Troisio Luciano

Reportage da Luang Prabang, gemma del Laos

Autore: 
Troisio Luciano

Luang Prabang, Capodanno 2009

[Alzato alle 10 con proposito di fare un branch al solito Ancient Bon Cafè, (moderne stoviglie griffate del Kindom of Thailand, coccolo bricchetto per goccia di latte). Scende le scale appena lavate, cerca gli infradito, non li trova. Intanto sulla porta controluce si profila la massiccia incombente mole della padrona che chiacchiera con una parente più magra (non vorrebbe che fosse il primo incontro dell'anno...)

Riaffiora episodio della condomina afro-calabra, una giovane maestra con imponente capigliatura etnica e sotto: un personale niente male, di qualità, che potendo volentieri verificherebbe brevi manu, la prima donna incontrata un Capodanno uscendo, sulla porta d'ingresso del condominio, e si era precipitata a fargli gli auguri per prima. Ma secondo la superstizione una donna non dovrebbe, o vuole portare sfiga? O in Calabria le usanze sono diverse? Oppure la coltissima bella un po' pelosa maestra mediterranea, forse non bene integrata nel Nordest, ignora le superstizioni locali?

Indugia cercando gli infradito, non è la prima volta che li spostano, cincischia temporeggia, la padrona non si muove di un centimetro, ora li ha trovati, stavolta erano infilati sotto la libreria-scarpiera della misera hall; per lui non c'è più scampo, li infila lentamente, si dirige verso il suo superstizioso destino accettandolo a testa alta, ancora una decina di metri, ma...

realismo magico, ecco che sulla sinistra appare un ragazzo della casa seduto per terra dietro il banco della reception colmo di cuscinoni, dove la notte dorme, e allegro gli grida: happy new year. Non solo: ma uscendo le due donne gli voltano il culone e fingono di non vederlo. Che gran signore! Sarà un uso introdotto durante il dominio francese?

Ne trae ottimi auspici.]

 

 

Luang Prabang, 2 gennaio 09

Tra il sesto e l'ottavo secolo, durante il regno Cenla, che comprendeva il Sud del Laos e il Nord della Cambogia, Luang Prabang era conosciuta come Muang (Città-stato) Sawa (Giava). Gravitava quindi nell'area della civiltà Khmer, la cui origine culturale non è buddista ma indù, e proviene da Giava (alcuni studiosi sostengono che con questo nome allora si indicasse l'isola di Sumatra). Nel 1357 cambia nome in Xiang Dong (Città d'oro). Nel 1512 la monarchia Khmer, già trasferitasi da Angkor Tom a Phnom Penh, donò al re Lao Visoun un'immagine di Buddha nella posizione "nulla vidi", alta circa un metro o poco meno: questa statua d'oro (Pha Bang) diede alla città il nome attuale di Luang (Reale) Prabang.

Ci sarebbe molto da dire intorno alle statue e alle leggende ad esse collegate. Molte dinastie (in Asia) sono collegate a una statua. L'attuale dinastia tailandese possiede l'antichissimo e veneratissimo Buddha di smeraldo, dalla storia sconosciuta e misteriosa, rubato con destrezza a Vientiane nel Settecento e trasportato a Bangkok (da poco fondata). Anche la dinastia cambogiana ha un identico Buddha di smeraldo nella pagoda d'argento del suo palazzo reale. Quale sarà l'autentico? L'attaccamento dei regnanti a queste statue dipende dalla credenza che chi le possiede sia legittimato a regnare.

La statua di Luang Prabang, abbastanza banaluccia, ma d'oro, si può vedere (non fotografare) visitando il Museo Nazionale: si trova nel portico esterno sulla parte destra; dietro grosse inferriate si intravede una stanza letteralmente colma di oggetti preziosi e di zanne di elefante, e al centro la famosa scultura in oro. Il Museo è collocato nell'ex palazzo reale: a dirla tutta consiste in massima parte degli arredi confiscati ai principi; una grande villa a un solo piano, che però non è nulla di eccezionale, e se la potrebbe permettere senza eccessiva difficoltà anche qualche nostro Presidente, con tutti i ricchissimi arredi (le statuette antiche di vari metalli, di cristallo di rocca, le due camere da letto per re e regina, la sala del trono, quella da pranzo con vari servizi di Boemia e di Sèvres, le 18 maschere teatrali e le armi teatrali del Novecento, i grandi tamburi di bronzo antichi, la sezione automobili nella rimessa posteriore, che comprende un modesto motoscafo, una jeep, una Citroen del 1950, tre monumentali auto americane anni cinquanta color crema di cui mi sfugge il nome, ma è una marca famosissma, tutte con vistoso stemma reale in oro, esclusa la Citroen che serviva al re per scappatelle e fatti suoi). Tutto (esclusa beninteso la Pha Bang, la statua d'oro di Buddha, simbolo e nome della città).

Quando venni qui la prima volta nell'estate del 1975, il palazzo era abitato dal re. La mia guida era un simpatico ed efficiente ragazzo del posto. Allora quasi tutti parlavano ancora francese e non inglese (ora il contrario). Mentre stavamo andando al tempio reale nel giardino del palazzo, la guida vide il principe Suvanna Fuma che passeggiava, seguito da soldati e mi chiese se volevo conoscerlo; il principe ne sarebbe stato certo felice. Si avviò verso di lui e lo seguii. Fu molto gentile con ambedue nonostante la fierezza e si fermò a parlare cortesemente con noi per alcuni minuti. Erano giorni particolari, i comunisti stavano per deporlo, anche i nostri missionari alla fine furono espulsi, i francesi residenti vendevano tutto per poco e fuggivano a Vientiane, e poi al di là del Mekong, che in quel punto fa da frontiera con la Tailandia. I bianchi erano terrorizzati e anche i bottegai locali. Forse avevano dei motivi per temere i comunisti.

Io, come tutti i turisti, abitavo nella parte nuova; passeggiavo fino alla parte antica della città, che nel verde quasi non si vedeva, ricordo soprattutto lo stato fatiscente, la polvere, le strade non asfaltate, gli abominevoli rigagnoli fognari che finivano nei due fiumi (come del resto anche oggi), i muri scrostati, tutto in linea con uno sfacelo interiore e con il contrasto politico ormai agli sgoccioli (per i francesi), per quanto in quella fase non ancora facilmente decifrabile.

Sono anche certo di aver visto il padiglione dei giganteschi carri funebri reali, che ora non c'è più. Le tombe reali si trovano un chilometro al di là del Mekong: forse anche i carri saranno stati trasferiti lì. Ma c'era la parte moderna, con le sue biciclette, le belle ragazze ancora spigliate (e birbe, anche troppo), motorini, poche auto, una dozzina di occidentali stanziali distrutti dal fumo, alcune fumerie d'oppio (dove, non resistendo alla curiosità, io che non fumo, ho "accompagnato" una sinuosa sognante amichetta indo-belga). Ora invece i costumi sono castigatissimi, le gonne lunghe fino ai piedi (dei sarong), oppure jeans, l'atteggiamento pudico e rispettoso. Non ci sono donne bellissime, sono piuttosto piccole di statura, senza curve, tendono a sformarsi ma forme non ne hanno, le teen-ager commesse e botteganti trasmettono nello scambio di poche frasi (che in genere non capiscono) un'idea di timidezza e gentilezza autentica che conquista senza essere leziosa. Il partito (come Dio) non si vede ma c'è. Nel 1975 si diceva che a Vientiane (che aveva meno di centomila abitanti) ci fossero centomila prostitute. Certo un'esagerazione, non troppo esagerata.

Quando qualche giorno dopo tornai in aereo a Vientiane, tra i passeggeri c'era il nostro Ambasciatore a Bangkok Giusti del Giardino, che era venuto precipitosamente a cercare invano di convincere i missionari ad andarsene. Quel volo sarebbe stato l'ultimo tra Luang Prabang e la capitale Vientiane. Anche il titolare francese del ristorante la bonne fourchette nella famosa piazza (allora in terra battuta) di Vientiane, che ora al centro ha una grande fontana, e di lato il cupo palazzo di sette piani abbandonato, con alcuni vetri rotti dell'ex centro culturale francese, ci invitò al favoloso pranzo di chiusura del locale, dove diede fondo alle erbe e agli aromi di Provenza per le carni arrosto e alle ultime mitiche bottiglie di Beaujolet. Pagammo il conto con un enorme mazzo di kip. Quel pacco di cartamoneta, corrispondeva a circa un dollaro.

L'antica Luang Prabang è la gemma del Laos (siamo a 700 metri d'altezza e gli abitanti, compresa la parte moderna, sono appena 26.000); è una piccola penisola di un chilometro per 250 metri, circondata a ovest dal Mekong e a nordest dal suo affluente Nam Khan. Alla fine sud del chilometro c'è una collina che va quasi da un fiume all'altro. Quindi una felice posizione facilmente difendibile, imprendibile, che decise antropicamente il situs orbis (anche in Europa abbiamo parecchie antiche città su confluenze, o meandri-anse di fiumi). C'è una via centrale sul dorso a schiena d'asino, con una parallela laterale, e ci sono molte stradine perpendicolari (a lisca di pesce) che scendono dolcemente dalle due parti ai due fatati lungofiume. Fino al 1995 la penisola era quasi morta, archeologica, più che strade c'erano soprattutto sentieri, non ricordo che ci fossero guesthouses nella parte vecchia, gli unici centri di vita e di cultura erano i templi, il resto era tutto abbandono, povertà, marciume e miasmi, polvere nelle vie terrose, che si tramutavano in pozzanghere di fango non transitabile durante la stagione delle piogge, come in generale quasi tutte le strade del Laos. La principale via di comunicazione per questo isolato piccolo paese di montagna di neanche sei milioni di abitanti, l'unico della penisola indocinese a non avere alcuno sbocco al mare, è sempre stata il Mekong. Oggi la situazione non è molto migliorata e viaggiare in autobus, a 20 all'ora, è ancora un economico martirio, riservato ai giovani freak.

Ma nel 1995 avviene il miracolo: la città viene dichiarata Patrimonio dell'Umanità. L'Unesco dispensa ruscelli di denaro, la Cooperazione Francese fa progetti, cominciano i restauri, si asfaltano le strade principali, nei primi anni del duemila vengono sistemate tutte le fatiscenti stradine perpendicolati, dette in francese venelles; vengono pavimentate in mattoni, anche tutte le altre strade della città antica hanno adesso bei marciapiedi in mattoni, facili da percorrere (chi conosce i pazzeschi marciapiedi a gradini, in bilico su fogna di Bali, capisca la grande differenza). Devo ammettere che i francesi hanno fatto un ottimo lavoro. Inoltre sono stati valorizzati gli edifici antichi e del periodo coloniale (1860-1951). Case tradizionali e palazzetti ristrutturati mostrano il loro originario notevole decoro. Ora si tende a tenere tutto in ordine, è vietato fumare in tutta la città; anche i monaci, che in altre parti sono abbastanza trasandati essendo il mondo un'apparenza (ma non quella pagata profumatamente dall'Unesco), qui sono vestiti con cura, con tuniche sempre pulite e fasce stirate. Le case sono ben dipinte, le assi dei recinti sono verniciate. Non dico che tutto sia perfetto, ma quasi. Anche le strade sono in ordine e ognuno tiene pulito il proprio marciapiede scopando e lavando (se proprio si vuole indagare troppo dietro le belle facciate, è inevitabile vedere rifiuti e sconcezze, come dovunque). Non credo succeda per caso: deve esserci una precisa severa direttiva che condiziona assistenza e contributi. Proprio oggi un'equipe di imbianchini sta scartavetrando e imbiancando l'intero perimetro di cinta del Palazzo Reale/Museo.

Bisogna percorrere, lentamente passeggiando, tutte le strade di Luang Prabang, a qualsisi ora, la mia preferita è dalle 16 alle 17, quando c'è una luce straordinaria da Canaletto, Bellotto, Marieschi. Non dura molto: per una ventina di minuti si assiste a un miracolo (che ovviamente non può essere trascritto, dinazi al miracolo ognuno sta solo). Luang Prabang è tutta qui, non c'è altro se non atmosfera: il Patrimonio dell'Umanità è la sua Atmosfera quasi magica, certo armoniosa. Niente traffico nella penisola (dove finirebbe? Verso finisterre!), poca gente, bambini sani, belli e in genere di buon temperamento che sorridono, gli infanti possono essere lasciati liberi in mezzo alla strada, come fossero apparentemente abbandonati. Non dimentichiamo le belle piante, lussureggianti, fiorite. Mi sto riferendo alla strada centrale che nella parte nord si chiama Sakkaline, nome di un re. Quel chilometro o poco meno, l'eccentrico che va fino alla confluenza, è il migliore; raggruppa i migliori edifici, i migliori templi, alcuni alberghi lussuosi, quelli nuovi costruiti nel massimo rispetto dell'ambiente, ristoranti e boutiques con prezzi da Via Condotti. Ci sono anche gallerie d'arte (non molto interessanti), invece quelle di fotografia sono di un livello più alto. Una ha (buone riproduzioni a stampa di grandi) foto a colori, con soggetti vari e prezzi bassi. Il più pubblicizzato è la cerimonia dell'offerta di cibo ai monaci all'alba. Un'altra ha vere foto in bianco e nero, magnifiche, firmate e numerate, costano dagli 80 dollari in su. Questa galleria ha pure libri sull'Asia. Le librerie sono poche e scarsamente fornite. I prezzi dei libri sono esagerati in tutta la città. A Bangkok gli stessi libri costano la metà o ancor meno. Quelli in lingua francese poi hanno prezzi (ma non sono pezzi) di antiquariato. Un bel libro sul Mekong, in quarto, niente di eccezionale, soltanto divulgativo, rivolto a un pubblico più basso che medio, con molte immagini da periodici fine ottocento, per nulla rari, e per nulla costosi nemmeno in originale, diciamo sui 30 euro, (tutto materiale che, modestamente, conosco già), pubblicato in Francia nel 2004, viene 95 dollari: da amatore. I libri, anche in molte altre nazioni, non hanno un prezzo di copertina stampato. Ogni libraio fa il suo prezzo e lo appiccica con adesivo. Con la scusa dell'Unesco tutti ci marciano, non solo le botteghe di artigianato (piuttosto banale, con eccezione per i magnifici tessuti e le carte fatte a mano), ma specialmente l'intero personale che, per una ragione o per l'altra, soffia sul collo del turista, specie anziano: come sempre la feccia, avida, truffatrice e maleducata in tutto il mondo.

 

La continuazione di questa strada, verso sud cambia nome, si chiama Sisavangvong, altro nome di re (pare che i comunisti non fossero molto d'accordo sulla scelta dei nomi di certe strade. Piuttosto di via Armata Rossa preferisco questi). Meno di un chilometro di case della prima metà del secolo scorso, alcune con date scolpite, 1926, 1940, in generale più modeste, ma è il vero centro, che lambisce la collina, con molti tuk tuk parcheggiati, un paio di templi e il palazzo reale col museo. In questo tratto, dopo le 17 comincia l'allestimento del mercato serale, con gazebo illuminati, su quattro file. Il traffico viene bloccato e deviato. Un tre o quattro chilometri di fronte espositivo: il 70% di tessuti, cotone seta abbigliamento, il restante 30% comprende oreficeria, bigiotteria, monete, legno, carta, piccolo artigianato e antiquariato, bottiglie di liquore contenenti cobra, scorpioni e scolopendre, caffè in grani, macinato e tè. Più avanti c'è il mercato della frutta. Molti oggetti spacciati per antichi sono mediocri pacchiane riproduzioni. Pare che anche la seta sia in buona parte sintetica. Il mercato è tenuto per il 95 % da donne anche giovanissime, ma non mancano maestose anziane. Parecchie sono delle imbroglione (siete avvisati). Molte mamme allattano i bambini, ci sono anche i fratellini più grandi, disinvolti e simpatici. La famigliola consuma la cena sul lavoro. Il mercato è in genere affollatissimo dalle 18 alle 20, tanto che passarci è (per me) un martirio. Solo questo tratto di strada ha un'illuminazione a lampioni, tutto il resto della città antica è sapientemente illuminato da lumini, lucette e faretti soffusi, alludenti radenti che giocano sui muri e le facciate in modo davvero magico e poetico. Rari e malvisti i neon. I molti dehors sono affollati di turisti che conversano pacatamente: una vera elegante ininterrotta festa. Anche qui c'è lo zampino sapiente degli architetti Unesco.

Nessuna divisa, nessun simbolo, se non la piccola bandiera con falce e martello sull'Ufficio della polizia, all'inizio di via Sakkaline, molto sobrio, con quattro o cinque poliziottini che non hanno niente da fare; passando si intravedono giacchette striminzite verdemarcio appese a grucce, stanno in camicia alle scrivanie, guardano la tv, leggiucchiano, perché la malavita forse è inesistente, il circolo è virtuoso.

La mattina presto, oltre alla suggestiva e famosa cerimonia dell'offerta di cibo alle centinaia di monaci silenziosi in fila, tipica di Luang Prabang, c'è il mercato per i locali: di tutto, dai polli spennati, con zampe e unghie (come in Cina) ai topi fritti, al castoro vivo, al commovente bambi morto strappalacrime (l'ho visto, fotografato e pianto). Pezzi di carnaccia alla rinfusa, che non è nemmeno stata scuoiata, pesce, vegetali, uccelli vari e fagiani, furetti, animali cotti sconosciuti dal cranio diabolico nerastro di Alien, amuleti fortafortuna, falli, manine di bronzo e bamboline di legno (da segnalare per subito approvvigionamento all'Associazione Padovana Fattucchiere), fiori, foglie di banano tagliate a quadrati che servono per avvolgere al posto della carta e della plastica, alghe del Mekong che vengono ridotte a fogli simili a quelli del Sushi giapponese, e cosparsi di sesamo. Si mangiano con una salsa tipica, molto piccante (da evitarsi con cura). Il riso, di qualità assai inferiore alla nostra, al mercato costa da 4.000 a 7.000 kip al chilo. Se si considera che un dollaro vale 8.500 kip, mi pare che non sia per nulla a buon prezzo. (Segnale di povertà?)Probabilmente la popolazione avrà dei buoni per l'acquisto del riso a prezzo politico, come succedeva in Cina. Anch'io, come loro dipendente, avevo diritto a dei coupon per l'acquisto del riso e del cotone (non ne ho mai usufruito).

 

I due fiumi sono un mondo a sè. Il Mekong ha un suo traffico, peraltro assai modesto (non esiste nessun ponte sul Mekong a nord di Vientiane). Le barche sono caratteristiche, colorate, lunghe, coperte, con una parte abitabile; ci sono ovviamente alcuni piccoli casalinghi traghetti. Anche qui la luce sull'acqua rende il paesaggio ineffabile. Bisogna stare delle ore in silenzio a guardare. L'affluente Kham non ha traffico. E' attraversato da un solo piccolo ponte e verso la foce da due passerelle in bambù. Per passare si paga un pedaggio di 4.000 kip. C'è qualche rara sottile barchetta, colorata in azzurro, in giallo ocra. A sera molti bambini sull'altra riva si immergono, le bambine completamente vestite. Sulle rive dei due fiumi ci sono le uniche coltivazioni, in leggero pendio, fino a pochi metri dal pelo dell'acqua. La terra è di un bel marrone scuro armonizzata con i vari verdi degli ortaggi. Verso il basso la terra cessa e inizia la sabbia. Gli orticelli sono fatati, recinti con stecche di bambù, hanno insalata smeraldina, pisellini che si raccolgono acerbi e si mangiano con tutto il baccello, fagioli, patate dolci, cipolle verze piccoli cavolfiori cetrioli, melanzane sferiche. Anche qualche campetto di mais. Ne ho visitati parecchi a sera, quando, attraverso semplici acquedotti di metà bambù, l'acqua viene dall'alto convogliata in grandi rugginosi barili, da cui si attinge riempiendo degli annaffiatoi. Anziane signore in lungo, silenziose innaffiano con piccoli recipienti d'alluminio. Anche i monasteri hanno orti sugli argini. Una sera ho fatto amicizia con cinque giovani monaci che mi hanno salutato (sabadì) mentre stavo filmando e non mi ero accorto di loro. Mi hanno chiesto se ero solo (come anche Sandro Penna: vai solo?). Due si sono fatti fotografare, gli altri no. Ma uno dei refrattari mi ha rivolto molte domande perentorie in inglese, allora anch'io ho cominciato a rispondergli con lo stesso piglio quasi villano (mi ha chiesto di dov'ero, che lingua si parla nel mio paese, se si parla una sola lingua, che mestiere faccio, in che albergo sono). Non erano di Luang Prabang, ma giovani montanari del nord e studiavano nel monastero. Intanto gli altri stavano immergendo verticalmente nel Mekong un cilindro metallico color minio e a questo era collegato un filo elettrico che risaliva fino alla strada. Si trattava di un motore che pompava l'acqua del fiume attraverso una canna di gomma, e la faceva risalire in un grande barile sistemato al centro dell'orto. Quindi hanno cominciato di gran lena a innaffiare. I loro vicini di orto erano un ragazzo e una bella ragazza che trasportavano ceste di insalata in riva al fiume e la rovesciavano lì. Con loro lavorava anche un bianco. Dall'equivoco andazzo mi pareva un italiano che mi avesse subito schedato come connazionale da evitare, magari un tenutario di ristorante che poi ti vende il piattino di lattuga a peso d'oro. In un primo momento ho pensato che una barca avrebbe prelevato l'insalata. Invece no: la lavavano nel fiume e poi la rimettevano nelle ceste.

 

Note sul Catalogo della Mostra: Images anciennes du Laos, Livret d'exposition 2, Bibliotheca Laotiana,Vientiane, 2008, pp.142.

Il Centre Culturel Lao-Francais de Luang Prabang, (uno strano edificio che all'esterno sembrerebbe più che altro una chiesa ortodossa della Transilvania, d'altra parte siamo in montagna anche qui) ospita fino al 15 gennaio 2009 un'esposizione di immagini della seconda metà dell'Ottocento relative al Laos, tratte da volumi monografici e soprattutto dalla rivista di viaggi Le tour du monde (Paris-Londres, Librairie Hachette,1863-1897).

Durante il secolo XIX si pubblicarono in ogni continente ma specialmente in Europa, riviste di viaggi che informavano sia con notizie che con illustrazioni, su tutto il mondo, compresi i paesi lontani.

[Anche in Italia ce n'erano una mezza dozzina di ottimo livello. Specialmente l'editore Treves si distinse per lungimiranza, per acutezza e per accordi con altri editori europei; in fin dei conti l'Unione Europea culturalmente esiste da secoli. Per fare un solo esempio: quando nel settimo decennio fu riscoperto il famoso complesso di templi di Angkor Vat, il celebre illustratissimo resoconto del suo scopritore Henri Mouhot, pubblicato a puntate su una rivista francese, forse la stessa Le tour du monde, venne non solo dopo pochi mesi alacremente tradotto in italiano e pubblicato da Treves, prima a puntate sulla sua rivista (di cui, frastornato dagli otia di Luang Prabang, non ricordo più il titolo esatto), ma anche raccolto in volume, ora piuttosto raro, che venne donato a Natale, forse nel 1872, agli abbonati.]

 

Ogni nazione faceva a gara per far conoscere i paesi esotici dei propri imperi coloniali: inglesi, francesi, olandesi, spagnoli; più tardi, dopo la conquista della colonia Eritrea, anche gli italiani. Per le illustrazioni, di cui il lettore è sempre stato ghiotto, nella seconda metà dell'ottocento sarebbe stato logico usare la fotografia, ma siccome la stampa, sulla mediocre carta normale opaca delle edizioni popolari, non dava tecnicamente buoni risultati, invalse l'uso, che rimase poi fino ai primi decenni del secolo XX, di tradurre la fotografia in incisione su acciaio. La mostra di Luang Prabang espone anche questo tipo di acciai, ingranditi e ben riprodotti. Va precisato subito che non si tratta di immagini rare, che il valore documentario è molto maggiore del modesto valore venale di questi fogli che, strappati dalle riviste, si vendono nei mercatini di tutta Europa a pochi euro l'uno. Qui invece, a Luang Prabang, alla libreria Monument Books, c'è una grossa cartella contenente molti di questi acciai, originali, a prezzi decuplicati. Ma la cosa si spiega: riguardano queste zone. Inoltre qui non si trovano facilmente, mentre in Europa ce ne sono a bizzeffe, e dell'Indocina pochi si interessano.

Il catalogo, bilingue, in francese e lao, in formato piuttosto piccolo (un quadrato di 12 cm) è folto di belle immagini, anche non esposte, e diviso in vari capitoli in base ai soggetti: natura e clima, uomini, regno animale e vegetale, habitat ed edifici, il quotidiano, arti e mestieri, musica e danza, viaggio e caccia, società e politica, disegno e affiche, rito e religione (sottile la scelta del singolare, ma in due diverse immagini c'è anche la croce sulla tomba di Mouhot, che finì la sua avventurosa vita proprio qui a Luang Prabang, divorato dalla malaria. Nonostante i due acciai del 1885, la sua tomba fu dimenticata ed è stata ritrovata solo pochi anni fa, qui a 4 chilometri dal centro. Quando si dice il destino...).

Non possiamo in questa sede, per suggerimento del Direttore, dilungarci come vorremmo a commentare le immagini, le fotografie, le copertine di libri qui riprodotte. I disegnatori dell'Ottocento che seguivano gli scrittori, gli esploratori, quasi complemento dei monumentali apparecchi fotografici, lavoravano con grande impegno e abilità, realizzavano veloci schizzi, disegni, appunti da mutare poi in illustrazione editoriale. Spesso hanno creato delle opere di grande livello, non solo in funzione della cronaca, ma anche sotto l'aspetto artistico. Molta della preziosa documentazione su oggetti, utensili, armi, tatuaggi, imbarcazioni, costumi dei popoli primitivi, ma anche di antiche iscrizioni poi perdute o in gran parte corrose dal tempo e oggi illeggibili, rappresentazioni di statue, di monumenti, le dobbiamo a questi illustratori diligenti e di notevole mestiere. Sono gli autori degli acciai esposti, che danno al visitatore l'emozione immediata (quasi già un tantino consumistica) dei ritratti, delle situazioni, delle imprese in diretta degli esploratori (francesi), dei costumi, delle punizioni pubbliche, della curiosità degli indigeni verso gli stranieri.

Il catalogo è integrato da molte foto d'epoca i cui soggetti sono persone lao, attività e mestieri, ritratti dei vari regnanti, delle loro consorti. Lo spessore è notevole, e sarebbe stato di più ampio respiro se qualche cm più alto, dato che la sua caratteristica peculiare sono le immagini che raccoglie in abbondanza. Sappiamo che queste immagini sono riprodotte anche in parecchie altre sedi. Ugualmente avremmo preferito un formato maggiore che avrebbe dato più immediatezza visiva.

Un piccolo rilievo: come sempre quando si legge un'opera francese, si ha quasi l'impressione che non esista al mondo altro popolo. Anche la ricca bibliografia in catalogo riguarda esclusivamente opere in francese e di francesi. E' vero che essi sono i migliori conoscitori dell'Indocina, che hanno lavorato e lavorano tanto e bene, che l'edizione è a cura dell'Istituto francese, ma basta spostarsi in una libreria di Bangkok (specie nella catena dell'opulenta Asia books), per accorgersi che esistono centinaia di ottimi libri sull'Indocina e anche specifici sul Laos, di cui quasi nessuno francese.

 

Luang Prabang, sabato 3 gennaio 2009

Nel pomeriggio grande camminata fino alla confluenza. Visitato il complesso del Wat Xien Tong (ingresso 20.000). All'interno del tempio maggiore c'era uno dei carri funebri che avevo visto nel 1975. Ora è completamente dorato. Allora mi pare che fosse coperto di polvere e il legno fosse nudo. Statue e reliquari molto interessanti. La luce serale entrava dalla porta, evidenziava magiche ragnatele, sfiorava i volti del Buddha in piedi, le mani nella posizione "fora me ciamo". Altri edifici minori ricoperti all'esterno da bei mosaici fatti di pezzetti di vetro colorato. Scattate molte foto.

Dopo le cinque, al ritorno, controluce, varie foto di tipo emozionale. Sono passato come al solito nei pressi dei cinque o sei monasteri del tragitto: come ogni pomeriggio a quest'ora giungevano cori di monaci che recitavano le solite nenie, con quelle voci bianche, fesse (absit injuria) di nasali corali castrucci. Cenato nel ristorante della guesthouse, in riva al magnifico fiume. Erano le sei, non c'era ancora nessun cliente, a parte le migliaia di fotoreporter con zoom fallici forse protesici, che prendono solo un succo di frutta per appostarsi sul tavolino verso l'argine, con l'idea che credevo di aver avuto solo io. Gioco di luci e controluci sull'acqua dell'occaso senza voli, barconi barchette e tremolii, una magnificenza. Pesce buono, gatto rossiccio malpelo subito sotto il tavolo e sulle ginocchia, frutta buona con quella specie di nespola sconosciuta che sa di mela quasi marcia. Era da Siem Reap che non la mangiavo più.

Mi sono fatto un regalo: comperato per 465.000 kip il volume L'Indochine à la belle époque: scelta di importanti cartoline inviate da militari francesi alle famiglie, nei primi anni del secolo scorso. Una rappresenta due rivoltosi appena decapitati, boia con le scimitarre, folla di curiosi, le teste per terra, i corpi ancora inginocchiati; piuttosto orripilante. Nel testo della cartolina il delicato soldatino chiedeva a una fanciulla del suo paese se voleva corrispondere con lui. Mi auguro che abbia rifiutato.

(Non c'è un giorno, non c'è un luogo dove non si sia continuamente infastiditi da rumori molesti).

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Commenti

L?antica Luang Prabang è la gemma del Laos (siamo a 700 metri d?altezza e gli abitanti, compresa la parte moderna, sono appena 26.000); è una piccola penisola di un chilometro per 250 metri, circondata a ovest dal Mekong e a nordest dal suo affluente Nam Khan. Alla fine sud del chilometro c?è una collina che va quasi da un fiume all?altro...

"...Ogni nazione faceva a gara per far conoscere i paesi esotici dei propri imperi coloniali: inglesi, francesi, olandesi, spagnoli; più tardi, dopo la conquista della colonia Eritrea, anche gli italiani...". Vero! Ho visto qualche articolo "esotico" persino Nell' "Archivio Veneto" della seconda metà dell'800. C'erano articoli di persone anche molto quotate in Italia. Articolo davvero istruttivo prof. Troisio. Ti ringrazio per il "festina lente": è uno dei miei motti preferiti. Me lo ripeto spesso e ho piacere a sentirmelo ricordare. Ti saluto, o gran navigator dei terrestri spazii.

"bottiglie di liquore contenenti cobra, scorpioni e scolopendre"> ma le bestie servono a insaporire il liquore oppure è quest'ultimo che serve a conservarle tipo la formalina?

bella la scenetta di inizio d'anno!
E ben vengano i finanziamenti Unesco per certe zone.
Domani finisco di leggere tutto....

Caro Luciano.... intanto molti auguri di Buon onomastico!

***

Bellissimo réportage, non so che parte scegliere, mi piace tutto.
Forse gli orti mi sono rimasti impressi.
Assieme ai libri, certo!

le mani nella posizione "fora me ciamo">ahahaha!
Bellissima la descrizione dei fiumi e la luce particolare: credo che possano renderla solo le foto.

Cari amici,
grazie dei commenti. Mi sono spostato di altri mille chilometri a sud (Krabi). Ora fa troppo caldo, sono di pessimo umore (pero' c'e' la Rai).
In questo momento ho tre lombardi vicino a me che disturbano tutti. Quindi me ne vado. A domani.