Troisio Luciano

Reportage da Puttaparti e Negombo

Autore: 
Troisio Luciano

Puttaparti, 8 settembre 2010. FESSACCHIOTTI A PUTTAPARTI. Parte II.


Entrando dalla porta di Ganesha si viene subito divisi per sesso: donne a sinistra, uomini a destra. Due persone vi valutano. Il diritto di ammissione è riservato (come del resto in molti luoghi dell'India). Vi salutano. Cartelli avvertono che tutto è proibito escluso ciò che è espressamente permesso. Naturalmente è vietato fotografare alcunché, ma le macchine non vengono sequestrate. Si procede: se avete borse c'è una fila ancora più a destra dove vengono esaminate su tavoli, altrimenti andate verso due ragazzi inginocchiati, passate tra di loro che vi palpano dalla cintola in giù, poi c'è lo screening di una porta rilevatrice che emette fischi, andate incontro a un altro signore che vi palpa dalla cintola in su. Siete ammessi. Subito altari, Ganesha infiorati. Sotto un gigantesco albero a destra, verso l'unica porta d'uscita pedestrians, una decina di idoli, nerastri a causa dell'olio offerto. Potete girare per l'ashram. Il personale della sicurezza, giovane, onnipresente, riconoscibile da tesserino e da un foulard da pionieri azzurrognolo al collo, è valutabile in oltre mille persone. C'è anche la polizia normale in divisa. Se però volete entrare nel padiglione-teatro per attendere Sai Baba, dovete tornare indietro, depositare le scarpe, avviarvi seguendo il muretto esterno del teatro, al controllo di un altro dei vari screening sonori. Ci sono esilaranti cartelli che sarebbe scompisciante fotografare, ma non si può. Elencano 40 divieti ognuno illustrato da disegno. L'India abitua a una pazienza infinita, che però ha dei limiti: respinto due volte, invitato con frasi fatte a tornare al mio albergo (lo ammetto: per mia distrazione. In casa d'altri non si possono discutere le regole ed è sconveniente rinviare alle materne pudende), non ho più tentato di entrare nel teatro. D'altronde sarei sempre stato in mezzo a una inquietante folla di circa 2000 uomini. Sulla parte destra c'è un simmetrico padiglione con duemila donne vestite di bianco ma anche di coloratissimi sari.
Perché tutto questo controllo? Che peraltro succede dovunque sia in India che a Sri Lanka? Perché è grande la preoccupazioneneiriguardidei vari gruppi diterroristi. Anche negli aeroporti l'esame è asfissiante e sgradevole, soprattutto inutile (mi astengo dal raccontare), ma forse è un modo di rassicurare la gente, dimostrare che qualcosa si fa.
L'ashram vuole far passare l'idea che Sai Baba sia in pericolo, che lo vogliano assassinare? (Oggi mi hanno riferito che tempo fa due ragazzi sono stati uccisi con pistole all'interno dell'ashram. Sarà vero?)

E cosa ci dite invece degli scandali di adulterio, molestie e pedofilia (relata refero) in cui il “figlio di Dio” è stato coinvolto, provocando l'allontanamento di molti devoti? Risposta: quando si tratta di persone importanti è facile gettare fango. Anche a Cristo ne hanno fatte tante...

Insomma avvicinarsi al maestro non è facile, ci vuole un certo tempo (che non ho), bisogna attraversare un certo percorso. È quello che hanno fatto anche loro. Credo che siano in buona fede, almeno parecchi. Per alcuni, specie se sfaccendate nullità e (come temo) culturalmente carenti, è più facile abbracciare qualcosa, perché non hanno nulla cui rinunciare. Ma immagino che molti altri percorrano un itinerario di vera sofferta ricerca interiore, di vero senso. Non saprei dire se c'è anche chi specula, chi fa i soldi. Dentro all'ashram non mi pare che ci siano i cosiddetti mercanti (però ci sono botteghe, supermercati, panetterie, librerie ecc.) e appena fuori, quello che fino a pochi anni fa era un povero villaggio invaso dalle termiti, ora è una piccola metropoli dove i mercanti, attirati dalla sua fama sono accorsi con le loro carabattole da tutta l'India fino alle mura del tempio, i mendicanti e i deformi sono plotoni (il posto rende divinamente), e forse, come dovunque, anche i delinquenti.

Questo per quanto riguarda gli uomini di buona volontà. Per gli eterni eurofurbi il discorso è più complesso: ho fatto qualche marachella, sono stato radiato, ho dichiarato fallimento, nessuno mi ama più, meglio venire in India; per quanto battezzato e cresimato aggiustarsi in una spiritualità poco cristiana (solo per la stagione secca).

C'è anche una coccola piccola categoria specifica che spicca: dolci vecchiette nella volgare folla perpetuamente evolventesi, ti vengono incontro, educate curate, truccate ridenti, ben pettinate, biondo rossastre, piccolissime senza peso, opulente confetto rimbambite. Hanno tanto sofferto, finalmente trovato la strada, il significato dell'esistenza, la tranquillità simile alla (loro) demenza. Sono le migliori, vedono solo in positivo e avranno il Nirvana. Quanto mi piacerebbe trovare il coraggio di avvicinarle sedurle, farmi raccontare le loro storie, contagiarmi con le loro beate ritrovate certezze...
Pochi gli stranieri sotto i trent'anni. Ma rispetto all'ashram, peraltro anch'esso molto prestigioso, di Sri Aurobindo e Signora (a Pondicherry), possiamo quiet moltiplicare tutto per 10 o anche per 100.

A Puttaparti l'ashram è enorme, circondato da un muro come una fortezza, con molte porte come una città murata. Quando ti avvicini a una porta ti rinviano con energica gentilezza alla Ganesha Gate, l'unica da cui i pedestrians possono entrare. Dovunque si avverte la spettabile clientela che chi sgarra sarà perseguito per volontà divina. Nei 6 giorni di mia permanenza sono entrato molte volte. Vi sono edicole sacre, alberi e verde curato, tempietti, templi, interi quartieri abitati dai devoti, ostelli per i pellegrini, un'infinità di uffici, che però risultano spesso chiusi. Anche la sezione meditazione per pellegrini d'oltremare è stata sospesa fino a nuovo ordine, e tutti gli orari rigidamente fissati dalle 5 del mattino a sera, risultano saltati. Il che suggerisce una certa preoccupazione. I sessi sono rigidamente divisi. L'universo è scientificamente catalogato (es.: sezione pellegrini indiani e nepalesi, guardaroba per sole ladies, ecc.). Credo che tutto costi quasi nulla per gli interni e sono molte migliaia (mi domando quanto potrà costare giornalmente il funzionamento di un tale apparato che comprende anche un grande ospedale, molte scuole, dove tutto è gratuito). Quando nel pomeriggio si aspetta di vedere il maestro si fanno confluire anche obbedienti e ordinate scolaresche biancovestite a migliaia, ovviamente scalze. Non c'è pericolo che qualche minimo spazio rimanga vuoto, che vi sia poca gente. Tutto è perennemente sotto controllo, in ordine e tenuto con decoro. Dovunque c'è l'obbligo del silenzio. Non si può negare che venga mobilitato costantemente un enorme fiume di persone.
Non riesco però a eliminare l'impressione che il contesto sia popolato soprattutto da gran furbi, le cui moderne tecniche organizzative si possono analizzare e facilmente riconoscere.

Mi viene in mente una considerazione: in Australia è cortese e civile costume rivolgere la parola alle persone che si incontrano, anche sconosciute, scambiare qualche convenevole. Poiché gran parte della popolazione è formata da tristi recenti immigrati, rivolgere la parola ha una grande funzione sociale e toglie dall'isolamento anche linguistico. Ovviamente questa riflessione c'entra poco con Puttaparti, ma serve ad introdurne un'altra quasi opposta: gli allievi di Sai Baba, specie i bianchi, si guardano bene dal rispondere alle tue caute domande, dall'informarti, dall'introdurre, dal descrivere l'ashram, dal raccontare alcunché, se non risaputo, riguardo il santo avatar.
Anche qui gli italiani (in circa tre mesi ne ho incontrato una sola coppia a Mahabalipuram), non sono moltissimi. Il 99% del nord. Presumo che la maggioranza, come me, siano turisti che stanno qui alcuni giorni soltanto, spinti dalla curiosità (ma forse anche con un'inconscia voglia di capire, di inoltrarsi in un sentiero che non si interrompa nel bosco...). D'altronde l'India ha posto per tutti, ma si salva solo per la sua spiritualità, non certo per la (troppo) speziata cucina o per le immonde paradossali pasoliniane brutture e negatività che colpiscono ininterrottamente i visitatori.
(NB.: L'India è in assoluto la più grande Democratica Federale fondata sui mendicanti: mezzo miliardo, ma non bisogna dimenticare che esiste l'altra metà dell'India, quella ricca anche finanziariamente, colta, produttrice di tecnologie avanzatissime, nella matematica, nell'informatica, nella ricerca spaziale e atomica. Quella che purtroppo il turista vede meno, e che si intuisce avendo la pazienza di seguire i canali nazionali in Hindi e in Inglese; da cui si può evincere l'immane sforzo per migliorare, tollerare, aiutare, per risolvere, per controllare -in verità con scarsi risultati- la pressione demografica, che abbastanza presto vedrà questo complesso paese superare come popolazione anche la Cina. Colpisce l'organizzazione meticolosa, la grandiosità delle manifestazioni ufficiali, che comunicano la fierezza di appartenere a una grande e antica nazione).

Ho parlato con una coppia di lombardi biancovestiti, pensionati credo baby, che vivono qui dal 2000. Hanno mollato tutto, venduto il ristorante. Lei più loquace, simpatica, lui meno espansivo. Ho confessato loro che di Puttaparti ho capito poco. Mi hanno risposto con il seguente aforisma: “nella vita non c'è nulla da capire”. Come li ho conosciuti? Cercavo il ristorante tibetano Bamboo nest. La guida decantava i suoi Vonton, i suoi Momo (ravioli con vari ripieni), poi risultati piuttosto mediocri. Sono salito al primo piano, i due tavoli verso lo balconata erano riservati. Mi sono seduto sotto un ventilatore spento. Lei si è avvicinata, con una stupenda elaboratissima camicia bianca portandomi il menu e mi ha chiesto in inglese se per caso ero italiano. (Anch'io riconosco gli italiani, da minimi particolari, da come stanno impercettibilmente ingobbiti, dai vestiti casual e molto più eleganti di tutti gli altri turisti). Scoperto! Non me la sono sentita di rinnegare la patria. Le ho chiesto se era la padrona (ne sono tuttora convinto). Ha detto che “dava una mano” alla signora nepalese perché il marito era malato di labirintite.Siccome ero l'unico cliente abbiamo parlato un po'.
Poi sono tornato varie volte, non più per Vonton e Momo: avevo intravisto altri scontrosi italiani biancovestiti, due uomini e una donna, ordinare delle tagliatelle. Mi sono avvicinato e ho chiesto il loro parere sul piatto. Hanno parlato per monosillabi facendomi capire che potevo allontanarmi da loro anche subito. Il giorno dopo ho scoperto che sono buonissime e al dente (eventualità quasi unica). All'estero io non mangio all'italiana, ma qui a Puttaparti tutto è rigidamente vegetariano e le scelte sono poche. Nemmeno le uova sono ammesse; tollerati latte e formaggio.
Essendo da sempre incline allo sperimentalismo, ho ordinato delle Melanzane alla Singapore. C'era troppo pomodoro (una salsa che mi perseguita da quando ho messo piede in India, forse da orrido tubetto Nestlé). La volta dopo, con difficoltà (i signori italiani non c'erano) sono riuscito a convincere la cameriera nepalese a farmi preparare le melanzane fritte senza pomodoro. Croccanti, consistenti, davvero notevoli. Le consiglio.
Un'altra volta: la coppia parlava con un'anziana signora lombarda, seduta al tavolo accanto. Tutta bianca, anche i capelli, di quelle che potrebbero essere ancora cattive, onnipotenti sottomettervi, vestire Prada e annientarvi. Lo si intuiva da come non mi guardava, da come mi considerava un intruso che vorrebbe ascoltare, intrufolarsi. È un atteggiamento tipico che conosco benissimo (avendo vissuto e lavorato all'estero per anni). Brutta, accompagnata da un giovane butterato, forse spiantato gerontofilo, forse nipote (insomma anche qui non si fa mancare niente...). Fallita in patria? Convertita? Fanatica del santo? Abbandonata la volgare Brianza non ha perso nemmeno il bernoccolo degli affari. Mi giungevano brandelli di conversazione in quell'accento milanese di efficienza ostentata che mi risulta sempre assai odioso e supponente: -...il terreno lo intestiamo a un indiano...-.
Naturalmente tutta beneficenza, tutta generosità.

Riparto senza aver veduto e mi rammento che il mese scorso a Chennai ho visitato, nella sua abbagliante Basilica Minore, la tomba di San Tommaso Apostolo (lì martirizzato nel 57 d. C.), quello del naso.

Caro Sai Baba, non c'hai fatto er miracolo!

Negombo, 13 settembre 2010

 

Ieri tornato dallo schifo indiano a quello singalese. Il volo Air Lankan è stato delayed anche stavolta. Un'attesa estenuante nell'indecoroso aeroporto di Madras/Chennai. Mi hanno accusato di avere nascosto una scatola di fiammiferi, ho dovuto rovesciare la borsa, il militare era molto curioso e ha masturbato tutto compresa la cera per le orecchie che non aveva mai visto. Una proctofigura. Infine hanno ripassato la borsa ai raggi X. L'addetto era un moro di quelli precisini, con la faccia da zingaro (come un certo professore romano, forse frutto di una birba sveltina). Finalmente hanno individuato la scatola, di cui mi ero dimenticato. Sono sempre molto attento a spedire coltelli forbicine limette. Ma ormai ogni nazione ha le sue manie e gli oggetti proibiti sono molte decine. A Madurai non avevano detto nulla (ecco come si dimostra che i controlli servono poco). Inoltre qualcuno mi ha sottratto il cartellino del bagaglio a mano, appena timbrato dalla aitante poliziotta. Probabilmente gli serviva per far passare del bagaglio illegale. Sono arrivato alla gate senza accorgermi, mi hanno bloccato e la poliziotta mi ha fatto tornare indietro. Ho dovuto sottopormi a un secondo controllo. Per fortuna ho trovato persone gentili. Mi hanno fornito un altro cartellino, senza farmi uscire hanno passato la borsa. Il militare ha estratto il computer, l'hanno passato ai raggi X. Hanno timbrato, sono tornato subito alla gate ormai vuota. Ma la manica era ancora colma di gente in fila. Perché l'aereo era un A300 piuttosto grande.
 
Le poliziotte indiane sono una più bella dell'altra. Tutte giovani (sospetto che facciano una specie di servizio di leva). L'uniforme kaki dona molto, è elegante e si accorda felicemente col colore della pelle (invece quella, obbligatoria in servizio, dei driver, dello stesso colore, è una casacca volgare, che li rende ancora più brutti e suggerisce l'idea di sporco alla loro già miserabile trasandatezza). I nerissimi e bei capelli sono da regolamento raccolti in crocchia dietro la nuca. Portano basco o anche no. Negli aeroporti sono precise, gentili e autorevoli. Per la strada sono armate, come i colleghi, soltanto di un bastone lungo più di un metro. Se occorre sanno essere cattivissime perché col popolino indiano c'è poco da scherzare. Si vedono anche militari maschi in divisa kaki, che non riesco a distinguere dai molti vigilantes e spesso hanno fucili. Questi in generale sono più villani e gretti esecutori. Gli aeroporti indiani sono diversissimi tra loro: quello di Bengaluru è stato appena inaugurato e funziona benissimo. Quello di Madras fa schifo. È privo di indicazioni e spaesa i passeggeri, mentre l'infinito personale fa l'indiano. Le compagnie sono molte. La Air India, compagnia di stato, si vanta di essere la linea dei maharajà. Con loro ho dei pessimi ricordi che racconterò un'altra volta. Le linee domestiche sono affidate all'Indian Airlines, molto più scassata e sempre, manco a dirlo, di stato. Ambedue hanno uffici pieni di imboscati villani e inconcludenti, oltre che stupidi. Sono sempre liberi perché nessun cliente vuole rivolgersi a loro. A Trichi invano ho tentato di acquistare voli da loro, andando su e giù in taxi. Una volta stavano chiudendo, un'altra volta non c'era posto e ancora: bisognava prima avere l'OK dall'Air India e poi spostarsi all'altro ufficio (nello stesso complesso) con altri aspetti burocratici. Dopo due giorni non avevo concluso nulla. Avendo scoperto l'esistenza della compagnia Kingfischer, mi sono fatto portare da loro. Ho trovato persone cortesissime, in cinque minuti ho avuto i biglietti di due voli, con OK nelle date richieste, ho pagato subito in rupie per un totale di meno di cento euro (quell'altri volevano quasi il doppio). I voli sono stati normali, il servizio curato, la puntualità al minuto.
Invece con la Lankan tutto negativo, con l'eccezione di una stupenda hostess giovanissima, forse nemmeno ventenne, con la quale ho avuto la storia d'amore più breve del mondo. Il volo durava un'ora e dieci e al solito non sono riuscito a concludere nulla, almeno secondo lo schema di Emanuelle. Avevo il seat 50A, proprio difronte alla poltrona dove l'equipaggio deve sedersi durante decollo e atterraggio. Lei mi ha sorriso divinamente. Ero l'unico non indiano. L'aereo era full e c'era un silenzio irreale. Il mio vicino era un signore estraniato che ascoltava una tremenda nenia da voce bianca con gli auricolari e me ne aveva perfino affettuosamente offerto uno e io gli avevo detto di offrirlo invece alla ragazza. Ho iniziato a fotografarla, abbiamo cominciato a parlare. La sua collega speculare dall'altra parte era visibilmente gelosa. Si telefonavano in continuazione col telefono a filo e lei rideva. Ho azionato lo zoom e ritratto anche lei. Le foto non sono venute gran che: dal vero è molto più bella. Ha voluto vederle. Mi ha chiesto se ero americano. Allora le ho parlato di Venezia. Siccome avevo il passaporto sporgente nel taschino, mi ha chiesto se era singalese. Ho constatato che molte nazioni imitano il colore del nostro passaporto europeo e le ho spiegato che tutte le nazioni dell'Unione lo hanno dello stesso colore. Non aveva mai visto un passaporto europeo e allora gliel'ho dato dicendo che lo aprisse pure. Nonostante sia della capitale, che è una metropoli, mi è sembrata di una intatta ingenuità campagnola nell'urbana raffinatissima fisionomia. Poi ho saputo dallo steward anziano che è stata assunta da due mesi fa ed è in prova. Non è certo che venga confermata. Gli ho detto: invece di tenere te, vecchio bruttone, che devono anche pagarti di più, è meglio che assumiate questo fiore.
Quando si è alzata il suo elegante sari azzurro a occhi di pavone, di rappresentanza era magnifico: modellava i suoi giovani stupendi fianchi come una scultura divina. Viso delicato e ridente, naso e bocca perfetti, mani curate di una gentilezza unica, femore chilometrico, figura straordinaria. Per la prima volta ho visto una hostess asiatica con le calze. Sembrava davvero una delle dee degli affreschi celebri di Sigiria (però con due misure di seno in meno, unico neo, su cui avrei sorvolato). Ho lasciato che tutte le 294 persone uscissero dall'aereo, siamo rimasti a parlare fino all'ultimo, mi ha dato la mano. La sua compagnia ha molto abbellito il mio reale giovando al mio umore.

Arrivati con ore di ritardo, alle 14. Domenica, nuvolo, afa. La Angel guesthouse, deliziosa di sole tre camere, era ovviamente full, la Jeero era chiusa con lucchetto. Forse dormivano. Il driver non conosceva gli indirizzi. Leggendo la guida, chiedendo e mirando, siamo capitati alla Beach Villa, in una stradina sterrata difronte al mare. Posto magnifico, stanza appena accettabile al primo piano senza a/c, con magnifica vista sull'oceano ribollente e bandiere strapazzate dal vento. Gestori anziani, cordiali, avidi. C'è un ristorante. Nel lurido menu, all'esigua categoria western ho visto scritto “roast pork”. Dopo un mese di stretto vegetarian non ho avuto esitazioni. Ho ordinato anche boiled potatos essendo stanco di frites. Pregato il panciuto cameriere (o padrone) di non usare spezie, solo aglio. Il piatto del porco era formato da due grosse fette simmetriche corredate di tutta l'ampia cotenna come non ricordavo di avere mai visto se non nelle porchette cambogiane e nel babi guling balinese. Di solito l'avrei scartata, invece l'ho trovata croccante e mi è piaciuta da matti. Abituato ai grulli divieti indiani sull'alcool non mi sono accorto che qui si può bere anche birra (da 600 cc.) e stasera provvederò. Non c'è niente di peggio che ti proibiscano qualcosa.
Da quando sono partito per Madras il 16 luglio, il tempo qui è cambiato: è meno caldo, però più afoso. In settembre il monsone dovrebbe esaurirsi e passare a est. Ieri sera e anche stamattina abbiamo avuto violentissimi acquazzoni.
(Ora in una camera vicina sento qualcuno vomitare violentemente urlando, quasi piangendo: risultati del ristorante?)
Starò qui tre notti. L'avevo stabilito già in luglio: tre giorni di riflessione, di sistemazione degli scritti. Qualcosa ho fatto. Ho preso impegni con vari siti e devo inviare materiale a un paio di editori che desiderano inserirmi nelle loro antologie.

Luciano Troisio
Per approfondire: TROISIO in Lankelot
ISBN/EAN: 
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Commenti

Puttaparti, 8 settembre 2010.

Puttaparti, 8 settembre 2010. FESSACCHIOTTI A PUTTAPARTI. Parte II.

[reportage] e questo è

[reportage] e questo è l'ultimo dei nuovi frammenti! Grazie per la condivisione, Lucien.

[ot] Grazie a te

[ot] Grazie a te dell'ospitalità.

Ti voglio chiedere un'informazione redazionale:

avrai notato che molto spesso cito parole inglesi, e al singolare anche quando andrebbe il plurale. Non lo faccio a caso. Un editore mi ha detto che è una regola accettata dai media in tutto il Paese. Risulta anche a te?

[lucien] sì, risulta anche a

[lucien] sì, risulta anche a me. Si dovrebbe sempre mettere al singolare la parola straniera: soprattutto perché, a differenza della lingua inglese, la nostra dispone di tutta una ricca serie di articoli che loro non hanno: "i", "gli", "le", e via dicendo. Alè:)

[troisio] Cara Ilde, non mi

[troisio] Cara Ilde, non mi sembra che i Britannici influiscano molto sull'India (e sullo Sri Lanka) attuale. Certo la lingua inglese è unificante-veicolare. E gli edifici inglesi, le chiese, le stazioni (quella di Bombay è Patrimonio dell'Umanità), i porti, i forti, sono parecchi e imponenti, come anche certa urbanistica. Gli inglesi hanno fatto molto in molti campi: orti botanici, scoperte archeologiche ecc. La cucina inglese fortunatamente non ha lasciato traccia se non per il breakfast (con forti varianti australiane e americane. Ma gli indiani, come del resto i cinesi, la mattina mangiano secondo la loro cucina, molto piccante e speziatissima, e secondo me orenda).

Patetica la situazione dei monumenti. Quando finisce un dominio o un regime i monumenti se la passano male. Ad es.: le statue della regina Vittoria sono state spostate in luoghi seminascosti, dentro giardini poco frequentati.

A Pondicherry, a pochi passi dal mare c'è la statua di un francese, vestito come nel Settecento. Sulla base si specifica, in inglese e francese, che il monumento è stato ricollocato da poco. La città di Pondicherry è stata costruita con strade larghe, ortogonali, edifici bassi, dai francesi. Ci sono molti palazzi e belle case coloniali francesi di solito trasformate in alberghi o ristoranti (mediocri). Nonché molti turisti francesi, che parlano solo francese. Le donne francesi sono molto eleganti, i bambini educati. L'atmosfera, dove ci sono loro è signorile. Gli uomini sono invece sbracati, ma tenerissimi con i figlioletti. 

A Goa negli anni Settanta ho fatto in tempo a vedere il monumento al poeta Camoes nella piazza centrale di Velha Goa, anche a comprare delle cartoline. Ora il monumento non esiste più. La statua è esposta all'interno del museo. Ma l'impronta cattolica dei dominatori portoghesi (per 450 anni), la loro cucina, i loro alcolici (il Porto), è ancora fortissima.