Troisio Luciano

Reportage da Krung Thep (Bangkok)

Autore: 
Troisio Luciano

IL MIO ARRIVO A KRUNG THEP

Da: sentite un po' cosa m'è capitato
 
Krung Thep: parole iniziali di un abbreviato nome di città, lungo circa quattro righe, forse il più lungo del mondo. Significano letteralmente: Città degli Angeli. All'estero è più nota come Bang Kok (dal nome del preesistente antico villaggio, su un'ansa strategica del fiume Ciao Praia, detto anche Me Nan. Città fondata nella seconda metà del XVIII secolo, dopo la distruzione, da parte dell'eterno nemico birmano, della precedente illustre capitale siamese Aiudja, che si trovava a circa 80 km più a nord. Il generale fondatore si proclamò re col nome di Rama I, capostipite della dinastia reale giunta oggi a Rama IX)
 
Arrivato verso le 15.30 dalla gelida e innevata Francoforte, dopo un viaggio velocissimo di sole 9.20 ore. Un certo stress, perché il giorno prima molti voli dalla Germania erano stati cancellati causa maltempo. Servizio Lufthansa multietnico spartano ma efficiente (per la prima volta in un viaggio intercontinentale non ci è stato nemmeno distribuito il menu; la hostess, mora come una turca, chiedeva sbrigativamente: chicken or beef? Come aperitivi, incredibile dictu, non avevano il Martini rosso però c'era il Campari).
Al solito le piste sono impegnate, siamo in alta stagione, ogni 3 minuti un atterraggio/decollo con valanghe di turisti, quindi bisogna intanto volare virare fino al mare, fangoso, distante circa 40 chilometri. Cappa di smog. Sull'acqua si nota una scriminatura che divide, in base al colore, la metropolitana m. organica dalla melma. Tutto regolare. Sbrigate in fretta le formalità. Al controllo immigration ci sono sempre molte centinaia di persone straniere in arrivo. Dei rozzi russi disordinati passano continuamente da una fila all'altra, nessuno reagisce, parlano la loro bella lingua in modo sguaiato, a tutto volume, probabilmente in qualche agreste dialetto, conclamando il loro misero livello culturale. Dietro di me ora si sistema una coppia di mezza età, lui ubriaco, però allegro. A un certo punto sento che lei pronuncia l'obsoleta parola compagno. Gli faccio le boccacce e lui mi risponde con altre boccacce. Mi rendo conto che queste persone, nate ed educate sotto il giogo della dittatura, ora provano tra pancia e diaframma un sottile inestimabile senso di gioia e libertà, nel poter comodamente andare all'estero, dopo le mille costrizioni e angherie dello stalinismo. Sono soltanto agli inizi di un iter che in fretta li porterà ai nostri livelli di bifolcaggine.
 
Il mio burocrate era l'unico ad avere una mascherina sulla bocca, rapido e gentile. Al baggage claim le valige erano già arrivate. Sapendo del cambio usurario delle banche strozzine dentro l'aeroporto, cambio solo 50 euro a 37 bath (il cambio sarebbe sopra i 39, e l'anno scorso ne davano 50. Povero caro euro! Ma ce la farai). Esco. Da quando ho la nuova valigia di tela nera invece di quella di alluminio nessuno mi ferma più per lo screening.
 
L'amico E. che ora si trova in Laos, mi aveva informato elettronicamente di aver scoperto come, salendo al primo piano sulla navetta gratuita, si potesse raggiungere il terminal degli autobus, e da lì, prendendo il 556 si giungesse nei pressi dal famoso Monumento alla Democrazia che dista cento metri dall'inizio della mitica Kao Shan Tanan, nostra destinazione. Perché tutto questo traffico invece di prendere un taxì? Il motivo è da ricercarsi non sul risparmiare qualche dollaro, ma piuttosto sul fatto che il 556 è sempre tranquillo e semivuoto, e che la strada turistica, controllata a vista dalla polizia che vi ha una grossa stabile stazione, è zona rigorosamente pedonale e in ogni caso i taxi non possono percorrerla. Per questo è anche bene avere comode valige e trolley a rotelle, lasciando gli zaini ai giovani cammellieri.
 
Scendo varie labirintiche scale mobili dove un vecchio potrebbe cadere da un momento all'altro, specie gestendo due sghembi instabili bagagli. Il nuovo grande aeroporto Suvannabumi su quattro piani è davvero spaesante, anche per me che vi sono giunto molte volte. Potendo bisognerebbe evitare la brutta e caotica Krung Thep. Purtroppo è quasi obbligatorio passarci, se si vuole ottenere con una certa facilità e rapidità qualche visto per i vicini stati a bizzoso irritante regime comunista, e soprattutto se si vuole ottenere un decente volo andata e ritorno per Hociminville, Pnon Penh, Vientiane, Luang Prabang, Hanoi o Yangon. Non esiste altra scelta, se non andando incontro a spiacevolissime incognite, purtroppo assai frequenti.
Mi inoltro nel percorso di guerra della folla assiepata nel salone di uscita, parenti di etnia cinese, gente delle molte agenzie con cartelli per turisti in batteria, imprenditori in proprio, farabutti abusivi, una valanga di proposte. Le più frequenti sono quelle di togliersi dai piedi e andare subito in autobus o taxi al vicino paradiso della spiaggia di Pattaia. Seducenti signorine, gentili travestiti glabri, gente normale del popolo thai, sorridente, probabili gigolò, pirati e farabutti, lestofanti organizzatissimi, profondi conoscitori della psicologia (pur non avendo frequentato il liceo psicomagistrale). Un mondo di ladroni che conoscono alla perfezione i loro polli in arrivo, concentrandosi su occidentali e giapponesi, stanchi, disattenti e rimbecilliti da una notte in bianco, da molti fusi, quindi prede agevoli e gonfie. (Ma non bisogna dimenticare che in arrivo c'è anche una maggioranza di lavoratori locali, immigrati in Europa, spesso con passaporto dell'Unione, carichi di paioli e di bambini. Inoltre, poiché il nostro volo proseguiva per la Malesia, c'era una forte presenza di famigliole musulmane. Avevano comperato molte paia di deliziose scarpe a iniezione, di colore rosa).
L'aeroporto nel suo corpo centrale è lungo più di un chilometro. Le molte uscite sono a bussola girevole. Ognuna ha un numero. Per fortuna ci sono indicazioni ideogrammatiche per analfabeti, che indicano con disegni la direzione “verso la città”. Raggiunto il marciapiede a perdita d'occhio, altro esercito di persone in arrivo e di servizio, da fendere col carrello tra mille carrelli in movimento verso mille direzioni, turpi monatti offrono servigi, una babele di informazioni superflue e contraddittorie, alti cartelli con grandi numeri fino al nove. Finalmente vedo che al cinque è scritto shuttle bus. Arriva quasi subito. Fatico a far scendere valigia e trolley dal carrello e mi trascino all'autobus che è costretto dai molti taxi parcheggiati malamente, a fermarsi più avanti, salgo. Il bus riparte immediatamente a tutta velocità. I pochi passeggeri sono in genere impiegati dell'aeroporto con cartellino di riconoscimento al collo, più qualche scontato puzzolente freak con zaino. Sistemo le valige nell'apposito spazio, passano 20 secondi, sto per sedermi... un attimino di mancamento, forte capogiro [T con zero…!!!...], realizzo:
ho dimenticato sul cestino del carrello, la borsetta con tutti i miei averi, denaro in euro e dollari, biglietto, macchina fotografica, mazzo di chiavi, preziosissime pagine di appunti che, pur di non separarmene, avevo strappato da un'agenda troppo pesante, gli occhiali neri polarizzanti, chiavetta Geco, calcolatore, matita corta Ikea, più altre mille utili cianfrusaglie...
Colto da singulto apoplettico mi precipito verso il robot pilota, che essendo della classe Automatikos è programmato per non fermarsi e rispondere affermativo. Non c'è verso che si fermi. D'altra parte sarei sceso in mezzo a una pericolosissima autostrada, avrei dovuto saltare con i bagagli (supero già i 25 chili, essendo carico di panettoni, pandori in preofferta, torrone, croccanti, cioccolatini tedeschi con ripieno alcolico, panforti, datteri in ramoscello, chili di salvavita, più qualche grammo di libri) nell'altra direzione e tentare di fermare un taxi di formula 1.
 
Il terminal si trova a circa cinque chilometri. I medicinali che sono costretto a prendere mi impediscono di agitarmi eccessivamente. Nello stesso tempo mi lasciano tuttora un discreto residuo di lucidità, attraverso la quale posso analizzare assai in fretta la situazione incresciosa in cui debbrutto e ancora “fuori dal tempo”, mi sono venuto a trovare:
varrà la pena di tornare indietro? Di cercare il borsello in quella babilonia? Forse il ladro fortunato sarà già lontano e felice, imbucato in qualche bugigattolo degli infiniti vani deposito. Confesso, vergognandomi un po', che non sarebbe la prima volta che perdo il portafoglio.
 
[E naturalmente: ma come è potuto accadere, ormai sono rincretinito dall'arteriosclerosi, devo darmi una regolata. Forse mi ci vuole una badante, meglio se giovane. Ora a chi potrò rivolgermi? Decido subito senza alcuna esitazione di stare alla larga dalla nostra ambasciata di sfaticati ciociari sornioni, addetti commerciali brillanti sommelliers che hanno fatto ragioneria (quindi hanno studiato l'inglese, e possono essere assunti anche senza laurea, che tanto non servirebbe). Opto invece per chiedere aiuto ai missionari Camilliani che conosco dal 1975 e sono quasi tutti di Mottinello di Galliera Veneta e in città hanno anche il benemerito attrezzatissimo San Camillian Hospital.
Per limitrofo domino mi ricordo che quest'estate in India alla Banca di Stato, Madurai branch, di fianco a me c'erano due suore indiane di madre Teresa, per cui nutro infinita ammirazione. Stavo allo sportello per ritirare 10.000 rupie. Volli pagare la decima e donarne loro mille. Quel rapido stranissimo incontro fu per me importante e mi trasmise una grande inspiegabile forte sensazione benefica. Mi raccomando a madre Teresa e decido di tornare indietro.]
 
Andai al vicino banco Info. Una gentile signora mi accompagnò fino al marciapiede dove fermava la navetta che tornava all'aeroporto, passò quasi subito, salirono freak in partenza, ragazze robuste dalle gambe nude, abbronzate, impiegati e dipendenti tristi.
Analisi velocissima: ora che cosa avrei fatto?
Però in tasca avevo il portafoglio con circa 250 euro e quasi 2.000 bath,
la tessera di giornalista.
Sì lo so: bisognerebbe usare la carta di credito o i traveller.
Inoltre, nel taschino della camicia pesante per il freddo di Francoforte, avevo (salvato almeno) il passaporto (che bisogna sempre tenere a portata di mano in un aeroporto).
Per prima cosa avrei dovuto cercare un internet point, ristampare il biglietto aereo elettronico inviatomi da Milano, quindi cercare subito di modificare la data di rientro, tornare a casa subito o andare in centro?
Avrei dovuto dormire, almeno distendermi alcune ore.
Mi hanno insegnato a controllare lo stress. Forse c'era un albergo all'aeroporto. Ora come avrei fatto per rientrare in casa con la porta blindata?
[Apollo 13 rimase senza Ossigeno, ma da terra assicurarono che si poteva estrarne dalla scorta di Litio.]
Ancora: inviare subito alla gentile e premurosa Laura della Banca Antonveneta un'e-mail: Gentile Laura, potrebbe inviarmi subito a Bangkok cinquemila-seimila euro? Contrariamente a quanto si crede non è una cosa semplice, nemmeno prelevandoli dal conto. Ne ho una poderosa esperienza da quando fui obbligato dal Ministero ad aprire il mio conto fuori dalla Cina, all'allora Banco di Roma di Hong Kong, ancora britannica.
La Antonveneta è una banca piuttosto grossa, sono cliente da bambino, ho il conto nella sede centrale (ma Laura non può decidere).
Attualmente appartiene al gruppo Monte dei Paschi di Siena, illustre banca medievale che usa ancora veloci sistemi medievali (quindi immagino che eventualmente me li manderebbe a mezzo galea espresso). Al contrario le banche cinesi funzionano alla perfezione. (Ora sono loro che prestano soldi anche alla Russia). La cosa più logica sarebbe tornare subito in Italia.
Il turista qui è amatissimo e coccolato, ma se non ha la grana lo lasciano morire nel letamaio del marciapiede.
 
É incredibile quante cose possono passare per la testa in queste circostanze di costrizione estrema, in pochi attimi. Come la realtà si modifichi in fretta lasciando infinite scelte ed eliminandole quasi tutte.
Oh viaggio, fatto soprattutto per vedere ciò che non vedo più, per sterzare il mondo, fàtico ammiccargli, (ehilà!...) se per caso gli fosse rimasta qualche briciola per me; obbligarmi a tenermi in esercizio contro la demenza, a programmare esattamente le cose, gli orari, le varie coincidenze, prepararmi a seconda delle idiosincrasie dei vari aeroporti, delle plurime paranoiche burocrazie. Prevedere. Una semplice forchetta, una limetta nel bagaglio a mano, in Vietnam vi bloccherebbe, in India una scatolina di fiammiferi, scordato superfluo souvenir di un albergo di lusso, vi costringerebbe a una lunga umiliante perquisizione; bisogna pensarle tutte: la veglia deve essere costante (altro che rilassarsi!). La guardia non deve essere abbassata nemmeno per un attimo. Sembra facile,ma qualche infimo particolare ci sfugge e ci tradisce. Come ammetteva anche Kafka, con le regole non si è mai a posto del tutto.
 
Oh viaggio vagheggiato, invidiato dalle amiche giovani che lavorano ancora, e debbono accudire frugoletti rompiballe; ricamato di retoriche (inesistenti) depravazioni sessuali che gli amici (e i 12,5 lettori) pretendono si racconti a merletto! Le amiche sono le più ghiotte e vogliono i particolari anche letterari... (e a cosa serviva il foglio di carta velina rossa che veniva offerto a Comisso nei bordelli di Shanghai? E perché lui lo rifiutava? Ecc.) Ormai dimenticare tutti i beni culturali, i panorami, e gli ozi di Sihanoukville, coi divani sulla spiaggia del golfo, i gazebo e i flabelli, le belle ragazze francesi, le dolci canocchie rosse e quelle ineffabili salsine al limone, e il carpaccio di gamberoni in quel localino tra molti sul mare, nella quasi sconosciuta Kep, gestito da un ragazzo francese, che ha una gajarda ragazza algerina. Non parliamo poi delle granséole, delle aragoste. E i colleghi globetrotter da incontrare, senza impegno, nulla di programmato, come negli anni sessanta. Tutto crollato, tutto tramontato in un attimo (cessazione della metonimia, metafora della vita, vita breve morte certa, del morire l'ora incerta), si profilano disagi, si torna alla brumosa acherontica pianura padano-veneta, agli acciacchi stagionali, ai mal di schiena, a naso e occhi gocciolanti.
Mi crogiolo analizzando il mio squallido status di single per scelta (delle donne). La mia amica Maria Pia che sta preparando la seconda laurea Sul Narcisismo, credo che mi assumerà come complicato e interessante soggetto di tesi. Quello che mi ha sempre angosciato negli ultimi trent'anni è stato verificare che nei momenti in cui bisognerebbe avere un testimone (es. banale: incidenti stradali), se sei solo hai già perso.
Non ho mai avuto testimoni, parliamo tanto di me, piangiamoci addosso. La desolazione mi invade. (Se avessi qualcuno vicino potrei incolpare lui?)
 
In qualche minuto arriviamo. Cambio cento volte idea, perso per perso decido di tentare di rivolgermi alla Tourist Police, hai visto mai. La sede si trova al secondo piano. Risalgo a fatica le scale mobili con i bagagli, finalmente raggiungo l'ufficio pensando a quale inutile calvario mi sta aspettando. Entro, accosto i bagagli a una colonna, ci sono una ventina di persone, militari sfaccendati stravaccati in divisa grigioscuro, un banco per il pubblico. C'è una signora bianca con bimbetta che sta parlando del suo problema. Si avvicina una giovane donna di media statura, in sobrio tailleur scuro. Probabilmente è una poliziotta in borghese. Le espongo il mio caso. Vedo alle sue spalle un militare che sorride sornione come per dire: che furbo sei! La ragazza mi fa un rapido interrogatorio, domande molto precise, secondo uno schema ben organizzato. Poi, secondo un sistema in vigore in tutto l'universo, mi fa ripetere tutto dall'inizio. Quando giungo a dire Primo piano mi interrompe e dice che è impossibile. Come? dico, allora venga con me. Lasciamo i bagagli in ufficio. Comincia a telefonare e mi segue. Noto subito la sua rispettosa gentilezza, che spesso noi bianchi tendiamo a considerare negli indocinesi come atteggiamento di sottomissione, ma anche di simpatia (tutto il contrario dei superbi cinesi). Sarà perché sono vecchio?
Riscendiamo, finalmente arriviamo al first floor. In effetti ha ragione lei: non è il marciapiede dove sono salito sulla navetta, non c'è nessuna serie di grandi cartelli numerati. Continua a telefonare camminando. Mi dice di seguirla. Risaliamo al secondo livello e usciamo a quel marciapiede. (Solo allora, svelando che il mio cervello è in tilt, mi ricordo che qui il ground o pianterreno si chiama first floor e il nostro primo piano si chiama second floor.)
Parla velocemente ininterrottamente al telefono... Io pazientemente attendo.
A un certo punto mi dice: iuàr veri lachi (cioè: lei ha davvero un formidabile lato B). Il suo borsello è stato ritrovato e si trova all'ufficio oggetti smarriti.
 
[Oh celeste viaggio già cestinato! Istantaneamente, sempre a T con zero, ripristino depravazioni, sinuose etère, massaggi, flabelli, aragoste, carpaccio di gamberoni, ozi, panorami, archeologia, palme oblique, cocktail con l'ombrellino, noia.]
 
Incredulo, sempre in limbica rarefatta dimensione, la seguii in un gigantesco ascensore all'ufficio lost property. Mi chiesero il passaporto, avvenne il miracolo: riapparì il borsello, classificato e sigillato. Davanti a tre testimoni me lo fecero aprire, contare il denaro, controllare gli oggetti: non mancava nulla. Avevano già verbalizzato il tutto, annotato le somme esatte, il mio indirizzo e-mail deducendolo dal biglietto inviatomi da Milano, ecc. ecc. Mirabile efficienza che al Nord sappiamo apprezzare. Madre Teresa aveva ben lavorato in sinergia con l'encomiabile onestà siamese (buddista?). Mi fecero rapidamente firmare molti documenti, e per ultimo mi chiesero che giudizio davo del loro comportamento, presentandomi un foglio con molte caselle e il dito puntato su excellent, dove grato posi subito il mio allegro crocesegno.
 
[Ancora una volta in meno di un'ora il reale si invertiva, la normalità vinceva sull'emergenza, veniva restaurato il Trantran delle meraviglie sul ground della disgraziata Ananke. Il nulla veniva descritto. La parentesi si chiudeva, incistando. Espunta la Notte all'alga della perfetta fidanzata di Tobino (chiarimenti a richiesta).]
 
Ringraziai mille volte, togliendo qualche eurobanconota verde chiesi, all'americana, se potevo offrire un caffè. No. Forse un tè? Non accettarono nulla. (Li darò alle suore).
Penso che questo impeccabile comportamento contribuisca al buon nome della Thailandia -dove la componente turistica è come da noi essenziale per l'economia- come e più di una campagna pubblicitaria. É quasi incredibile constatare che quell'apparente manicomio-formicaio del gigantesco aeroporto, sia in realtà sotto un preciso diligente seppur discreto controllo (sebbene purtroppo sia noto che quasi non passa giorno che in una metropoli non succedano efferati delitti).
Non saprei dire se in altri luoghi le cose funzionino meglio.
La cortese funzionaria-ragazza riaccompagnò il nonno sprovveduto ma lieto a prendere i bagagli, si congedò brevemente, pensando alla prossima grana; salutarla a mani giunte secondo l'uso? Le diedi la mano ringraziando.
 
Uscii, montai di nuovo sulla navetta. Giunto al terminal non riuscii a vedere il 556. Con pazienza mi rivolsi alle due signore dell'info che stavano ambedue amabilmente chiacchierando al telefono. Il 556 era stato soppresso (mai fidarsi di E.); s'accavallavano eventi: per Cao Shan bisognerebbe prendere almeno due autobus. Vidi nella strada vicina passare dei taxi. Mi precipitai a fermarne uno. Un pilota educato e ragionevole. Ormai era notte. La città si profilava nel crepuscolo occidentale. I grattacieli, alcuni nuovi di grande bellezza, avevano cuspidi e cupole illuminate. Perché Bangkok si concede 5 giorni di holiday, essendo il 5 dicembre il genetliaco dell'anziano amato re. Prendemmo l'autostrada, appena passato il casello di uscita ci trovammo però ingolfati nel traffico più orribile. Procedemmo pianissimo; ciò mi permise, giunti nella parte antica, di vedere luminarie fastose, alberi coperti di luce, mercati di gente in festa, colori, concerti, intravedere danze di ballerine in magici costumi e tante altre belle cose che non avevo tempo di condividere. La vita è quello che succede facendo altro. In effetti il turista è quasi costretto a sorvolare, è sempre stato così anche nel passato. E non è vero che si torna negli stessi luoghi: nulla è uguale nel tempo.
Infatti il Siam Oriental Inn, non aveva più il grande largo dehor del ristorante dove era piacevole la mattina consumare quasi sulla strada pedonale la prima colazione. Anzi non c'era più nemmeno il ristorante. Sostituito, indovinate, dall'ennesima volgare grande boutique di abbigliamento, più due negozi uno di piercing al titanio (che vende anche strumenti per tatuatori che volessero mettersi in proprio), e uno di tatuaggi. Non ti puoi allontanare un momento...
Per il momento risparmio il resto.
Notevole istruttiva giornatina, che se non descritta non esisterebbe.
 
BKK, 5 dicembre 2010

Luciano Troisio

Per approfondire: TROISIO in Lankelot
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Krung Thep: parole iniziali

Krung Thep: parole iniziali di un abbreviato nome di città, lungo circa quattro righe, forse il più lungo del mondo. Significano letteralmente: Città degli Angeli. All'estero è più nota come Bang Kok (dal nome del preesistente antico villaggio, su un'ansa strategica del fiume Ciao Praia, detto anche Me Nan. Città fondata nella seconda metà del XVIII secolo, dopo la distruzione, da parte dell'eterno nemico birmano, della precedente illustre capitale siamese Aiudja, che si trovava a circa 80 km più a nord. Il generale fondatore si proclamò re col nome di Rama I, capostipite della dinastia reale giunta oggi a Rama IX)
 

Arrivato verso le 15.30 dalla gelida e innevata Francoforte, dopo un viaggio velocissimo di sole 9.20 ore. Un certo stress

[troisio] tutte le schede sui

[troisio] tutte le schede sui libri di LT e tutti i suoi reportage...

http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?T/Troisio+Luciano

qui. Buona lettura!

[bentornato, professor!]

[Troisio] Incredibilissima

[Troisio] Incredibilissima avventura a lieto fine. Sospiro di sollievo, dato l'orrido tempo locale (sta migliorando, ma è previsto freddo).

Hai scritto molte, moltissime cose, e più che di chiarimenti in alcune parti a me servirebbero i sottotitoli.

Sempre estremamente interessante questo mondo (un pochino caotico) che ci descrivi. Aspettiamo con ansia le prossime puntate.

[Troisio] Grande Luciano! Di

[Troisio] Grande Luciano! Di nuovo in viaggio, via dalle nostre caligini (non ne posso più di pioggia e oscurità, passano giorni senza vedere il sole, come sai). Reportage brillante, mi sembra più di altri, avventuroso e pieno di brio. Fortunato a ritrovare tutto.....le osservazioni sui vari tipi di grezzi e burini sono sempre efficaciccime!