Troisio Luciano

Reportage da Hanoi. "I problemi del mensolificio" oppure "Mensola: unico neo"

Autore: 
Troisio Luciano

Hanoi, 7 febbraio 2007, ore 16

I PROBLEMI DEL MENSOLIFICIO
oppure MENSOLA: UNICO NEO

Non lo nego (me l’hanno insegnato i gesuiti): ho copiato dal titolo della poesia di Franco Fortini I problemi del colorificio, scritta durante il suo famoso viaggio in Cina (per questo ho una certa difficoltà a cambiarlo), quando stamattina, facendomi la barba, per l’ennesima volta ho “preso coscienza” del fatto che la mensola del bagno sotto lo specchio, [nell’enorme linda camera dell’albergo Trang Tien nel centro di Hanoi, a 50 metri dal famoso lago Hoan Kiem (lett.: della Spada Restituita), sull’omonima centralissima Pho Trang Tien] più che una mensola si potrebbe meglio definire “un vassoio lungo e stretto dai bordi molto rialzati”, che dunque raccoglie l’acqua della doccia (essendo qui ignoto il semantema: vasca da bagno) la quale spara acqua a 360 gradi, anche sul soffitto, sugli appesi asciugamani che dunque bisogna togliere e andare a posarli sul letto, per poi tornare nudi e gocciolanti a riprenderli, pur ammettendo che la rubinetteria ha fatto passi da gigante in confronto ad altri luoghi. È provvista di miscelatore e la temperatura passa in un minuto da 20 a 100.

Gli arredi in generale hanno del patetico nell’ingenuo tentativo di coordinare, armonizzare i vari componenti tra loro. Ad es.: il lavabo è di ceramica lilla tendente al rosa pallido, lo specchio ha una cornice di plastica appena appena rosata però verso un gozzaniano gridellino spento, e subito sotto: l’incriminata mensola, di un altro tipo di plastica virante verso un’altra lieve tonalità di lilla pastello.
C’è dello studio.

Il fatto è che la mensola per quanto si faccia, notte e giorno è sempre corredata da un mezzo cm di acqua, per cui non c’è alternativa: essendo l’unica superficie esistente per posare qualcosa, bisogna immergere dentifricio, spazzolino, pennello, rasoio ecc. nell’acqua stagnante della mensola.

L’argomento potrebbe sembrare ozioso e marginale, probabilmente un vero scrittore non ne parlerebbe, forse ne scherzerebbe con gli amici. Non mi risulta che Barzini, Gozzano, Comisso, Moravia, Manganelli, Arbasino, Parise e quella linguaccia di Busi abbiano mai avuto nei loro viaggi questi problemi o comunque si siano abbassati a tal punto da parlarne. Io al contrario, che sono un globetrotter dilettante e come esploratore ho visitato soprattutto la geografia della miseria, potrei scrivere un vasto trattato sull’imbecillità dei progettisti di oggetti (limitandoci alla bathroom: manici di rubinetti sloveni per passare da vasca a doccia, perfettamente cromati splendenti riservati agli appartamenti di lusso della capitale europea Lubiana, oblunghi e scivolosi, di modo che, siccome si usano soltanto quando già accucciati nella vasca si hanno le mani insaponate e senza presa alcuna, non è possibile la suddetta operazione se non corredata da congrue bestemmie in redazione slava arcaica. Oppure: rubinetti sempre privi di guarnizione e quindi gocciolanti all’infinito per tutta la notte con fastidiosi effetti sonori almeno per un insonne nevrastenico. E ancora: rosette di scarico sul pavimento del bagno; molto spesso in ambedue gli emisferi rialzate di un cm rispetto al minuto mosaico del pavimento, cosicché lo scarico non inizia se prima non si allaga l’intero bagno per almeno un cm, e allagato resta per l’intera giornata. Doccia cinese otturata da millenarie stalagmitiche concrezioni calcaree; non sono previste dal libretto rosso soluzioni pertinenti. È noto che i cinesi da secoli combattono col problema della loro acqua piena di minerali, puzzolente e schifosa. Per il secolo XXI hanno già parzialmente risolto l’aspetto potabile sporcandola ulteriormente con orribile tè gratuito che ingiallisce e distrugge i denti. E così via enumerando per decine di aspetti ergonomici, tralasciando ben inteso per coscienza dei propri limiti, il fondamentale argomento water, che già da solo richiederebbe soverchio impegno e un intero volume monografico, più una vasta appendice dedicata alle idiosincrasie della tavoletta, e una seconda non meno essenziale allo sciacquone, ma se interessasse seriamente a qualche editore…).

Si potrebbe osservare: ma tu vai a cacciarti nei posti per poveri! Invece no. Tutto ciò l’ho verificato al costosissimo hotel Tatra di Bratislava dove mi muovevo solo in Limousine, all’Imperial di Vientiane, all’Adriano di Roma, al Qua Tin di Shanghai, al Peking di Pechino, al Furama di Hong Kong, al Concorde di Kuala Lumpur, al Nusa Dua di Bali. È anche vero che in alcuni (soltanto alcuni) di questi luoghi, appena segnalato, qualsiasi problema è stato ottimamente risolto. Ma a Roma per esempio, nonostante le sussiegose abatine assicurazioni, applicando il filosofico principio del Checcefrega, non hanno mai risolto nulla.

Tutto ciò oggi (mi) fa riflettere sulle tante piccole negligenze dell’attuale regime alberghiero vietnamita. [Naturalmente si fa per ridere, per passare un paio d’ore, sedendo e mirando al centro di Hanoi il suggestivo lago Hoang Kiem (di cui fino a una settimana fa ignoravo l’esistenza) e d’altronde ognuno ha crucci più seri cui pensare].

Personale cialtrone, inaffidabile, sciocco, Bf banale, che cessa alle 8.30 (invece nella puttanesca Bangkok cessa alle 11; questa è civiltà! Come vuoi pretendere che venga alle 8 a fare il Bf se mi hai spremuto fino alle 5 al night?). Il locale del “ristorante” è squallido e sozzo come nella migliore Shanghai degli anni 80, le tovaglie stazzonate di mille circoli e macchie, ma probabilmente non sono sporche: sono state appena lavate, senza detersivi, e quindi le macchie si perpetuano testimoniando i molteplici gli effimeri accadimenti quotidiani [non dimentichiamo che la minima banale goccia di pessimo caffè caduta su una dozzinale tovaglia di cotone sintetico potrebbe diventare stretta parente della sublime fogliolina di tiglio caduta tra mitiche scapole], che non avrebbero storia nemmeno per Virginia Woolf, ingrigendo il tessuto come scorie nucleari per millenni.

Devo però obbiettivamente osservare che forse ciò dipende anche dai molti clienti indigeni, miserabili funzionariucoli di partito a sbafo, probabilmente di cittadine di provincia, tronfi e sicuri delle loro invincibili certezze, nei loro ancor più miseri vestitini e giacchettine scure a righine striminzite, insieme a robuste compagne anche bellocce, però sciatte e malvestite in banali goffi tailleur nocciolina, dai volti tondi, zigomi che alludono alla durezza, degne dei mariti maleducati, boriosi e consci del potere esercitato sui dipendenti dell’albergo (non certo su di me che me ne strafotto di loro, mi preoccupo soltanto di stare alla larga e distante un minimo di quattro metri, compassionevolmente cristianamente li compiango per la loro sfortuna: sopravvivere nel terzo millennio ancora sotto la sfiga del comunismo reale. Uno smacco che nemmeno l’esistenzialismo poteva prevedere).

E ancora devo ammettere che la mia camera è pulitissima, il pavimento è nuovo fiammante come tutto l’insieme del piano di recente ristrutturato a differenza degli altri piani, che televisore satellitare, telefono, frigobar, condizionatore funzionano a dovere, che ogni giorno la biancheria viene completamente sostituita, che le lenzuola sono immacolate, che dentro un bicchiere della stessa rosata plastica, appeso al muro e sempre provvisto anch’esso di relativo cm d’acqua, a sinistra dello specchio del bagno, trovo ogni giorno un nuovo doppio kit sigillato contenente: uno spazzolino nuovo con dentifricino, una saponetta, un pettinino bianco, una bustina con 5 cottonfioc il cui cotone però resta spesso all’interno del labirinto auricolare, una bustina di shampoo.
(Ma allora perché la sala del Bf è così sozza? E il partito lo sa?)

[Emerge nel ricordo una conversazione avvenuta negli anni sessanta alla Fiat di Bucarest, diretta da un padovano il cui cognome cominciava con una X, dove vari depressi clienti italiani dimoravano rassegnati da giorni, lo sguardo perso nell’infinito come in un ospedale psichiatrico, senza più voglia di vacanze, in attesa che giungessero dall’estero i pezzi di ricambio delle loro auto. Percorrendo le orribili strade della campagna rumena avevo rotto il semiasse della fida, della gloriosa 500, provvista, a pagamento, del fondamentale optional dei sedili ribaltabili (questa nota è riservata esclusivamente ai brizzolati miei coetanei n. d. a.). Osservando il primo giorno la manovalanza indigena smontare il mio macchinino, io che poco capisco anche di meccanica, ero però rimasto spiacevolmente colpito dalla manieraccia con cui trattavano il mio gioiello/ a martellate/ a volgari scalpellate./ Certo non eravamo a Maranello/.

C’erano, nel gruppo di pazienti, due compagni di Avellino, anche loro in 500, con seri problemi al motore. Discorrevo con loro del pessimo livello degli operai, lasciando forse genericamente superficialmente trapelare le mie negative conclusioni sull’intero regime. E uno di loro un tantino sussiegoso mi aveva bonariamente incalzato: -Non zi può criticare un intero sistema da una semplisce officina.
Mi illustrava nel suo piccolo il concetto di sineddoche estrapolante. Ma io ovviamente un po’ scherzavo, comunque aveva ragione lui. Diventammo subito amici, passammo quei giorni insieme, bevendo vino e birra, chiacchierando ridendo sempre alticci e disperati, narrandoci soprattutto le nostre reciproche impressionanti fitte imprese amatorie.

Fin dal primo momento mi avevano confessato che, tra i vari pezzi di ricambio della 500 di cui si erano previdentemente provvisti (cosa stupefacente per dei campani, pensai, io del nord che non avevo dietro nulla), erano in possesso perfino di un semiasse. Dopo averli abbracciati e baciati mi dichiarai disposto ad acquistarlo a qualsiasi cifra. Ebbene: sembra incredibile, i compagni me lo regalarono. Proprio così, forse avrebbero potuto in seguito averne anche loro bisogno, eppure non vollero nulla e me lo donarono volentieri.

Ce ne andammo subito a folleggiare con caviale di Manciuria, Murflatar e bisteccone e in capo a due giorni il (mio) problema era risolto. Non li ho più dimenticati].
Insomma: non si può giudicare da una mensola.
Una mensola è un neo.
Ma non divaghiamo, seguiamo acribicamente come Erasmo la lucidità della tesi, mai dalla meta volger gli occhi:

il fondamentale “problema della mensola con bordo rialzato” non è purtroppo limitato al solo regime comunista vietnamita; o per meglio dire, il Vietnam ce l’ha in comune con la vicina Cambogia. Né escludo, per mancanza di documentazione, che anche vasta parte del Laos soffra dello stesso problema. Sono e resto fermamente convinto che si dovrebbero unire gli sforzi nello scambio di informazioni tecnologiche in un unico tavolo tra i due paesi, nonostante la Cambogia abbia ormai abbracciato la strada di una seppur palliduccia democrazia (tanto è vero che i Khmer rouges vi hanno ancora, incredibile dictu, una certa influenza).

Ebbene sì, anche in Cambogia esiste un unico modello a regime  monopolistico di mensola a bordi rialzati; in varie gamme di colori pastello, ma sempre a bordi rialzati e sempre colma d’acqua. Non pretendo peraltro di aver scoperto nulla e immagino in quante riunioni dei vari collettivi di camerieri e nettacessi sia stato gettato sul tavolo delle trattative il problema, senza trovare sino ad oggi, per mancanza di volontà politica, una congrua soluzione. Se ci fosse la signora Petix col bassotto, forse i funzionariucoli stercorari messi alle strette potrebbero impegnarsi obtorto collo, promettere; si potrebbe annodare un fazzoletto, magari rosso, con stella gialla centrale a cinque punte.

No so più che dire: è ormai lontano il giorno in cui, giunto alla mitica Angkor Vat, posai il mio primo prezioso raro rotolo di carta igienica sulla mia prima mensola cambogiana a bordi rilevati, lilla virante al gridellino, e dopo un paio di minuti, cercandolo da fisiche necessità costretto, lo rilevai già completamente inzuppato. Gli esuli devono in fretta sapersi adattare agli ambienti e alle circostanze.  

Inoltre, ottimisticamente, il poeta (che, o vulgo sciocco/ un pitocco non è già) potrebbe fare come diceva Mao: “imparare da”. Io imparerei dalla poesia, la poesia densa di senso morale impegnato, quella che risolve, che migliora il mondo, nel senso che nella fattispecie suggerirei una provvisoria modesta proposta: ricordando che il prode Anselmo/ andò in guerra e mise l’elmo/ sulla testa, ma che c’era un buchin, (e che in tre dì morì di sete/ senza accorgersi il tapin), ho riflettuto: perché per il momento, con uno dei milioni di trapani che sono ininterrottamente in funzione ad Hanoi giorno e notte, non facciamo un buchin/ anche nelle mensole rosate viranti al gridellin?/ L’acqua defluirebbe subito nel sottostante luccicante congruo lavabo, tutto sarebbe risolto, la superficie della mensola sarebbe presto asciutta, tersa nel suo color di pastello delicato, come i gozzaniani “bei colchici lilla”.

TROISIO in LANKE:

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Commenti

Hanoi, 7 febbraio 2007, ore 16

Grande ritorno con doppio speciale reportage.
Non vedo l'ora di leggere.
Ave!

"Non lo nego (me l?hanno insegnato i gesuiti)"

> l'esordio pizzica subito...

"Non mi risulta che Barzini, Gozzano, Comisso, Moravia, Manganelli, Arbasino, Parise e quella linguaccia di Busi abbiano mai avuto nei loro viaggi questi problemi o comunque si siano abbassati a tal punto da parlarne."

> questo elenco promette schede dedicate a ognuno di loro...

"Ma a Roma per esempio, nonostante le sussiegose abatine assicurazioni, applicando il filosofico principio del Checcefrega, non hanno mai risolto nulla."

> in realtà (sto per passare alla lingua del popolo) il principio è meglio noto come "sticazzi", con smorfia e alzata di spalle. Il termine mi fare efficace:)

"L?acqua defluirebbe subito nel sottostante luccicante congruo lavabo, tutto sarebbe risolto, la superficie della mensola sarebbe presto asciutta, tersa nel suo color di pastello delicato, come i gozzaniani ?bei colchici lilla?."

> grande clausola. Questo scritto sarebbe andata deliziosamente a riempire un buon paginone del Corriere o di Repubblica, se l'Italia fosse stata differente. Ironico, caustico e personale. Anche questa è memoria di viaggio (di viaggi).

Salutem dico

gf

"potrei scrivere un vasto trattato sull?imbecillità dei progettisti di oggetti "> eheheheh! Verissimo! L'inizio è già molto accattivante e pieno d'ironia!

davvero un reportage atipico e molto brillante, mi associo a quanto già scritto da Gf. Complimenti è una grande pagina.