Troisio Luciano

Reportage da Negombo e Kandy

Autore: 
Troisio Luciano

Dubai, 16 giugno 2010

Atterrati alle 23,25. In autobus attraverso il grande aeroporto colmo di centinaia di aerei nella notte caldissima. Scesi all’aeroporto a mezzanotte. Boarding time per Colombo ore 2. Il volo durerà quattro ore e mezza.

Volo da Venezia senza finestrino né corridoio. Vicini: a destra due ragazze tailandesi che lavorano a Treviso. Ben vestite, non appariscenti, molto educate e silenziose. Quella vicina a me era la più giovane, molto bella. Mi dato la sua bresaola, e io ho ricambiato con la torta al cioccolato.
A sinistra un buzzurro sui 27 che ha parlato o meglio urlato con un amico più fine (forse la donna) per tutte le sei ore escluso il quarto d’ora per mangiare e poi una mezzora per sonnecchiare. Ma appena la donna si è ripresa dall'abbiocco hanno ricominciato. All’inizio credevo che fossero inglesi. Gli inglesi non si comportano certo così. Probabilmente dei nettacessi stagionali che lavorano a Dubai, tornando al natio bosco di quercioli. Gli ho perfino offerto di cambiare posto io, pur di allontanarmi un pochino da quella fonte di schifo, in modo che avesse vicino l’oggetto del suo interesse, seduto al di là del corridoio. Ha risposto di no. Allora l’ho pregato gentilmente di abbassare il volume. Niente da fare: mi ha detto di andarmene. Ma l’aereo era strapieno. Da alcune parole (ciorno, pravo, moje) ho dedotto che erano bifolchi slavi dell'interno, del tipo che in veneziano è da sempre definito s-ciavi de merda.
Invece alle spalle avevo una bimbetta di due anni che ha dato calci e pugni con ritmo libero al mio sedile. Ovvio la bimba si perdona, ma la puttana di sua madre no.
Ormai stare chiuso in un qualsiasi mezzo di trasporto per tempi lunghi con altra gente per me è un martirio.

Ieri a casa: ho voluto fate alcune fotocopie del mio passaporto, o meglio l’ho scannerizzato. Poi ho controllato che tutto in valigia e trolley fosse in ordine. Stamattina senza fretta ho aperto internet: aspettavo un documento. Finalmente alle 11.30 è arrivato. Ho voluto farne una fotocopia: così ho trovato il passaporto dimenticato dentro la fotocopiatrice. Sarei arrivato all’aeroporto senza passaporto e avrei certamente perso l’aereo. È andata bene.

Negombo, sabato 19 giugno
Negombo, località costiera a 30 km a nord di Colombo. Vi si arriva perché lì c'è l'aeroporto. È detta anche la piccola Roma per via delle molte chiese. Quasi tutti sono cattolici ferventi, ci sono conventi, scuole, collegi. Molti capitelli con grandi statue. Negli uffici statue della Madonna e del mio casalingo S. Antonio, il più mondiale dei santi. Ci sono messe pomeridiane molto frequentate. All'interno soltanto donne, che portano il velo, come da noi quand'ero bambino. I veli sono ricamati e quasi tutti bianchi. Per entrare nelle chiese bisogna togliersi le scarpe. L'edificio è fatto in modo che l'entrata sia quasi una parete assente, il che permette ai fedeli di assistere alle cerimonie stando davanti ma all'aperto [Rammento di avere notato la stessa caratteristica a Saigon, davanti alla cattedrale di Nostra Signora, che però ha una facciata normale. Moltissima gente ascoltava la messa in moto, parcheggiata accanto al fedele. Forse per evitare il troppo caldo? O per motivi di parcheggio? E ancora, in centro America, ricordo di aver visto grandi chiese dotate di gigantesche bande di paglia ogni pochi metri attraverso tutta la navata centrale, collegate tra loro da cordicelle. Il tutto veniva mosso a mano ed era un grande ventilatore globale.]

Kandy, 22 giugno 2010
La notte scorsa mai chiuso occhio fino alle quattro, poi dormito a tratti fino alle 11.
Mi sono vestito, ho chiuso tutto, sono sceso, ho pagato 4.000 alla pia cattolica vecchietta, preso un tuk tuk fino alla stazione. Il bus è partito per Kandy a mezzogiorno. Alle prime fermate si è riempito completamente. Per non tenermi i bagagli sulla pancia ho pagato un secondo biglietto (di 111 rupie, meno di un euro. Unico bianco. Sfilata di venditori, suonatori e mendicanti con mostruosità).
Il viaggio, non piacevole, e durato circa 4 ore. La stazione di Kandy è limitrofa a quella del treno. Odissea in cerca di una stanza. La descrizione della guida Lonely avverte che sarete svegliati dai cani, poeticamente parla delle vedute panoramiche, ma non dice che le guesthouses sono inerpicate in sentieri impervi da far paura a un non cardiopatico. Visti tre o quattro porcili descritti come paradisiaci dalla guida, poi altri più modesti ancora. Più che spartani direi africani. Il mio pilota correva avanti a mettersi d’accordo sulla tangente, oppure quandolo superavo ammiccava da dietro. A un certo punto non sapevo come liberarmi da questa piattola. Infine l’ho pagato e ho aspettato che se ne andasse. Non voleva, se ne stava lì, aspettava che io fermassi un altro tuk tuk per dire qualcosa di negativo al pilota. Ho aspettato con pazienza che uscisse dalla mia vita. Poi ne ho fermato un altro che mi ha portato di nuovo su per altre mulattiere. I posti in genere erano full. Ho sbagliato io a venire nella seconda città del paese di sabato e di sera. Negli alberghi più costosi mi chiedevano sussiegosamente se avevo prenotato. Rispondevo rinviandoli alle materne pudende, infine esausto mi sono lasciato portare in altro porcile sempre da duemila rupie dove mi trovo tuttora in attesa di fuggire domattina.

Kandy 27 giugno
Oggi è domenica. Ora sono quasi le cinque del pomeriggio e tra un’ora scenderò in città.
Il mio alberghetto si trova, come tutti gli altri, sulle colline circostanti il lago di Kandy. Le strade che salgono sulle colline sono in pessimo stato, più buche che asfalto, certo un brutto biglietto da visita per il turista in arrivo. Invece quelle in fondo valle e in città sono migliori (probabile braccio di ferro tra amministrazione comunale e albergatori collinari, che non vogliono cacciare una rupia e aspettano facendo gli indiani che tutto vada a rotoli. E il sindaco: ma i soldi li prendete voi, ecc.).
Il turista che sta in collina vede il panorama ma è completamente isolato e per gli spostamenti dipende dagli avidi locandieri, che cercano di essere l’unica fonte di informazione. Il mio è stato piuttosto gentile e amichevole: spesso ha gentilmente chiamato al telefonino il conduttore di tuk tuk di fiducia che, non avendo clienti, arrivava subito. Ovviamente scendere a piedi è facile, inerpicarsi meno. La vista è piuttosto bella, si vede un pezzo di lago, ma non il Tempio del Dente. Siamo piuttosto alti. La mia camera ha una terrazza privata, la ringhiera è bordata da enormi buganvillee fuxia che avvolgono tutto l’edificio. Lo sguardo spazia sulla vallata, le colline a nordest si aprono in un valico che lascia intravedere molti crinali più lontani. Le case hanno il tetto di lamiere. Vedo anche una grande scuola femminile con lontane ragazze vestite di bianco. E accanto una grande piscina con le corsie per le gare di nuoto. Tutto è coperto da vegetazione rigogliosa/disordinata, nonostante abbia visto quasi ogni giorno persone pulire la strada, sfrondare i cespugli. Nel mio albergo devo uscire all’aperto, scendere di due piani per raggiungere il ristorante squallido, però con balconata colma di fiori, sempre la gigantesca buganvillee, anche grandi piante di hibiscus e altre ancora, mal potate, che non conosco. Ho visto spesso una signora, forse la madre, scuotere energicamente le varie piante perché fiori e foglie cadessero, e poi ramazzare il tutto. C’è un grosso cavo rivestito di gomma che scende a 45 gradi: bellissimi scoiattoli striati se ne servono come teleferica, vispi vanno e vengono.
In pochi giorni ho cambiato tre alberghi: il primo faceva letteralmente schifo, ma non c’era altro. La sera: molti indigeni che mangiavano. Ho chiesto se potevo mangiare anch’io, hanno cercato a lungo il lurido menù, mi hanno fatto ordinare, poi è venuto il cuoco che mi ha chiesto per che ora volevo mangiare. Risposi: subito. Ho aspettato al tavolo, intanto tutti gli altri se n’erano andati. L’ambiente era scuro, lercio, terreo, in bianco e nero. Mi ricordava la spurcissima Shanghai. Dopo una ventina di minuti è arrivato un turpe con gli occhi chiarissimi da lemure, si è seduto al mio tavolo, mi ha dato qualche minuto per riprendermi, mi ha detto che per una sola persona non facevano da mangiare: se fossero stati venti o trenta… poi mi ha chiamato un tuk tuk che mi ha accompagnato in un bel ristorante con vista notturna sulle lucette della valle, dove per un solo miliardo ho mangiato del mediocre porco e bevuto perfino una birra. Il piattino di riso da solo mi è venuto quasi 500 rupie.

Il cielo è sempre scuro. La mattina, sulle 11, i nuvoloni si spostano verso est, poi all’improvviso senza preavviso, con un rumore sordo tutta la ridente e lussureggiante vallata è frustata da uno scroscio terribile che sembra nebbia. Di solito dura pochi minuti, giusto il tempo di rovinare la giornata allagando tutto. Dalla mia terrazza mi piace assistere a questo spettacolo, esco di rado, lavoro al computer, sto rassettando vecchi testi. Spesso il portatile fa il matto. Improvvisamente mi chiede una password di 25 cifre, di cui non ho la più pallida idea. Il computer per quanto vecchio, non è il mio: me l’ha prestato il tecnico (che è riuscito a mettere fuori uso il mio). La proprietà è a nome di una certa Paola.

Al solito dormo male, faccio brutti sogni: devo continuamente sostenere degli esami, mi bocciano, prendere aerei per sostenere concorsi, la mia valigia è quella di fibra degli anni Trenta che ho realmente, era di mio padre. Nel sogno al baggage claim era giunta aperta da un lato e avevano rubato non so più quale involucro di gran pregio. Le esaminatrici sono delle false gentili…

Mi alzo alle 10, scendo due piani fino al ristorante (gli alberghi sono costruiti su ripidi pendii, anche i gradini esterni sono stretti e alti, come quelli delle piramidi maya, e di solito bagnati. Non ci sono alternative se non scendere a mangiare in città, però qui il bf è discreto e allestito con una certa solennità rituale di tipo anglosassone. Il diner non ha riti: ieri sera, disperato, ho mangiato lì. C’era una tavola preparata per sei persone; è arrivata un’anziana piccola signora con figlia terrea, ambedue in sari, e voluminose nipoti moderne che hanno sorretto la piccola nonna, la quale ci ha messo un bel po’ a scendere quelle dannate scale. Forse indiani. Hanno mangiato in silenzio il loro riso sporcato di tremendi peperoncini. Io ho dovuto aspettare un cattivo pesce con patate fritte per quasi un’ora. Qui diner mai più.

In passato ho già visitato Kandy, che è il luogo dove soggiornò a lungo Gozzano nel 1911, quindi mi è molto caro. Di quella mia visita non ricordo quasi nulla: il grandissimo millenario Ficus dell’orto botanico; ovviamente le cerimonie al Tempio del Dente (nel tempio vidi pregare una giovane donna indigena dal corpo di una bellezza sconvolgente, ma con il volto orribilmente sfigurato).
Una guida mi portò in un negozio dove acquistai a peso un certo numero di bellissime collane antiche rotte, le feci smontare, lavare, pulire, assemblandone quattro o cinque di perfette. Tutto argento dorato kandiano autentico dell’Ottocento, turchese e corallo, con eleganti fermagli originali. In Italia allora avevo una mezza dozzina di fedeli clienti: a tutte lasciavo intendere che erano le prime a scegliere la merce, che, allora, andava a ruba (ora il mondo mi sembra assai diverso). Il giorno che andai a ritirarle, la guida aspettava in agguato, inquieto; nel frattempo aveva bevuto fino a ubriacarsi, poi si è presentato sul più bello in bottega con grande imbarazzo degli orefici, chiedendo che gli venisse pagata la provvigione per l’affare, cosa che però non avvenne sotto i miei occhi, come se io non avessi capito fin dal primo momento. Nel negozio c’era un bambino di circa 9 anni. Anche lui mi chiese insistentemente del danaro. Appena fuori dal negozio ricomparve la guida ubriaca che pretendeva la mia “preziosa” maglietta Armani in dono. Lo pregai gentilmente di accompagnarmi al vicino e centralissimo hotel Queen (che adesso è uno dei più costosi della città, non posso più permettermelo, quindi tutto sommato sono più povero di allora, e non solo per gli anni raddoppiati). Entrai nella hall con l’ebbro, mi tolsi la maglietta e gliela diedi licenziandolo, restai a torso nudo, chiesi subito la chiave e con flemma inglese salii indifferente ai miei appartamenti col sacchetto dei preziosi. Credo che fosse il 1982, la guerra civile coi Tamil non era ancora iniziata. In seguito sono tornato varie volte nell’isola, però non a Kandy. Ho preferito la costa occidentale; quindi deve essere stato d’inverno, nella bella stagione.
I due veri motivi per cui sono qui: a livello del mare il caldo è insopportabile, invece qui in collina si sta meglio, tanto che a volte devo spegnere perfino il ventilatore. Penso con disagio alla temperatura che troverò a Colombo la prossima settimana. Il secondo: nella guida è scritto che a Kandy è più semplice ottenere il visto per l’India. Invece è stato assai complicato, una sala piena di gente, nessun bianco, molti documenti e fotocopie di documenti, più di 5000 rupie, aspettare otto giorni lavorativi (sulla guida è scritto cinque). Lo sto facendo.
L’impiegata, forse indiana, parlava un inglese incomprensibile, come del resto tutti. È stata gentile e precisa. Le donne impiegate, anche nelle banche sono vestite in sari con accuratezza, in generale sembrano più carine della media. La gente per strada è brutta, scura, quasi nera. Nel supermercato sono stato seguito e pedinato da una sorridente ragazza cioccolato fondente sui 18, belloccia e con jeans ottimamente indossati. È tornata indietro più volte incrociandomi nelle corsie dove sostavo: colpo di fulmine? Nello stesso supermercato ho visto una giovane donna dal portamento regale, con un sari azzurrino, che sceglieva delle cartoline. Sono stato in disparte discretamente a guardarla. L’unica donna bella: nigra sed formosa. Anche nel ristorante-pub Bake House dove ho mangiato il vattalapam migliore del mondo, ho visto coppiette di giovani con lei carina, sari elegante, educata. Ma poche. Per dire la distanza da noi: i miei vicini di tavolo, ben vestiti, due donne e un uomo, forse una famiglia borghese, nel ristorante figo, non hanno mai usato posate, mangiavano il riso con le mani (o meglio: con la sola mano destra, come vuole l’etichetta) rimestandolo nei vari intingoli fulminanti.
Il cibo è troppo piccante e non mi piace. Il vattalapam è una specie di crem caramel, molto aromatico. Non è facile trovarlo; al pub anche la macedonia di frutta con gelato è ottima. I prezzi sono contenuti, niente alcolici, neanche una birra. Naturalmente se uno ama il curry non ha che da scegliere; io non lo amo. Mi piacerebbe il dal (minestra di lenticchie e legumi), che risulta sempre eccessivamente speziata anche quando l’infido cameriere giura sul suo dio mettendo la mano sul petto, che non ci sono spezie: solo due chili invece di cinque.
La città è caotica ma non grande, la merce esposta nelle vetrine è di livello assai modesto. La sporcizia uguaglia ma non supera quella cinese. Ci sono dei grandi magazzini più organizzati e anche discreti banali supermercati.
Ho rotto la macchina fotografica. Solo a Colombo si può vedere di ripararla. Qui ho visto una Sony che costa 180.000 rupie e ha 10 megapixel. Forse conviene comprarne una nuova.

Nel pomeriggio, dopo scrosci di pioggia, sono andato al tempio del Dente. Ho passato un controllo anche fisico (oltre che della borsa) da parte di militari. Questo dopo che le Tigri Tamil hanno messo una bomba che ha fatto cinque vittime e seri danni (anche al famoso Edificio Ottagonale).

Ho passato tutto il pomeriggio dentro al recinto del tempio, mentre fuori pioveva, ho visitato i vari musei interni, compreso quello di una sola stanza dedicato all'elefante impagliato morto negli anni 90. Era quello che nei giorni della Esala Peraera trasportava il dente di Buddha nella solenne processione (la più famosa dello Sri Lanka, descritta già nel XVII secolo). Poi sono salito al piano dove di trova il Dente (nascosto dentro molti contenitori, nessuno l'ha mai visto, qualcuno dice che è una copia e quello vero è nascosto, ma i Portoghesi pare che l'abbiano bruciato, ma qualche buddista l'aveva sostituito e quindi i portoghesi ne hanno bruciato uno falso. Altri ancora, miscredenti, dicono che in realtà si tratta del dente di una scimmia).
I pellegrini sono assai composti, con le mani giunte si siedono davanti al padiglione. I bambini sono molti, educatissimi oltre che silenziosi. Si fanno molte offerte di fiori di loto.

Luciano Troisio

Per approfondire: TROISIO in Lankelo

ISBN/EAN: 
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Commenti

In passato ho già visitato

In passato ho già visitato Kandy, che è il luogo dove soggiornò a lungo Gozzano nel 1911, quindi mi è molto caro.

[troisio] bentornato,

[troisio] bentornato, professor:) Man mano pubblico tutti i nuovi reportage. Grazie semper per la condivisione.

Aspetto Madras e, poi,

Aspetto Madras e, poi, vediamo se è il caso di tirar dentro Manganelli...tanto la storia del piccione fritto e del colombo l'abbiamo chiusa.E pensare cosa sarebbe il "Biancolella" co'u palumme fritto...Mi sembra che a Quarto ci sia un ristorante che cucina palumme in modo abbastanza interessante.

[Troisio] Uao! Luoghi

[Troisio] Uao! Luoghi gozzaniani!


Due piccole osservazioni: il ficus gigante non può che suscitare il mio interesse. Invece, la bella donna col volto sfigurato: vittima dell'acido, che spesso si usa da quelle parti per sfregiare le ragazze che rifiutano il pretendente? è un problema gravissimo, da quel che so io.