Troisio Luciano

Reportage da Songklà, agosto 2007

Autore: 
Troisio Luciano

Songklà [Tailandia peninsulare], 18 agosto 07

La mattina sole splendido e fortissimo, ho dovuto usare l’ombrello. Ora il cielo è quasi nero. Guardo fuori: in un palazzo vicino, sulla torre del serbatoio quattro operai contro il cielo livido. È già piovuto anche prima per circa un’ora. Sono sceso alla bakery dell’albergo, appena entrato è cominciato l’acquazzone.
Prima o poi bisognerà scrivere qualcosa su questa città, anche in modo disordinato, perché nonostante tutto, alla faccia della sua banalità, ci sono cose da annotare e quasi nessuno la conosce.
[Dire scrivere fare agire comperare lucrare seguire la politica la borsa. Che senso ha tutto ciò? Come dicono i non viaggiatori che sanno come si vive: ma cosa vai a fare, sta qui.
L’altro risponde: vivere non necesse, e invece, ancor più in epoca elettronica, navigare necesse (non in pantofole come voi che non mi date il vostro permesso, ma non avete mai dieci minuti del vostro prezioso tempo da dedicarmi)].

Tra un po’ devo smettere perché ormai sono le 18 e devo recarmi alla punta Samila dove ci sono molti casotti di pesce e molluschi, con dietro molti tavoli, in parte sotto tettoia, in parte riparati da ombrelloni, e gli ultimi, i più lontani direttamente sulla spiaggia, senza nulla: il mare del golfo del Siam, due isolette, barche, navi che entrano nella laguna.
Brigantini golette, legni leggiadri cari ai poeti, si allontanano, vedono la terra, poi un’altra, l’orizzonte sembra identico (ma non lo è…).

Songklà, covo di antichi pirati tuttora efficienti, con armi moderne, motoscafi velocissimi, spietati assassini. Alcuni sono in prigione (stanno al fresco), c’è chi dice che le loro basi siano nelle vicinanze, e che anche alcune delle isolette disabitate dell’arcipelago di Ko Samui (famoso sito turistico del Golfo del Siam, cento km più a nord), siano i loro veri depositi, come L'isola del tesoro.

Sono sceso all’hotel “Royal Crown”, nome impegnativo in una nazione retta a monarchia, in Thanon Saingam, nella parte nord della città, che non è affatto piccola e le distanze a piedi col caldo si fanno sentire. L’albergo costa 490 bath, devo dire che è poco per quello che offre: silenzio, aircon non diretta sul letto ma sul salottino di conversazione, tv, safe, una stanza enorme, biancheria cambiata ogni giorno. Però niente bf, qui non si usa. L’albergo ha un’annessa bakery con alcune pretese, a mio parere il bf è scadente (e costa il triplo di quello stupendo di Bali, concepito per robusti australiani). Nulla è scritto in caratteri latini se non all’interno dei locali per stranieri in cerca di birra e sesso. I turisti sono pochissimi, in più siamo in bassa stagione. Esiste un discreto numero di residenti bianchi, alcuni lavorano, altri sono pensionati, probabilmente sono legati a donne del posto e forse gestiscono attraverso loro qualche ristorante o bar con ragazze (ce ne sono moltissimi). Mai viste donne bianche, soltanto nella bakery un giorno c’era una giovane signora bionda, probabile consorte di residente, che imboccava quieta il biondo frugoletto ammirato da tutti (in Asia il biondo non esiste).

Ho deciso di rimanere parecchio soprattutto perché più a sud c’è poco di culturale da vedere, le ultime tre province verso la Malesia sono musulmane e succedono frequenti attentati (a Hatyai 5 morti, diverse bombe a Pattani); qui, contro ogni previsione (ma conformemente alle statistiche del vecchio manuale di climatologia in mio possesso), piove poco, anzi oggi è il primo giorno che piove davvero. Le altre volte il tempo si è limitato a nereggiare. Il 23 ho il volo dalla vicina Hatyai, 28 chilometri verso l’interno, per Bangkok dove il monsone imperversa ogni dì o quasi, quindi meglio stare qui. Siamo in un porto, non mancano certo le tentazioni, che però per me non esistono affatto (se non alimentari, già meno squallide), non mi va di stare appollaiato per ore al bancone a bere birra sollecitato dalle dubbie grazie di una prostituta che non so e non desidero affatto corteggiare, per di più in inglese...

C’è il mare con una spiaggia bellissima, alberata ombreggiata per quanto priva di attrezzature e semideserta; si possono fare passeggiate, esistono stradine pavimentate prive di traffico che si inoltrano nella boscaglia di alberi parenti dei pini e sequoia, aghifoglie che sembrano tamerici, dove si incontra soltanto qualche persona di mezza età cui il medico ha imposto di correre almeno un’ora al giorno. 

Quando esco dall’albergo vado a nord, raggiungo la vicinissima Thanon Sadao, una strada famosa soprannominata the dark side per i molti bar con fanciulle, proseguo per la strada principale che va un po’ in su e passa un minimo valichetto tra due colline. In questo punto ci sono moltissime scimmie, a decine, grigio-nocciola, molte con i piccoli di pelo molto più scuro (forse per ritrovarle meglio se si perdono). Ci sono venditrici di frutta per le scimmie, che ne hanno sempre a bizzeffe. Sono molto simpatiche (le scimmie) e camminano in equilibrio sui molti cavi elettrici con grande abilità. C’è anche un cavalcavia di rete riservato a loro, per passare da una parte all’altra (mi hanno detto che più di una volta sono rimaste vittime di auto troppo veloci). Però non ne ho mai visto passare nemmeno una nel cavalcavia, mentre ne ho visto decine correre sui fili. Forse il cavalcavia è nuovo e preferiscono le abitudini più antiche, certo più divertenti. Passato il valichetto appare in giù il mare e qui si possono scegliere vari sentieri. Verso destra si va alla punta Samila dove c’è il più grande albergo, è lontano circa un chilometro. Costeggiando la spiaggia si passa in rassegna una ventina di casotti-ristoranti di pesce, che hanno molti molluschi, crostacei, gamberoni, grosse conchiglie. I prezzi sono bassi. Ho mangiato vari tipi di conchiglie, mitili, cappe sante, calamari e gamberoni. Ci vado ogni sera. Ci sarebbero anche le ostriche, vengono 60 cent. l’una, ma non oso mangiare molluschi crudi (solo sashimi dai giapponesi). In questa spiaggia al pomeriggio arrivano molte corriere dalle province meridionali (quelle turbolente dove ogni giorno succede qualcosa); scendono centinaia di ragazzine in chador cilestrino gridellino, vestite come la Madonna, che sciamano per la spiaggia e sono davvero un bel vedere. Avendo rotto la Canon (l’ho data in mano pochi secondi a T. noto menagramo e da allora non ha più funzionato) non posso sbagliare foto e forse, mi ricorda Ildelaura, i parenti nemmeno gradirebbero.

A un certo punto a sinistra c’è il bronzeo monumento al gatto, alto circa tre metri; sulla coda c’è un topo in proporzione. Molti si fotografano. A sinistra dell’albergo c’è invece la famosa statua della sirena, anch’essa in bronzo e a grandezza naturale. Porta bene secondo la guida, lui frotter la poitrine. Ma le mammelle sono scure di verderame, mentre le cosce sono lucidissime come una targa d’ottone di ambasciata non italiana, perché tutti la toccano sul grembo e credo di essere forse l’unico che non si è fotografato con lei. (Le sirene intese come statue da queste parti si incontrano varie volte: ce  n’è una a Ko Samed, una a Ko Kong in Cambogia, ambedue di calcestruzzo policrome amate e malconce…)

Ceno dunque in uno di questi casotti. Il personale è completamente scemo e non capisce nulla. Mi sono accorto che tra loro non usano il thai ma una variante del cinese mandarino, infatti una parte della popolazione è cinese. Ogni sera sbagliano in modo diverso, troppo piccante, troppo curry, tanto che ho deciso di cambiare. Il pesce è ottimo, ma i cuochi fanno pena, o meglio: diciamo che i nostri gusti sono molto diversi e sicuramente più raffinati. Inoltre qui va molto il piccante tipo sedia elettrica. L’impanatura distrugge i sapori, è sempre eccessiva, massiccia come una piastrella. Poi me ne torno a piedi all’albergo (non prima di essere passato alla contigua pizzeria da Zorro a salutare il gestore lombardo ex bodyguard che a quell’ora non ha mai un cliente), mi ritiro alle ore 19 circa, vedo la sconsolante tv thai e la bbc per India-Pakistan.

Songklà, Domenica 19 agosto 07

(Oggi si vota, credo per modificare la costituzione. Quando sono uscito nel pomeriggio sono passato vicino al Municipio e ho visto arrivare molte urne elettorali di cartone. Poi dalla tv ho saputo che i militari hanno vinto il referendum alla grande). Ho la tendenza a soffrire d’insonnia, nonostante la melatonina dormo male, mi sveglio spesso, alle 3, alle 5, alle 7, poi alle 9.30 o anche più tardi. Cerco mentalmente un motivo per alzarmi. Siccome non lo trovo quasi mai, resto a letto.
Poi barba (operazione fastidiosa) doccia ecc. scendo a pagare la stanza, ogni giorno. [Quando sono arrivato pretendevano un deposito di 4 notti anticipate. Mai successo e mi sono rifiutato. In casi come questo rifletto molto sulle cause, sul mio aspetto, su come mi giudicano: un vecchio straccione freak? Di quelli ne vedo qualcuno ancora in giro, specie nelle guesthouses che adoro e mi fanno dimenticare che gli anni passano. Ma quelli sono personaggi molto diversi da me, capelloni, barboni, magri, alti, maestosi e mesti, tra i 50 e i 60, senza grana, afflitti da grande sofferenza, gli manca una gigantesca croce da poveri cristi, tutto il dolore del mondo sulle loro scarne spalle, probabilmente spolpate da decenni di fumo. A quei tipi non farei credito, e non comprerei nemmeno da loro quote di fondi d’investimento. Temo che la concreta filosofia anticomunista della regione sia: pagamento anticipato in contanti e “no money no honey” (motto delle fanciulle birbe, in continuo terrore che il cliente bruci er pajone)].

Esco, giro a sinistra e poi subito ancora a sinistra nel Thanon Srisuda, una strada lunga, interessante verso sud, con molti locali dove sono soliti ritrovarsi gruppi di stranieri, però la mattina sembrano chiusi. All’inizio, sempre a sinistra c’è subito “Da Zorro pizza spaghetti”, un localino piccolo che la mattina è chiuso perché il padrone la notte chiude alle 10.30 e poi va a divertirsi, torna tardi, e non dorme qui ma a Hatyai e apre verso le cinque.
Invece è aperto il bugigattolo contiguo alla sua sinistra, di una donnetta indigena che ha un mobile metallico, una specie di cassone alto su gambe dotate di rotelle da refettorio delle suore, lo sposta all’esterno sul marciapiede [ho notato che in queste zone, ma anche in Malesia, i marciapiedi urbani non sono percorribili come da noi, ciascuno vi parcheggia le sue moto, ci lavora con i suoi attrezzi considerandolo estensione protesica del negozio, o anche si siede per terra con gli amici a mangiare da cartocci aperti]. Dentro in vetrinetta quasi bollente si intravedono i famigerati panini al vapore: pane crudo bianco farcito di zucchero e fagioli o altre delizie, ma oltre a questo, che è stato il mio incubo alimentare per anni alla mensa universitaria di Shanghai, ci sono laterali appetitosi involtini dim sum di carne, seducenti vonton dal ripieno poco indagabile, buonissimo e colloso. I dim sum costano 10 bath per 4 e i vonton 10 bath per 5. A Bangkok costano quattro-cinque volte di più. Inoltre la signora, straordinaria cuoca, vuole darmi contorno di insalata che rifiuto, invece accetto l’acqua ghiacciata e le salse di soia). Queste leccornie non le mangio andando in centro, ma tornando, anzi all’andata nemmeno mi fermo. Però bisogna stare attenti perché ogni locale ha un orario diverso e spesso si arriva lì e si trova chiuso.

Comunque la mattina passo prima delle 12 perché vado alla bakery “The hot bread shop” che unica in town fa i croissant, oltre ad allestire un discreto bf, infatti è frequentata solo da molti vecchiotti bianchi, pensionati delle ditte petrolifere che lasciano mancette, nel corso della giornata mangiano vari tremendi panini western non contemplati dalla dieta mediterranea, bevono parecchie birre. Le assai numerose cameriere, non da buttare, li trattano amichevolmente, gli mettono il braccio attorno alla vita, danno anche affettuosi bacetti. Non ho mai visto effusioni dalla controparte maschile che pare timiduccia o troppo furba.
A volte prendo un piccolo bf, altre un caffè e due croissant (me li faccio scaldare al microonde), e ci sono anche dolcetti alla banana. Inoltre una ricca gamma di forme di pane tra cui uno italian che assomiglia alla baguette e costa 50 bath.

Dopo il bf mi reco alla fine della strada nell’unico internet-point che si chiama “Games on line”, ed è frequentato da decine di orripilanti bambini obesi in divisa scolastica, camicia bianca e pantaloncini blu, coi capelli corti e dritti, cugini dei tre porcellini (un tipo assai frequente in tutta la Thailandia) o minuti stupiti con le cuffie che giocano urlando a calcio a coppie, e la colonna sonora è registrata dal vivo, tenuta al massimo (ci saranno anche da noi, perché le immagini sullo schermo sono di squadre italiane) sovrastati soltanto dai due gestori dalla voce stentorea. Tutto a tutto volume, un frastuono assordante ininterrotto di simpatici bifolchi che sopporto pazientemente perché la ragazza direttrice (oltre che urlatrice estrema) è anche gentile e mi risolve i frequenti problemi di improvvise videate in thai. Mi fermo un’ora, costa solo 15 bath, mentre alle Phi Phi costava 120 l’ora (però lì i bambini erano stati preventivamente macellati).

Rispondo alle lettere, spedisco i reportage a Lankelot.eu, leggo le notizie. (Internet è importante perché tiene informati e legati dal punto di vista cronologico. Sembra assurdo, ma il viaggiatore specie anzianotto soffre di gravi spaesamenti anche temporali, spesso non è sicuro del giorno e della data. La faccenda può avere risvolti di gravità superiore a quanto si crede. Corre l’obbligo di annotare che in Tailandia il calendario è quello buddista: giorno e mese sono gli stessi, ma l’anno è il 2550, lo si vede continuamente sul cruscotto delle auto, nelle date di scadenza al supermercato, in tv, sulle ricevute, sui visti. La maggioranza dei turisti non lo sa e nemmeno se ne accorge). Al ritorno verso le 12.45 faccio in modo di ripassare per il Thanon Srisuda e mi fermo a mangiare dim sum e vonton. Poi rientro in albergo per evitare l’afa e l’eccessivo caldo. Resto nella mia fredda stanza fino alle 16 circa.

Songklà è una città antica. Il nome deriva dal sanscrito Singora che significa “montagna in forma di leone”. Nel secolo XVI, Narai, il famoso re siamese di Ayuthaya, preoccupato per la sua crescente importanza dovuta ai commercianti musulmani, la distrusse. La popolazione attualmente è formata da tailandesi, cinesi e malesi. C’è una discreta presenza occidentale costituita da impiegati delle compagnie petrolifere, che contribuiscono, assieme alla marina thai, al benessere della città, superiore alla media nazionale. Da vedere di antico: i vecchi quartieri cinesi, i templi, i resti delle antiche mura e il Museo Nazionale, tutti di un certo interesse. L’edificio del Museo è bianco con finestre e inferriate di un vivissimo rosso cappuccetto. Quel giorno ero l’unico visitatore. Il bigliettaio dormiva e mi è dispiaciuto importunarlo. Aveva appena finito di diluviare. Nessuno aveva chiuso e in ogni sala c’erano rivoli d’acqua entrata dalle finestre con inferriate ma senza vetri, che a volte aveva bagnato le sculture lignee oltre che tutto il pavimento. Al piano superiore c’era una ragazza seduta per terra, che scriveva. Indossava una maglietta gialla col simbolo reale. Una buona parte della popolazione in tutta la Tailandia porta questa maglietta gialla - ne ho comperata una anch’io - in onore del re (forse in occasione del suo ottantesimo compleanno). Ho pensato che la ragazza fosse una funzionaria del museo e per rispetto al suo lavoro non sono entrato in quella sala, ma poi in un’altra parte l’ho incontrata di nuovo e mi ha salutato e spiegato molte cose relative alle monete esposte, che ritraevano il re.

I turisti non vengono in questa città, sono come le pecore e vanno tutti negli stessi luoghi. Per quanto riguarda la Thailandia, oltre a Bangkok e nel nord a Cieng Mai e Cieng Rai, vanno a Pattaya, Phuket, Ko Samui. Le due isolette Phi Phi “scoperte” da poco, sono attualmente il posto più superfigo e costoso con notevoli bellezze naturali relative al mondo subacqueo, e niente altro.

Songklà antico porto è il capoluogo dell’omonima provincia sul golfo, però non è la città più importante. Infatti da una decina d’anni si fa prepotentemente avanti la vicina Hatyai, munita anche di aeroporto. Un mese fa nemmeno sapevo dell’esistenza di questo centro. Il ragazzo dell’agenzia che mi ha venduto il biglietto di ritorno verso Bangkok, vedendo la mia incertezza sul rientro dal lontano sud (almeno mille km), me l’ha suggerita in alternativa all’affollata Samui. Tra l’altro il volo costa solo 38 euro.

La fortuna di questa città è di essere sulla strada verso il confine malese, a soli 50 km dalla frontiera di Sadao, da cui io stesso sono entrato via terra in Malesia. Le strade sono buone e in Malesia ancora migliori. In 4 ore si arriva comodamente a Penang. In un certo senso mi spiace parecchio dover ammettere che in tutto ciò non vi è nulla di esotico, di avventuroso: tutta autostrada, come da Mestre a Segrate, con pochissimo traffico.
Hatyai non ha nessuna attrattiva, vive di questo traffico, probabilmente anche sul cambio nero del Ringgit, la moneta malese (ufficialmente non cambiata) che a periodi soffre gravi malesseri, attira i malesi finti bigotti musulmani che vedono la Thailandia come terra promessa di perdizione e corrono in massa a peccare in barba al profeta. Ecco spiegato perché nella mappa fornita dall’ufficio turistico ci sono le foto pubblicitarie di molte compagnie di varietà con belle ragazze (pensate) in bikini! Per quello si vedono banche a ogni piè sospinto e negozi di banale casual omologante abbigliamento, caratteristica che sottende il danaroso gregge turistico.

Songklà, lunedì 20 agosto 07, ore 15.30

Oggi è cessato il silenzio dell’albergo. Alle 8 è cominciato martellamento e trapanio ininterrotto. Sono uscito. Dovevo cambiare. Qui non esistono uffici cambio, come nei luoghi turistici dove ce ne sono a centinaia senza nessuna formalità. Bisogna andare in banca, col passaporto, rispondere a varie domande burocratiche. Le banche sono luoghi speciali, eccezionali, con aria condizionata, inservienti che ti salutano e ti danno il numero, si può bere acqua ghiacciata a volontà, gli impiegati in uniforme elegante, giacche verdi, molte le donne, giovani, bruttine.

(Avere un posto in banca in Thailandia è una cosa molto prestigiosa. Lo si intuisce dalla puzzetta delle impiegatucce borghesucce che sciamano nei McDonalds o ristorantini all’ora di pranzo. Dall’altro lato ci sono le molte migliaia di povere ragazze prostitute che vengono nei centri frequentati da turisti, dalle più lontane regioni, e sono stimate in almeno 210.000, al quarto posto dopo Taiwan, Filippine e India).

 
Mi stampano subito il print delle quotazioni, dati, firme, controlli, rapidità antipatica, fredda cortesia. Ho  l’impressione che pensino di essere qualcuno e non delle nullità alla ripetitiva catena, poi rifletto che io mi presento in shorts, ho una macchietta sulla maglietta, gli infradito che sono considerati malissimo (è scritto anche sulle guide, e infatti quasi nessuno li porta, solo i diseredati), il loro disprezzo è speculare al mio. Dunque le banche erano aperte, lo dico perché pare che il lunedì molti uffici (per es. i comunali) restino chiusi in modo da concedere graziosi ponti di tre giorni agli affaticati dipendenti. Deve essere una caratteristica generale del sud. Si avverte da molti particolari la pigrizia, l’inefficienza, la dolce lentezza, il sorridere (invece di agitarsi come facciamo in occidente) quando succede un contrattempo. Inoltre le ore centrali del giorno sono davvero spossanti: eppure stanno indifferenti sotto un sole per me insopportabile.

Proteggendomi col parasole sono passato a visitare la collezione di monete reali, ma era chiusa. Si trova in un grande recinto (qualcosa tipico dell’Asia, secondo me uso antichissimo risalente a popoli nomadi in accampamenti) che racchiude tre enormi palazzi comunali. Il lunedì tutto abbandonato, cancelli aperti, sbarre alzate, ammassati come badili tre o quattro specchi dal lungo manico a rastrello per controllare il disotto delle auto, nel casotto nessun agente. Oggi gli attentatori sarebbero favoriti. Verso mezzogiorno sono andato al limitrofo negozietto dei vonton. Ho scoperto un’ulteriore delizia, più costosa (5 bath l’uno): dei grossi ravioli, quelli che in cinese, se cotti a vapore, si chiamano Giao Ze, mi sono fatto descrivere dalla signora il ripieno: gambero o porco. Ottimi.
Poi dormito, ma risvegliato dal martellamento, nonostante la cera nelle orecchie. Oggi il sole picchia e non voglio uscire prima delle 16 (da quello che vedo in tv, posso immaginare che in Italia il clima non sia molto diverso: a Roma sole e 32 gradi).

Songklà, 21 agosto 2007, ore 22.50

Sento i vicini di camera chiacchierare a tutto volume, così ho acceso la televisione e ho alzato il volume. Speriamo che capiscano. Punta Samila: un luogo veramente rasserenante, che nel pomeriggio, verso sera, per un paio d’ore è straordinario. Silenzio, rumori soffici, brezza aromatica, mare calmissimo, belle ragazze in generale molto serie e corrucciate (non ho tentato di confortarle). Una era seduta su una panchina guardando il mare, fiera e straordinaria ragazza, un volto stupendo, un bel corpo: in un viaggio se ne vede una sola così. Quando sono tornato dopo il giro attorno all’albergo Samila, la situazione si era così modificata: sulla stessa panchina si erano seduti due ragazzi che parlavano tra loro ignorandola, lei si era girata verso sinistra e aveva messo le preziose gambe sopra il bracciolo voltando le spalle agli usurpatori. Guardava davanti a sé ancora più seccata (forse per essere stata spodestata di due terzi di panchina, o forse loro avevano tentato un aggancio e lei aveva bruscamente rifiutato, ma non aveva mollato il posto, che carattere!)
Bella luce, poca gente, si invidia chi è assieme a persone care.

Dentro il recinto dell’albergo, oltre le siepi di fogliame si vede una grande piscina, i clienti sono tutti asiatici, niente bianchi. C’è un grande piazzale rotondo. Al centro una statua bronzea rappresenta un uomo seduto che sta leggendo un libro. Dal piazzale parte un grande viale alberato che costeggia il mare. Questa città nella parte più moderna a nord, ha grandi strade. C’è anche la lussuosa residenza di una principessa.

Oggi alle 16 mi sono trovato all’uscita dei bambini dalle scuole elementari: si forma un ingorgo incredibile. Sono in uniforme bianca e blu. Bambinette che avranno appena cinque anni, salutano i maestri a mani giunte sorridendo a fessura, salgono in quattro cinque (una davanti e quattro dietro la giovane graziosa centaura, forse mammina di una) e via in moto. Le bancarelle sono affollate, si comperano bicchieroni di bevande colorate gelate o granite o biscotti o vassoietti di riso. I papà e le mamme o nonne portano gli zainetti come dovunque, i bambini sono belli, educati, ben vestiti, ben nutriti. Chissà se la scuola è gratuita, forse le elementari. La gente non importuna gli stranieri, solo un bambinetto in braccio al papà mi indica col braccino dicendo falang (che significa francese e straniero), pochi mendicanti. Sono stato bene in questa città senza turisti, non posso lamentarmi nemmeno del tempo meteorologico. Domani torno a Hatyai. Comincia l’orbita di rientro, lenta, evitando, o almeno cercando di controllare, lo stress.

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Commenti

Domani torno a Hatyai. Comincia l?orbita di rientro, lenta, evitando, o almeno cercando di controllare, lo stress...

aha!!!!!! "il bronzeo monumento al gatto"

allora amano i gatti?
Bellissimo reportage come sempre, la descrizione della passeggiata mi è molto piaciuta, ma anche tutto il resto, intermezzi gastronomici, persone e personaggi e ambiente.

I problemi cronologici li fai venire a me e non posso pensare che dipenda dall'età (la mia, intendo): i réportage sono dell'anno scorso, ma valgono anche quest'anno o per sapere cosa stai facendo ora dobbiamo aspettare il 2009? Mah.
Deliziosi, tuttavia...

Viaggiato tutta la notte, mai chiuso occhio. Eppure non ho sonno (mi sento un po piu rinco del solito). L'aurora era dall'altra parte dell'aereo. Poi arrivati a Giakarta, ripartito con altro aereo, valicato l'equatore, giunto alla testa delle truppe vittoriose, a Yoja, la mitica. Tutto full, non si trova nulla se non troppo economico. Per il momento ho accettato perche sono troppo stanco. Il piu triste dei piaceri.