Troisio Luciano

Reportage da Candidasa, Bali. II di IX

Autore: 
Troisio Luciano

Candidasa, tristi tropici, giovedì 22 agosto 2002

Libri che sto leggendo (contemporaneamente):

La montagna dell’anima del nobel cinese tradotto da Mirella per Rizzoli (dimenticato in valigia a Kuta). Un campione dell’impossibilità zenoniana del movimento, nonostante si affanni in continui viaggi: noioso abile.
Cerami: Fantasmi (per adulti maturi esperti in delusione)
Spiller: Bangkok love (follia sintattica)
 AA.VV.: Il viaggio (interessante confronto di vari autori anche celebri, tra cui Giuseppe Pontiggia)
Conrad: Romanzi della Malesia (bravissimo, ma un mattone…)
Louise G. Koke: Our hotel in Bali (di grande fascino)

Conosciuti casualmente sulla spiaggia del Kelapa Mas: coppia torinese-trevigiana, lui insulso, lei antipatica, giovane, piuttosto bella, bikini mozzafiato, gambe stupende e massicce, purtroppo cellulite già in agguato. Cultura modestina, giusto da ragiunatt padano, conoscenza dell’isola zero. Prima volta, nessun programma. Credo abbiano fatto solo le Maldive, insomma posti dove esibire le gil-gil (in balinese: natiche). Immagino che abbia programmi molto chiari (anche nell’accezione dialettale di radi).

Sempre al Kelapa Mas: ragazza bianca platino, aspetto simpatico e viso aperto, non eccessivamente bella, ma nemmeno stridente, accompagnata da gigolo molto giovane, diciamo studente, alto, capelli corti, scuro, somiglia un po’ a Fiorello; potrebbe essere indonesiano o sanguemisto, oppure un europeo abbronzato anglofono, gay che solo a tratti enfatizza il suo gesticolare. Gli inservienti di qui, al suo apparire hanno avuto un sincrono comportamento non verbale che presuppone attenzione e conoscenza del problema (locali, più spesso giavanesi, che rimorchiano turiste, di solito australiane, ma questo gigolo non ha nulla a che vedere col verdastro abbietto prostituto giavanese che ho avuto la sfortuna di avere come vicino a Tirtagangga: questo addirittura potrebbe essere lui il dominus della ragazza, e lei la escort, anche se non me la sento di escludere del tutto gli amorosi sensi). Pur essendo infido la sua parte, non riesce a risultare antipatico. Erano appena usciti sulla strada, ora sono ritornati e si sono seduti al tavolo di una teutonica di mezza età, sola (probabile amica dell’altra marcantonia svizzera buddista rapata a zero, che pare stia qui abusivamente per compricchiare e rivendere in patria), che fino a pochi minuti fa aveva goduto della conversazione di una decrepita poliglotta coppia australiana (di cui più sotto) che però era rimasta in piedi. Segnali? Cautela nei messaggi?

Verrebbe da ipotizzare subito fulminea trama di racconto, al 99 % solo fantastico, ovviamente su base erotica ma anche - perché escluderlo? - sentimentale, con complicanze e sofferenze da collana Harmony (che tratta l’erotismo con molta severità, anzi in definitiva lo condanna per garantirsi le badanti-colf lettrici) mentre qui probabilmente si tratta di richiami e allusioni di sano consumistico carattere estivo usa e getta.
Non è escluso che esista una guida internazionale riservata a quella decina di paesi produttori ed esportatori di turisti: Introduzione ai luoghi edenici. Sono certo che il Kepala Mas (lett: cocco d’oro) vi sarebbe segnalato con cinque stelle, come la stazione di Padova nella guida gay (caro, scellerato amico poeta Mario S., si è impiccato l’anno scorso; quando sono andato a Venezia a trovarlo - eccezionale collezione di suoi ritratti, di Carlo Levi, ben due di De Chirico, ecc. - teneva la guida Spartacus sul ripiano della scrivania in bella vista dalla parte dell’ospite, particolare che mi ha fatto terribilmente divertire.)
D’altronde, dove ambientare un tale intreccio se non al Kelapa Mas, home stay dal più bel giardino incantato di tutta la zona? E pensare che solo da poco ho letto sulla guida Apa che il famoso albergo Campuan dell’omonima località nei pressi di Ubud, lussuosa residenza di artisti europei a Bali negli anni trenta, non è più un ritrovo gay specifico; queste sì sono notizie!

Coppia di australiani con lei originaria di Pordenone, lui di Vienna. Sono venuti a Bali da Sidney (sei ore di volo) 35 volte. Hanno visto e sanno molte cose, per quanto in modo spesso inesatto. Lui parla poco, lei è un simpatico torrente, sbaglia nomi, date. Credo che il suo programma sia conoscere, contagiare di sé tutti quelli che incontra sul suo cammino, spalmandosi (uso questo repellente neologismo introdotto credo da D’Alema) ugualmente su tutti, senza preferenze, ripetendo all’infinito, in più lingue, le stesse sclerotiche cose. Probabilmente il marito ultraottantenne non ne può più.

Abbiamo parlato di molti argomenti; non si trovano con gli australiani perché sono maleducati, rumorosi, loro invece si considerano molto più civili. Viaggiare in continuazione per oltre 50 anni li ha raffinati. Non sono i tipici emigranti, ma gente di facoltosa famiglia che si è mossa nel 46 dalla Svizzera allora molto povera, con un bambino di otto mesi, ed è andata in Australia, per avventura. Viene da chiedersi: come mai si trovavano là? Fuggiti? Potrebbero essere ebrei, oppure nazisti? (lui è del 20, mi ha confessato che da giovane aveva idee di sinistra…). Hanno girato tutto il mondo. Le ho detto che mi piacerebbe ascoltare la sua storia; si è schermita un po’ troppo, e quando le ho proposto di vederci per un caffè alle quattro, piuttosto sgarbatamente (da verace australiana, ma forse anche con una puntina freak di nonna del corsaro nero) mi ha comunicato che loro non fanno mai programmi, quindi, se succede bene, se no ci vedremo (o forse pensa che è meglio non approfondire troppo alcuni aspetti della loro partenza?)

A un tratto mi ha salutato, eravamo al ristorante, ed è corsa al tavolo della bella trevisana. Certo ognuno tende a stare coi giovani e belli. Io invece a stare con lei, che ha 78 anni, anche se sana come una mummia; non soffre di dolori di sorta. Aveva appena finito di fare una nuotata, si era rivestita di tutto punto e anche piuttosto accuratamente, con un importante cappello turchese, di gusto un po’ da hostess svizzerotta, tanto che mi è venuto il sospetto di essermi imbattuto in una persona di rango, almeno per l’Australia, e di averla sottovalutata come status (io d’altronde viaggio come il monaco straccione, con pantaloni corti e infradito).
Certo non devono avere alcun problema economico.

Le ho parlato del libro di Louise G. Koke: Our hotel in Bali. Pensavo di fare cosa gradita segnalando questa interessante opera di una pittrice americana che descrive la Bali degli anni 30 (ne ho accennato in varie parti di questo diario). L’unica cosa che è sembrata interessarla, lo ha subito detto al marito, è che coc ha anche un altro significato. (Ricordata immediatamente F. che in uno splendido lapsus, alla presenza di suo padre, ha tradotto “Cocktail”: Tega di gallo).

Parlare fittamente in italiano dopo un mese di astinenza, mi dà una strana impressione: mi pare di essermi come ristretto, che il mio modo di vedere sia troppo solipsistico, e questo forse si riflette anche sulla mia scrittura. Mi rendo conto di non essere affatto rilassato, anzi piuttosto teso, e motivi di irritazione viaggiando ce ne sarebbero parecchi, ma sono comunque sempre da mettere già in conto (stamattina: al solito, in questo paradiso, alle 7.30 sono stato bruscamente svegliato. Uno degli inservienti stava scopando il portico del mio bungalow. Ho aperto la finestrella scolpita e (come Biancaneve) ho gentilmente pregato il nano mentale di non far rumore. Questo come un automa mi ha risposto: yes sir, I am very sorry. Tanto gentili, ma non capiscono proprio nulla. Non si vede perché, in vacanza, si debba essere importunati alle 7.30 di mattina, quando perfino loro aprono il ristorante per il bf non prima delle 8. Mafalda, l’australiana, ieri mi ha lasciato intendere che hanno preso un bungalow fronte mare anche perché lì i ragazzi non si trattengono a parlare (leggi disturbare) e così, come già Campana, preferiscono il rumore del mare, anzi dell’oceano. Da qui il mare lo sento anch’io, per la verità misto al fruscio del fan, che tengo al minimo, e che diviene molto misterioso, non naturale.

Gli elogi di questo Eden prescindono da qualsiasi riferimento a indigeni (con esclusione dei bambini che sono meravigliosi). Anche il personale del Kelapa si distingue per grulla maleducazione. Tutta la parte est di Bali è molto rozza. Probabilmente quest’aspetto influirà sul futuro turistico di Candidasa, località già accuratamente evitata da tutte le agenzie viaggi che la sconsigliano caldamente. In un mondo profondamente superstizioso animista si pensa addirittura a malefici, dopo il terribile diffuso incendio di anni fa, dovuto però a cattivo funzionamento della linea dell’alta tensione. E infatti anche adesso c’è il deserto in piena stagione, con poche eccezioni. La sera i ristoranti, anche quelli molto eleganti, pieni di fiori, puliti e impeccabili, dove si mangia discretamente per 4-5 euro, sono desolatamente vuoti. Stimerei l’attuale popolazione turistica di tutta Candidasa (esclusi i grandi complessi di lusso, che tengono i clienti prigionieri nelle loro eleganti strutture: ristoranti, spettacoli di danza, escursioni, arcade interne di negozi di prestigio) in circa 300 persone, in maggior parte straccioni, studenti con zaino, zoccoli e budget tirato al centesimo. Se si pensa che siamo in alta stagione (secca) e che ci saranno almeno duecento ristoranti, tra buoni (pochi) e indecenti (molti) e altrettanti negozi, non è difficile fare il bilancio.

Quindi non farei mai come Gauguin che popola il suo paradiso di autoctoni personaggi bellissimi. Qui a est la gente non è certo più cattiva, è piuttosto selvatica, nessuno sorride come nel resto dell’isola, ma anzi sono particolarmente immusoniti e villani. Non a caso siamo nei pressi di Tenganan, capitale dei buzzurri Bali Aga preinduisti, antichi megalitici signori dell’isola che si considerano tuttora nobili padroni e, in base a un’iscrizione di oltre mille anni fa, si rifiutano di versare tributi allo stato. Infatti sono temuti proprietari ab immemorabili di tutta la terra coltivabile della zona. Hanno modi in genere rozzi, anche le ragazze: ridotti a circa 110 famiglie, sono bellissima gente, pur praticando una rigidissima endogamia da millenni. È molto probabile che tutta la parte est (Karangasem) abbia buzzurro sostrato Aga, nonostante tutti tengano a precisare di non aver nulla a che fare con gli Aga (= delle montagne. Nonostante nell’universo balinese tutto ciò che riguarda la montagna sia positivo; il mare invece è demoniaco).

Comunque questo luogo è davvero incantevole e nessun inserviente fesso, nessun parlottio insopportabile, nessun tramenìo stridente di sedie a sdraio mi convincerà ad andarmene prima del previsto. Vi sono tornato fuggendo da Legian, invasa dagli italioti di ferragosto, oltre che dagli altri mille soliti rumori, dal traffico pazzesco che rende l’aria azzurra, dal mercimonio ininterrotto (ianledi, ianboi).
Il mio bungalow è bellissimo, pulitissimo (lo stesso B 2 che avevo quindici giorni fa e che ho filmato-descritto nel presente diario, vedi: 8 agosto). Il pavimento è di grandi piastrelle bianche e grigie, viene scopato e lavato da cima a fondo ogni due giorni, cambiata tutta la biancheria, acqua calda, non ho mai visto una zanzara, non c’è nessun tipo di animale esclusi gli esseri umani. Solo una sera due grandi cucarace. Tutto sommato è silenzioso (le case di povera gente con tanti bambini di là del muro di cinta, anni fa erano un problema, me ne ricordo perfettamente: già all’alba non si poteva più dormire, perché subito si alzavano, le donne pestavano nei mortai di pietra gli alimenti, parlottando in modo pacato ma interminabile tra loro, i bambini si preparavano per la scuola, insomma un gaio, rumoroso, sereno mondo familiare a due metri dall’orecchio di chi è in vacanza e paga e vorrebbe dormire oltre l’alba. Ora tutto ciò non esiste più. Probabilmente perché hanno creato anche lì un altro gruppo di bungalow per turisti taciturni).

Sono immerso in uno dei più bei giardini che abbia mai visto in vita mia, c’è un’abbondanza di palme da cocco, palme lontar (borassus flabellifer, [ma le piante in latino non sono femminili?], famosa per fornire le pagine dei manoscritti), banani e fiori esotici perfino in eccesso. So che il gestore ha la passione del giardino. Ha vinto anche dei premi. Mi chiudo dentro e lavoro al computer; a parte qualche cretino taiwanese (o giapponese) e i meschini inservienti (giovanissimi senza nessun futuro, e mi dispiace per loro, ma più di qualche lauta mancia non posso dare: Candidasa in queste condizioni di improvvisazione non andrà molto avanti. Un buon 70% degli esercizi deve essere eliminato) nessun altro mi infastidisce.
Cosa potrei pretendere di più, anche andando via, dove capiterei? (ora kul kul del Gandhi: non controllo nemmeno, sono le 11.30) Mafalda mi ha detto che ad Amed c’è un giardino come questo. Tra qualche giorno, finito di ragionare su Invariante (sono già a buon punto), potrei trasferirmi lì, e poi continuare per Lovina al nord.

Riflessione di Mafalda: non pentirsi di nulla, non dire: se non fossi partita per l’Australia la mia vita… E continuare, fino a… continuare sempre, assecondando il volano (o la barca), nei buoni ristoranti dove si mangiano gnocchi fatti in casa a Bali, les escargots etc. Ho conosciuto una vera filosofa, che però, sebbene così apparentemente libera, non cela l’angoscia per l’inutilità dell’esistenza.
Ieri ho scoperto che il Gandhi ha una propria scuola, forse solo materna: c’è una parte verso la riva che è tenuta a prato e lì giocano i bambini, anche dei nostri vicini. Nella descrizione dell’uniforme blu ho dimenticato di dire che tutti portano il cravattino, anche le bambine. Credo che la scuola costi molto più di quella limitrofa pubblica, (uniforme marrone, niente cravatta). Ho visto nelle varie cittadine vari tipi di uniforme. I grandi, delle superiori, comprese le femmine, sono costretti a marciare al ritmo di un fischietto, in fila per due nelle strade delle città, cantando inni, e lanciando urla di tipo militare. A Klung Kung ho visto marciare un gruppo di ragazzi con divisa tipo parà e basco. Mettigli in mano un mitra, qualche rupia, e il corpo d’élite è fatto.

Sono sempre più amareggiato constatando che tra la gente che viaggia sono in aumento i maleducati, i bifolchi, quelli che non hanno il minimo rispetto per il prossimo, perché privi di educazione. Al primo posto ci sono certamente gli olandesi, forse perché qui erano i padroni; poi gli australiani, ma loro sono diversi, più autentici cafoni che cattivi. Basta entrare in uno dei molti locali di Legian tipo Aussie (vezz. di Australia), sempre con quattro video, uno per lato e partite di sport. Già questo sarebbe per me sufficiente per stare alla larga, ma qualche volta ci vado per il bf. Le ragazze, anche bellocce, sono di un grezzo spaventoso, mangiano come portuali, vestono in un modo ridicolo, si comportano rozzamente, stanno meglio in bikini.

Gli italiani sono su posizioni medie. Certamente le donne italiane sono le più curate ed eleganti. La trevigiana ha cambiato tre bikini in una mattinata, per sfoggiare il notevole personale. Del resto questi impiegatucci microborghesi investono anche troppo sul viaggio, da raccontare poi a Guastalla e Ladispoli, come unico episodio divergente, in una vita alla catena di montaggio. Ma che squallore scambiare due parole! Che sensazione di crassa ignoranza, di assoluto disinteresse, di visione microcefalica del mondo. Forse è distacco generazionale il mio (infatti gente della mia età che viaggia da globetrotter come faccio io se ne vede poca in giro, forse si nasconde negli alberghi costosi). Ormai il solco mi pare incolmabile, anche con i miei studenti. Sarà stato così 50 anni fa?

Invece ricordo negli anni settanta, era una festa anche tra di noi poterci salutare, scambiare informazioni, mangiare assieme, senza necessariamente evitare le persone più anziane. Ora sembra che ognuno consideri gli altri prede sessuali o disgrazie da evitare.
C’è però come una specie di schizofrenia tra i viaggiatori: casualmente si ritrovano nello stesso pullman persone di nazioni diversissime, di estrazioni diversissime, può capitare di tutto, anche di avere due signorine giapponesi che ininterrottamente urlano dietro di me, o trovare persone adorabili e magnifiche come la svedese accanto a cui ho viaggiato da Kuta a Padangbai: una giovane donna di straordinario fascino, per la quale ho avuto un incipit d’amore a prima vista, detto anche “colpo di fulmine monodirezionale”. Ma subito ci è successo un imprevisto, abbiamo dovuto, giunti a Ubud, cambiare autobus; ti pareva. In pochi secondi lo scenario si è capovolto. Una cosa del genere non poteva durare: addio alla svedese di una bellezza talmente dimessa e incredibile che al principio non l’avevo nemmeno notata, e poi è stato un ineffabile crescendo. Credo di non aver incontrato una donna così stupenda da parecchi anni.

La più breve love story del mondo. Infatti, per contrappasso, ricarica bagagli, tavole da surf, valige, zaini, borsoni, la svedese nell’ultima fila, l’unico posto libero era accanto a una sfortunata spagnola che col fondoschiena a mongolfiera li occupava già tutti e due o quasi. La svedese mi aveva gentilmente parlato e ascoltato per tutto il percorso (mi ha fatto riflettere che la vita potrebbe anche essere stupenda), la spagnola ha risposto con una smorfia a rictus schifato: yes alla mia prima, ovvia se vogliamo, domanda di cortesia (e cioè se andava a Padangbai), poi non mi ha più degnato di uno sguardo e ha continuato a parlare in modo sciatto strascicato, tipico di certi iberici e ancor più dei sudamericani di scadente formazione, con la sua amica snella ben pettinata volpina spocchiosetta seduta nella fila anteriore (che ovviamente aveva pensato bene: col cavolo che mi siedo accanto a lei!).

La dea svedese dalle stupende mani è scesa a Padangbai, ho proseguito per Candidasa. Scendendo (io mi ero già estraniato del tutto, mentre l’accadimento era ancora per quanto effimero in atto, l’avevo già riposta nell’acconcia casella, non ho pensato ad esempio a sconvolgere il mio programma, di scendere anch'io con lei, darle un appuntamento qualsiasi anche solo per un tè, il giorno dopo, due chiacchiere… mi ero già autosconfitto, questo le donne lo sentono), trascinandosi dietro il bagaglio si è fermata un momento ridente nel bailamme accanto a me, educatamente mi ha detto: è stato un piacere conoscerla, spero di rivederla presto. Poteva benissimo farne a meno.
E io, che le avevo decantato il giardino, le ho detto come uno scemo che forse l’avrei incontrata lì.
Finora nulla.

23 agosto

Al ristorante Kelapa a mezzogiorno: avogado con gamberi, yogurt, frutta. Rupie: 16.000. La sera al Natia: basket di pesce, birra piccola, frutta: 43.290
Alle sedici: lunga passeggiata in direzione di Buitan, verso ovest; poi ho deviato a caso in una strada sulla destra verso l’interno, quindi in leggera salita. Purtroppo non avevo con me la videocamera. Vegetazione splendida, vari gruppi di abitazioni quasi sulla costa, supermercato, ville. Ambiente molto simpatico, con un particolare spiacevole: una insopportabile puzza stercoraria a ondate a causa degli allevamenti di polli di cui la zona pullula. Ma di fronte agli interessi economici (privati), respirare per tutta la vita un po’ di sterco (sociale) che sarà mai? Un allevamento, come il diamante, è per sempre (io non accetterei, e la cosa mi ricorda - per quanto il paragone non sia particolarmente gentile né rispettoso - che da noi gli imprenditori, di destra quasi tutti, fanno venire gli stranieri, ma ci guadagnano solo loro sfruttandoli, e la comunità deve sopportare immediatamente a suo carico tutto il riversato peso sociale, dell’assistenza medica del lavoratore, delle sue quattro mogli e dei sedici figlioletti, che dovranno pur andare a scuola. Tutti i vantaggi al grullo privato (che a scuola tutti ricordiamo come il più zuccone), che infatti guarda caso, da povero spiantato diventa miliardario in poche stagioni; il peso sociale enorme tutto sulle spalle della collettività, investimento in ricerca: zero. Non è difficile prevedere come finirà. Mi chiedo: in base a quale modello di sviluppo e progresso anche solo economico si giustifica questo comportamento? Direi che sottende uno sviluppo infinito, mentre le risorse come sappiamo sono assai limitate, e peggio ancora per il terzo mondo. Quindi, cari imprenditori del nordest (che rispondete: ma noi paghiamo le tasse e i contributi) mettetevi in testa che non è affatto necessario che la progressione sia esponenziale all’infinito, questi sono solo gli affaracci vostri a miope breve termine, specie in un tessuto assai delicato e in più con dinamica demografica in fortissima recessione, delegata alla natalità esclusivamente straniera).

Seminario: Dal guano all’albanese in una sola lezione (queste righe saranno tagliate).

Alberi giganteschi, banjan con tempietti, ruscelli che scendono dalle montagne, l’acqua sembra pura nonostante i rifiuti, le bottiglie di plastica ecc., molto suggestivi. Poi ho capito che continuando sarei finito a Tenganan, troppo lontano e troppo in alto, quindi ho preferito prendere a caso una stradina sterrata a valle verso l’interno della foresta, che però non è selvaggia, si tratta piuttosto di una coltivazione di palme da cocco, banani, bambù. Praticamente le stesse piante che formano la base del nostro edenico giardino del Kelapa, però che differenza: nemmeno un fiore, tutto pieno di sfasciume, di fogliame accatastato, disordine, sacchetti di plastica, abbandono, vegetazione spontanea anche di erbacce. Che razza di coltivazione è mai questa? I nostri (pochi) boschi nel Veneto sono molto più curati, e qui la manodopera non costa nulla. Ricordo inoltre di aver visitato le coltivazioni di Sumatra, dove palme da olio (Palmolive), cacao, gomma, formano piantagioni curate scientificamente e belle come il paradiso terrestre, anche se tutto è basato su file perfette di piante. E lo stesso posso dire dei bananeti dei negrieri industriali del Guatemala e Honduras, per non parlare della penisola malese, come sa bene chiunque l’abbia sorvolata).

Ci sono anche altri tipi di grandi alberi, non frequenti. Ogni tanto giunge qualche bramito, ma in realtà si tratta di muggito, perché ci sono sparute vaccherelle libere. Ora mi assale una zaffata di puzza irrespirabile e vedo nel fitto della foresta delle gigantesche stie stracolme di galline, chioccianti in moderato costante brusio. Ogni stia è lunga decine di metri, sotto tettoia, le galline sono imprigionate una per una in uno spazio di 40 per 40 per 25 cm. Praticamente non possono nemmeno muoversi, solo mettere la testa fuori. Inoltre le stie sono sovrapposte in cinque sei ordini, quindi non c'è nemmeno contatto col suolo. Alcune avevano fatto l'uovo che giaceva tra gli interstizi delle stecche di bambù. Non ho capito come vengono nutrite, come vengono raccolte le uova né come viene raccolto il guano. Accanto alle stie che ho seguito per almeno un chilometro (la zona pare completamente deserta e le galline da brave funzionano automaticamente), ci sono recinti quadrati di tre metri di lato in muratura alti un metro e mezzo con all’interno quattro cinque malinconici maiali, che si nutrono prevalentemente di guano. In questi casi la puzza è decuplicata. Tutta la zona, presumo per parecchi chilometri quadrati, è foresta invasa da allevamenti. Gli ingressi delle aziende hanno un avvallamento in muratura pieno di acqua e disinfettante, per pulire le ruote dei furgoni che verso sera vengono a prendere le uova. Ne ho incontrati parecchi scoperti, stracarichi, lenti, tutti con una piccola sezione “uova rotte”.

La pietà degli allevatori ha costellato le aziende di deliziosi altarini ed erme, presumo alla dea del guano e dello sterco in generale, per rabbonirsela. Ho camminato respirando m. per chilometri, come mi era già successo tornando a piedi da Tenganan. Ora, che l’ayam goreng (pollo fritto) fosse il più famoso piatto indonesiano lo si sapeva, ma che gli allevamenti fossero così orribili non l’avrei mai creduto. Quelli che ho visto da noi, almeno lasciano il pollo libero di muoversi in un recinto camminando sul terreno. E pensare che siamo nell’isola dove l’allevamento dei galli da combattimento è un’arte.

Qui il gallo ha il trattamento che da noi si riserva solo ai purosangue. Le gabbie del gallo hanno il fondo levabile, perché ogni giorno possa rinforzarsi le zampe razzolando alcune ore e sempre spostando la gabbia in punti diversi; la mattina presto si porta fuori la gabbia perché il campione possa prendere aria, lo si nutre con la massima cura, anche di sostanze eccitanti, gli si impedisce ogni attività riproduttiva, lo si stuzzica in modo da sviluppare al massimo l’aggressività. Durante il combattimento gli viene accuratamente legata allo sperone una sottile lama tagliente come un rasoio (spesso, quando i galli saltano nella lotta, succedono gravi incidenti tra il pubblico, che naturalmente tenta di evitare le lame). In ogni scontro uno dei galli deve morire. Lo spettacolo è incredibilmente crudele.
Gli astucci che raccolgono le lame hanno creato un settore di collezionismo particolare: quelli antichi, cioè di almeno 30-40 anni, decorati a intaglio o con disegni a colori spesso nello stile di Kamasan, sono ricercatissimi ma introvabili, come del resto tutto l’antiquariato autentico balinese (dipinti, maschere, marionette, sculture in legno e in pietra vulcanica). I combattimenti sono proibiti dalla legge perché la gente scommette somme enormi, tanto da rovinarsi come da noi nei casinò.

La foresta mi ha profondamente deluso, e mi ha fatto comprendere ancora meglio l’artificiosità del giardino colmo di fiori, dove nessun filo d’erba, nessuna foglia è fuori posto. Trovo che questa trascurata foresta (ma non è detto che sia dovunque così: può darsi che dipenda dalla cialtroneria tipica di questa zona, notoriamente depressa) non si possa nemmeno lontanamente paragonare alla bellezza quasi commovente delle civilissime risaie che ho visto a Ubud, (circa 40 km a nordovest rispetto a Candidasa) a cui molti scrittori anche italiani hanno dedicato pagine di grande effetto.

Forse perché la cura scientifica con cui deve essere costantemente controllato l’equilibrio dell’intero bacino idrico, costringe il contadino anche a un’attenzione supplementare, ad es. ai piccoli argini, ai sistemi di travasi da una terrazza all’altra, da uno specchio all’altro, in un paesaggio mai pianeggiante, anzi completamente collinare. Inoltre ogni risaia ha un suo sontuoso tempio; anche questo aspetto può risultare incredibile, ma la dea del riso nell’induismo balinese assume importanza eccezionale, e lo si può capire dalle incessanti offerte che vengono recate al tempio più volte al giorno da donne vestite in elegante complicato abito cerimoniale, con vassoi accuratamente preparati, colmi di petali armoniosamente avvicinati, e di tante altre piccole offerte. Del resto col riso non si scherza in nessuna parte dell’Asia.

Nel tardo pomeriggio il verde che, illuminato controluce nelle sue varie gradazioni, diventa diafano in ogni filo d’erba, acquista una preziosità smeraldina che intenerisce davvero il cuore. L’affranto turista che ha dovuto scendere e risalire infiniti argini e sentieri per giungere sino a lì, ne serberà duraturo ricordo.  

TROISIO in LANKE:
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Commenti

Parte seconda. A voi

"con complicanze e sofferenze da collana Armony (che tratta l?erotismo con molta severità, anzi in definitiva lo condanna per garantirsi le badanti-colf lettrici) mentre qui probabilmente si tratta di richiami e allusioni di sano consumistico carattere estivo usa e getta."

> vorrei essere un po' più giovane per leggere questo frammentino durante le lezioni di Sociologia della Letteratura sul romanzo rosa.

"Le ho parlato del libro di Louise G. Koke: Our hotel in Bali. Pensavo di fare cosa gradita segnalando questa interessante opera di una pittrice americana che descrive la Bali degli anni 30 (ne ho accennato in varie parti di questo diario). L?unica cosa che è sembrata interessarla, lo ha subito detto al marito, è che coc ha anche un altro significato. (Ricordata immediatamente F. che in uno splendido lapsus, alla presenza di suo padre, ha tradotto ?Cocktail?: Tega di gallo)."

> aspettiamo ricco saggetto sulla Koke:).

(a proposito: "cock" credo, non "coc". Sbaglio?)

"Del resto questi impiegatucci microborghesi investono anche troppo sul viaggio, da raccontare poi a Guastalla e Ladispoli, come unico episodio divergente, in una vita alla catena di montaggio. Ma che squallore scambiare due parole! Che sensazione di crassa ignoranza, di assoluto disinteresse, di visione microcefalica del mondo. Forse è distacco generazionale il mio"

> come non capire, condividere e sottoscrivere. Altro che "distacco generazionale", hai descritto lo strapiombo tra le persone sensibili e intelligenti e i turisti piccolo o alto borghesi. E' così.

"Nel tardo pomeriggio il verde che, illuminato controluce nelle sue varie gradazioni, diventa diafano in ogni filo d?erba, acquista una preziosità smeraldina che intenerisce davvero il cuore."

Rispondo così:
http://www.lankelot.eu/?p=861

?Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato? (Gatsby)

"caro, scellerato amico poeta Mario S., si è impiccato l?anno scorso;"
> l'ho conosciuto, stava a san Giacomo dell'Orio, abbiamo la sua raccolta di poesie 1960-88 con dedica ad entrambi. Sarebbe da riscoprire, perchè mi sembra che su di lui sia calato un silenzio micidiale.

"Verrebbe da ipotizzare subito fulminea trama di racconto, al 99 % solo fantastico,"
> mente sempre pronta a cogliere le occasioni di racconto...

"Nonostante nell?universo balinese tutto ciò che riguarda la montagna sia positivo; il mare invece è demoniaco)."
> ma non è strano ? Un'isola che si ritiene circondata dal demoniaco, il mare da cui magari trae risorse e sostentamento.

"Del resto questi impiegatucci microborghesi investono anche troppo sul viaggio, da raccontare poi a Guastalla e Ladispoli, come unico episodio divergente, in una vita alla catena di montaggio. Ma che squallore scambiare due parole!"
>tipico, finché certa gente sta zitta, può anche passare, poi basta che apra bocca ed è finita. In ogni caso, queste sono le conseguenze del turismo massificato, ormai viaggiano "anche i prosciutti"e sarà sempre peggio. Finiti itempi del viaggio di formazione dei poeti romantici....

3. Non ho mai studiato inglese (mi sono sempre occupato di neolatino). Come dicevano di Pompidou, certo non per fargli un complimento, so meglio il greco che l'inglese. Con l'ortografia vado gia' male col francese e spagnolo. Quindi, caro Gianfranco, non posso che ringraziarti quando mi fai queste rettifiche.
Un paio di ore fa mi trovavo nella Kao Shan Road, mitica per i freak, ma li' non si potevano spedire allegati (ti ho preparato una lettera e te la spedisco ora da qui). Sono nel frattempo arrivato, dopo un'ora di taxi e tre fermate di metro, nell'altro mitico soi (stradina laterale) Nana, dove ci sono centinaia di fanciulle indigene molto comunicative. Ince prima le fanciulle erano bianche, tra i 20 e i 30. In prevalenza piuttosto attraenti, ben nutrite, con polmoni importanti.

anche l'occhio vuole la sua parte... peccato che - a quanto sembra - occhio e orecchio vadano quasi sempre in direzioni opposte. :)

pensavo in questi giorni: non fai fotografie, per caso? Sai che bello corredare i reportage con qualche immagine.

11. L'orecchio e' un'espressione a largo ventaglio che mi costringe a dichiarare la mia totale e unica simpatia per il gentil sesso. Sebbene stia ormai per entrare nell'eta' in cui spesso non si ricorda piu' la causa-sineddoche della simpatia. (Qui bisognerebbe citare quei versi di Zavattini, in dialetto, in cui ha trovato la prova dell'esistenza di Dio).

12. Negli ultimi anni, solo in diapo ne ho fatte circa 15.ooo.
Non sono riuscito a sbagliarle tutte. La tua proposta non e' male: bisognera' pensarci.

13. Una prova un po' deboluccia e decisamente unilaterale :)

Condivido l'idea di Marina, dato che difficilmente i posti da te descritti sono a portata di viaggio per tutti!