NIENTE MIANMAR
Ciang Rai, 10 dicembre 2008
Chat House: modesta guesthouse diretta da una famiglia di fanciulle e paciocche ventenni, più la madre (che si presenta all'ora di cena, fa poco, oltre a mangiare colla figlia bona e incollare belle foto su album, pur essendo ancor giovane, forse è stata esautorata per incapacità, o più probabilmente lavora in centro come impiegata. Direi che è ancor appetibile, non avrà ancora 40 anni. Ieri sera ho chiesto furbescamente alla figlia se era sua sorella. Non ho sortito alcun effetto reazionario).
L'ambiente è frequentato da vecchi stranieri anglofoni e tedeschi quasi tutti maschi, ci sono anche bionde ultrasinodali virili che vengono al ristorante a scrivere. Ieri avevo scritto un delizioso quadretto su una di loro, il computer me l'ha cancellata (guardatevi dal comperare il Windows Vista: è una porcheria generante infinite grane, non riconosce i formati, è destinata al fallimento). Verso le 19 mi stavo ritirando nella mia fredda stanza, e lei stava mandando indietro il suo caffè, apostrofando una della ragazze, la lenta, dicendo che ne voleva uno big. Forse un caso di pressione molto bassa.
Ci sono anche un paio di giovani checche tedesche con orecchini, circuite da vecchi connazionali.
Siccome avevo una maglietta a strisce orizzontali bianche blu, l'altra sera uno mi ha detto in inglese che mi aveva già incontrato in collegio. Io che non capisco mai nulla di inglese parlato da anglofoni (mentre capisco abbastanza chi lo parla traducendo da un'altra lingua, come as es. il Presidente Barroso), gli ho risposto che non era possibile perché ero appena arrivato in autobus da Ciang Mai. Allora lo spiritoso mi ha spiegato che intendeva dire "in prigione".
Ci sono camere singole e doppie più un dormitorio collettivo con bagno esterno. Lo frequentano vecchi freak irriducibili fumatori col codino bianco. Prezzi ridicoli. La mia è la più costosa, ho bagno personale, acqua calda, tv, ventilatore (ma servirebbe un termosifone) costa 200 bath. All'Opera di Bangkok pago 1100 bath.
Non ho visto traccia di cattive signorine in tutta Ciang Rai, e nemmeno di accompagnatrici. Il ristorante è modesto non peggiore di tanti altri, semmai migliore, con piatti vari compresa una gamma di spaghetti, vonton e hamburger e i prezzi sono contenuti. La mia dieta: BF, caffè amaro con latte fresco e principesca insalata di frutta di una decina di varietà compresa mela e pera di tipo cinese che ben conosco, cioè allappante e indimenticabile (in Cina esiste un solo tipo di pera); Lunch, zuppa di riso e gamberetti, pochissimo speziata; Dinner, idem. Solo acqua.
Ho fatto lavare l'intero guardaroba, dimenticando però la maglia di lana e la camicia con maniche lunghe. La sera stessa, al mio rientro alle 18 era già tutto pronto e profumato.
Il personale è gentile e amichevole, una delle fanciulle forse ancora minorenne, ha un bel personale e un carattere davvero cattivante, è molto intelligente e simpatica; parla inglese molto bene, probabilmente è la più autorevole; è all'acme dell'acne giovanile, appena le passeranno le centinaia di brufoli sarà da sposare e aprire un albergo per conto nostro.
La città non offre gran che, i soliti templi, i soliti suggestivi mercati della meraviglia e della miseria quotidiana. Niente mendicanti. Il centro è ricco di banche, locali finti eleganti, un ristorante Corleone, varie pizzerie falso italiche per giovani, con gigantografie di Pisa, Venezia. Rispetto a Cieng Mai l'offerta è molto minore e i prezzi leggermenti maggiori.
Oggi in banca: si prende un numero da una tastiera in thai, a me l'ha suggerito un apposito sovrintendente, ho atteso abbastanza, c'era molta gente. Intanto ho indagato: un vigilante armato, varie persone di banale normalità internazionale, due donne delle minoranze nei loro costumi assai complicati. Forse ritiravano un sussidio statale. Un'impiegata giovane le ha fatte firmare con l'impronta digitale. Questa ragazza è da descrivere: non brutta, viso di un certo interesse, capelli dritti, tailleur grigio di rappresentanza (le banche in Tailandia si prendono molto sul serio, i dipendenti indossano un'uniforme e comunque avere un posto in banca è considerato una fortuna; da noi invece...), gonna sopra al ginocchio, quasi mini, gambe bellocce senza calze, pelle di una tinta che mi ha ricordato subito le mie allieve di Shanghai, un colore lividino autoptico per me repellente, scarpe col tacco, calzini corti che finivano in un ridicolo "colletto", come a Shanghai negli anni 80. In questa zona di confine tra Tailandia, Birmania, Laos e Cina, quest'ultima si fa già sentire.
Salto per mancanza di tempo la pur meritevole descrizione del mio soggiorno a Ciang Mai, la seconda città della Thailandia, con circa 170.000 abitanti, strutture e alberghi di gran lusso, degni di Bangkok, perchè lì mi sono imbattuto in due italiani dirottati da Bangkok per la solita questione dell'aeroporto; uno pensionato sui 60, l'altro di 54, dediti all'argomento sessuale e agli acquisti di orologi Rolex e borse Vuitton; scherzavano palleggiando i bambinetti, si rendevano molto simpatici a tutti. Ci vedevamo alle 18 e passavamo la sera insieme cenando con ottimi spiedini, finendo al caotico e festoso mercato notturno. Loro aspettavano le dieci per andare in discoteca, io alle 21 li salutavo e tornavo a casa. La sera dopo mi narravano gli erotici eventi. Il più giovane come scenario fisso aveva delle ripetizioni e metafore ossessive: veniva adescato da gruppi di giovani locali con belle donne, offrivano tutto loro, bevevano tre o quattro bottiglie di wisky, poi non ricordava più nulla e si svegliava in albergo con una donna addormentata nel letto agratis. L'altro, una guardia carceraria in pensione da poco, ancora un gran bell'uomo piacione con baffi assassini, aveva una preferenza per le pischelle e mi pare di capire che combinava poco. Siamo partiti tutti e tre l'8 mattina, loro andavano in aereo a Puket a folleggiare, io in autobus alla spartana Chat House di Ciang Rai.
Il mio viaggio è durato due ore e mezzo, abbiamo attraversato una regione montuosa, strada buona in una valletta in mezzo alla giungla, pendenze anche eccessive, il motore si è spento un paio di volte, qualche paesone con fontane di acque termali fumanti, temperatura in discesa.
La minorenne mi ha insegnato a usare internet col mio portatile, cosa che non avevo mai fatto prima. Confesso che non ho capito gran che, e via da qui dovrò pregare qualche altro che mi aiuti.
A Ciang Mai ho dedicato due giorni a giri in gruppo nei dintorni. Molto interessanti i villaggi di minoranze (le donne giraffa estremamente serie, ognuna con la sua boutique di paglia, mi sono vergognato a fotografarle mi pareva di essere allo zoo. Però le giovani erano appena uscite dalla sala trucco, accuratamente abbellite di rossetto e belletto sulle guance, collari e ginocchiere lucidissimi, accessori di prima qualità, in contrasto con le mediocri cianfrusaglie in vendita. Ho comperato qualche nonnulla da bambinette davvero carine col loro collarino che mi facevano una pena indicibile. Non ho capito se le donne giraffa ci tengono davvero al collare, che pesa tre chili e deforma le vertebre, oppure se è un'imposizione culturale sopportata).
Al Triangolo d'Oro ho visitato il museo dell'oppio. Molto interessante. Assai ambigua la parete dedicata al generale, di cui non ricordo il nome, presentato con un punto interrogativo: il più grande trafficante di droga o eroico esponente della libertà? Libertà di chi? E a spese di chi? Io non avrei dubbi. Ho assistito anche allo spettacolo degli elefanti pittori. Uno ha disegnato una testa di elefante, con proboscide alzata. Se non si vede non si crede. I dipinti sono in vendita da 2.000 a 25.000 bath (a seconda delle quotazioni del pachiderma).
12-12-08
Partito presto in corriera per Mae Sai/Takilek, confine birmano, per entrare finalmente nell'anelato Mianmar. Parecchi controlli di polizia che sale nell'autobus, controlla attentamente i documenti, certi brutti ceffi con documenti in formato A4 vengono perquisiti fisicamente di brutto. Anche certe donne. Circa 4000 tailendesi attraversano il confine ogni giorno per comperare merce varia, funghi secchi, erbe medicinali, e nel pomeriggio tornano a Ciang Rai. Arrivato al confine, ho percorso a piedi il famoso ponte con valige a carico. Sono stato ricevuto piuttosto villanamente dal solito militare analfabeta che sa dire soltanto "aidonnò" come l'impiegata cretina sottomessa al geometra mio amministratore di condominio, tanto che gli ho detto subito: allora se non sa, perché sta qui? Gli altri a testa bassa si guardavano truci in silenzio. Mi hanno passato una donna che mi ha mostrato i denti canini scoperti proprio come i lupi, tradendo una certa avversione, almeno secondo il Morris. Cominciamo bene. Mi hanno mandato in un altro ufficio, poi in un altro, da un bieco capoccia che aveva in bella vista sulla scrivania una bottiglia di alcol con dentro un allusivo scorpione gigantesco (certo un regalino...). Parlava un inglese peggiore del mio. Intanto è arrivata una coppietta di tedeschi con il mio stesso problema: entrare in Mianmar. Abbiamo ripetutamente invocato di poter prendere soltanto un aereo per Kentung.
Riassumendo, da lì non si può. Con il visto rilasciato dall'ambasciata birmana di Bangkok (dove mi sono recato di persona e dove quelli che non comandano più da queste parti mi avevano assicurato che si può entrare da Mae Sai), si deve entrare in aereo giungendo a Yangoon. Invece entrando via terra da Mae Sai si può ottenere un altro visto valido due settimane, del costo di 10 dollari più due foto, per visitare soltanto Takilek e i suoi casinò (vietati in Tailandia), Kentung e i casinò con la frontiera cinese (Mong La). Ho preferito tornare indietro, perché in ogni caso, non potendo raggiungere Yangoon, perdevo il volo di ritorno a Bangkok prenotato per l'otto gennaio e relativo denaro. Deciso su due piedi di andarmene nel vicinissimo Laos dove il comunismo reale (detto anche di merda, per distinguerlo da quello utopico, l'unico ormai accettabile nel XXI secolo) sembra meno mafioso. Rifatto il ponte, compilato il documento d'entrata thai, dopo una certa attesa l'addetto dice che non può concedermi il visto perchè non c'è il timbro d'uscita dal Mianmar. Dico: ma non mi lasciano entrare. Niente da fare. Ormai è mezzogiorno passato, torno indietro al trotto nel solito ponte "di nessuno", (poveri bambinetti costretti da madri snaturate e in agguato mi incalzano mugugnando), i birmani beffardi stanno mangiando sullo stesso miserabile tavolo da lavoro la loro miserabile zuppa nella miserabile terrina. Dico che mi necessita il timbro d'uscita. Per averlo devo pagare 10 dollari (naturalmente senza nessuna ricevuta). Irritato dalla spiacevolissima situazione pago i dieci dollari. Questi farabutti pretenderebbero di salvare anche le forme pregandomi gentilmente di sedere mentre sornioni preparano il documento, che però a me non è stato consegnato. Rispondo garbatamente che non ho tempo da perdere e che non desidero stare un minuto di più nel Mianmar, proprio così. Loro, facce di m. fingono di non capire, si scambiano occhiate, quasi certamente non sono tutti d'accordo nel comportarsi in questo modo banditesco con i signorili turisti occidentali, ma tacciono (devono pur mangiare); finalmente i timbri, e altri timbri lineari sui precedenti. Posso andare, rifaccio il ponte tra gli sberfeffi dei compagni militari ghignanti. Poi si chiedono come mai i turisti bianchi da loro sono soltanto un centesimo di quelli che vanno in Thailandia (pur essendo la Birmania una terra ricca di prestigiosi beni culturali).
Ma la faccenda è molto più intricata e secondo vari opinionisti può essere letta in altro modo che tento di riassumere semplificando brevemente:
premesso che da molto la situazione delle frontiere internazionali birmane via terra è soggetta a continue modifiche anche senza preavviso, il "caso" della frontiera di Mae Sai/Takilek va inserita nel più vasto problema ormai annoso e cioè la ormai definitiva perdita di controllo da parte della giunta di Yangoon, della regione est confinante con Tailandia, Laos e Cina (Stato Shan, ma anche Stato Kayah), dove numerosi gruppi di ribelli, banditi/partigiani organizzati in veri e propri "eserciti", non dico come i "signori della guerra" nella Cina degli anni trenta, ma nemmeno molto diversi, fanno il bello e il cattivo tempo e hanno trovato modo di accordarsi con Pechino che in un certo senso li sostiene. Da qui passa anche l'antichissima strada usata per millenni dai cinesi per scendere a commerciare con i principati birmani, siamesi, lao, khmer, e tuttora nevralgica. Sarebbe inoltre ingenuo ignorare che molte nazioni (tra cui la stessa Cina comunista) non controllano affatto per intero il proprio territorio, pur preoccupandosi che nulla trapeli all'estero.
Concludendo: lo Stato Shan, con capitale Kentung, è indipendente di fatto, permette l'entrata degli stranieri solo nel suo territorio e fino alla frontiera cinese. Il governo di Yangoon (che tra l'altro ora non è più la capitale) finge di non sapere e di non vedere che il distretto di Mong La è sotto il controllo dell'etnia Wa, la quale gestisce allegramente i suoi opulenti traffici di oppio e eroina coi paesi confinanti in barba alle varie polizie. Pare che ormai ambedue le sostanze stupefacenti siano state perfino superate, soprattutto dal contrabbando di anfetamine. D'altronde come spiegare altrimenti che in questa artificiale città dove non abita quasi nessun cittadino birmano, dove non si parla myanmar ma mandarino e la valuta è lo yuan-remimbì, giungono migliaia di cinesi, che atterrano con 17 voli giornalieri da ogni parte della Cina pochi metri al di là del confine birmano, attratti sia dal rinomato mercato di animali, sia dalla voglia di giocarsi fortune nei casinò del distretto?
Yangoon si accontenta del fiume di denaro che entra, rinunciando alla sovranità e al controllo sul territorio.
[La strana sensazione che ho provato negli istruttivi uffici birmani di Mae Sai/Takilek, dove il turista in genere non si accorge di nulla, è in un certo senso simile a quella che ricordo di aver vissuto nell'estate 1976, quando assieme a due amici genovesi feci il mio primo viaggio in India, in macchina, partendo dall'Italia. Ci vorrebbe un libro per raccontare quel bel viaggio, ma qui mi limito a descrivere gli uffici di frontiera pakistani sul celebre passo Kyber, al confine con l'Afganistan. Noi stavamo tornando a casa, avevamo già attraversato la zona tribale di confine (detta Pastustan), che il Pakistan finge di controllare, ma che di fatto è quasi indipendente, impenetrabile (e nasconde tuttora Bin Laden).
Nei ristoranti i camerieri avevano il fucile a tracolla, i benzinai si presentavano con bandoliere e mitra in una mano, canna della benzina nell'altra. Un ambientino piuttosto suggestivo. Spesso davanti a noi, che viaggiavamo su un magnifico maggiolino giallo, improvvisamente compariva una tesa corda d'acciaio a bloccare l'auto, uscivano tipacci armati, ci facevano pagare un pedaggio. Discutere era poco vantaggioso. Giunti al confine dentro gli uffici doganali le persone pachistane appartenevano a due categorie: gli straccioni pastu armati fino ai denti, puzzolenti malvestiti laceri e sporchi, a volte scalzi, che trattavano con manieraccia insopportabile gli spocchiosetti eleganti militari pachistani seduti alle scrivanie in curata uniforme bianca e schiena dritta, davano ordini urlando e i pachistani ubbidivano zitti e mosche. Chi comandava sul passo Kaiber? Gli straccioni pastu o i detersi pachistani?]
13-12-08
Luogo infame sul Mekong a metà strada tra Ciang Rai e Luang Prabang. Siamo arrivati col battello lento alle ore 18, dopo 9 ore di navigazione. Qui ci fermiamo solo per dormire e domani riprendiamo la navigazione alle 9. Arriveremo a Luang Prabang al tramonto.
Viaggiare sul Mekong è sempre un'esperienza straordinaria, però va aggiunto: nel bene e nel male. Lo spettacolo è straordinario e la lentezza giova. Un catalogo per geologi e botanici, rocce d'ogni tipo, suggestive, anche ingannevoli, bisogna conoscere il fiume, ci sono a volte fondali bassi, strettoie, piccole rapide, vortici e gorghi; il lungo battello si sposta di continuo da una riva all'altra per evitare le secche, giungla e alberi di ogni tipo, andiamo secondo corrente e quindi ci abbassiamo verso il livello del mare, del delta lontano ancora migliaia di chilometri. Luang Prabang si trova a 700 metri d'altezza, quindi deduciamo che siamo partiti almeno da mille metri. Il traffico è quasi inesistente (ma non è così in Vietnam, dove pare di essere in una attiva e ricca metropoli acquatica, e il traffico convulso cessa soltanto passata la frontiera d'acqua con la poverissima Cambogia dove torna il deserto).
Rari villaggi sulle rive, all'inizio tailandese a destra e laotiana a sinistra, poi ambedue laotiane. Vacche e bufali d'acqua. Nessun animale selvatico, nemmeno un solo uccello, un'anitra, per centinaia di chilometri: bruttissimo segno.
A bordo altro catalogo di varia umanità, una cinquantina di persone in prevalenza bianchi, molti giovani alcune ragazze piuttosto belle. Ce n'è una bionda sui 22 anni ridente, dalla voce un tantino roca, carinissima e simpatica, pettoruta, piuttosto estroversa non passa certo inosservata, parla benissimo francese e inglese (credo sia tedesca, si tradisce in alcune parole teutoniche con una sua amica già aggiudicata). Tutti fumano e bevono alcol e birra alla grande; naturalmente poi sono allegri e sciolti, la bionda ancor di più, piena di iniziative coi maschi giovani bononi (specie con un bel ragazzo canadese solo anglofono, di una ingenuità davvero naive). Non del tutto piacevole per lo scrivente essere costretto in luoghi assai ristretti e affollati con gente sconosciuta alticcia che sbraita a pochi centimetri senza soluzione di continuità per ore. Ma questo sarebbe nulla; l'aspetto davvero faticoso e anche piuttosto pericoloso è imbarcarsi e sbarcare: la passerella larga 15 cm. oscilla, nessuno aiuta a portare le valige. Sbarcare è molto peggio: per fortuna appena attraccato c'è l'arrembaggio dei ragazzotti portabagagli. Io ne ho assoldati due, rivelatisi poi aggressivi e rozzi. L'argine è alto una cinquantina di metri, in sabbia mobile, erto e infido. Salire con una semplice borsetta è stata per me una fatica estrema. Questa sarà l'ultima volta che scelgo la navigazione sul Mekong. Ma non c'era altro mezzo di arrivare a Luang Prabang, se non tornare a Bangkok e prendere da lì un aereo per tornare indietro.
Le vicende politiche da queste parti sono sempre più complicate, non voglio tediare con l'elenco delle sfighe.
(La Tailandia, dopo i fatti degli aeroporti, a chi entra via terra non concede più il visto di un mese ma solo di 13-15 giorni. Non me n'ero nemmeno accorto, e dovrò tornarci).
Già stamattina, dopo due ore di macchina in una nebbia fittissima, raggiunto il fiume, passata la dogana thai, passati dalla Tailandia sull'altra sponda, per ottenere il visto laotiano è stata dura e poco gratificante (anche perchè era il fine settimana e allora il visto costa un dollaro in più). La burocrazia comunista raggiunge impensabili livelli di stupidità, specie da parte dei funzionarucoli locali di m.
Lentezza, lunghe attese. Invece arrivando in aereo le cose risultano molto più semplici, cortesi e rapide. Inoltre, lo so per esperienza diretta, negli aeroporti di Luang Prabang e Vientiane gli impiegati soldatini automatici hanno l'obbligo di sorridere quando riconsegnano il passaporto col visto. Qui invece si ha a che fare con miserabili biechi compagnucci provinciali di campagna, che denunciano tutta la loro ignoranza di maleducati estorsori e cercano ogni minima occasione per lucrare e spremere il decotto bianco.
Mal che si vuole non duole.
LUCIANO TROISIO, dicembre 2008.
Commenti
NIENTE MIANMAR
viva el professor!
(Birmania libera.)
Arrivato, dopo due giorni di navigazione, nella mitica Luang Prabang (lett: il Luogo della Statua d'Oro), antica capitale del Regno Lao, Patrimonio UNESCO dell'Umanita', tutto ben tenuto e ridipinto. Qualche bandiera con falce e martello, ma discreta.
Siamo a 700 metri d'altezza, loro la mattina hanno molto freddo, il tempo e' ideale, tutto e' tranquillo. Mi consigliano di andare nel sud, alle 4000 isole del Mekong. Vedremo. Per il momento non mi muovo.
Baci alle mie donne, abbracci al resto del mondo.
"i dipendenti indossano un?uniforme "> un po' alienante i bancari i n uniforme....
Donne-giraffa, elefanti pittori >quante stranezze! Sulle donne: se è imposizione è una forma di violenza e ancheun danno fisico.
Ti dirò che anche il museo dell'oppio mi sembra parecchio interessante, magari dicci qualche altro dettaglio.
"La burocrazia comunista raggiunge impensabili livelli di stupidità, specie da parte dei funzionarucoli locali di m." >tipico de regimi!
della situazione birmana qui si parla solo quando ci sono in ballo i turisti, poi tutto tace e si va avanti, sulle condizioni della popolazione, silenzio per ora.
a proposito del Mekong (che mi ricorda l'adorata Marguerite Duras!), sai che hai rischiato di incontrare il ragno più grande del mondo? Brrrr....
su quello che narri della situazione politica concordo con Marina. Qui non arriva nulla di nulla. Naturalmente.
Anche perché, appunto, ci sono in ballo i turisti...
Rinuncio a srivere commenti; per la terza volta cancellato tutto. Era per le donne.
Professor,
mandali via mail e ci penso io co torno a la maison
anche a me li mangia spesso...
è un sito affamato :)