnarono in un locale vastissimo, pavimentato a mosaico e con sanitari brillanti; la vasca era più simile a una piscina.

Alle pareti del soggiorno erano appese foto delle due figlie curvilinee (in un primo momento le aveva scambiate per le solite generiche pin-up americane; per educata prudente abitudine si era limitato ad apprezzamenti gentili!) che poco dopo rientrarono dal turno e furono stupite nell’udire che l’ospite parlava lo stesso dialetto arcaico che avevano appreso dai loro genitori.

Giulio stava per vivere la più intensa emozione di quel viaggio straordinario: sulla parete c’era anche una gigantografia aerea di *, il loro paese veneto circondato da antiche mura (la ricordava bene quell’immagine risalente a 30 anni prima, venduta anche in formato cartolina!). Si potevano riconoscere le strade e le case. E Giulio riconobbe anche la sua, circondata da grandi noci e acacie. Rivedere la casa della sua infanzia in quel perduto frammento dello spazio lo agitò fino alle lacrime. Anche Luigino ricordava di esservi stato, di avere fatto dei lavoretti nell’orto, ma quello che non sapeva - e che Giulio non disse - era che quella casa non c’era più, era stata demolita… che quegli alberi annosi erano stati quasi tutti sradicati… ed ora lì sorgeva un banale generico costoso residence.

Luigino parlava molto volentieri del paesino natale. Come di un luogo biblico alla rovescia: non promesso ma perduto come un amore non più sostituibile. Il suo volto pareva illuminarsi: sapeva descriverlo come se lo avesse visitato il giorno prima. Sembrava ricordare tutto nei minimi particolari, viuzze secondarie, fossi e ruscelli, campi, siepi, i piccoli stagni, i boschetti. Elencava le case una per una, i loro abitanti. Rievocava con precisione molti aneddoti successi in classe, i castighi della severa maestra. La sua istruzione non era andata oltre le classi elementari; Giulio ne trasse silenziosamente delle conclusioni: nessuno dei Longobardi di Callisto, squallide ricercatrici, abatini colti, gli aveva trasmesso calore, affettuosa gentilezza, autenticità come quei suoi modesti compaesani contadini.

La cena fu abbondante e deliziosa: nulla pareva mancare in quella lontana Base, perché ogni mese una grossa astronave portava gli opportuni rifornimenti ai Callistiani (autorizzati ad acquistare a prezzi agevolati, seppur in limitate quantità, ogni bendiddio) e anche una cinquantina di nuovi immigrati.

Il giorno dopo lo accompagnò a fare una passeggiata in una delle unità circolari, tenuta a pascolo. Qui viveva allo stato semibrado qualche centinaio di bovini Simmenthal neri. Lontano, nell’orizzonte in apparenza prossimo del grande prato ondulato, risaltavano alberi enormi, goyeschi, fiamminghi, o - forse peggio - da generico naïf iugoslavo: sembravano morti e lo erano. Dopo essersi sviluppati in modo sorprendentemente veloce erano improvvisamente seccati. Essendo comunque protetti come monumenti, non si poteva toccarli. Volle camminare fino a quel luogo, piacevolmente saltellando ad arco per la tenue gravità, sebbene temesse di calpestare qualche serpente nell’erba alta e per questo motivo Luigino, che non aveva alcuna paura dei rettili, lo precedeva con armonici salti sincronici. Gli spiegò che nei giorni di grande caldo quegli alberi a volte esplodevano, grandi rami si schiantavano al suolo. Infatti alcuni erano quasi ridotti ai soli enormi tronchi sventrati, e per terra giacevano drammaticamente i rami contorti caduti. 

C’erano anche allevamenti di pecore. Quando arrivarono alla loro zona queste si avvicinarono lentamente e circondarono curiose il nuovo venuto, leggere fermandosi a scrutarlo.

Quella straordinaria settimana verde passò in un lampo, ed era tornato con la navetta d’ordinanza a Eden. La famiglia di Luigino gli aveva trasmesso dei complessi sentimenti di amicizia e solidarietà, ma anche un sottile fischio ansioso. Erano felici di aver raggiunto un loro notevole benessere, nemmeno pensabile nel Veneto originario. Ma quell’aver scelto di stare in un luogo estremamente lontano e isolato, in una inutile ripetizione di giornate senza nessuna rielaborazione vera che non fosse artificiale o importata dalla Terra madre, riempiva Giulio di una ineffabile profonda insostenibile angoscia…

Nello stesso tempo si sentiva invaso da felicità, da una sensazione di grande ottimismo e fede nell’Uomo; non finiva di ringraziare i suoi ospiti Callistiani, si contraddiceva: avrebbe voluto rimanere molto di più, studiare con loro, lavorare lì al Centro Culturale, altro che vivere a Khelm! Durante una cena in suo onore tra paesani nel ristorante Longobardia (frequentato anche da molti consorti britannici) al brindisi espresse la sua gratitudine per quei fantastici “scienziati lavoratori del cielo che sembravano venire dal futuro” (per tutta risposta gli dissero un po’ enigmaticamente: ma noi siamo nel futuro). Dopo di che, senza tante cerimonie, lo rispedirono nel discontinuo terrestre.

 LUCIANO TROISIO  Victoria-Songklà, 14 agosto 2007

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Questo frammento di reportage potrebbe sembrare una fiction di oggidì incorniciata nel futuro. Forse lo è (per secondari aspetti ironico-tecnologici non troppo fantascientifici), ma soltanto forse. È più probabile che si tratti di fatti veri, davvero vissuti.

{Riceviamo e pubblichiamo: {in merito allo scritto prima richiesto e poi respinto dalla Redazione Chiocce e Capponi della rivista La Gallina Letteraria, di Padova}
L'Ufficio Stampa della rivista La Gallina Padovana, di Polverara (PD), quadrimestrale che si occupa soltanto della tutela della famosa e antica varieta' di gallina, desidera precisare di non avere, ne' aver mai avuto interessi nel settore letterario, e di autofinanziarsi.

vabbè, i Longobardi però trattiamoli bene anche se so per esperienza diretta e continuata (nella mia carta d'identità c'è una città con castello famosa per le ceramiche e culla dei nobili Ferraresi sul luogo di nascita) che i Veneti hanno la loro bella puzza al naso: loro c'erano prima dei Romani, ciò!

E quanto alle galline padovane... ma io (per la metà non Longobarda) preferisco discendere dalla gallina livornese ("che ha cent'anni e mostra un mese").

3. Cara Ildelaura, cosa dovrei dire io che sono per meta' Normanno e per meta' Turcomanno?
Il discorso sugli (slo)veneti e' molto intrigante, anche sotto il profilo linguistico. Pensa a Opitergium, che contiene il gruppo TRG per intero. Ma la linguistica non aiuta affatto, dato che sappiamo da sempre che si tratta di ceppi indoeuropei, mentre in Veneto c,e, la complicazione degli Euganei, piuttosto strani (e forse almeno come origine non indoeuropei).
Ho cercato il tuo e-mail senza riuscire a trovarlo, sebbene ora sappia che canti e suoni la chitarra. Autorizza Gianfranco a fornirmelo.

Devo dire che ho letto un libro sugli Ittiti (quello di Lehmann)dove al capitolo sulla lingua si davano straordinarie dimostrazioni della parentela con il germanico.
Siamo tutti Indoeuropei... ah sì, tranne gli Euganei (scusa la domanda indiscreta: e donde uscirebbero costoro? dagli omonimi Colli???)

Indirizzo email pubblicissimo dal Forum di Lankelot (sotto: Iscritti). In ogni caso autorizzo.

(ehm. No, nel forum non è pubblico nessun indirizzo, fino a impostazione contraria del singolo utente. Provvedo a scrivervi mail al volo)

Ma infatti gli Ittiti (alleati dei Troiani e probabilmente affini) erano indeoropei per molti aspetti. Durante il periodo napoleonico nel 1810 a Ragusa e' stato pubblicato un dizionario Illirico-Latino-Italiano in due volumi che reca un ampio studio introduttivo almeno singolare per l'epoca e parla ampiamente anche di questo. Gli Euganei? Non devo dirlo a te che sei Atestina. Sono lentamente spariti, assorbiti dai Veneti sopraggiunti da est (Troiani? Verso il 1200 AC?). Erano forse stirpi Etrusche parenti dei Liguri. (Eugan forma greca per: Inguan). In questo campo pochissimo e' sicuro, moltissimo affascinante.

"Erano felici di aver raggiunto un loro notevole benessere, nemmeno pensabile nel Veneto originario. Ma quell?aver scelto di stare in un luogo estremamente lontano e isolato, in una inutile ripetizione di giornate senza nessuna rielaborazione vera che non fosse artificiale o importata dalla Terra madre, riempiva Giulio di una ineffabile profonda insostenibile angoscia?"

tra me e i commenti è guerra aperta, non riesco a inviarli.
Volevo dire che questo passo mi colpisce particolarmente, è sottile, è come se non si riuscisse ad invertarsi un modus vivendo diverso da quello terrestre...ci devo pensare.

In arrivo un nuovo reportage di Luciano... domenica on line.

eh eh... sempre dal Pianeta dei bruchi? :))

:))