Troisio Luciano

Reportage da Hong Kong. Doppio Decollo, II di II

Autore: 
Troisio Luciano

Hong Kong, settembre 1992                     

Hong Kong, domenica, grande camminata di circa due ore nella Nathan road.
Verso mezzogiorno, passando davanti a grandi ristoranti disposti su 4-5 piani: tempo di Dim Sum (che sarebbe un piacevole modo cinese di mangiare, caratteristico soprattutto del mezzodì, nel breve intervallo del lavoro, velocemente involtini vari). Cinesi vocianti, bambini, famigliole; perfino allegria nella grande confusione di piatti e piattini rumorosi con tutte quelle delizie portate su carrelli da vecchiette roche. Il cliente ha un modulo e ogni vecchietta che dà un piattino pone un timbretto sul modulo che serve da conto. Qui l’inglese e il putonquà mandarino non servono. Parlano solo cantonese strettissimo e (dialetto) hakka. Ma il problema vero non è linguistico: è conquistarsi un tavolo. Sono entrato in quattro ristoranti, salendo fino all’ultimo piano, attraversando le sale. La vista di tutto quel bendiddio aumentava l’appetito famelico: gamberetti, pesciolini fritti in salsa, crostoli profumati con al centro un ripieno di molluschi bolliti, delicati nervetti, canestrelli dal nastrino rosato, fetide trippe macerate nel peperoncino, leggendarie zampe di gallina disossate e gonfie, Co Tiè e ravioli di tutte le forme, Von Ton, grossi bigoli, fettuccine dal delizioso odore di funghi. Tutti mangiavano allegramente chiassosi e molti aspettavano in piedi all’entrata. Finalmente nel quarto ristorante...

[In questo momento sono afflitto da un signore, probabilmente irakeno, che deve partire alle 14.45 per Baghdad. Sono già le 14.50. Credo che sia in uno stato confusionale. Ha abbandonato il suo carrello con bagaglio, passaporto e biglietto in bella vista, e sta girando come un disperato per l’aeroporto. Gli ho detto varie volte di rivolgersi ai tanti poliziotti. Ora è di nuovo scomparso. E’ fortunato che gli guardi il bagaglio, ma tra 20 minuti anch’io devo entrare nell’area internazionale.]

Nel quarto ristorante, con la solita facciata ricoperta di caratteri enormi alti alcuni metri, rossi sgargianti, pieni di fiocchi e nastri, sono salito a piedi evitando la coda agli ascensori e ho chiesto un posto al cameriere. Mi ha fatto subito sedere a un tavolo rotondo da dieci dove c’era già una famiglia locale di tre uomini, una donna incinta e un bambino di 5-6 anni che ha cominciato a fissarmi stupito. Naturalmente ordinare senza sapere il cantonese è difficile e soprattutto sorprendente. Ho cominciato a fermare le vecchiette, a scoperchiare i cestini di bambù che contengono i bollenti Dim Sum al vapore, ho scartato i primi cinque carrelli, poi purtroppo, per non farla troppo lunga e non impressionare l’infante con troppi misteriosi dinieghi, ho accettato tre ravioli di riso colloso con ripieno di arachidi, carni varie ecc. La seconda scelta è stata fortunata: tre frittelle di stupendo tenero granchio, la terza nervetti dolci, la quarta singolari lingue penso d’anatra (all’interno hanno un piccolo osso) e alla fine minestra di fagioli dolci. Più il tè. Il carrello delle minestre-dessert conteneva quattro pentolone rettangolari: una con una pappa bianca glutinosa, una con un brodo trasparente, una coi fagioli dolci che ho scelto (e che mi è molto piaciuta, anche perché c’erano molte specie di nocciole intere) e una con cioccolata nera. Me ne sono accorto troppo tardi, quando un mio commensale l’ha ordinata e la solerte vecchina ha riempito con gesto preciso del mestolo sollevato, la ciotola bianco-blu. Ovviamente nessuno mi impediva di ordinare anche quella se non l’imperativo morale che non bisogna godere troppo, nemmeno del cibo. [Oggi la ordinerei n.d.a.].

Salito a bordo alle cinque e due minuti, dalla scala della prima classe (che figurone!) Window sull’ala, in fila 15. Bel pomeriggio di sole. Le hostesses hanno la divisa della nuova compagnia. Come al solito si presentano bene. Se uno non sapesse cos’è realmente la vita in Cina potrebbe cascarci. Ora attendiamo che l’aereo si riempia.
Ieri. Giro nella celebre Hollywood street con G., visto vari antiquari: carte geografiche (anche 600 e 700 italiano, Coronelli, ecc.). Prezzi fino a dieci, venti volte più cari che in Italia. Non si capisce chi possa essere il pazzo che compera queste carte. Forse qualche isolato isolano. Cavalli: Cavaliere Ming + certificato: 14.000. Coppia figure verdi: una 20.000, l’altra 30.000. Antiquario con bella ragazza vestita di nero: dieci statuette conservazione discreta. Siamo arrivati a 8.000 la coppia. Ci ha aperto l’armadietto: altre figure Tang però rotte, alcune molto belle sui 500 HK dollari. Cavallo Han favoloso in vetrina: 220.000 (+ 1000 sterline per certificato orientamento terracotta). Anche questa volta il mio vicino di posto è un espettoratore. Scatarra convulso e sputa al massimo del volume senza soluzione di continuità nel sacchetto di carta. Per fortuna siamo in prima classe. Comunque chi risiede in Cina è costretto a farci l’abitudine e fingere, ma a volte proprio non si riesce a controllare la propria nausea. Gli ho chiesto come si sente. Deve aver capito cosa penso di questo stercorario uso cinese e ha cambiato posto. Un vero prossemico sollievo.

Ore cinque e ventidue: l’aereo si sta muovendo.
Bel decollo, poi subito sopra i grattacieli dell’isola, c’è un po’ di foschia. Il volo per Shanghai parte sempre alla stessa ora. Per me è l’ennesima volta, eppure la cerimonia mi tocca sempre (come decollare dalla magnifica Venezia). Deve essere l’illuminazione, oppure il ricordo della mia “prima volta” (ma eravamo in tutt’altri cieli, eravamo giovani poveri, sapevamo apprezzare, esistevamo per stupirci, sopra le isole felici: Bali, Halong, Guilin, il DC 10 manovrava in continuazione per atterrare sull’isola degli Dei, le signore bene tenevano teneramente abbracciate le loro preziose bimbe guardando dal finestrino un tantino impaurite quello spettacolo superbo, già vendutoci attraverso Belafonte in L’isola del sole).

Le isole più piccole appaiono fatate nel mare; ora viriamo a destra; paesetti e spiagge, stupendi riflessi del sole sul mare, costeggiamo i promontori a sud. E’ sorprendente vedere come anche in certe isole minori ci siano enormi complessi di grattacieli. Speculazioni, improvvisi arricchimenti. L’ala mi impedisce in parte il godimento del paesaggio geografico. La manovra è stata perfetta. Il capitano sta girando per puntare verso nord. Sorvoliamo i “Nuovi Territori” che restano ora alla nostra destra. Sotto c’è Macao. Risaliamo il grande estuario che porta verso Canton, come le antiche navi portoghesi. Siamo già molto alti in pochi minuti e come ogni volta si ripete anche oggi il fenomeno: la luce del sole si attenua, si vela, i colori a terra sfumano, il verde non si vede più, le coste del mare verdastro hanno improvvisamente un discrimine di acqua giallo-marrone. Ci sono chiazze sporche davanti all’estuario del Fiume delle Merde. Lontano appaiono terre grigie. Tutto sparito, sommerso. Ecco, qui è il confine cinese. Una sensazione di freddo, di tristezza mi invade ogni volta in questo preciso momento in cui l’aereo entra in territorio cinese. E stavolta non ho nemmeno il confortante cognac della Katay Pacific. Al contrario dell’Alitalia, la compagnia cinese è sciatta anche in prima classe; il servizio è scadente, il cibo orrendo e ghiacciato. Fa persino passare la voglia di rubare la solita forchetta-ricordo. Questa volta sono stato costretto a volare coi cialtroni della Caac cinese, perché la Katay ora fa solo tre voli, e non c’era posto prima di un mese. La Katay di Hong Kong ha comperato la compagnia Dragonair e le ha delegato i voli Hong Kong-Shanghai. Prima era una pacchia: la business class costava solo 50.000 lire in più e dava una serie di privilegi, di chili di bagaglio in più, di cognac a volontà, si mangiava con porcellana e cristalli, lino e argento, gamberoni e aragosta, ecc.

In tutto l’aereo ho visto solo due nasi lunghi. I passeggeri sono tutti cinesi ricchi, con donne passatine, racchiette, sussiegose boriose, dalle stesse fisionomie supponenti e politicamente scorrette degli antichi frontali ritratti su scroll, ma con scarpe e vestitini italiani di buona qualità. (Cosa celerebbe oggi, come giudizio, l’egineta distaccato sorriso delle sculture Gandhara!?)

Le Hostesses hanno il grembiulino bianco d’ordinanza ricamato di fragole a gruppi di tre. Se non fossi ormai prevenuto sarei conquistato dall’idea casalingo-casereccia, amabile e autentica di queste ragazze, che in genere sono gentili oltre che carine. I due tipi fondamentali, 1): la magra cinerea bellina con mani diafane, modi graziosi e atteggiamento più di giovane mamma che di preda sexy. 2): la pacioccona più in carne, con zigomi bianchi e rossi, mani paonazze un po’ gonfie e fianco gajardo che sbatte senza volerlo contro i poggioli delle poltrone. Alcuni particolari tradiscono l’estrazione agreste delle fanciulle.

Secondo i miei calcoli questo dovrebbe essere il mio ultimo volo da Hong-Kong verso Shanghai. Ora la hostess mi dà il modello di sbarco in un solo esemplare invece dei due regolamentari, e non mi dà per nulla il formulario per la dogana. Motivo: hanno solo quello in cinese. Non mi era mai successo prima. E oggi ho anche la complicazione del deposito per la videocamera lasciata in Cina (bisogna invece riesportare ogni cosa, anche se si va in vacanza un solo giorno, oppure versare migliaia di dollari di deposito). Prevedo il calvario che dovrò affrontare all’arrivo.
L’aeromobile si abbassa rapidamente, le orecchie si chiudono; chissà se questo influisce sull’aumento dell’angoscia. Spesso ci rifletto in questi momenti: tutta la nostra complessa e nobile sofferenza, i nostri sbalzi di malumore potrebbero dipendere dall’eccessiva sensibilità alle variazioni della pressione. Ecco finalmente l’atterraggio nel grigio-nocciola, le code per il controllo passaporti (do atto che i soldati sono efficienti e veloci) la sicumera delle passeggere cinesi, ammirate orgogliose degli abiti italiani autentici, di appartenere alla Repubblica Popolare, ma in modo elitario. Chissà, forse sono le famose “borghesi nazionali” note per la loro straboccante ricchezza.

Bagagli, uscita sotto l’estiva pioggia torrenziale, perentorio sequestro del carrello. Si continua caricandosi le valigie sul groppone fino al piazzale allagato. Cosa ci vorrebbe a coprire con una pensilina? Misteri dell’oriente. Ora bisogna rassegnarsi ad aspettare per ore un eventuale taxi in coda sotto l’acqua.

[Conviene interrompere]*

* Immagino che ora sarà tutto cambiato, ma allora era proprio così, e… anche molto peggio: il taxi andava prenotato il giorno prima.

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Commenti

Doppio Decollo, II di II. A voi.

interessante la carrellata culinaria: mi sembra si passi da cibi orridi ad altri molto migliori, il problema è orientaris senza finire nauseati!

"sapevamo apprezzare, esistevamo per stupirci,"
> bello qui. sai, alle volte temo di aver perso certe capacità, qua mi sto facendo tramortire dalla vita.

"il taxi andava prenotato il giorno prima."
>terrificante.
Grazie mile per questo ennesimo bel reportage asiatico, Luciano!

"piacevole modo cinese di mangiare, caratteristico soprattutto del mezzodì, nel breve intervallo del lavoro, velocemente involtini vari)"

> dio mi perdoni, non ne avrei mai il coraggio (a proposito: ma sei riuscito a capire quale sia la carne di questi involtini? Hai saputo cosa si dice in Italia, della carne dei rist. dei cinesi?)

"In tutto l?aereo ho visto solo due nasi lunghi. I passeggeri sono tutti cinesi ricchi, con donne passatine, racchiette, sussiegose boriose, dalle stesse fisionomie supponenti e politicamente scorrette degli antichi frontali ritratti su scroll, ma con scarpe e vestitini italiani di buona qualità. (Cosa celerebbe oggi, come giudizio, l?egineta distaccato sorriso delle sculture Gandhara!?)"

> Questo passo svela quanto a fondo sei andato nella lettura delle storie scritte sui volti. A partire dalla percezione loro dei nostri visi (nasoni, tutti spigoli). Mi conforta sapere che i loro ricchi vestono italiano, meno ricordare che di italiano è rimasto il disegno, spesso...

"Chissà, forse sono le famose ?borghesi nazionali? note per la loro straboccante ricchezza."

> Famose? No, no... raccontaci meglio. Cosa significa quella definizione, davvero?